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Archive for gennaio 2010

Media : Avatar: requiem per la settima arte

gen 31st, 2010 | By admin | Category: News

di

Massimo Mazzucco

Immagine anteprima YouTube

Aveva perfettamente ragione Wim Wenders quando disse, oltre 30 anni fa, che “gli americani ci stanno colonizzando il subconscio”.
Con il successo mondiale di un film come Avatar possiamo affermare che ci sono riusciti in pieno. Questo film infatti decreta la completa, definitiva ed irreversibile morte di quello che una volta era chiamato “cinema”.
Purtroppo non è facile parlare di cinema, poichè non esistono dei canoni assoluti per giudicare i film. L’unico strumento oggettivo a cui possiamo fare ricorso è il cosiddetto “successo di botteghino”, che ci permette almeno di stabilire una graduatoria di gradimento universale, che superi il giudizio individuale.
Negli anni ’50 “Via col vento” fu un grande successo commerciale, per cui possiamo dire che ”Via col vento” fosse un film “bello” per la sua epoca. Negli anni 80 “Bladerunner” fu un grande successo commerciale, per cui possiamo definirlo “bello” per i gusti di quegli anni.
Nel caso di Avatar siamo nuovamente di fronte a record assoluti di incasso, per cui possiamo dichiarare che questo film sia certamente “bello”, rispetto agli attuali canoni di gradimento.
Tutto questo non significa che non si possano giudicare questi canoni, traendo eventuali conclusioni sul cinema in generale, …
.. e non sul film in particolare.
Quando nacque il cinema – dal greco “kinèma”, che significa “movimento” – sembrò prima di tutto un grande miracolo della tecnologia di quei tempi: l’idea di poter riprendere degli operai che escono dalla fabbrica, oppure l’arrivo di un treno in stazione, per poi rivederli “tali e quali” sullo schermo di una sala buia, sembrò a tutti eccitante, magica e meravigliosa.
Presto però i primi autori si accorsero che la vera “magia” del cinema non stava nella riproduzione di un fatto reale, ma nel poterne modificare a piacimento il significato finale, grazie alla tecnica del montaggio.
Tali si rivelarono le potenzialità espressive del montaggio, che il regista russo Eisenstein arrivò a teorizzarne le regole principali nel suo famoso libro “La forma del film”.
Da quel momento in poi il cinema si guadagnò il diritto di comparire accanto alle più nobili forme espressive, fino ad essere acclamato universalmente come “settima arte”.
Nel frattempo i film diventavano sempre più lunghi e complessi, e si cominciò a pensare al cinema come strumento narrativo vero e proprio, introducendo così le stesse problematiche di tipo strutturale già conosciute in letteratura.
Fu sempre un russo, Vladimir Propp, a definire i principi universali della struttura narrativa nel suo libro “Morfologia della fiaba”. Dopo aver analizzato un centinaio di fiabe e racconti popolari, Propp si accorse che seguivano tutti lo stesso schema narrativo, nonostante i personaggi e le ambientazioni fossero completamente diversi l’uno dall’altro.
Si trattava, in realtà, degli stessi principi già individuati da Aristotele nella tragedia greca, che però Propp aveva approfondito al punto da poterli rappresentare con una precisa formula matematica, che conteneva oltre trenta funzioni narrative.
Nel frattempo era scesa in campo Hollywood.
Da sempre sensibili alle nuove possibilità di fare soldi, gli americani avevano capito che quella del cinema poteva diventare una fonte di guadagno praticamente inesauribile.
Per ottenere questo risultato occorreva però togliere il cinema dalle mani dell’autore, per trasformarlo in una vera e propria industria, impersonale ed efficiente, in grado di funzionare indipendentemente dalle persone utilizzate nei vari ruoli di volta in volta.
Proprio “Via col vento” ci offre uno degli esempi più eclatanti, in quanto fu possibile realizzare un campione assoluto di incassi ingaggiando tre registi diversi nel corso della produzione.
L’altro elemento che Hollywood si preoccupò di standardizzare fu quello della struttura narrativa. Esattamente come per le favole di Propp – da cui gli americani avevano imparato la lezione – anche i film di Hollywood ricevevano luce verde solo se le sceneggiature rispettavano certi schemi narrativi, che da un lato garantivano una facile ricezione popolare, ma dall’altro limitavano alla radice la fantasia degli autori.
