INCLUDE_DATA

Archive for giugno 2009

Storia & cultura : Che Guevara: inchiesta su un mito

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

di

Massimo Mazzucco

E’ disponibile su Arcoiris TV un documentario di circa 3 ore sulla vita e sulla morte di Ernesto Guevara de la Serna, l’intellettuale rivoluzionario argentino passato alla storia come Che Guevara.
E’ un documentario eccezionale, nel senso più letterale del termine, per più di un motivo. Si tratta prima di tutto di un inedito, uscito miracolosamente dagli scaffali di una sala di montaggio in forma chiaramente incompleta. La pellicola dai colori sbiaditi mostra ovunque il “macinamento” implacabile della moviola, mentre le giunte brutali, i salti di quadro, e il fuori-sincrono quasi costante confermano che si tratti di una copia-lavoro che non ha mai raggiunto la fase di finalizzazione.

(Vai alla II e III parte)
Ma in un certo senso, questo aspetto “crudo” e irrisolto del materiale filmico, girato nel 1973, rappresenta la perfetta metafora del suo contenuto, una “revoluciòn” latinoamericana che non ha mai visto la luce del giorno.
Girato da Roberto Savio, ex-regista della Rai, il documentario è l’unico lavoro conosciuto che raccolga le testimonianze dirette di tutti coloro che furono in qualche modo coinvolti nella cattura ed uccisione di Guevara, avvenuta nel 1967. Naturalmente, l’importanza di queste testimonianze non si limita alla dettagliata ricostruzione dell’evento specifico, ma sta nella lettura complessiva che risulta proprio da questo insieme di testimonianze.
Ci si rende conto infatti che nella “piccola” storia di 50 guerriglieri sperduti sulle Ande boliviane …
… si riflette la storia di un intero continente, della sua oppressione e dei suoi frustrati aneliti di libertà.
Il meccanismo che si è mosso intorno a Che Guevara, e che ha portato alla sua cattura ed uccisione, ha replicato nel particolare ciò che avviene in tutto il Sudamerica, a livello macroscopico, da cento anni a questa parte.
Stiamo parlando prima di tutto dell’ingerenza continua, asfissiante e onnipresente degli Stati Uniti in tutto ciò che riguarda le faccende interne dei vari stati sudamericani. Ingerenza che naturalmente viene espletata sotto l’egida della più classica ipocrisia di facciata: quando si tratta di capire chi abbia deciso l’eliminazione fisica di Guevara, l’uomo della CIA risponde che “furono decisioni prese dall’Alto Comando della sovrana Repubblica di Bolivia”. Quando invece si tratta di vantarsi per la sconfitta della rivoluzione, agli stessi uomini CIA piace pensare che “senza il loro aiuto difficilmente i boliviani ce l’avrebbero fatta” .
La stessa ipocrisia viene replicata a livello locale, operativo: il maggiore Shelton, l’americano incaricato dell’addestramento dei contras boliviani, non riesce a nascondere che “fu proprio il battaglione che da noi aveva ricevuto il massimo dei punteggi a condurre in porto l’operazione contro Guevara”, ma subito sottolinea che loro (i militari USA) “hanno l’ordine di non allontanarsi più di cento chilometri dalla loro caserma, per cui quello che accade sulle montagne è completamente fuori dal loro controllo”.
Come se a quei tempi la radio non esistesse ancora.
Fu infatti via radio che arrivò l’ordine di eliminare Guevara, dopo una travagliata riunione ad altissimo livello che ebbe luogo a La Paz. Una volta catturato il leader rivoluzionario, infatti, bisognava decidere se tenerlo vivo oppure ucciderlo. La sua morte avrebbe sicuramente significato – come poi è avvenuto – la nascita di un mito internazionale, destinato a durare per decenni, ma metterlo in prigione avrebbe probabilmente creato una serie di problemi immediati non da poco. Il caso Debray, ricordato dai vari intervistati, è significativo.
Toccò così ad un giovane sergente dell’esercito boliviano entrare nella piccola scuola del villaggio di La Higuera, dove avevano legato Guevara, per ucciderlo. Guevara lo guardò, capì immediatamente, e gli disse: “Prendi bene la mira, codardo, e non sbagliare il colpo. Ricordati che stai uccidendo un uomo”. Nessuno fino ad oggi conosceva con certezza il nome di quel sergente, mentre la versione ufficiale dava Guevara “morto per emorragia interna e dissanguamento da ferite multiple, dovuto alla mancanza di una pronta assistenza sanitaria”.
Gli autori del documentario sono riusciti ad identificare il sergente, che rispondeva al nome di Mario Teràn, e nonostante questi fosse dato ufficialmente per morto due anni dopo, lo hanno anche rintracciato e intervistato.
Il segmento, da solo, vale tutto il film.
Più in generale, emerge dal documentario come la fine della guerriglia sia stata ottenuta grazie alla “collaborazione attiva” del pueblo. Già sapevamo, dal diario di Guevara, che “la rivoluzione sembra destinata a fallire per mancanza di appoggio popolare”. Oggi possiamo confermare che in tutta la Bolivia regnava il terrore assoluto, dovuto alle continue minacce e pressioni da parte dei militari contro chiunque fosse anche solo sospettato di aver aiutato i guerriglieri.
A riprova di questa devastante schiavitù psicologica sta il fatto che, a distanza di sei anni dagli eventi, nessun abitante del paesino in cui Guevara fu catturato ha voluto parlare di fronte alle telecamere. Nemmeno per dire che lo aveva visto da lontano. Soltanto un dottore ha parlato, ma a condizione che l’intervista avvenisse a molti chilometri di distanza dal paese.
Uno dei momenti più significativi del film è quando il contadino che ricevette 5.000 pesos per denunciare la presenza di Guevara in paese riceve la stessa identica somma dagli autori del documentario, per essersi fatto intervistare.
Mentre conta lentamente quei 5.000 pesos piovuti dal nulla, sembra porsi tutte le domande che la gente del sudamerica si è mai posta nella sua vita: chi comanda davvero? A chi devo obbedire? A chi mi conviene credere? Cosa devo fare, pur di riuscire a mettere in tavola un pezzo di pane per i miei figli?
E soprattutto si domanda: sarò mai libero davvero?
Il documentario infatti è girato in un momento storico molto particolare, dopo che Salvador Allende fu deposto ed ucciso, in Cile, dal golpe guidato da Augusto Pinochet. Noi conosciamo già, per altri percorsi, la pesante ingerenza degli Stati Uniti nella distruzione del primo progetto reale di socialismo in sudamerica. Quella che forse non conoscevamo è l’opinione di Allende su Che Guevara.
Questo breve spezzone, di raro interesse storico, sintetizza al meglio l’argomento di fondo che corre per tutto il documentario: il ruolo effettivo dei partiti progressisti, intesi come “organizzazioni che vogliono realizzare pacificamente il cambiamento politico”, rispetto ai rivoluzionari che invece credono sia necessaria la lotta armata. Sullo sfondo di un panorama politico internazionale che cambiava rapidamente (primo accordo russo-americano sul disarmo atomico, con conseguente dissociazione da parte di Mosca delle attività di guerriglia sostentate da Cuba) è doppiamente triste vedere sia Allende che il segretario del partito comunista boliviano sostenere, più o meno fra le righe, che “Guevara aveva torto, e noi abbiamo ragione”.
Avevano torto tutti, a quanto pare, nel senso che le forze dell’imperialismo americano hanno dimostrato, nel corso degli ultimi 40 anni, di essere tranquillamente in grado sia di (far) soffocare nel sangue qualunque rivolta popolare, sia di rallentare a tempo indeterminato quel tipo di crescita civile e culturale, nelle popolazioni locali, che è l’unica via per arrivare in modo stabile alla realizzazione di una società più giusta e progredita.

