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Archive for dicembre 2009

Opinione : Un anno di miserie

dic 31st, 2009 | By admin | Category: News

di

Marco Cedolin

Nel volgere indietro lo sguardo al 2009 che sta terminando è forte la sensazione di esserci soffermati troppo spesso a guardare la pagliuzza che allignava nell’occhio altrui, senza fare più di tanto caso alla trave conficcata nel nostro.
E’ stato l’anno della crisi economica, con il PIL di tutto l’Occidente in caduta libera come non accadeva da molto tempo. Una crisi rappresentata però dal circo mediatico con lo sguardo rivolto al paese immaginario del Mibtel e del Nasdaq e ben poca attenzione nei confronti del paese reale fatto di fabbriche che chiudono, disoccupati, famiglie ridotte sul lastrico. Una crisi, quella del paese immaginario, che nelle parole di politici ed economisti starebbe già volgendo al termine, simile ad una sfuriata temporalesca primaverile. Una crisi, quella del paese reale, che sta acuendosi sempre più, senza che si vedano i prodromi di un’inversione di tendenza, semplicemente perché nessuno si è sentito in dovere di analizzarne le vere cause (globalizzazione e modello di sviluppo) e adottare le opportune contromisure (mutamento radicale del modello di sviluppo) che sarebbero risultate politicamente scorrette e scarsamente gradite ai grandi poteri finanziari che attraverso la globalizzazione ed i licenziamenti stanno costruendo sempre nuovi profitti.
E’ stato l’anno del drammatico terremoto in Abruzzo, “usato” dal governo (che tutto sommato ha gestito discretamente la situazione) come vetrina all’interno della quale specchiarsi. E della tragica strage di Viareggio, …
… dove decine di persone sono morte, bruciando come torce, a causa dell’esplosione di un convoglio ferroviario difettoso che durante la notte attraversava la stazione. Una strage, quella di Viareggio, presto colpevolmente dimenticata dai grandi media e dalla politica, in quanto sarebbe stato difficile spiegare agli italiani con quanto pressappochismo e mancanza di rispetto per le più elementari norme di sicurezza, viene gestito il trasporto delle sostanze altamente pericolose sulle rotaie ferroviarie. Ma anche l’anno delle frane e degli smottamenti, a cominciare dal disastro di Messina, causa della cementificazione selvaggia e dei mancati investimenti nella cura del territorio.
E’ stato l’anno della truffa della pandemia dell’influenza suina, utilizzata dai governi mondiali per ottenere un cospicuo trasferimento di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle di Big Pharma, attraverso l’acquisto di milioni di dosi di un vaccino tanto inutile quanto pericoloso, destinato ad ingrossare a breve la montagna di spazzatura che già ammorba il pianeta.
E’ stato l’anno del premio Nobel per la pace a a Barack Obama, già trasformatosi anzitempo nello scarafaggio di kafkiana memoria, pronto a spedire in Afghanistan 30.000 nuovi soldati, nonché a rinverdire l’ologramma del terrorismo per giustificare il prossimo raid americano nello Yemen. Ed è stato l’anno del massacro di Gaza, quando nel corso dell’operazione piombo fuso, di fronte al colpevole silenzio omertoso delle “democrazie” occidentali, l’esercito israeliano ha ucciso (con l’ausilio di un vasto campionario di armamenti) oltre 1400 cittadini palestinesi, in larga parte giovani e bambini.
E’ stato l’anno dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che di fatto sovrascrive le varie costituzioni nazionali, rendendole simili a carta straccia e promuove a pieni titoli l’Europa dei banchieri e dei faccendieri senza scrupoli, annientando quella dei popoli.
E’ stato l’anno di Mauro Moretti, ad delle Ferrovie, che con cadenza mensile ha inaugurato il nuovo TAV italiano, dispensando orari di fantasia che i treni sistematicamente non riescono a rispettare e nel contempo è riuscito a far toccare alle ferrovie italiane il punto più basso della loro storia, quando durante le recenti nevicate dicembrine di fronte al collasso del sistema (ormai ridotto in condizioni disastrose) non ha trovato di meglio che consigliare ai viaggiatori di portarsi appresso coperte e panini per affrontare le conseguenze del viaggio con Trenitalia.
Ma è stato anche l’anno delle veline e di Berlusconi, della D’Addario, di Marrazzo e dello scandalo trans, del crocefisso negato nelle scuole, della soppressione di una libertà di stampa mai esistita in Italia, del best seller “Papi” di Marco Travaglio alle prese col rinnovo del proprio contratto in RAI, delle primarie del PD, della “rivoluzione viola” del NO B Day, della FIAT “eroica” che investe all’estero ma chiude gli stabilimenti in Italia, della completata metamorfosi (ancora Kafka) dell’ex camerata Fini Gianfranco da pupillo di Almirante a pupillo del centrosinistra, della statuetta del Duomo lanciata da Tartaglia sul muso del Premier, della conversione del salapuzio Berlusconi dall’amore per il proprio ego a quello per il prossimo, di Bruno Vespa che litiga con Floris, “dell’erudito” Gianni Riotta che consiglia Wikipedia come punto di arrivo dell’informazione, dei soldati italiani che oltre a fare la guerra in Afghanistan presidiano le discariche e spalano la neve a Milano e di Nichi Vendola liquidato dal PD perché non piace a Casini.
Insomma, senza dubbio un ottimo viatico per il 2010 che sta arrivando, carico di grandi problemi e altrettanti specchietti per le allodole, costruiti con lo scopo precipuo d’indurci a spostare il nostro sguardo dall’altra parte, meglio se sulla schedina del superenalotto che proprio quest’anno ha festeggiato il record d’incassi.