Ecco perchè a molte persone oggi i film americani sembrano “tutti uguali” . In realtà lo sono: cambiano solo personaggi e ambientazione, ma la “storia” intesa come “protagonista”, “identificazione”, “ricerca dell’oggetto desiderato”, “antagonista”, “conflitto” e “risoluzione” è sempre invariabilmente la stessa.
Iniziarono così due vicende parallele: quella del cinema europeo, autoriale e indipendente, e quella del cinema americano, impersonale e programmato, che avrebbero viaggiato senza mai incontrarsi fino alla fine degli anni ‘70.
Mentre Hollywood sfornava prodotti di intrattenimento, che sacrificavano regolarmente i contenuti a favore dell’aspetto commerciale, sulla nostra sponda gente come Rossellini o Visconti realizzava capolavori assoluti improvvisando con attori della strada, utilizzando avanzi di pellicola e set già esistenti, e facendo ovunque ricorso alla nostra proverbiale “inventiva” per supplire alla cronica mancanza di mezzi.
Negli anni ’60 toccava ai francesi imbracciare la cinepresa e tuffarsi fra la gente, dando così vita al cosiddetto cinema-veritè, mentre negli anni ’70 erano i tedeschi a creare la loro “nouvelle vague”, con le opere di Herzog, Wenders e Fassbinder che appartengono oggi alla storia del cinema. Attraverso gli stessi decenni abbiamo anche opere di grande valore da parte di autori isolati, come Ingmar Bergman, Andrei Tarkovsky o Luis Bunuel, che non erano legati ad una cinematografia particolare, confermando così la fondamentale importanza dell’autore nella creazione di un film europeo.
Ma sul finire degli anni ‘70 avvenne il cortocircuito fra i due sistemi.
Preoccupati da costi di produzione sempre maggiori, dovuti soprattutto alla nascita dello star-system, gli americani si accorsero che il mercato nazionale non era più sufficiente a ripagare con buoni margini i loro investimenti, e cominciarono a guardare al resto del mondo come possibile mercato aggiuntivo. (Oggi il mercato estero rappresenta per un film americano circa il 40% del ritorno sugli investimenti).
Nel frattempo da noi era arrivata la TV, il “cavallo di troia” culturale che aveva già iniziato ad erodere il nostro sistema di valori a favore di quello, molto più vacuo e superficiale, degli americani.
Questo fatto, sommato alla potenza economica del dollaro, rese facile la progressiva conquista del nostro mercato da parte di produzioni molto più commerciali delle nostre, che risultavano ovviamente più gradite al grande pubblico.
Da quel momento il cinema europeo si è andato lentamente estinguendo, senza mai avere la possibilità di riprendersi, poichè condannato in partenza dai costi proibitivi, che gli impedivano di fare concorrenza al prodotto americano. (Per coprirsi le spalle, in ogni caso, gli americani pensarono bene di comperare anche tutti i maggiori circuiti di distribuzione europei, in modo da essere comunque loro a decidere le sorti di qualunque film sul mercato).
Nel 1980 il sottoscritto ebbe la possibilità di conoscere Wim Wenders, a New York, alla presentazione di “Lightning over water”, lo straziante documento da lui realizzato insieme al morente Nicholas Ray. Fu in quell’occasione, mentre gli chiedevo consigli per realizzare il mio primo film, che mi disse con amarezza “lascia perdere, il cinema ormai è morto”. Trovai la cosa sorprendente, soprattutto in bocca ad un autore che si trovava in quel momento all’apice della sua carriera, ma in seguito ebbi a comprendere molto bene il significato di quelle parole. Naturalmente, per “cinema”, Wenders intendeva quello europeo.
Il resto, purtroppo, è storia nota.
Lo strapotere americano nelle nostre sale, e conseguentemente sui nostri schermi TV, si è andato progressivamente rafforzando, fino a portare quell’appiattimento culturale che assimila oggi un italiano ad un portoghese, un tedesco ad un francese, senza più nessuna differenza sostanziale.
Cambia forse il modo di dire “whao!”, ma la parola pronunciata è sempre la stessa.
Arriviamo così ad Avatar, quintessenza del cinema “spettacolare” americano, e ultimo chiodo nella bara di un cinema europeo già agonizzante da oltre 20 anni.
