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Archive for agosto 2009

Scacco matto al Trattato di Lisbona

ago 31st, 2009 | By admin | Category: News

Su MoviSol

 

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8 agosto 2009 (MoviSol) – Come avevamo anticipato, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 30 giugno ha reso virtualmente impossibile una ratifica generale del Trattato di Lisbona da parte di tutti i membri dell’Unione. Come prontamente osservò il prof. Giuseppe Guarino, il Parlamento tedesco, incorporando le prescrizioni della sentenza nella nuova legge di ratifica, approverà un testo diverso da quello approvato dagli altri stati membri dell’UE, e questo ne sancirà l’incostituzionalità, sicuramente secondo la legge italiana e verosimilmente anche per gli altri paesi.

Uno dei principali sostenitori del Trattato, il capogruppo democristiano tedesco al Parlamento Europeo Hans-Gert Pöttering, ha ammesso proprio ciò in un attacco pubblico al proprio partito, dopo che questi ha raggiunto un accordo con il partito-fratello, la CSU, sul testo della nuova legge di ratifica. La CDU-CSU propone di allegare al testo una risoluzione in cui si chiede di comunicare alla Commissione, al Consiglio Europeo e a tutti gli stati membri, che la Germania considera costituzionale il trattato solo “in conformità con le motivazioni” della sentenza costituzionale.

Il capogruppo democristiano al parlamento tedesco, Volker Kauder, ha scritto una lettera al collega socialdemocratico Peter Struck chiedendo sostegno alla risoluzione. Per la ratifica del trattato c’è bisogno dei voti di CDU e SPD, per cui i socialdemocratici ora sono in una difficile situazione: se respingono la risoluzione, salta la ratifica; se l’accettano, sottoscrivono quella che è una riserva sostanziale, anche se non formale.

La corrente filo-Lisbona è sotto scacco. Lo ha ben riconosciuto Pöttering, il quale ha affermato che se la risoluzione verrà approvata, ciò significherà che anche tutti gli altri membri dell’EU dovranno accettarla. Pöttering l’ha definita “un diktat verso gli altri stati membri”, ammettendo implicitamente che la Corte Costituzionale tedesca ha cambiato il testo del trattato.

Nel frattempo nella Repubblica Ceca, un gruppo di senatori del partito ODS (Democrazia Civica) pianifica un ricorso costituzionale per chiedere la sospensione della ratifica del trattato fino a quando non sia cambiata la normativa per le leggi di ratifica. I senatori sostengono che un trasferimento di poteri come quello sancito nel trattato debba essere approvato da una maggioranza costituzionale, e cioè da almeno il 60 per cento di Camera e Senato, mentre la legge di ratifica è stata approvata con una maggioranza semplice.

I senatori preparano anche un ricorso contro il trattato stesso, le cui sorti sono legate al risultato del referendum irlandese del 2 ottobre prossimo. Il Presidente ceco Vaclav Klaus ha ripetutamente affermato che egli non intende firmare la ratifica prima dell’esito del referendum. Inoltre, le elezioni anticipate nella Repubblica Ceca, previste per il 9 e 10 ottobre, comporteranno un ulteriore ritardo.

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Svezia Tasso Interesse Negativo

ago 31st, 2009 | By admin | Category: News

di

Felice Capretta

Tasso di interesse negativo in Svezia!
Oggi dalle colonne dei giornali dei gruppo Rizzoli (che comprende Corriere e il gratuito City) campeggiano notizie di diverso genere e grado.
Le principali:

  • immancabile strillo gettapanico sulla Nuova Influenza A/H1N1: i pediatri chiedono di rinviare l’apertura delle scuole, ma la Gelmini rifiuta
  • una agghiacciante sfilza di dettagli sanguinolenti sull’ennesimo omicidio/suicidio
  • un reportage da gossip nero sull’alibi di Stasi che sarebbe lì lì per crollare