VEDI ANCHE:
"UN COLPO DI STATO STATO PERFETTO!" Esulta il dispaccio CIA dal Cile, mentre rivela ingombranti collusioni.
"MEZZOGIORNO DI FUOCO ALLA MONEDA". La fine di Allende descritta con battutacce da film.

 

Link



News internazionali : Smettiamo di comprarlo

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

 

 

 

 

 

 

 

Questo articolo è stato pubblicato l’altro ieri su campoantimperialista.it.
Il Manifesto alla guerra di Persia
A tutto c’è un limite.

Pontificano da quarant’anni su quel che dovrebbero fare i comunisti e la sinistra, con l’unico risultato di aver contribuito all’attuale campo di rovine. A volte criticano il bipolarismo, ma sempre l’accettano ritagliandosi un angolino in cui sopravvivere.
Negano il ruolo delle resistenze popolari all’imperialismo. Si esaltano per Obama, enfatizzando i sui discorsi ed occultando le sue guerre.
Ce ne sarebbe abbastanza. Ma ora, con la loro partecipazione alla campagna di demonizzazione dell’Iran, hanno davvero passato il segno.
Il Manifesto è completamente schierato con la propaganda occidentale. Nei suoi articoli non c’è il minimo spazio per l’altra parte – i due terzi dell’Iran – né c’è posto per il minimo dubbio.
Nei suoi articoli non c’è traccia delle mire occidentali, né di quelle sioniste, e neppure degli interessi rappresentati dal clan mafioso che fa capo a Rafsanjani. C’è solo il comodo chiaroscuro di manifestazioni di “giovani e donne” contrapposte ad un cupo regime clericale.
Avevano iniziato nel 2005, in perfetta sintonia con il resto del circo mediatico, chiamando “antisemitismo” l’antisionismo di Ahmadinejad. Ma ora si assumono una responsabilità ancora più grande, avallando una campagna che prepara la guerra.
Per il Manifesto Ahmadinejad è un dittatore, mentre le elezioni sono state certamente falsate da brogli colossali orditi dal regime degli Ayatollah. Che a quel regime siano più interni Rafsanjani e Moussavi, piuttosto che Ahmadinejad, al Manifesto non interessa proprio. Magicamente, controllando un apparato che non controlla, …
… Ahmadinejad avrebbe fatto apparire dal nulla almeno 11 milioni di voti.
E milioni sarebbero i manifestanti. Come quelli del PD nell’ottobre 2008, viene da chiedersi?
All’occidente piace la democrazia dove vincono gli amici. Se invece perdono si urla ai brogli. Ci dimentichiamo del Venezuela? E che dire delle elezioni in Palestina, dove si è bellamente deciso di riconoscere come legittimo il governo Quisling di chi era stato sconfitto?
Ricordare tutto ciò al Manifesto è evidentemente tempo perso. Ma qui è in gioco la sovranità e l’integrità di un paese. Anche se al Manifesto sembrano non saperlo è in ballo una guerra.
E allora, a chi esibisce come un’icona la foto un po’ troppo perfetta di una giovane manifestante uccisa, ci permettiamo di ricordare le “fosse comuni di Timisoara” costruite con la riesumazione di cadaveri che lì giacevano da tempo, l’inesistente pulizia etnica del Kosovo, le fantasmagoriche armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein, la leggenda del “cormorano incatramato” costruita dalla Cnn per mostrare un Iraq pronto ad inquinare il mondo intero pur di non arrendersi. E potremmo continuare.
Ma al Manifesto non guardano al passato. Loro sono immersi nel presente. Le guerre americane non sono più cattive come ai tempi di Bush, la cui principale colpa – viene da pensare – era per costoro la sintonia con Berlusconi. Le guerre americane di oggi sono buone. E se i droni di Obama fanno quasi cento morti al colpo tra i civili afghani o pachistani poche righe nelle pagine interne sono più che sufficienti.
Questo sì che è giornalismo! E di sinistra!
A tutto c’è un limite. E quelli del Manifesto l’hanno superato. Lasciamoli al loro destino. Politicamente sono morti, ma possono ancora fare dei danni.
C’è solo una piccola azione di igiene politica e mentale da compiere: smettere di comprargli il giornale. Hanno Obama e la sinistra sionista dalla loro e non hanno dunque bisogno degli antimperialisti. Ma quel che è certo è che gli antimperialisti e chi si sostiene le lotte ed i diritti dei popoli non hanno bisogno di loro.
[L’articolo di campoantimperialista è firmato da “la redazione”].