Senza voler entrare nel merito della vicenda, possiamo affermare che l’importanza primaria data al computer rispetto alla cinepresa sancisce già di per sè una sostanziale mutazione nel linguaggio, al punto che l’effetto diventa predominante rispetto al contenuto.
In altre parole, la scena “ha valore” soprattutto se funziona l’effetto visivo, e solo secondariamente se il passaggio narrativo è interessante. (Questo fenomeno si verifica già da tempo, in molti film di Hollywood, ma raramente si era vista una tale preponderanza dell’effetto sul contenuto).
L’utilizzo inoltre di personaggi “artificiali” – generati cioè dal computer, anche se sulla traccia di movimenti umani – permette un enorme risparmio dal punto di vista produttivo (non devi nè pagare il “grande attore” nè costruire dei set reali), ma penalizza l’espressività al punto da ridurla ad un cartone animato, dove i personaggi hanno sei o sette espressioni al massimo, e con quelle ti fanno tutto il film.
Le emozioni sottili, date dalle sfumature della recitazione umana, vengono così sacrificate a favore di un “codice universale”, molto più semplice e comprensibile, ma di portata decisamente limitata. (Anche la grammatica di Word, il noto programma di scrittura della Microsoft, invita apertamente ad usare termini semplici, con frasi brevi, evitando possibilmente la forma passiva).
E’ sempre stato il sogno degli americani, che forse intuiscono i propri limiti culturali, di ridurre ai minimi termini tutto ciò che possa sfuggire alla loro capacità di comprensione, creando un sistema preciso, organizzato e codificato che sia per loro più facile da controllare.
Alcuni lo chiamano pragmatismo, altri vi vedono un poderoso strumento di imperialismo culturale.
Resta in ogni caso da spiegare il grande successo del film, che viene attribuito soprattutto – a quanto si legge un pò dovunque – alla “storia interessante”, o meglio ai “concetti innovativi” che rappresenta.
Nuovamente, senza entrare nel merito, bisogna ricordare che il rapporto forma-contenuto è di fondamentale importanza in qualunque mezzo di espressione artistica. “Ladri di biciclette” farebbe ridere se fosse girato in stile hollywoodiano, con inquadrature “leccate”, attori superstar e contoluce a tutto spiano. Esattamente come farebbe ridere Bladerunner se fosse girato con due lire nel garage di casa nostra.
Più in generale, tutti gli elementi espressivi che compongono un film (soggetto, linguaggio, struttura narrativa, stile di ripresa, montaggio, ecc.) dovrebbere essere armonizzati al meglio fra di loro, mentre un tale abisso fra una “storia interessante” – presumendo che lo sia – ed un utilizzo così pervasivo del computer può soltanto danneggiare il risultato finale.
Se ne può avere un riscontro tangibile ogni volta che la storia passa dal mondo reale a quello reso al computer, e viceversa. Nel primo caso si fatica decisamente a “vivere” la transizione dal punto di vista del protagonista, con il quale manca completamente il meccanismo di identificazione. Nel secondo invece ci si accorge ogni volta di un ritorno brutale alla realtà, che avevamo momentaneamente dimenticato.
Ma i due livelli narrativi non si compenetrano mai in un’unica soluzione, fluida e coinvolgente, proprio a causa della distanza abissale fra i due linguaggi utilizzati.
Eppure, come dicevamo, il film piace.
Questo può solo significare, a mio parere, che gli americani ci hanno rincoglionito a tal punto da indurci ad apprezzare un qualunque frullato di elementi – stilistici, tecnici e narrativi – senza più capo ne coda.
Esiste una regola molto semplice da applicare, per valutare l’equilibrio fra i vari elementi che rende un film degno di quel nome: se gli stessi concetti possono essere espressi con pari efficacia da uno speaker che parla alla radio, vuol dire che quello non è un film ma solo un testo con immagini.
Il mio sospetto – visto la naturale repulsione che provo per i personaggi creati al computer – è che Avatar sarebbe stato addirittura meglio come semplice programma radiofonico.
Almeno quella faccia da melanzana del protagonista potevamo immaginarla come piaceva a noi.