Ah, e le colonne sono anche piene della sonora sconfitta inferta da una squadra di calcio all’altra. Siccome le due squadre hanno sede nella medesima città, la cosa fa particolarmente notizia.
Già.
Forse sarebbe stato più opportuno, rispettivamente:
indagare a fondo sulla nuova influenza e sulla sua reale pericolosità, anzichè fomentare il panico;
chiedersi perchè ci sono sempre più persone che impazziscono e sterminano la famiglia ed approfondire con l’aiuto di psicologi;
lasciare che la giustizia faccia il suo corso e analizzare le cause dietro al delitto.
Sarebbe stato ancora meglio dedicare un po’ di spazio ad una notizia economica di estrema importanza, apparsa venerdì sulla CNN.
Ancora non ne abbiamo visto traccia in lingua italiana.
Per la prima volta nella storia una banca centrale applica un tasso negativo!
Tasso negativo in Svezia, Banca Centrale
"Non c’e’ niente di strano riguardo ai tassi di interesse negativi", questo è quanto dichiarava in Luglio il direttore della banca centrale svedese, Svensson.
La scorsa settimana Svensson è passato all’azione: impostando un tasso di interesse sui depositi pari a – 0,25%, la banca centrale svedese è la prima banca centrale al mondo ad entrare nel territorio inesplorato del tasso negativo.
Il tasso negativo applicato da una banca centrale è un tema alquanto esoterico in ambito finanziario, guardato con sospetto e ancora ampiamente sconosciuto.
Come funziona un tasso negativo?
In teoria, con un tasso positivo come accade solitamente, depositate soldi in banca e la banca vi riconosce un interesse. Con un tasso negativo, invece, dovete pagare voi la banca perchè possiate depositare soldi nella banca stessa.
In pratica, è una tassa sul mantenere i soldi in banca.
In realtà, per i consumatori il tasso resterà attivo, banchè basso.
E’ per le banche svedesi che le cose cambiano. Detto in modo molto pratico, le banche svedesi dovranno pagare per tenere il denaro fermo in cassaforte. Da oggi dovranno pagare lo 0,25% alla banca centrale.
Questa misura è un forte incentivo a far circolare il denaro nell’economia, prestandolo, anzichè tenerlo in cassaforte. Mettere in circolo più denaro dovrebbe smuovere l’economia.
Ancora più che un forte incentivo, questa è una punizione per le banche che non prestano.
La decisione, dunque, è alquanto estrema.
Non fu presa nemmeno in Giappone nel peggior momento della crisi di deflazione degli anni 90, per incoraggiare le banche ad offrire denaro in prestito.
Henrik Mitelman, chief fixed income strategist per la banca svedese SEB, ha dichiarato che la decisione manda un forte segnale al mercati ed ha eufemisticamente dichiarato:

La Banca Centrale è stata molto coraggiosa

Don Smith, economista dell’ICAP:

La politica [monetaria] svedese è sicuramente di grande interesse. Dobbiamo aspettare e vedere cosa succede là. E’ sicuramente una strategia inusuale, ma questi sono tempi inusuali.

Benvenuti nella Trappola di Liquidità
Eppure anche questa misura estrema rischia di cadere lettera morta, perchè la trappola di liquidità è qui:

  • se le banche sono disposte a dare credito "buono" alle aziende, le aziende non vogliono credito "buono". L’economia infatti rallenta e non ci sono investimenti da fare. Non servono soldi per la crescita e le aziende non li chiedono alle banche.
  • se le aziende sono disposte a ricevere credito "cattivo" per pagare i debiti e superare questo momento di difficoltà, le banche non vogliono concederlo. La crisi infatti morde, il rischio di insolvenze è elevato, e naturalmente le banche non sono disposte ad assumersi il concreto rischio di perdere denaro.

Questa è la realizzazione evidente della più classica trappola di liquidità.
Se la crisi continua, come è naturale che sia, altri banchieri centrali potrebbero osare e seguire l’esempio del governatore della banca centrale svedese.
Mervyn King, governatore di Bank Of England, la banca centrale inglese, ventilava di recente che potrebbe prendere decisioni analoghe dopo aver tagliato pesantemente i tassi in passato:

se non ci saranno segni di ripresa entro i prossimi mesi, la Banca D’Inghilterra potrebbe considerare un passo di interesse negativo.
In sè, questa è una tassa sulle banche che si rifiutano di prestare.

Accaparramento
Il cosiddetto "quantitative easing" messo in atto dalla banche centrali, ovvero l’immissione sconsiderata di liquidità per cercare di tappare il buco nero che stava inghiottendo l’economia mondiale è lungi da essere il rimedio.
Sarà invece, come è noto agli affezionati lettori, la cura che farà morire il paziente…solo un po’ più tardi e con maggiori sofferenze.
Oggi le istituzioni finanziarie destinatarie dell’impressionante mole di aiuti e della smisurata quantità di liquido si guardano bene dal prestare quel denaro. Esattamente come accadde in Giappone, la paura delle banche per il futuro le portava ad accaparrare liquidità, l’effetto finale della Trappola di Liquidità.
Benvenuti nel mondo del tasso negativo, dove la crisi è finita e tutto va bene.

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Fate quel che dico, ma non dite quel che faccio

ago 31st, 2009 | By admin | Category: News

 

Da una parte la (presunta) coda di paglia dei cavalieri senza macchia. E la (presunta) solidarietà pelosa della Casta dei giornalisti. Dall’altra le notizie usate non per informare, ma come arma per atterrare l’avversario in una guerra tra poteri forti. Anzi, tra bande. Comunque la si voglia girare la parabola umana di Dino Boffo – da direttore dell’Avvenire, quotidiano dei vescovi; a protagonista dell’ennesima (presunta) vicenda boccacesca di questa tragicomica estate italiana – è una brutta storia. Tutta italiana. E – come da consolidata tradizione del Belpaese dei misteri – tutta da chiarire.