Link



Destabilizzazione Iran, Teheran

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

di

Felice Capretta


Teheran, Iran.
Un cane attraversa la strada.
Annusa l’aria, sente l’odore.
Odore di propaganda.
Diciamoci la verità: il gruppo di potere attualmente al comando in Iran, a Teheran per la precisione, non va tanto per il sottile.
Manda in giro i suoi scagnozzi armati di bastone a massaggiar le tempie di coloro che si oppongono al suddetto potere, di quando in quando autorizza qualche scempiaggine morale tipo le impiccagioni degli omosessuali (scempiaggine ai nostri occhi, naturalmente), insomma non si tratta proprio di un bell’esempio di democrazia e rispetto dei diritti umani, come, per esempio, la Norvegia (un paese a caso).
Per un bel po’ ci siamo astenuti sul tema Iran. Ora però la propaganda sui media tradizionali sta raggiungendo il livello di tolleranza caprino e, dopo aver accuratamente ruminato, entriamo nel merito.
Dunquedunque.
Per farla breve, un bel giorno ci sono state le elezioni in Iran. Ahmadinejad ha vinto le elezioni. Il candidato dell’opposizione ha invitato l’opposizione che non accettava la sconfitta a tornare a casa per evitare di rischiare la pelle.
Poi, Moussavi ha cambiato idea e si è messo ad incitare la popolazione a manifestare.
Uhm.
Da lì in poi è stato un crescendo di proteste. Un bel voltafaccia. C’e’ stato anche un morto, anzi, una morta. Forse. Mentre scriviamo circolano voci di una catena umana lunghissima per le strade di Teheran, che parte dai quartieri nord e si estende.
Teheran, non tutto l’Iran, sembra proprio in fiamme.
E allora.
A chi è utile un Iran destabilizzato?
Affezionati lettori, il vostro Felice scrivano vi chiede di fare un passo indietro e pazientare leggendo il nostro lungo tasteggio caprino. Ne scoprirete delle belle. Ma dovete procedere nella lettura.
Chi osa voler decifrare gli oscuri e volubili avvenimenti che accadono dal medio oriente all’India deve obbligatoriamente aver letto Zibignew Brzezinski, Zibì per gli amici. Potete approfondire chi e’ questo simpatico vegliardo a questo nostro vecchio post.
Allora scrivevamo:
Il Grande Scacchiere
Uno dei migliori trattati di geopolitica della storia moderna è il suo libro "The Grand Chessboard", Il Grande Scacchiere.
Nel suo libro, Zibì teorizza che il controllo di Eurasia è fondamentale per l’esercizio di un dominio globale, perchè in eurasia sono concentrate:
- il 75% delle risorse energetiche del mondo
- il 75% della popolazione mondiale
- 2/3 delle più grandi economie del mondo
- il 60% del PIL mondiale
Basta un piccolo sguardo al mappamondo per capire che chi controlla Eurasia controlla il Medio Oriente, ha veloce accesso all’africa, e rende periferiche Oceania e Americhe.


Sempre secondo Zibì,

  • all’indomani della fine della Guerra Fredda, gli USA sono l’unica superpotenza rimasta
  • è possibile fare leva su questo per esercitare il dominio globale
  • è necessario, tuttavia, ridimensionare la Russia a media potenza regionale e prevenire il suo ritorno come superpotenza

Diversamente, la Russia – per sua posizione naturale – sarà favorita nel controllo di Eurasia, non gli USA. E diventerà fondamentale acquisire posizioni di dominio in alcuni stati-chiave, fondamentali per la loro posizione.
Uno di questi è la Georgia.

Stati Pivot
Sapete cos’e’ uno Stato Pivot?
E’ uno stato come la Georgia: uno stato che geograficamente puo’ cambiare i destini di un’area geografica molto più ampia di quello stato.
Facciamo un esempio di Stato Pivot.
Si puo’ tranquillamente affermare che chi controlla militarmente l’Italia puo’ controllare facilmente l’intero mediterraneo, o almeno dalla Grecia a Gibilterra. Dunque, l’Italia è uno Stato Pivot per lo scacchiere del mediterraneo, e una potenza che voglia controllare il mediterraneo dovrà necessariamente esercitare influenza o potere sull’Italia.
La Georgia è uno Stato Pivot, dicevamo, perchè fa da tappo al collo di bottiglia tra Mar Nero e Mar Caspio. Qualunque potere volesse espandersi dalla Russia all’Oceano Indiano, o verso le ricchezze del Mar Caspio, o verso le ricchezze iraniane, deve obbligatoriamente passare dalla Georgia.
Ed è meglio averla amica, o più facilmente sottomessa, che ostile.
Ecco dunque che una piccola pedina insignificante diventa invece strategica per il successo sul Grande Scacchiere.
Si spiegano dunque molti strani avvenimenti di cui avevamo già accennato a questo post sulla Georgia.
Bene, diranno gli affezionati lettori, ma che c’entra la Georgia con l’Iran?
C’entra, c’entra.
Perchè anche l’Iran è uno Stato Pivot.
I Balcani Globali
Gli affezionati lettori, giunti a questo punto della storia, vorranno andare di certo fino in fondo. Per andare fino in fondo alla tana della capretta bianca, però, bisogna avere la tenacia di proseguire.
Ora vi parliamo dei Balcani Eurasiatici, anche detti Balcani Globali.
Secondo il nostro amico Zibi’, amico si fa per dire, c’e’ una zona particolarmente instabile in Eurasia, ed è la zona a sud della Russia, incastrata tra il Mar Nero e la Cina. La’ ci sono molte repubbliche ex sovietiche e paesi che generalmente si chiamano con nomi strani che finiscono per …stan: tagikistan, uzbekistan, turkmenistan, kazakistan..
Zibi’ li chiama "i Balcani Globali" perchè sono paesi fatti di un mosaico di etnie, spesso in conflitto tra loro, dove il gruppo di potere al comando, quale esso sia, accontenta gli uni ma scontenta inevitabilmente tutte le altre etnie, o almeno buona parte.