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L’anno della Tigre

dic 31st, 2009 | By admin | Category: News

 

Da Pechino a Goteborg, la strada non è certo corta. Ma i manager della casa automobilistica cinese Geely l’hanno macinata tutta. E alla fine sono (quasi) riusciti a mettere le mani su uno dei gioielli dell’industria svedese: le famose station wagon (o “famigliari”) targate Volvo. Volvo che appartiene all’americana Ford. E che appunto dovrebbe passare alla scuderia Geely. Il condizionale è ancora d’obbligo perchè – al momento – c’è solo un accordo preliminare. Ma si sa già il prezzo: tra gli 1,8 e i 2 miliardi di dollari, secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Financial Times.

L’accordo tra Geely e Ford è stato siglato l’antivigilia di Natale. Ed è finito sommerso dalle solite cronache al sapore di panettone. Del resto: babbi natale, presepi viventi e “messaggi(ni) d’amore (e di odio)” dei politici italioti – anche in quest’anno di disgrazia (economicamente parlando) – reclamavano il loro spazio. E così è stato. Tiggì e giornali tricolori hanno dedicato alla prima casa automobilistica europea finita in mani cinesi giusto poche righe o qualche secondo di video. Ma l’accordo Geely-Ford non è un caso isolato. E dovrebbe dare da riflettere.

Ad ottobre un’altra società di Pechino, la Sichuang Tengzong ha comprato da General Motors gli imponenti fuoristrada Hummer (quelli, per capirci, che sembrano carri armati; la Sichuang Tengzong li avrebbe pagati, sempre secondo indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, circa 150 milioni di dollari). Mentre a metà dicembre la Beijing auto – altra casa automobilistica cinese – ha spogliato, a suon di dollari, la Saab dei suoi brevetti (acquistandoli per poco meno di 300 milioni di dollari). Uno shopping imponente. Ma più che giustificato. Fino a dodici mesi fa, il mercato automobilistico numero uno al mondo – quello, per parlare piatto piatto, dove si vendevano più quattroruote – erano gli Stati Uniti. Ma – secondo le stime della società di marketing J.D. Power Associates (pubblicate, lunedì scorso, dal quotidiano “La Stampa”) – la musica ora è cambiata. Tra gennaio e dicembre 2009, a Pechino e dintorni si sarebbero vendute 12,7 milioni di automobili. Negli Usa solo 10,4 milioni.

Un sorpasso storico.

Dirà qualcuno di voi: ma come? E la classica immagine delle fiumane di cinesi in bicicletta? Per carità: le fiumane di bici e motorini ci sono ancora. Ma quella icona della Cina pare avviata sul viale del tramonto. Perchè i numeri parlano chiaro. E fotografano un Paese in piena febbre da motorizzazione di massa. Come – per certi versi – l’Italia degli anni Cinquanta. Dove i ladri di biciclette – e relative dueruote – ancora abbondavano. Ma erano destinati col tempo a scomparire.