Passo indietro indispensabile. Tra ieri e oggi – con una tecnica di distrazione di massa consolidata – giornali e tiggì hanno seppelito quer pasticciaccio brutto di Piazza carbonari (dove ha sede appunto il giornale dei vescovi) con la parola “polemica”. Perchè nel nostro Belpaese è così: quando una vicenda è scottante diventa “motivo di polemiche”. Ma le polemiche – cioè gli urlacci e le risse – da che mondo e mondo non aiutano a capire. Solo a far caciara. E allora, appunto: è meglio – per spiegare cosa diavolo è successo anche a chi fosse digiuno di quanto accaduto (ma gli altri questa parte, se la possono saltare) – tornare a ieri. Quando il quotidiano berlusconiano “Il Giornale” ha pubblicato ampi stralci da una nota informativa che accompagnava il rinvio a giudizio – disposto dal giudice per le indagini preliminari di Terni – del direttore di “Avvenire”. Nota informativa che lasciava – per lo meno in apparenza – poco spazio per dubbi e fantasie.

«…Il Boffo - recita uno degli stralci della nota informativa pubblicata da “Il Giornale” – è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione»

Come è andata a finire la querela? Semplice. Un altro stralcio della solita nota pubblicata dal solito “Il Giornale” spiegava che:

«Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione»

Per altro:

«Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela…»

In pratica. Per quel che par di capire: il direttore del giornale dei vescovi sarebbe gay. Avrebbe avuto una relazione con un altro uomo. E avrebbe – telefonicamente e non solo – per giunta molestato la moglie di quell’uomo. Ma tutto questo – la vicenda sentimental-giudiziaria e il patteggiamento – risalirebbero a parecchi anni addietro. Le telefonate sconce e i pedinamenti addirittura al 2001 e al 2002. Il patteggiamento, appunto, al 2004. E qui viene il bello. Perchè un altro giornalista, Mario Adinolfi – che nulla a che fare con “il Giornale” e con Berlusconi; e che invece ha lavorato proprio all’Avvenire – giura che la vicenda era ben nota nelle redazioni di mezza Roma. Ma tutti si erano ben guardati dallo scrivere una riga che fosse una. Fino a ieri, appunto. Quando – tanto per cambiare e con l’unica eccezione de “Il Giornale” – invece dello scandalo, sono esplose le “polemiche”.

Possibile? Beh, per quanto la vicenda a questo punto acquisti le tinte del surreale, la risposta è: parrebbe di sì. Perchè proprio Adinolfi – che oggi milita nel Piddì ed è in forza a Red Tv, televisione satellitare vicina a Massimo D’Alema – nel 2005 (ben prima del’inizio della stagione di papi e pupe; e quindi in tempi non sospetti) sul suo blog aveva scritto nero su bianco che:

Pare che il direttore di un quotidiano cattolico abbia ricevuto un decreto penale di condanna. Ma non oggi, l’anno scorso. Tutti i giornali ne sono a conoscenza, a Roma se ne chiacchiera con gusto giusto da un anno, ma per quello strano patto che fa sì che i direttori di giornali si proteggano tra loro, sui giornali non troverete una riga sull’argomento.

Adinolfi, in quel post del 20 settembre 2005, chiedeva al direttore in questione di farsi avanti e raccontare cos’era successo. Ma niente, silenzio. Per quattro anni. Poi, ieri, sempre Adinolfi è tornato sull’argomento proprio per ribadire che sì quel direttore di quel giornale cattolico era proprio lui, Dino Boffo.

La storia di Dino Boffo, direttore di Avvenire, e dei suoi rapporti omosex sfociati in una condanna per molestie era nota ai giornali da almeno cinque anni e ai lettori di questo blog da tre. Il titolone con cui Il Giornale di Vittorio Feltri, per primo, ha rotto un muro di omertà attorno a questa vicenda chiama in causa ipocrisie e giornalismi all’italiana.

Non solo. Ma oggi Adinolfi ha pure aggiunto un altro particolare non di poco conto. Scrivendo che:

La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo “attenzionati” dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese.

Ma Adinolfi è stato uno dei pochissimi giornalisti italiani – ad eccezione va da sè di quelli de “Il Giornale” – a salutare con favore lo stop dell’embargo alla notizia. “La Repubblica”, per mano del vicedirettore Giuseppe D’Avanzo, ha parlato di “aggressione come” nuova strategia berlusconiana (e praticamente non ha minimamente spiegato la disavventura sentimental-giudiziaria di Boffo). “La Stampa”, per voce del direttore Mario Calabresi, ha chiesto di mettere la parola “fine” all’”estate dei veleni” (e tanto per cambiare non ha minimamente spiegato la disavventura sentimental-giudiziaria di Boffo). Il Sole 24 ore, per bocca di Stefano Folli, ha dottamente spiegato che “la strategia (aridanghete) delle ritorsioni non conviene a nessuno (e per non sbagliarsi non ha minimamente spiegato la disavventura sentimental-giudiziaria di Boffo). E perfino l’Antefatto – il blog che fa da anteprima a “Il Fatto”, il nuovo quotidiano targato Travaglio&Padellaro – ha parlato di informazione fatta con i “manganelli” (copyright Luca Telese) e di una strategia (ari-aridanghete) che sarebbe controproducente per il Cavaliere (copyright Travaglio). Ma a dispetto del nome del giornale che verrà, anche qui il fatto – quello con protagonista Boffo, il presunto amante e la moglie del presunto amante – non era minimamente ricostruito. Magari con un intervista proprio a Boffo. Anche perchè – già nel pomeriggio di ieri – il direttore del giornale dei vescovi aveva vergato sull’edizione elettronica di “Avvenire” parole piene di sdegno:

La lettura dei giornali di questa mattina mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente «il Giornale» di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda. Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro, sul quale è inutile scomodare parole che abbiano a che fare anche solo lontanamente con la deontologia. Siamo, pesa dirlo, alla barbarie.