Questa area è ricca di risorse naturali, ma come vedete è anche ricca di tensioni interne.
Naturalmente il paese che esercita un’influenza dominante è in pole position per lo sfruttamento delle ricche risorse del paese obiettivo. Altrettanto naturalmente, sono molte le potenze di peso mondiale che guardano con interesse e canini colanti quell’area.
Qui entrano in gioco due stati pivot, importanti per l’equilibrio geopolitico dell’intera regione così come la Georgia è importante per l’accesso al Caspio.
E questi due stati sono…Turchia e Iran.
Turchia e Iran
Turchia e Iran sono a tutti gli effetti due stati pivot nella zona dei balcani globali. Sono entrambe due potenze di portata regionale, due potenze di media grandezza, che contibuiscono a stabilizzare l’equilibrio geopolitico dell’area.
La Turchia, storicamente, punta verso Est in linea orizzontale, verso Azerbaijan, Georgia e parte dei Balcani Globali. Quella è l’area in cui, nel mosaico di etnie, sono presenti ceppi turcofoni, che sentono ancora naturale il richiamo turco.
L’Iran, ancora più storicamente se pensiamo all’impero persiano, tende naturalmente a proiettare i suoi interessi anche a nord, nelle medesime aree.
La presenza degli interessi di due potenze regionali di media grandezza ha da sempre contribuito alla stabilità nell’equilibrio dei poteri nello scacchiere dei balcani globali.
Destabilizzare l’Iran significa destabilizzare l’intera regione dei Balcani Globali, perchè chi destabilizza l’Iran altera gli equilibri interni della regione.
Ma chi destabilizza i Balcani Globali altera l’equilibrio di potere in tutta Eurasia, dunque nell’Isola-Mondo.
Vi ricordiamo che chi controlla Eurasia controlla praticamente il Mondo.
Guardate il processo di destabilizzazione di tutti i Balcani Globali negli ultimi anni:

  • Iraq: destabilizzato
  • Afghanistan: destabilizzato
  • Pakistan: destabilizzazione in corso
  • Iran: destabilizzazione in corso

L’intero arco che va dal medio oriente alla Cina è in subbuglio. C’e’ dunque qualcuno che, a nostro avviso, ha interesse a piantare un bastone nei Balcani Globali ed agitare forte. La mano esterna e’ a nostro avviso ben visibile.
Consigliatissima la lettura di questi articoli: la CIA e il laboratorio iraniano e le rivoluzioni color merda su Ripensaremarx.
Questo qualcuno non è certo Mosca, che da sempre gode di una certa influenza nell’area ex sovietica. Ed anzi, i russi si sono visti accerchiare da numerosi "cambi di regime" dovuti a "spontanee proteste popolari" negli ultimi anni proprio nelle repubbliche ex sovietiche più periferiche. L’instabilità dei Balcani Globali non giova loro.
Ne’ giova al Pechino, che ha tutto da guadagnare dalla stabilità della zona, le cui frontiere sono contagiate dal mosaico di etnie di cui sopra. Non sarebbe utile avere una fetta di Balcani Globali destabilizzati all’interno del proprio territorio.
Le uniche forze a cui giova un arco dei Balcani Globali destabilizzato sono le potenze mondiali che hanno interesse a che nè Mosca nè Pechino espandano la loro sfera di influenza.
Cioè, le potenze.. diciamo una, o almeno un blocco…
Chissà quale..
Ehi guarda, una capretta a stelle e strisce.
Non finisce qui: accanto a questo gruppo di potere, noto per aver provocato numerose rivoluzioni colorate in giro per il mondo, sussiste concreto l’interesse di Israele, storico alleato americano.
Israele
Israele ambisce ad essere l’unica potenza regionale della zona e vede come il fumo negli occhi la presenza di altre potenze regionali che ne possano bilanciare il potere o minacciarne la supremazia.
Specialmente se sono paesi arabi con un buon esercito e/o armi di distruzione di massa (di cui peraltro Israele è ben fornita e del cui uso non ha mai resa nota la dottrina).
Vediamo i paesi arabi ostili o potenzialmente ostili ad Israele, meglio se nucleari.

  • Iraq: destabilizzato
  • Iran: destabilizzazione in corso
  • Pakistan: destabilizzazione in corso

Conclusioni
Tanti interessi convergenti….
E poi il corriere ci racconta delle spontanee proteste di piazza.
E’ tutto un caso, e poi Ahmadinejad è un islamonazista perchè gli stanno sul cazzo gli ebrei.
Già.

Link



Il partito dell’ottimismo

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

bamboccioni, bamboccioni alla riscossa, capodanno, Confindustria, consumatori, Giulio Tremonti, inghilterra, La grande recessione, licenziamenti, Natale, occhio malocchio prezzemolo e finocchio, silvio berlusconi, The Guardian, vendite

I media italioti li bollerebbero – perchè così paludata retorica giornalistica vuole – come “luci e ombre”. In realtà si tratta di due lati della stessa medaglia. Parliamo di Stati Uniti. E del maxi piano di stimolo dell’economia - da ben 787 miliardi di dollari – messo in cantiere dall’amministrazione Obama. Martedì scorso, il presidente Usa – con la sua viva voce – aveva detto di non essere soddisfatto dei risultati ottenuti con quella camionata di dollari. Perchè disoccupazione e pignoramenti di case continuavano ad aumentare. Ma due giorni dopo – venerdì, sempre della scorsa settimana – l’agenzia di stampa americana Bloomberg sceglieva di cambiare musica. Dando notizia di un aumento del reddito e delle spese delle famiglie americane. E spiegando che quello stesso piano di stimolo di cui si lagnava l’inquilino della Casa Bianca, stava dando i suoi frutti.

Luci e ombre, quindi? Per l’appunto, no. Solo questione di punti di vista. Ma la sostanza rimane sempre la stessa. La crisi – la peggiore degli ultimi 80 anni – continua la sua marcia devastante anche nel Paese con l’economia numero uno al mondo. Dove la disoccupazione ha superato la barriera del 9% (6 milioni di posti di lavoro andati in fumo da dicembre 2007). I pignoramenti continuano al ritmo di 300mila al mese (perchè gli inquilini non riescono a pagare il mutuo). E sì – grazie allo “stimolone” da 700 e passa miliardi di dollari – qualche soldo in più gira. Ma va a finire – pericolosamente – sotto il materasso.

Per capirci. I numeri – proprio quelli riportati con titolo all’insegna dell’ottimismo da Bloomberg – parlano chiaro. Anzi, chiarissimo. I redditi sono sì aumentati dell’1,4%. Ma la percentuale di risparmio su quei redditi è balzata al 6,9%, dato record negli ultimi 15 anni. Che vor dì? Vor dì che lo “stimolone”, in teoria, doveva servire a rianimare un’economia in stato comatoso. E invece sta finendo sotto il materasso di novelli risparmiatori, alimentando quello che gli economisti chiamano il paradosso del risparmio. Che poi altro non è che un circolo vizioso di cui su questo sito si è parlato più e più volte: se i profitti calano, le aziende per risparmiare licenziano; ma i licenziati (o chi ha paura di perdere il posto) spendono ancora meno; e allora calano ancora di più i profitti, e così via.