Epperò: va da sè che produrre e vendere milioni di automobili non basta. Che ci vuole anche il carburante per farle camminare. E anche su questo fronte, la Cina ha lavorato e sta lavorando tanto.

Sempre quest’anno Pechino ha messo a segno tre autentici colpacci con altrettanti vicini di casa. Colpaccio numero uno: ad inizio dicembre, il presidente cinese Hu Jintao ha inaugurato il primo tratto del gasdotto che dovrebbe collegare il Turkmenistan – pezzo d’Asia ignoto ai più, ma che è il quinto produttore di metano al mondo – con la parte più a Ovest della Cina. Un “tubo” che sarà lungo 1.800 chilometri e trasporterà – a pieno regime – qualcosa come 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno (tanto per avere un termine di paragone: il fabbisogno di metano dell’Italia si aggira attorno agli 8 miliardi di metri cubi, sempre ogni dodici mesi). E poi: colpaccio numero due: lo scorso 21 dicembre, la China national petroleum corp ha stretto un accordo con il Myanmar (ovvero l’ex Birmania) per costruire un oleodotto, lungo altri 771 chilometri, e capace di trasportare 12 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Infine: colpaccio numero tre: quest’anno la Cina ha concesso un prestito da 25 miliardi di dollari alla Russia di Vladimir Putin. E in cambio ha chiesto petrolio. Petrolio che in futuro scorrerà a fiumi. Anche grazie a un altro oleodotto – e tre – che collegherà la Siberia con i porti russi sull’oceano pacifico. Capacità a pieno regime: 1,6 milioni di barili al giorno. Vale a dire – secondo il Financial Timesun terzo di tutto il petrolio attualmente prodotto e esportato dalla Russia.

E poi – ovvio – c’è il Medio Oriente. China national Offshore Oil company – una delle prime compagnia petrolifere cinesi – lo scorso giugno ha chiuso un accordo con l’emirato arabo del Qatar. L’intesa garantirà alla Cina un approvvigionamento di due milioni di tonnellate di gas liquido all’anno, per 25 anni. Un ottimo affare che val la pena ricordare a titolo di esempio. Ma che non rende a pieno le dimensioni dello sforzo messo in campo dall’ex celeste impero per dar vita a rapporti sempre più stretti con i signori arabi dell’oro nero. Secondo il Financial Times: nell’ultimo decennio, i commerci tra il Medio Oriente e l’Asia fabbrica del mondo si sono moltiplicati per sei. Valevano 110 miliardi di dollari nel 2001. Sono arrivati a quota 600 miliardi di dollari nel 2008.

Boom dell’auto, dunque. E richiesta altrettanto boom di petrolio e affini.

Ma: e la crisi? E la crisi ha colpito durissimo anche Pechino. Che vive di esportazioni. E che, secondo Reuters, ha visto proprio le esportazioni calare – nei primi 11 mesi di quest’anno – di quasi un quinto (il 18,8%). E però c’è un però. Pechino ha cercato – e apparentemente è riuscita – a coprire le perdite del presente con i risparmi del passato.

Per farla breve. Per anni e annorum, gli Stati Uniti hanno comprato container su container di prodotti cinesi (la Cina è da tempo il primo esportatore negli Usa). E così: gli statunitensi spendaccioni si sono ritrovati con un mare di debitila somma di debito pubblico e debito privato negli Stati Uniti è pari a oltre il 350% del Pil. Mentre Pechino ha accumulato una valanga di valuta pregiata - per la precisione le riserve cinesi ammontano attualmente a 2.300 miliardi di dollari (cifra che equivale a circa un sesto dell’intero Prodotto interno lordo del Paese più ricco del mondo, cioè sempre gli Usa). Danari che il governo cinese ha finalmente cominciato a spendere. Parte per stimolare il mercato interno (con un piano da poco meno di 600 miliardi di dollari). E parte – appunto – per fare lo shopping di brevetti, aziende e materie prime di cui sopra.

I risultati? Apparentemente davvero niente male.

Insomma: la Cina sta chiudendo un 2009 non proprio da incorniciare. Ma nemmeno da dimenticare. Anzi. Mentre i dodici mesi che stanno per chiudersi hanno regalato a Giappone, Europa e Stati Uniti non solo una crisi pesantissima (e destinata a passare alla Storia con la “S” maiuscola), ma anche un’altra dura lezione. Non è vero – come voleva la balla diffusa dai media a reti unificate (e dal vago sapore razzista) - che i cinesi siano tutti braccia e niente cervello, e sappiano solo copiare. E non è vero che qualunque cosa accada, le teste pensanti delle aziende – leggi i centri di ricerca e il management – rimarranno sempre e comunque in Occidente.