Nel confezionare la sua polpettona avvelenata Feltri, tra l’altro, si è guardato bene dal far chiedere il punto di vista del diretto interessato: la risposta avrebbe probabilmente disturbato l’operazione che andava (malamente) allestendo a tavolino al fine di sporcare l’immagine del direttore di un altro giornale e disarcionarlo. Quasi che non possa darsi una vita personale e professionale coerente con i valori annunciati. Sia chiaro che non mi faccio intimidire, per me parlano la mia vita e il mio lavoro(…).

Parole piene di sdegno, dicevamo. Ma che lasciavano – per lettori, elettori e comuni mortali – una lunghissima scia di punti interrogativi. Dino Boffo è davvero omosessuale? Ha davvero avuto una relazione con un uomo sposato? Ha davvero patteggiato quell’ammenda per quelli che lui chiama semplici “fastidi telefonici”? E’ vero, come ha scritto sempre il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori»? E se quei pochi stralci della nota informativa  pubblicati da “Il Giornale” non sono stati montati ad arte, ma raccontano la pura e semplice verità, che ci fa Boffo ancora alla guida di un giornale che dell’etica cattolica non fa solo la sua bandiera, ma la sua ragion d’essere?

Tante domande. Nessuna risposta. Perchè cane non mangia cane. E i giornalisti – a quanto pare – non sono abituati a fare domande scomode in generale. E figuriamoci ai colleghi giornalisti. Neppure quelli de “Il Giornale”. Che a Boffo – come ha scritto nero su bianco lo stesso Boffo – non hanno chiesto nulla. Del resto a Vittorio Feltri, neo direttore del foglio berlusconiano, evidentemente interessava solo poter dire che “nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui (Boffo, NdA), il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal foglio Cei (sigla che sta per Conferenza episcopale italiana, NdA) per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere”. Cioè levare a Berlusconi Silvio, fratello del suo editore Berlusconi Paolo, le castagne dal fuoco di escort e Noemi varie. E oggi, nel suo ultimo editoriale, appunto, c’è finalmente riuscito.

Lo avevamo scritto al principio: una storia tutta italiana, insomma. Dove nessuno fa quel che dovrebbe fare. Ma tutti dicono cosa dovrebbero fare gli altri. Ma continuiamo pure così. Finchè dura.

 

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Piero Angela detto cuor di leone

ago 31st, 2009 | By admin | Category: News

Introduzione di Marco Pizzuti

Il regista Massimo Mazzucco sta tentando da settimane di ottenere il famoso confronto tra “cospirazionisti” e “ufficialisti” proposto da Piero Angela ma pare proprio che quest’ultimo non si aspettava di essere preso sul serio. Piero Angela infatti sembra intimorito e preferisce non rispondere alle email di Mazzucco con un comportamento che ricorda molto da vicino quello dello “spaccone” che dopo aver provocato fugge per non prendere la “lezione”. A ben vedere quindi, le sue sono ottime ragioni poiché se accettasse un serio faccia a faccia verrebbe sbugiardato di fronte ai milioni di fans e la sua carriera di autorevole divulgatore volgerebbe al termine. Insomma, caro Piero, hai tutta la comprensione di altrainformazione, continua pure a nasconderti che è meglio..

Qui di seguito l’email di Mazzucco:

Inviata per Email a superquark@rai.it e via fax a 06.3721347 in data 31 agosto 2009.
Piero Angela
c/o Superquark
Via Achille Papa, 11
00195 Roma
Egr. Sig. Angela, sono sinceramente stupito per non aver ancora ricevuto una risposta alla mia lettera del 20 agosto scorso.
Dopotutto è stato lei a lanciare pubblicamente la sfida ai “complottisti” (lo ha fatto in modo implicito, trattandoli come un “fenomeno sociale da studiare”, nella sua trasmissione del 30 luglio, ed in modo esplicito, nell’articolo “Sconfitti i maghi, ora tocca ai complottisti” da me citato in precedenza), mentre io sono considerato, nel bene o nel male, uno dei maggiori esperti italiani in materia di 11 settembre, e di altri “complotti” importanti.
Non riesco quindi ad immaginare da chi altri si aspettasse di veder raccolta la sua sfida, nè voglio essere costretto a pensare che lei per “sfidare” intenda fare discorsi a senso unico, senza contraddittorio, visto soprattutto che utilizza la TV di Stato.
Non sarebbe nè corretto da un punto di vista professionale, nè onorevole da un punto di vista personale.
A mia volta, mi rendo conto che qualcuno potrebbe interpretare questa mia insistenza come un basso tentativo di farsi pubblicità gratuita.
Sappia quindi che può tranquillamente farmi intervistare di schiena, se lo desidera, oppure anche solo al telefono, senza nemmeno citare il mio nome. Al pubblico basterà la sua garanzia che io sia legittimato a parlare a nome dei cosiddetti “complottisti”, mentre a me interessa solo poter dire quello che ho da dire, a difesa di un serio lavoro di ricerca, svolto da me insieme a molti altri, nel corso di tutti questi anni. Che sia poi il pubblico a farsi la propria opinione, nel pieno rispetto del ruolo super partes della pubblica informazione.
Certo che saprà riconoscere le giuste motivazioni della mia richiesta, rimango in attesa di un suo riscontro, che mi auguro rapido quanto costruttivo.
In fondo, siamo tutti alla ricerca della stessa Verità.
Cordialmente
Massimo Mazzucco
(Segue recapito privato)