Dal paradosso del risparmio alla spirale della deflazione (come ai tempi della Grande depresione) il passo è breve. E qualcuno – per la cronaca – l’ha già fatto. Fuor dal tecnichese: se gli affari vanno male, le aziende oltre a licenziare, sono costrette ad abbassare i prezzi; ma calare i prezzi, significa fare meno profitti e quindi essere costretti a licenziare ancora, anche se i licenziati ovviamente spenderanno ancora meno contribuendo ad alimentare una spirale. Spirale che ha già fatto la sua comparsa in Giappone, dove a maggio i prezzi sono scesi (deflazione) dell’1,1%, invece che continuare a salire (inflazione) come nei cicli economici di crescita. Spirale che – è notizia di oggi – è sbarcata in pompa magna anche in Spagna, dove i prezzi sono calati a giugno dell’1% (dopo un -0,9% a maggio).

Niente luci e ombre, quindi. Solo due lati della stessa medaglia, o – se preferite – due pezzi dello stesso identico puzzle. Puzzle o problema che – al di qua come al di là dell’Oceano – viene combattuta dai governi (e dai media) con lo stesso metodo: quello dell’ottimismo a oltranza. Certo: ognuno fa come può. Berlusconi – da mesi e con tono tra lo sgangherato e l’imperativo – dice di voler tappar la bocca alle cassandre. Mentre l’amministrazione Obama usa l’arma suadente della persuasione e della speranza (con presidente Usa e numero uno della Banca centrale a stelle e strisce, Ben Bernanke che da mesi parlano di inesistenti “green shoots, cioè segnali di una ripresa che non c’è). Ma – e dispiace per cetri obamanti de’ noantri – anche qui non bisogna sbagliarsi. Se non è zuppa è pan bagnato: sempre di ottimismo – o panicelli caldi – si tratta.

Il partito dell’ottimismo, insomma, è internazionale. Dilaga. E contagia – non da oggi – anche media autorevoli come Bloomberg (e non solo Bloomberg). Un ottimismo che nel breve – alimentando fiducia e quindi spesa dei consumatori – potrà anche dare i suoi frutti. Ma che nel lungo – a meno di un’inversione di tendenza vera e non solo di facciata – potrebbe risultare ridicolo. Ai posteri – e ai fatti – l’ardua sentenza.

P.S. Dello stimolo – americano – che non stimola, avevamo già parlato qui.

Link



AUTODETERMINAZIONE DELLA MONETA

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

di

Marco Saba

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Carissimi Lettori,
Non spaventatevi di fronte a una lettura un pochino impegnativa. Ne vale la pena. Mettendo in atto questa proposta vedremo finalmente l’inizio di una liberazione dai folli banchieri che ci governano tramite l’Europa. Inoltre sarà possibile così non pagare gli interessi sulla moneta che fabbricano a Bruxelles e sentirci di nuovi padroni di noi stessi. Pensate che ancora ieri abbiamo dovuto sopportare seriosissimi moniti su quanto dobbiamo fare per uscire dalla crisi da parte del Governatore della cosiddetta “Banca d’Italia”, la quale non è per nulla la banca della nostra nazione (come probabilmente sono indotti a credere in base al nome tanti cittadini italiani) in quanto appartiene ad azionisti privati, così come appartiene a privati la Banca Centrale Europea"
Ida Magli (www.italianiliberi.it)