Perchè – anche se (soprattutto nel Belpaese) se ne saranno accorti in pochi – sono stati propio gli scienziati cinesi i primi a mettere a punto un vaccino contro l’influenza suina. E perchè tra i pochi che se ne sono accorti c’è stata la casa farmaceutica svizzera Novartis, che – a novembre di quest’anno - ha deciso di investire 100 milioni di dollari per aprire un centro di ricerca proprio in Cina. Dove – tra l’altro – lo stipendio di un ricercatore costa pure molto molto meno. Cosa che non dev’essere sfuggita – tornando per un istante al Belpaese – neppure ai manager finlandesi della Nokia. Che hanno annunciato la chiusura del loro centro di ricerca e sviluppo a Milano, per trasferirlo parte a Hangzou (Cina) e parte a Bangalore (India). Con tante grazie, ma nessun arrivederci per i loro dipendenti italiani.

Prima di concludere, un dubbio e un caveat: ma sarà davvero tutt’oro quel che luccica? Probabilmente, no. Perchè non bisogna dimenticare che in Cina non esiste una stampa libera. E che le notizie che arrivano in Occidente – soprattutto quelle sulle performance economiche – sono tutte lette, sottoscritte e approvate dal governo cinese. Dunque: non è da escludere qualche brutta sorpresa. E qualche crac o tonfo imprevisto. Ma i fatti e i numeri che abbiamo a disposizione sono quelli che sono. E – per ora – dicono tutti la stessa cosa: le prime tre economie al mondo – l’effervescente Cina, e gli ammaccati Giappone e Stati Uniti – si affacciano tutti sul Pacifico.

E la cosa – come si diceva al principio – dovrebbe far riflettere noi che viviamo nella vecchia e gloriosa Europa. Ovvero i vertici della Ue a Bruxelles. Così come – nel loro piccolo – gli imprenditori e i politici italioti. Dovrebbe, si diceva. Ma non è stato così. L’anno che sta per chiudersi nel Belpaese è stato vissuto tutto all’insegna dei papi e delle pupe, dei trans e dei marrazzi, e – da ultimo – dei modellini usati come corpi contundenti da psicolabili aspiranti salvatori della democrazia e della Patria.

Così siamo messi. Ed ecco perchè chi scrive – dopo aver passato un anno a raccogliere tutte le notizie qui sopra – si è sentito pure in dovere di metterle in fila. E di confezionarci un post, a mo’ di messaggio in bottiglia. Perchè nessuno – nessuno – della stampa blasonata di questo disastrato Belpaese ha pensato (finora) di fare altrettanto. E di vergare uno straccio di analisi.

Il 2010 per la Cina sarà l’anno della tigre, non solo astrologicamente parlando. Per l’Italia – a giudicare dall’impressionante numero di cassintegrati che prima o poi finiranno a ingrossare le file dei disoccupati – sarà solo un altro giro di boa, verso un futuro più difficile e più incerto. E a giudicare dall’inesistente dibattito pubblico e politico sul nostro futuro, verrebbe da dire che ce lo siamo ampiamente meritati.

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ISRAELE AMMETTE IL FURTO DI ORGANI