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3310



News internazionali : La vera October Surprise: “Fu il Mossad ad armare l’Iran”

ago 30th, 2009 | By admin | Category: News

di

Massimo Mazzucco

Molti conoscono il termine October Surprise, con il quale viene indicato, ormai anche in termini ufficiali, il “patto scellerato” fra la CIA e gli Ayatollah che servì ai repubblicani di Ronald Reagan per battere Jimmy Carter nelle elezioni del 1980. Gli Ayatollah si impegnarono a non liberare gli ostaggi dell’ambasciata di Teheran prima dello scadere del mandato di Carter, in cambio di armi con cui combattere l’Iraq. (La “incapacità” di Carter di liberare gli ostaggi divenne poi l’arma principale con cui Reagan lo sconfisse nella corsa alla Casa Bianca).
Quello che non sapevamo è che a consegnare le armi siano stati direttamente gli israeliani del Mossad.
Tutto ciò viene raccontato con la massima disinvoltura da John Lear, ex-pilota della CIA, ex-pilota militare, ex-pilota civile, e figlio del genio dell’aviazione che inventò il Lear Jet, durante un’intervista a Pilots for 9/11 Truth di qualche anno fa.
Non che ci sia da stupirsi più di tanto, sia chiaro: che la realtà dello scacchiere geopolitico sia molto più complessa, e decisamente trasversale, rispetto all’immagine semplicistica che ci viene propinata ogni giorno dai media – noi i buoni di qua, loro i cattivi di là – è facilmente intuibile. Poterlo sostenere con i fatti alla mano però è un’altra cosa.
Ecco cosa ha detto John Lear, che aveva contattato Pilots for 9/11 Truth per discutere delle anomalie dei tracciati di volo degli aerei dirottati l’undici di settembre, mentre raccontava agli ascoltatori le diverse fasi della sua carriera di pilota: " Nel 1980 andai al Cairo. Immagino che lei sappia cos’è la October Surprise: nell’ottobre del 1979 George Bush, …
che era candidato alla vicepresidenza con Ronald Reagan [Bush era direttore uscente della CIA, ndr] volò a Parigi per stringere un accordo con l’Ayatollah Komeini. Se Komeini avesse ritardato il rilascio degli ostaggi fino all’inaugurazione presidenziale di Reagan, loro – cioè Reagan e Bush – gli avrebbero dato quantità illimitate di armi per tutto il loro mandato".
"Reagan e Bush vinsero, il caso del rilascio degli ostaggi fu un fatto di notevole importanza, e così cominciarono a mandare armi e munizioni attraverso Tel Aviv. Era il Mossad che gestiva l’operazione, e io ero andato apposta per trasportare quelle armi. Chiarisco però che non feci mai il volo finale, perché era successo questo: il primo aereo che consegnò le armi fu un C-144 argentino, che dopo aver scaricato a Tehran venne abbattuto in volo, ma non dagli iraniani. Furono i russi ad abbatterlo, dopo essere riusciti in qualche modo ad attrarre il C-144 nella zona di territorio russo a 40 Km. a sud di Yerevan. Probabilmente l’equipaggio avrà pensato “andiamo a vedere, tanto non abbiamo niente da perdere, niente a bordo di cui ci possano accusare”, e invece russi li hanno direttamente abbattuti. In ogni caso, il succo è che il Mossad non volle più rischiare il mio 707 in un incidente del genere, e quindi organizzarono il trasporto delle armi attraverso Dubai."