Per questo articolo mi sono rifatto in gran parte al lavoro di un insider, Julian D.A. Wiseman [1], pubblicato nel 2000, e l’ho adattato qui alla situazione italiana corrente. Non lasciatevi impressionare dalla terminologia, la questione importante e cruciale, da non perdere di vista, è: si può fare, sia sotto l’aspetto legale che tecnico, basta volerlo.
Un paese della zona euro può creare, senza entrare in violazione del Trattato di Maastricht, una nuova banca centrale per controllare la politica monetaria di una sua nuova moneta. Questa interessante possibilità non è abbastanza conosciuta, almeno apparentemente, nemmeno ad alto livello. In un suo precedente studio, il Wiseman aveva concluso che, se uno dei paesi europei, o anche tutti, abbandonassero l’euro, i titoli ed i debiti denominati in euro rimarrebbero comunque in euro e non sarebbe possibile ritornare alle vecchie monete nazionali.
Qui si analizza in dettaglio come un paese europeo, l’Italia, possa introdurre una nuova moneta nazionale. Questo allo scopo, ad esempio, di attuare una politica monetaria adatta ad affrontare e lenire la gravissima crisi economica in atto. In questo saggio, si suppone che l’Italia ne abbia avuto abbastanza degli illusionisti di Francoforte e che, per motivi politici ed economici, decida di introdurre una nuova valuta sotto il controllo delle autorità italiane. Una delle opzioni, per l’Italia, potrebbe essere la strategia chiamata "Germania 1948". A tutti i cittadini italiani (o a quelli che soddisfano alcune condizioni in merito a residenza e cittadinanza) vengono distribuite tremila Nuove Lire Italiane (NLI). Si promulga una legge che:
- rende legali le NLI come valuta sul suolo italico; (una valuta che sia legale unicamente all’interno dei confini dello stato ed, eventualmente, a corso libero all’estero)
- richiede che tutte le tasse siano pagate con la nuova valuta;
- si assicura che tutti gli statali vengano pagati con stipendi in NLI;
- crea delle istituzioni (come una banca centrale di stato) per gestire la politica monetaria.
Ci possono essere varianti sul tema. La variante "1990" potrebbe permettere che una certa quantità di euro sia convertita in NLI, magari con un certo limite per ogni persona fisica. Però questa variante particolare potrebbe soffrire delle "perdite", Gli italiani detentori di euro potrebbero usarli per acquistare beni da altri italiani o per prestarglieli, e questi a loro volta potrebbero cambiarli in NLI. In pratica, tutti gli italiani cambierebbero tutti gli euro possibili nella nuova valuta, rendendo minime le differenze pratiche tra la tecnica "1948" e quella "1990".
Prima di analizzare perché lo stato italiano potrebbe essere riluttante a tentare questa possibilità, occorre fare delle osservazioni. Cosa determinerebbe il valore delle Nuove Lire? Una delle variabili più importanti è la quantità della nuova emissione. Se se ne emettono dieci volte tanto, allora – rimanendo identiche le altre variabili – ogni unità avrebbe un decimo del valore relativo. Tra i parametri orientativi che dobbiamo tenere d’occhio, dal punto di vista demografico, troviamo:
la quantità dichiarata d’euro emessi per persona, all’interno della eurozona, e la quantità di debito pubblico procapite. Anche il regime di tassazione ha una sua influenza. Qualche autore, specialmente Warren B Mosler nel suo articolo Soft Currency Economics http://www.epicoalition.org/docs/soft0004.htm, sostiene che lo scopo primario della tassazione è di dare uno scopo e quindi un valore, alla moneta. Senza andare troppo lontano, è chiaro che se lo stato italiano impone una tassa sulle sigarette di 10 milioni di Nuove Lire, allora la Nuova Lira deve avere un valore inferiore rispetto al caso in cui la tassa fosse solamente di 10 Nuove Lire. Detto questo, c’è un problema con le due strategie "1948" e "1990"- Il problema consiste nella manifesta lesione dell’articolo 106 (ex articolo 105a) del Trattato che stabilisce l’Unione Europea (il Trattato di Maastricht) [2]:
La BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità. La BCE e le Banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità. [3] [4]
2. Gli Stati membri possono coniare monete metalliche con l’approvazione delle BCE per quanto riguarda il volume del conio. Il Consiglio, deliberando in conformità della procedura di cui all’articolo 189 C e previa consultazione della BCE, può adottare misure per armonizzare le denominazioni e le specificazioni tecniche di tutte le monete metalliche destinate alla circolazione, nella misura necessaria per agevolare la loro circolazione nella Comunità.
Così l’Italia non può legalmente emettere banconote a corso legale nella Comunità eccetto che con il permesso della Banca Centrale Europea, un permesso abbastanza improbabile. L’Italia potrebbe uscire dal trattato ma in pratica vorrebbe dire uscire dall’Unione Europea.
Questo sarebbe un impegno troppo gravoso per qualsiasi politico italiano.
Quello che non si sa è che l’Italia potrebbe introdurre una valuta completamente nuova, in una maniera completamente regolare, senza ledere il Trattato di Maastricht. E’ evidente che non appena l’Italia inizia i primi passi per dare alla luce la Nuova Lira, la sua posizione di negoziazione all’interno dell’Unione ne verrebbe parecchio rafforzata.
Gli altri membri dell’eurozona, consci del fatto che un’uscita dell’Italia potrebbe distruggere il valore dell’euro, sarebbero disposti a fare pesanti concessioni pur tenere dentro l’Italia. Questo destreggiamento all’interno della teoria dei giochi aumenta la possibilità che un politico italiano, magari con una forte personalità come un giovane premier, voglia tentare la partita. Il veicolo-chiave potrebbe essere una banca posseduta dallo Stato, magari creata apposta (oppure, ad esempio, la Cassa Depositi e Prestiti – Cassa DDPP – dopo averla nazionalizzata al 100%). Il nome della nuova banca potrebbe essere Banca Centrale Italiana (BCI), anche se per l’occasione si potrebbe voler usare una denominazione più ambigua, del tipo: Banca per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BRS).
- la BCI potrebbe essere una ordinaria banca commerciale (come lo fu la Banca d’Inghilterra tra il 1694 ed il 1946). Comunque sarebbe lo stato a garantire tutti gli impegni della BCI
- la BCI potrebbe emettere degli strumenti finanziari rimborsabili e perpetui a zero-coupon (zero-coupon perpetual puttable security). Come vedremo, questi strumenti avrebbero lo stesso aspetto e funzionalità della moneta, ma per evitare il conflitto con il Trattato di Maastricht, non sarebbero "a corso legale". Per enfatizzare il fatto che non sono "moneta" agli occhi del Trattato, ci riferiremo a questi come a degli "strumenti finanziari" (security). Una specie di Tremonti-bond ma che non generano né costano interessi proprio perché sono zero-coupon;
- questi strumenti finanziari (SF) dovranno avere un determinato valore.
Il loro valore deriva dal fatto che sono rimborsabili ("puttable"). In ogni momento entro tre anni dalla prima emissione da parte della BCI, il portatore potrà rivendere gli strumenti alla BCI per una certa somma predeterminata di valuta estera. Questo ammontare prefissato potrebbe essere rimborsato, ad esempio, in Renminbi o dollari Usa a scelta del portatore. La BCI potrebbe anche decidere che, passati tre anni dall’emissione, lo strumento finanziario sarebbe redimibile al valore di mercato.
- gli strumenti finanziari (SF) non hanno scadenza (ecco perché "perpetui") e non comportano il pagamento di interessi (quindi sono "zero-coupon") garantendo una compatibilità etica con i mercati quali quello della finanza islamica (una compatibilità molto utile, se vuoi comprare petrolio);
- gli SF saranno disponibili in due tipologie: la prima è quella al portatore, stampata su carta di alta qualità, in denominazioni da 1, 5, 10, 20 e 50. Ogni denominazione potrebbe avere il ritratto di un importante personaggio italiano, ognuna avrebbe dei requisiti di sicurezza ed ognuno di questi tagli al portatore avrebbe un numero di serie progressivo. In altre parole, camminerebbero e parlerebbero come banconote anche se legalmente sarebbero degli strumenti finanziari al portatore; la seconda è quella elettronica, tenuta come conto presso la BCI. La BCI potrebbe decidere di pagare interessi sugli SF depositati (l’interesse stesso potrebbe essere riconosciuto in NLI, quindi in SF aggiuntivi) oppure di farsi pagare le spese di deposito o le spese per gli scoperti di conto (overdraft). Gli scoperti di conto o linee di credito sarebbero possibili dietro la presentazione di garanzie collaterali accettabili, come ad esempio titoli di stato emessi da altri paesi. La politica degli interessi o delle spese rappresenta – anche se non verrà chiamata così – la politica monetaria.
In questo modo non si violerebbe il Trattato di Maastricht: il governatore della Banca d’Italia (un’entità completamente diversa dalla Banca Centrale Italiana) continuerebbe a partecipare e a votare negli incontri della BCE ed il posto dell’Italia nelle varie istituzioni della UE rimarrebbe invariato, senza essere disturbato dalle operazioni commerciali della BCI di recente formazione. L’Italia potrà e vorrà continuare a mantenere una sua immagine di innocenza.
Alan James, membro del CSFB http://www.csfb.com/, suggerisce di far partire l’iniziativa in maniera un po’ più discreta utilizzando un’agenzia governativa già esistente, come potrebbe essere il caso della Cassa DDPP, piuttosto che usare una denominazione provocatoria come Banca Centrale Italiana. In qualunque modo venga chiamata, sarebbe di fatto una nuova banca centrale che emette una sua valuta ed ha il controllo della politica economica nazionale. Ma poiché la sua valuta non sarà "a corso legale", la gente non sarà obbligata ad utilizzarla (potrà sempre usare euro, se lo preferisce). La useranno, allora, su base volontaria?
La gente può essere invogliata ad utilizzare la Nuova Lira Italiana: la BCI può aprire filiali in ogni maggiore città italiana e dare 3.000 NLI ad ogni cittadino italiano che le accetta (con un valore iniziale convenzionale di 1 a 1 con l’euro, fissato per il primo triennio o fino a che la svalutazione dell’euro non tocca il 20%, cosa possibile anche nel giro di pochi mesi, vista la politica attualmente adottata dalla BCE). Il governo può rendere le tasse pagabili in NLI, oltreché in euro, fornendo un ulteriore incentivo. Le leggi fiscali verrebbero probabilmente combattute nella Corte Europea di Giustizia, sul terreno del fatto che sono in conflitto col mercato unico europeo. Ma questo non è un problema, la causa ci metterebbe almeno due anni ad andare avanti, un tempo sufficiente col quale le NLI sarebbero ormai un dato di fatto.
Per quanto riguarda la magistratura italiana non ci saranno problemi, visto che esiste un difetto assoluto di giurisdizione: "al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria" [5].
In ogni caso, l’appetibilità delle NLI dipenderà dalla facilità di approvvigionamento da parte del pubblico e dalla stabilità nei confronti dei prezzi.
E’ presumibile che il governo italiano voglia introdurre questa nuova valuta visto che l’euro continua a svalutarsi velocemente (ormai ha un valore del 40% rispetto alla prima emissione). La gente non vorrà mantenere portafogli in euro per mantenere il proprio potere d’acquisto.
Nel passato, l’oro, le conchiglie e le sigarette americane (nei campi di concentramento prima e dopo la seconda guerra mondiale) sono state usate come valuta senza essere a corso legale. Se diventa evidente che l’euro non è più accettabile, ad esempio anche per via della correlazione con un debito inestinguibile, un’alternativa (qualsiasi alternativa) tenderebbe a diventare il nuovo standard. Se l’Italia annuncerà la creazione della BCI, il valore dell’euro sui mercati valutari crollerà.
Questo renderà automatico il successo della BCI: se lo si fa, funziona.
Potremmo immaginare una situazione in cui l’Italia pretenderà che, purtroppo, questa era l’unica soluzione possibile. Come reagirebbe l’eurozona? Se a questo punto i singoli paesi (come l’Italia) hanno perso il loro potere di veto sulle leggi fiscali europee, allora gli altri paesi membri dell’eurozona potrebbero mettersi assieme per imporre una qualche misura punitiva alla BCI. Tuttavia, se una certa parte di questi paesi (ad esempio, Spagna e Grecia, che condividono un destino simile all’Italia) si rifiutasse di adottare queste misure, allora tutti quanti dovrebbero prestare molta attenzione a qualsiasi richiesta da parte dell’Italia. L’Italia non potrebbe certo chiedere tutto l’oro del mondo, ma un qualche alto prezzo, a rispetto della sovranità popolare, sarebbe senz’altro in grado d’imporlo. Il Trattato di Maastricht è stato un golpe morbido imposto da oligarchi travestiti da banchieri e statisti, questa sarebbe una risposta pacifica, proporzionata e abbastanza smaliziata. 