dic 31st, 2009 | By admin | Category: News

A CURA DI ALJAZEERA.NET

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Israele ha ammesso di aver indebitamente prelevato organi dai cadaveri di palestinesi e israeliani negli anni ’90, senza il permesso delle loro famiglie.
L’ammissione segue l’intervista rilasciata da Jehuda Hiss, ex capo dell’Istituto Forense Israeliano, nel corso della quale egli ha affermato che alcuni soggetti impiegati presso l’Istituto asportarono pelle, cornee, valvole cardiache e ossa dai corpi di lavoratori israeliani, palestinesi e stranieri.
Durante l’intervista, condotta nel 2000 quando Hiss era a capo di Abu Kabir, l’Istituto Forense di Tel Aviv, egli ha detto: “Abbiamo iniziato a rubare le cornee…Tutto quello che succedeva era altamente informale. Alle famiglie non era stata chiesta alcuna autorizzazione”.
Nancy Scheper-Hughes, conduttrice dell’intervista, lo scorso lunedì ha reso note ad Al Jazeera le parole di Hiss secondo cui “le parti umane erano usate dagli ospedali per i trapianti – trapianti di cornea. Venivano spedite agli ospedali pubblici (per essere utilizzate sui cittadini)”.
Linee guida ‘non chiare’
"Mentre la pelle finiva in una speciale banca di tessuti, fondata dai militari, per utilizzo loro”, ad esempio sulle vittime delle ustioni.
Queste attività si dice siano terminate nel 2000.
L’intervista è stata trasmessa anche su Channel 2 della televisione israeliana, la quale riportava la frase di un militare di Israele secondo cui: “Questa attività è terminata una decina d’anni fa e cose del genere non accadono più”.
Il ministro della salute israeliano ha riferito durante il servizio di Channel 2 che, all’epoca, le linee guida in materia di trapianti “non erano chiare” e che per gli ultimi 10 anni “Abu Kabir ha lavorato nel rispetto dell’etica e della legge ebraica”.
Scheper-Hughes, professoressa di antropologia all’Università della California – Berkeley, ha affermato di aver reso pubblica l’intervista a fronte della controversia sollevata la scorsa estate da un quotidiano svedese in merito all’asserito traffico di organi.
In agosto, il quotidiano Aftonbladet aveva infatti pubblicato un articolo [foto accanto al titolo N.d.r.] nel quale sosteneva che l’esercito israeliano aveva prelevato organi da uomini palestinesi dopo averli uccisi [Si vedano i seguenti articoli pubblicati su Comedonchisciotte: (1), (2), (3) N.d.r.].
Israele ha smentito queste affermazioni, bollandole come anti-semite, e l’accaduto ha determinato delle tensioni quando la Svezia si è rifiutata di scusarsi per l’articolo, dicendo che la libertà di stampa ne impediva l’intervento.
‘Morti conflittuali’
Donald Bostrom, il giornalista che ha svelato la storia su Aftonbladet, ha detto ad Al Jazeera: “Il personale dell’ONU è venuto da me per dirmi che avrei dovuto fare chiarezza su questa storia molto importante. Giovani palestinesi stavano scomparendo in quelle zone, per ricomparire dopo cinque giorni nei villaggi, una volta che era stata praticata loro un’autopsia contro la volontà delle loro famiglie”.
“Dobbiamo sapere chi sono le vittime. Le madri devono sapere cos’è accaduto ai loro figli”.
Bostrom ha spiegato che non c’erano prove atte a dimostrare che quelle persone erano state uccise per i loro organi e che c’era invece bisogno di un’investigazione finalizzata a scoprire se le vittime fossero individuate sulla base di un disegno prestabilito o se fossero invece scelte a caso.
Bostrom ha aggiunto che Hiss è la “chiave principale” per dare una risposta a tali questioni aperte, ma che c’erano anche altre persone coinvolte che avrebbero potuto aiutare a scoprire la verità.
Scheper-Hughes ha detto che alcuni dei palestinesi dai cui corpi erano stati prelevati gli organi erano stati uccisi durante i raid militari.
“Alcuni dei corpi erano sicuramente di palestinesi uccisi nel conflitto”, ha detto ad Al Jazeera.
“I loro organi sono stati asportati senza il consenso delle famiglie e sono stati utilizzati per servire alle necessità del paese sia in ambito ospedaliero che militare”.
‘Tecnicamente illegale’
Scheper-Hughes ha raccontato di aver saputo da Hiss “che le persone che si sono occupate del furto di organi erano state mandate dai militari. Spesso si trattava di studenti di medicina”.
“L’ha fatto in modo informale e senza autorizzazioni, ed era tecnicamente illegale” ha detto Scheper-Hughes.
Secondo la professoressa, l’establishment militare ha dato il proprio “benestare” alle procedure.
Durante la sua intervista con Scheper-Hughes, Hiss ha riferito che le palpebre dei cadaveri venivano richiuse in modo da evitare che la rimozione delle cornee venisse scoperta.
Hiss è stato dimesso dalla sua carica di capo di Abu Kabir nel 2004 a seguito delle irregolarità nell’utilizzo degli organi, ma le accuse nei suoi confronti alla fine sono state fatte cadere. Egli conserva ancora la carica di primario di patologia all’Istituto.