La stessa Dubai – viene da aggiungere – dove nell’agosto del 2001 Osama bin Laden incontrò gli uomini della CIA che nel frattempo lo stavano cercando in tutto il mondo. Il trasporto di armi, a sua volta, sarebbe stato organizzato dagli stessi israeliani che nel 2002 (Karina-A) accusarono Arafat di importare armi attraverso il Mar Rosso. La vita è davvero curiosa, a volte.
Bisogna anche dire, in tutta onestà, che John Lear è un personaggio molto controverso, e non lo si può considerare affidabile al cento per cento. Lo si ritrova spesso al centro di pesanti polemiche, specialmente da quando ha deciso di fare alcune rivelazioni, rispetto ai segreti militari sugli UFO, in confronto alle quali il traffico d’armi del Mossad è una barzelletta di mezza estate.
Non si comprende però perchè dovrebbe inventarsi una cosa le genere, che fra l’altro – come dicevamo – sorprende forse, ma non riesce comunque a stupire.
Sempre nell’ambito di questa perversa “logica trasversale” si può anche far ricadere una seconda affermazione fatta da John Lear nel corso dell’intervista: gli USA hanno dovuto intervenire militarmente in Afghanistan – racconta – per impedire che i Talebani dessero fuoco e distruggessero per sempre le piantagioni di oppio.
Curiosamente, io stesso ricordo che nell’agosto del 2001 fui colpito da una “strana” notizia passata dalla CNN: i Talebani avevano deciso, senza apparente motivo, di congelare completamente la produzione di oppio nel loro paese, e il senso di “dispetto” che emanava da quel gesto era addirittura ridondante.
“Come tutti sanno – conclude Lear nella sua intervista – l’80 per cento dell’economia mondiale gira attorno al traffico illecito di stupefacenti”.
Non sarà forse affidabile al cento per cento, ma per qualche motivo risulta difficile non credere a quest’uomo.

L’ intervista di John Lear a “Pilots for 9/11 Truth”

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La truffa dell’influenza suina

ago 30th, 2009 | By admin | Category: News

Pubblicato da Paxtibi su La Voce del Gongoro

Questo è un articolo da leggere e diffondere per contrastare l’assurda propaganda sulla pandemia suina, la terrificante minaccia che uccide meno del raffreddore per combattere la quale miliardi di dollari devono passare dalle tasche dei legittimi proprietari in quelle delle multinazionali farmaceutiche meglio collegate con il potere politico.
Un’incredibile farsa che illustra alla perfezione il funzionamento dello stato corporativo e fascista.