Fonte: www.rinascita.info/
29.06.2009
Note
[1] Julian D.A. Wiseman, un economista consulente del banchiere Rohatyn che è a sua volta direttore di una delle società svizzere dei Rothschild, mi ha concesso gentilmente i diritti per un mio adattamento ed aggiornamento del suo saggio per il pubblico italiano, cosa di cui gli sono grato, purché citassi la fonte del suo sito: www.jdawiseman.com
[2] Il Trattato di Maastricht (noto anche come Trattato sull’Unione Europea, TUE) venne firmato il 7 febbraio 1992, sulle rive della Mosa, nella cittadina olandese di Maastricht, dai 12 paesi membri dell’allora Comunità Europea, oggi Unione Europea ed è entrato in vigore il 1 novembre 1993. Il testo originale può essere consultato qui:
http://eur-lex.europa.eu/it/treaties/dat/11992M/htm/11992M.html
E’ da notare che, con l’emersione dell’enorme scandalo sulla questione del signoraggio e del relativo alto tradimento, da tutte le versioni in italiano ed online del Trattato, sono sparite le firme e l’identità dei firmatari. Per l’Italia si trattò di Guido Carli * (già governatore di Bankitalia) e Gianni de Michelis (Membro dell’Aspen Institute), rispettivamente nelle qualità di Ministro del Tesoro e Ministro degli Esteri, delegati da Francesco Cossiga – l’allora presidente dellla repubblica. Giulio Andreotti, come presidente del consiglio, lo ratificò.
[3] Il testo suggerisce che le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali, sono le uniche a "corso legale" (corso forzoso) emesse da queste istituzioni. Nulla osta quindi ad emettere, da parte di altre istituzioni, cartamoneta con altri tipi di corso (ad esempio, a corso libero).
[4] E’ interessante fare un paragone con la clausola XI del Bank Charter Act del 1844 http://www.ledr.com/bank_act/1844032.htm che dette alla Banca d’Inghilterra un monopolio sull’emissione di biglietti: … it shall not be lawfulfor any Banker to draw, accept, make or issue in England or Wales, any Bill ofExchange or Promissory Note or engagement for the payment of Money payable to the Bearer on Demand …
Ovvero: … non sarà legale, per qualsiasi banchiere, il ritirare, accettare, creare od emettere, in Inghilterra e nel Wales, alcun biglietto di cambio o nota promissoria o impegno di pagamento di moneta a vista al portatore …
Se il Trattato avesse usato questa terminologia, il piano che illustriamo non sarebbe stato possibile.
Come esempio di una controversia più antica sulle terminologie dei monopoli bancari, citiamo le frasi tratte dalle pagine 307 e 309 del testo A History Of Money, di Glyn Davies
http://www.amazon.co.uk/exec/obidos/ASIN/0708313515/jdaw
By a second [Bank] Act, passed on 26 May 1826, the Bank of England’s century-old monopoly was partly broken, by allowing joint-stock banks with note-issuing powers to be set up outside a radius of sixty-five miles of the centre of London. In return, the Bank of England was explicitly authorised to set up branches, or ‘agencies’, anywhere in England and Wales.
[1832] … Thomas Joplin, a Newcastle timber merchant, … was actively promoting a number of [new joint-stock banks], for fittingly enough, he had been one of the most powerful forces in bringing about the modification of the Bank of England’s monopoly … In the mean time he took his quarrel with the Bank of England a stage further.
According to his meticulous reading of the original Acts, joint-stock banks, /provided that they did not issue notes,/ could quite legally be set up even with sixty-five miles of London, an opinion hotly disputed by the Bank. The difference arose from the fact that when the Bank was first granted its monopoly, note issue was considered inseparably essential to banking. That this was no longer the case seemed a large loophole for Joplin and his supporters, but a mere unjustified quibble to the Bank of England. Ed infatti, quando venne creata la Banca Centrale Europea, l’emissione di banconote veniva considerata come inseparabilmente legata al "corso legale". Continuerà ancora ad essere così?
[5] Dal sito della Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/bancomonete/signoraggio
VEDI ANCHE: http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/05/come-emettere-una-moneta-nazionale.html