Titolo originale: "Israel admits to organ thefts"
Fonte: http://english.aljazeera.net
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21.12.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE MATERASSI



PROTESTE DI PIAZZA E INFORMAZIONE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’ IRAN

dic 31st, 2009 | By admin | Category: News

 FONTE: IONONSTOCONORIANA (BLOG) 

 

 

 

 

 

 

 

Queste foto difficilmente compariranno sul mainstream "occidentalista", impegnato in blocco e senza discussioni nel sostegno ai manifestanti di Tehran al punto dallo statuire l’esistenza di una rivoluzione in corso d’opera; una rivoluzione ben strana dal momento che le delegazioni internazionali hanno continuato ad andare e venire, la majilis a funzionare, l’Ashura ad essere celebrato come se nulla stesse succedendo.
Le foto provengono dal sito dell’Islamic Republic of Iran Broadcasting e fanno riferimento a quelle che vengono presentate come "proteste popolari" a Sari e Mashad e ad a Tabriz e Rasht.
Preparate o meno, manifestazioni come queste indicano che la realtà della Repubblica Islamica rimane qualcosa di complesso e di sostanzialmente sconosciuto, per quanto vada di moda semplificarla ad uso e consumo di sudditi "occidentali" che spesso neanche più si accorgono di quanto siano sistematici gli inganni e le prese in giro di cui sono fatti oggetto da parte della cupola inamovibile ed autoreferenziale dei potenti: è noto che le esecuzioni extragiudiziali, gli arresti facili e gli abusi della gendarmeria avvengono solo in Iran.
E’ interessante notare che l’Islamic Republic of Iran Broadcasting utilizza, cambiandole di segno, le stesse istanze e le stesse strategie di comunicazione che il mainstream "occidentalista" utilizza per denigrare il dissenso interno: dei "tumulti di Ashura" si mostrano le immagini di devastazione e non altro, allo stesso modo in cui ai tempi del G8 genovese i manifestanti nella loro interezza furono additati al ludibrio e all’odio del rimanente dei sudditi -ben spaparanzato in ciabatte e canottiera davanti al teleschermo e con il grugno nella ciotola dei maccaruna c’a'pummarola a ponderare roba del tipo speriamo li ammazzino tutti- da tutto un sistema mediatico che si intenderebbe ogni giorno di dar lezioni di "democrazia" a chi non ne ha alcun bisogno.
Il peggio che si possa dire dell’"informazione" della Repubblica Islamica dell’Iran è che ha imparato molto rapidamente ad adattare alle proprie necessità la strategia di controparti che dal 1979 in avanti riescono ad intonare al denigratorio perfino una telecronaca dallo stadio Azadi.
L’Islamic Republic of Iran Broadcasting può così asserire che Sayyed Ali Mousavi Habibi è stato ucciso da non meglio definiti "terroristi" e che la morte di tutte le vittime della giornata sarebbe avvenuta in circostanze dubbie. Qui occorre ricordare che il mainstream "occidentale" non ha alcuna remora, da anni, a definire "terrorista" chiunque non abbia in regola le carte per le quali è la committenza politica a decidere le regole. L’"Occidente" è talmente "libero" che è ormai sufficiente gettare un petardo al pallonaio per doversela vedere, magari dopo mesi, con la gendarmeria e con la galera.
E si deve anche ricordare che il Mousavi sconfitto alle elezioni di giugno e leader dell"onda verde" non è né un signor nessuno né un rivoluzionario nel senso corrente del termine, ma un politico di lunghissimo corso che alla Repubblica Islamica ed al suo assetto istituzionale deve praticamente tutto e che ricoprì l’incarico di primo ministro ai tempi della "guerra imposta", durante la quale la tolleranza verso il dissenso non esisteva neppure come vocabolo.
Se volessimo fare un paragone con lo stato che occupa la penisola italiana, potremmo arrivare a sostenere che manifestare e rischiare la vita per Mousavi è un po’ come manifestare e rischiare la vita per Clemente Mastella.
Un’altra cosa interessante riportata dall’articolo in link è l’asserzione secondo la quale la polizia di Tehran sarebbe scesa in piazza disarmata. Esistono immagini che riprendono poliziotti inseguiti da gente intenta a legnarli di santa ragione, ed altre che riprendono persone che agitano scudi, manganelli ed anfibi a mo’ di trofei; questo sembrerebbe confermare il fatto.
Le notizie sulle manifestazioni di Ashura riportate dall’Islamic Republic of Iran Broadcasting sono generalmente intonate alla denuncia di un ubiquo complotto ordito da potenze straniere. La cosa può suonare assurda -in assenza di riscontri obiettivi non la si può qualificare come assurda in modo reciso- ma la storia dell’Iran, almeno dai tempi di Mossadeq in poi, presenta tanti e tanto macroscopici casi di intromissione straniera negli affari interni del paese da consentire al mainstream di fare del complottismo un vero e proprio cavallo di battaglia, ed altre pezze d’appoggio per un simile modo di comportarsi vengono dall’ondata di "rivoluzioni" colorate con le quali gli statunitensi hanno creato negli scorsi anni una rete di governi presuntamente amici, in qualche caso finiti peggio di male come attesta l’umiliante esperienza di Saakashvili, il cadavere politico alla guida della Repubblica di Georgia salito al potere grazie alla "rivoluzione delle rose".
La produzione mediatica del mainstream iraniano non ha motivo di sottrarsi alla prassi ed agli interessi che governano la sua controparte "occidentale" in generale ed "occidentalista" in particolare; c’è se mai da chiedersi in tutta serietà per quale motivo il mainstream "occidentale" si prodiga tanto nell’assegnare o nel negare patenti di "democrazia" che nessuno ha chiesto, e per quale motivo amplifichi gli eventi di Tehran in misura tale da finire per nuocere agli stessi manifestanti.
Qualcuno qualche dubbio deve esserselo posto, perché il famigerato Twitter, lanciato in grande stile in occasione delle manifestazioni del passato giugno da un mainstream "occidentale" che ha preso come oro colato tutto quello che ne usciva, stavolta ha di molto diminuito il proprio cinguettio.
La campagna di marketing con il sangue altrui dev’essere già finita.