Di Andrew Bosworth
L’allarme è suonato. I politici, i dirigenti delle farmaceutiche ed i conglomerati dei media vorrebbero farci credere che una pandemia stile 1918 sia una minaccia reale. La pandemia del 1918, tuttavia, si è evoluta nelle condizioni uniche della Prima Guerra Mondiale, per quattro motivi specifici.
Perché il 2009 non è il 1918
Innanzitutto, la Prima Guerra Mondiale fu caratterizzata da milioni di truppe che vivevano nelle trincee allagate lungo il fronte occidentale. Questa zona di guerra si trasformò in un terreno fertile per un virus opportunista, come la letteratura medica rivela:
“… un paesaggio contaminato da irritanti respiratori quali il cloro ed il fosgene e caratterizzato da fatica e sovraffollamento, la parziale inedia tra i civili e l’occasione per il veloce ‘passaggio’ dell’influenza tra giovani soldati avrebbe fornito l’occasione per multiple ma piccole alterazioni mutazionali in tutto il genoma virale.” [1]
Secondo, la guerra vide lo sviluppo di accampamenti e porti d’imbarco militari su scala industriale, come Etaples in Francia, permettendo al virus dell’influenza di entrare in un’altra fase di mutazione accelerata. In quei giorni Etaples era una città improvvisata di 100.000 truppe provenienti da tutto l’Impero Britannico e dai suoi ex domini. Questi soldati erano concentrati in antigieniche caserme, tende e mense.
Oggi, molte città e nazioni hanno dense concentrazioni di persone; nessuna di queste, tuttavia, è geograficamente isolata nelle stesse condizioni di una guerra di trincea e degli schieramenti stile Prima Guerra Mondiale. Naturalmente, ci sono micro-popolazioni nelle prigioni (soggette a tubercolosi resistenti ai farmaci), nelle caserme militari (soggette ad agenti patogeni respiratori ed infezioni meningococciche) e sulle navi da crociera (soggette al Norovirus) – tutte prove del legame fra isolamento umano da un lato e malattia infettiva dall’altro.
Terzo, dopo la guerra, navi come la USS Alaskan si sono trasformate in capsule di Petri galleggianti. Migliaia di soldati vennero stipati come sardine per il lungo viaggio verso casa, permettendo che il virus si riproducesse all’interno di unità ermeticamente chiuse.
Quarto, le truppe vennero ammucchiate in vagoni chiusi per il viaggio di ritorno alle basi militari, dove infettarono le nuove reclute. Più tardi, fu documentato che i reggimenti dell’esercito le cui caserme prevedevano soltanto 13 metri quadri per soldato ebbero un’incidenza di influenza fino a dieci volte quella dei reggimenti che permettevano 23 metri quadri per persona. [2]
Il virus dell’influenza del 1918 diventò pandemico perché, durante la Prima Guerra Mondiale, il normale rapporto ospite-agente patogeno venne abbandonato quando milioni di giovani furono ammucchiati in confinamento geografico. Nella Prima Guerra Mondiale, un virus influenzale si presentò con un numero apparentemente illimitato di ospiti quasi tutti giovani, maschi e con il sistema immunitario compromesso. Non limitato e non controllato dalle usuali abitudini del comportamento umano, il virus è andato canaglia.
I virus dell’influenza sono furbi, ma non sono suicidi: se l’ospite si estingue anche il virus si estinguerà. La strategia evolutiva, dalla prospettiva del virus, è di rimanere un passo avanti – ma non due – al sistema immunitario sia degli esseri umani che degli animali. Il virus dell’influenza mira ad infettare e riprodursi senza uccidere una massa critica degli ospiti, del branco, in modo che la virulenza del virus si smorza dopo essere diventata mortale per gli individui ai margini della popolazione ospite: i deboli e gli anziani. La Prima Guerra Mondiale sconvolse questo rapporto sincronizzato e co-evolutivo fra i virus dell’influenza e le popolazioni umane.
Dal 1918 non c’è stata nessuna influenza abbastanza forte da produrre, in milioni di persone, una “tempesta di citochina,” che è una reazione esagerata immunologica che conduce all’edema polmonare (i polmoni si riempiono di liquido) – la maledizione di quelli con il sistema immunitario più forte, normalmente fra i 20 e i 40 anni.
Nelle normali pandemie di influenza, anche in quelle gravi, il virus uccide una parte dei deboli e degli anziani. Questo pare sia stato il caso nel 1837 per la Germania e nel 1890 per la Russia, benché le prove mediche certe scarseggino. Fu certamente vero per l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza di Hong Kong del 1968, nessuna delle quali fu significativamente mortale per i giovani adulti. L’influenza del 1976-1977 venne esposta come bufala, truffa, con molto più morti per il vaccino che per l’influenza in sé.
Effettivamente, il 1918 fu un’aberrazione. Da allora, nessuna influenza ha falciato via tanta gente: circa 500.000 Americani e una cifra fra i 25 e i 50 milioni di persone in tutto il mondo in tre ondate: la prima a marzo, poi ad agosto (l’ondata più mortale), quindi ancora nel novembre del 1918, fino alla primavera del 1919.
Le origini della pandemia de 1918 si possono far risalire alle trincee della fronte occidentale nel 1915, 1916 e 1917: alla prima guerra industriale ed internazionale su vasta scala del mondo. Non ci fu altra causa: se la Prima Guerra Mondiale non fosse stata combattuta, è inconcepibile che la pandemia di influenza del 1918 sarebbe stata così severa. Oggi, nel 2009, assenti le condizioni della Prima Guerra Mondiale, è assurdo che le autorità politiche e mediche sostengano che l’influenza suina sia una minaccia alla società.
Le origini misteriose del virus dell’“influenza suina” H1N1
Se l’attuale virus dell’influenza suina H1N1 diventerà anormalmente mortale, tre sarebbero le principali spiegazioni: la prima, che il virus sia stato liberato casualmente, o sia fuoriuscito, da un laboratorio; la seconda, che l’impiegato scontento di un laboratorio abbia liberato il virus (come accaduto, secondo la versione ufficiale degli eventi, con l’attacco all’antrace del 2001); la terza, che un gruppo, una società o un ente governativo abbia liberato intenzionalmente il virus per interessi di profitto e potere.
Ciascuna delle tre alternative rappresenterebbe una spiegazione plausibile se il virus dell’influenza suina dovesse diventare mortale. Dopo tutto, il virus dell’influenza del 1918 era morto e sepolto – fino a che, cioè, degli scienziati hanno dissotterrato una bara per ottenere una biopsia del cadavere in essa contenuto. Più tardi, i ricercatori hanno similmente disturbato una donna Inuit sepolta sotto il permafrost. [3]