IL SALVATAGGIO INTERNAZIONALE CI PORTA PIU’ VICINI AL COLLASSO ECONOMICO

giu 30th, 2009 | By admin | Category: News

 

DI RON PAUL
Globalresearch.ca

 

                                                                                            

 

 

 

 

 

La scorsa settimana il Congresso ha approvato il disegno di legge sugli stanziamenti supplementari di guerra. Facendo un affronto a tutti coloro che pensavano di aver votato un candidato pacifista, l’attuale presidente invierà altri 106 miliardi di dollari che non abbiamo per continuare lo spargimento di sangue in Afghanistan e in Iraq, senza fare alcun accenno ad un piano per riportare i nostri soldati a casa.

Molti colleghi che votavano con me quando mi opponevo ad ogni richiesta di stanziamenti supplementari di guerra nel corso della precedente amministrazione, ora sembra che abbiano cambiato registro. Io sostengo che un voto per finanziare la guerra sia un voto a favore della guerra. Il Congresso esercita le sue prerogative costituzionali con la forza delle risorse finanziarie, e finché il Congresso continuerà a permettere questi pericolosi interventi all’estero, non c’è alcuna fine all’orizzonte, fino a quando non ci troveremo di fronte al completo collasso economico.
Viste le loro abitudini di spesa, un collasso dell’economia sembra essere lo scopo del Congresso e di questa amministrazione. Sul mercato interno Washington spende impunemente, salvando e nazionalizzando qualunque cosa gli capiti tra le mani, e gli aiuti stranieri e il finanziamento al FMI previsti in questo disegno di legge si possono definire esattamente come un salvataggio internazionale!

Mentre gli americani arrancano nel corso della peggior flessione economica dai tempi della Grande Depressione, questo disegno di legge sugli stanziamenti supplementari fa pervenire 660 milioni di dollari a Gaza, 555 milioni di dollari ad Israele, 310 milioni di dollari all’Egitto, 300 milioni di dollari alla Giordania e 420 milioni di dollari al Messico. All’incirca 889 milioni di dollari verranno inviati alle Nazioni Unite per le cosiddette missioni di “peacekeeping” e quasi un miliardo di dollari verrà inviato all’estero per fronteggiare la crisi finanziaria globale al di fuori dei nostri confini. Quasi 8 miliardi di dollari saranno spesi per contrastare una “potenziale influenza pandemica” che potrebbe portare a vaccinazioni obbligatorie senza alcuna ragione precisa se non quella di arricchire le aziende farmaceutiche che fabbricano il vaccino.

Forse il dato più scandaloso sono i 108 miliardi di dollari di prestito garantito al Fondo Monetario Internazionale. Queste nuovi prestiti garantiti consentiranno a questa rovinosa organizzazione di continuare a spendere i soldi dei contribuenti per sostenere i leader corrotti e favorire delle dannose politiche economiche all’estero.

L’invio al FMI dei soldi dei contribuenti americani non solo danneggia i cittadini degli Stati Uniti ma è dimostrato che danneggia anche coloro che si ha la presunzione di aiutare. Insieme ai prestiti al FMI arrivano anche le necessarie modifiche della politica del FMI, chiamate Programmi di Variazione Strutturale, equivalenti ad un keynesianismo forzato. Si tratta dello stesso modello economico fantasioso che ha messo in ginocchio il nostro paese, e i prestiti al FMI sono il cavallo di Troia per mettere in ginocchio gli altri. Forse il fatto più preoccupante è che i leader delle nazioni destinatarie tendono ad interessarsi più ai desideri delle élite internazionali che ai desideri e ai bisogni delle loro popolazioni. Argentina e Kenya sono solamente due esempi di paesi che hanno seguito gli ordini del FMI e sono caduti nel baratro. Spesso l’FMI consiglia alle nazioni più povere una svalutazione della loro moneta, un’operazione che ha rovinato ripetutamente questi paesi già dissanguati. Esiste anche un lungo elenco di feroci dittatori che l’FMI ha sostenuto candidamente e che ha sostenuto con prestiti che hanno lasciato le loro popolazioni oppresse con enormi quantità di debito sulle spalle senza poter mostrare alcun miglioramento economico.

Facendo pervenire i nostri soldi al FMI stiamo causando nient’altro che malvagità e oppressione globale. Per non parlare del fatto che non esiste alcuna autorità costituzionale nel farlo. La nostra continua presenza in Iraq e in Afghanistan non ci rende più sicuri in patria ma, di fatto, indebolisce la nostra sicurezza nazionale. Mi sono opposto in modo veemente a questo disegno di legge sugli stanziamenti supplementari e sono rimasto costernato nel vederlo approvare con tale disinvoltura.
Il dottor Ron Paul è un membro del Congresso nelle fila del Partito Repubblicano e nel 2008 è stato uno dei candidati alla presidenza.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14076
24.06.2009

Scelto e tradotto da JJULES per www.comedonchisciotte.org