Fonte: http://iononstoconoriana.blogspot.com
Link: http://iononstoconoriana.blogspot.com/2009/12/proteste-di-piazza-e-informazione-nella.html
30.12.2009
VEDI ANCHE: ASHURA, GIORNALAME E REPUBBLICA ISLAMICA



La Protezione Civile diventa una società per azioni “Qualcuno ci protegga dalla Protezione civile”

dic 30th, 2009 | By admin | Category: News

Protezione civile Super Spa

di

Fabrizio Gatti

Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni. Un’altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: «Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato». Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaia e centinaia di milioni di euro all’anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica. Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d’oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.

LEGGI: IL DOSSIER CHOC

La questione non riguarda soltanto la rapidità di intervento dopo terremoti, frane o alluvioni. Prendete il tentativo di Berlusconi, per adesso soltanto rinviato, di scippare il Tfr agli italiani, la liquidazione di milioni di lavoratori dipendenti. Quei soldi il governo li voleva trasferire al fondo Grandi eventi di Palazzo Chigi. Cioè la cassaforte affidata in questi anni proprio a Bertolaso per organizzare summit, party esclusivi, adunate religiose, gare sportive attraverso procedure d’urgenza e poteri straordinari. Da quando nel 2001 diventa capo e indossa la famosa maglietta blu, fior di ingegneri e tecnici vengono dirottati a occuparsi di serate di gala, piscine e trampolini (Roma, mondiali di nuoto 2009), alberghi, aiuole e parcheggi (La Maddalena e L’Aquila, vertice G8 2009), asfaltatura di strade e rotonde (Varese, mondiali di ciclismo 2008). Risorse e professionalità che così non possono essere dedicate a tempo pieno ai veri pericoli naturali che minacciano l’Italia. Negli armadi della Protezione civile in via Ulpiano e in via Vitorchiano a Roma vengono infatti tenute segrete previsioni da paura.

Sono le «Proiezioni rischio sismico XXI secolo »: in base a quanto è avvenuto negli ultimi 200 anni, è scritto nel rapporto riservato, nei prossimi 90 anni in Italia bisogna aspettarsi tra i 50 mila e i 200 mila morti e feriti per terremoti, con danni tra i 100 e i 200 miliardi di euro.