L’Istituto di Patologia delle Forze Armate degli Stati Uniti, con uno scienziato della Facoltà di Medicina di Mount Sinai, hanno quindi cominciato a ricostruire la Spagnola del 1918. Se l’Iran o la Corea del Nord si fossero dedicati ad esperimenti da Frankenstein (con tanto di saccheggio di tombe) per ricostituire il virus del 1918 gli Stati Uniti ed il Regno Unito avrebbero fatto fuoco e fiamme al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La cosa interessante è che numerosi medici e scienziati sospettano che il virus dell’influenza suina sia stato coltivato in un laboratorio. Un noto virologo australiano, Adrian Gibbs – che è stato uno dei primi ad analizzare le proprietà genetiche dell’influenza suina del 2009 – crede che degli scienziati abbiano accidentalmente creato il virus H1N1 producendo vaccini. E il dottor John Carlo, direttore medico di Dallas Co., ha detto: “questa forma d’influenza suina che è stata coltivata in laboratorio è qualcosa che non è mai stato visto prima negli Stati Uniti e nel mondo, quindi questa è effettivamente una nuova forma d’influenza che è stata identificata.” [4] A causa di ciò, il virus dell’influenza suina del 2009 – che deve ancora essere rilevata negli animali – ha un pedigree piuttosto sospetto.
La campagna di propaganda
Su tutti i media mainstream, i notiziari annunciano una morte per influenza suina dopo l’altra (anche se l’influenza ordinaria uccide circa 35.000 americani ogni anno). Ad un esame più accurato di ciò che passa per giornalismo, si scopre che le vittime avevano “problemi sanitari di fondo,” “una comune condizione della salute di fondo,” o “condizioni mediche significative.”
Un titolo ha persino strombazzato: “Madre con influenza suina muore dopo aver partorito, lasciando il suo bambino prematuro a lottare per la vita,” e soltanto più tardi, sepolto in profondità nel resoconto sottostante, si spiegava che aveva “altri problemi di salute” che includevano l’essere costretta su una sedia a rotelle a causa di un grave incidente stradale.
Cittadini in tutto il mondo sono sempre più scettici sui titoli allarmistici seguiti da spiegazioni in caratteri minuscoli. Sono a disagio di fronte ai tentativi di creare il “bispensiero” – un termine coniato da George Orwell in 1984 che si riferisce all’intrattenere due idee contraddittorie simultaneamente, paralizzando il pensiero critico.
I media non hanno mai avuto l’abitudine di segnalare casi di persone che, senza motivo, sono morte d’influenza. Dei 35.000 americani che muoiono ogni anno per malattie correlate all’influenza, alcuni sono relativamente giovani e sani. Succede. Quest’anno, tuttavia, le loro storie occupano le prime pagine.
Secondo le ultime notizie l’influenza suina H1N1 può colpire i polmoni e condurre alla polmonite. Ma questo è ciò che distingue l’influenza dal raffreddore comune in primo luogo; ed ecco perché decine di migliaia di anziani muoiono ogni anno per sintomi di tipo influenzale. Fox News ha persino sostenuto che “questo cambia e subisce mutazioni e ritorna in forme diverse…,” (come tutti i virus dell’influenza). In breve, i media ora usano gli stessi sintomi ordinari dell’influenza per alimentare la paura.
Fortunatamente, un’onda crescente di media online sfida la propaganda. Nel 1976, non c’erano voci contrastanti e gli spot manipolativi della televisione del Centro di Controllo delle Malattie dominavano le onde radio. Fortunatamente, come testamento per la sfacciataggine ufficiale, questi video sono ora archivati e reperibili su internet sotto il titolo “1976 Swine Flu Propaganda.”
Ora come allora, la politica pandemica del governo degli Stati Uniti si alterna fra il ridicolo ed il ripugnante. Il sito del governo sull’influenza è rivelatore. In primo luogo, la sezione storica sul virus del 1918 è intellettualmente disonesta, non facendo assolutamente nessun collegamento fra le condizioni uniche della Prima Guerra Mondiale e la pandemia d’influenza; al contrario, il sito propaga l’errata nozione che questo virus sia spuntato fuori all’improvviso.5
In secondo luogo, il sito annuncia un assurdo video concorso in stile American Idol: “Crea un Video sulla Prevenzione o la Cura dell’Influenza & Vinci 2500 Dollari in Contanti!” (Il Congresso ha stanziato 8 miliardi di dollari per la prevenzione dell’influenza suina e può offrirne solo 2.500 ai proles – o, piuttosto, all’unico prole che, sollevandosi sopra la mediocrità, meglio ripeterà la linea del partito.)
E terzo, il sito incoraggia l’uso di Twitter per “essere informati…” C’è qualcosa di vagamente inquietante in un governo federale degli Stati Uniti che promuove Twitter come forma di resistenza all’autoritarismo straniero, mentre, simultaneamente, usa la rete sociale per confederare e proteggere ulteriormente l’abuso di potere nel paese.
1976 + 1984 = 2009
In definitiva, sembra che la pandemia d’influenza suina del 2009 non sarà un 1918. Potrebbe però essere una truffa stile 1976, con scopi di potere e profitto, con dentro una punta di 1984 di Orwell per buona misura.
Note
1. JS Oxford, A Sefton, R Jackson, W Innes, RS Daniels e NPAS Johnson, “World War I may have allowed the emergence of ‘Spanish’ influenza,” The Lancet/ Infectious Diseases Vol. 2 February 2002.
2. CR Byerly. 2005. Fever of War: The Influenza Epidemic in the U.S. Army During World War I. New York, NY: New York University Press.
3. Ann H. Reid, Thomas G. Fanning, Johan V. Hultin, e Jeffery K. Taubenberger, “Origin and Evolution of the 1918 Spanish Influenza Virus Hemagglutinin Gene,” PNAS Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. Division of Molecular Pathology, Department of Cellular Pathology, Armed Forces Institute of Pathology, Washington, DC. Communicated by Edwin D. Kilbourne, New York
4. Paul Joseph Watson, “Medical Director: Swine Flu Was ‘Cultured In A Laboratory.” questa forma d’influenza suina che è stata coltivata in laboratorio è qualcosa che non è mai stato visto prima negli Stati Uniti e nel mondo, quindi questa è effettivamente una nuova forma d’influenza che è stata identificata, 26 aprile 2009.
5. http://www.flu.gov/

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