È fine novembre quando a Palazzo Chigi si studia come inserire nella legge finanziaria il prelievo del Tfr da destinare ai grandi eventi. Proprio in quei giorni a Rivoli, vicino a Torino, si ricorda il primo anniversario dalla morte di Vito Scafidi, 17 anni, lo studente del liceo scientifico Darwin ucciso dal crollo del soffitto della classe, collassato senza nemmeno la spintarella di una scossa sismica. I miliardi del trattamento di fine rapporto potrebbero servire a rendere più sicuri scuole e ospedali. Ma nel governo pensano a tutt’altro. Il primo dei grandi eventi che potrebbe entrare nel calendario della nuova Protezione civile spa è l’Expo 2015 a Milano: dove i ritardi, ormai sospetti, nella progettazione stanno creando le condizioni per la solita ordinanza d’urgenza. Oppure la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020: con la possibilità di usare le procedure in deroga sugli appalti come grimaldello per scardinare il piano regolatore e, sul modello dei Mondiali di nuoto, costruire centri sportivi e villaggi residenziali nella campagna intorno alla capitale. Altri contratti potrebbero arrivare con il trasferimento del gran premio di Formula 1 a Roma, oltre agli interventi collaterali che accompagneranno le grandi opere considerate strategiche per il futuro, come il ponte sullo Stretto o le centrali nucleari. Bertolaso ha trasformato la Protezione civile in una macchina per creare consenso. Anche tra gli imprenditori. Basta leggere i bilanci della società privata che dal 2001 in poi ha vinto tutti i principali appalti per l’organizzazione finale dei grandi eventi. È una srl con appena 35 mila euro di capitale. Si chiama Gruppo Triumph e ha sede a Monte Mario a Roma. (L’espresso)

 

 

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Terrorismo : Al-Quaeda 2+2

dic 29th, 2009 | By admin | Category: News

di

Massimo Mazzucco

Notizie apparentemente insensate si accumulano in questi ultimi giorni dell’anno.
Secondo le agenzie di stampa, Al-Queda avrebbe rivendicato il rapimento dei coniugi Cicala, i due italiani sequestrati in Mauritania una decina di giorni fa. Motivazione ufficiale: rappresaglia per la partecipazione italiana alle guerre di Afhghanistan e Iraq.
Contemporaneamente, Al-Queda avrebbe anche rivendicato il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit di qualche giorno fa, quando un passeggero ha cercato di dare fuoco ad un ordigno esplosivo legato alla sua gamba, finendo per riportare delle ustioni di terzo grado. Al giudice americano che lo ha interrogato, dopo l’atterraggio senza danni dell’aereo, l’uomo avrebbe detto che “ci sono molti di noi pronti a colpire in tutto il mondo”.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda rapisca dei cittadini italiani per lamentare una occupazione militare di cui noi siamo responsabili in misura irrilevante, e che lo faccia addirittura in un paese che si trova a 20.000 km. di distanza dal beneamato Afghanistan.
Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda mandi a fare gli attentati un imbecille che non è nemmeno capace a dare fuoco ad una miccia, …
… e che si vanta oltretutto di non essere l’unico a rappresentare un pericolo così “mortale” per tutto l’occidente.
Nessun giornalista si domanda a chi siano intestati i famigerati “siti web” su cui continuano a comparire le fantomatiche rivendicazioni di Al-Queda che nessuno riesce mai a vedere.
Loro passano le notizie e basta. Come decerebrati senza volontà e senza spirito critico, accettano per buona qualunque notizia venga riferita dalle agenzie, e si dimenticano di cercare un minimo di senso logico in tutto quello che accade.
Nel frattempo – sempre secondo le agenzie di stampa – continuano in Iran le “pesanti repressioni” del governo di Ahmadinejad contro “ i poveri dimostranti privati del diritto di esprimere la propria opinione”, e già il ministro Frattini parla di “intollerabile violazione dei diritti umani”.
Gli fa eco dal Libano Gianfranco Fini, che sottolinea come il mondo occidentale non possa rimanere silenzioso dietro a fatti di questo genere. Sembra di sentire il coro delle Orsoline, da tanto sono in sintonia questi personaggi.
Nessun giornalista si ricorda che fu proprio Ahmadinejad ad accusare i servizi occidentali – leggi CIA e Mossad – di essere alla radice delle sommosse in Iran, e naturalmente nessuno di loro si ricorda che 2 + 2 ha sempre fatto 4.

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