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Haiti. Un giorno prima del terremoto, gli Stati Uniti erano pronti.

gen 31st, 2010 | By admin | Category: News

L’organizzazione dei soccorsi per Haiti era stata programmata nella sede della U. S. Southern Command (SOUTHCOM), con sede a Miami, un giorno prima del terremoto.

Le simulazioni degli aiuti in seguito ad una calamità, in particolare in previsione di un uragano su Haiti, si sono svolte l’undici gennaio.

Qualche giorno dopo il 15/01/10,

La DISA (Defense Information Systems Agency, traduzione: Agenzia dei Sistemi d’Informazione della Difesa), sotto la giurisdizione del DoD (Department of Defense, traduzione: Dipartimento della Difesa), ha sviluppato questi scenari, a nome del SOUTHCOM.

Nota col nome di "Tactical Support Agency", la DISA è incaricata di mettere a disposizione dell’esercito USA, i sistemi informatici, le telecomunicazioni e i servizi di logistica (Si veda il sito del DISA: Defense Information Systems Agency).

Il giorno prima del terremoto [lunedì 11 gennaio 2010], John Demay, direttore tecnico della DISA per il Progetto di Cooperazione e Condivisione delle Informazioni Transnazionale, dell’agenzia, si trovava nel quartier generale del Comando meridionale U. S. a Miami, per testare il sistema con uno scenario che includeva un piano di salvataggio per Haiti, in seguito ad un uragano.

(From Nextgov.com: Defense launches online system to coordinate Haiti relief efforts).

 

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UNA NUOVA STRATEGIA DELLA TENSIONE ? NSIONE ?

gen 31st, 2010 | By admin | Category: News

DI

GIORGIO BONGIOVANNI
antimafiaduemila.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che significato potrebbe avere oggi un attentato contro uno dei magistrati impegnati nelle delicate indagini sulle stragi e sulla trattativa che, piaccia o non piaccia, coinvolgono il Presidente del Consiglio o quanto meno il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri?
Come dovremmo leggerlo? In quale contesto dovremmo inserirlo?
La storia, più o meno recente, ci ha insegnato che eventi drammatici di questo genere hanno più di una finalità e che sono stati determinanti per le stabilizzazioni, le destabilizzazioni e la creazione di nuovi equilibri. Vanno quindi collocati nell’andamento generale del sistema Paese e anche del ben più vasto sistema Mondo.
Nella foto: il magistrato Antonio Ingroia
Se da una parte è vero che il tempo concede il giusto distacco per le valutazioni e altrettanto certo che l’esperienza dovrebbe servire a prevenire e, per quanto possibile, evitare che certi traumi si ripercuotano nuovamente sulla coscienza collettiva, seppur in gran parte dormiente.
Quindi oggi eliminare Antonio Ingroia, sulla cui incolumità ridacchiavano allegramente gli avvoltoi che occupano il Senato, o Sergio Lari, o Domenico Gozzo, o Nino Di Matteo perché no persino il testimone chiave Massimo Ciancimino, quali scenari delineerebbe?
L’Italia è in questo momento provata da una forte crisi economica, continui scioperi e proteste dimostrano che la crisi non è affatto finita e che la ripresa, se è vero che ci sarà, è ancora lontana. La disoccupazione crescente inasprisce il clima generale e il malessere diffuso è impregnato di incertezze e paura del futuro. Lo scontro politico non è fra maggioranza e opposizione, quasi del tutto inesistente e in balia dei plurimi ricatti trasversali, ma tra un potere arrogante e arroccato su se stesso e una società civile indignata che fatica a trovare una convincente rappresentanza in parlamento, una parte di magistratura assiepata a difesa della Costituzione e qualche isolata voce del giornalismo e degli intellettuali. Il conflitto, poi, non riguarda le necessità del Paese o le riforme, ma la lotta per garantire i privilegi di casta, soprattutto del Presidente del Consiglio, e il tentativo di cittadini consapevoli che vedono sfilarsi di mano i propri diritti di dignità ed uguaglianza.
Gli episodi gravissimi di intolleranza e razzismo in terra di ‘ndrangheta legati allo sfruttamento barbaro e primordiale di poveri disgraziati, ridotti in miseria dalla grande chimera dello sviluppo senza limiti della minoranza opulenta del Pianeta, chiarifica lo stato di impoverimento umano e culturale verso cui sta precipitando anche il più semplice sentimento di compassione e solidarietà. Il primo mondo, ricco ed egoista, chiude le porte all’enorme massa di poveri e poverissimi che ci svergognano tutti, come razza, agli occhi della storia. Pagano prima e più di tutti le conseguenze del lento e inesorabile crollare del grande impero degli Stati Uniti che affogato nei debiti si dimena tra l’immagine di un presidente a misura dei sogni dei popoli e la realtà dello spietato mercanteggiare degli interessi di lobby, famiglie e potentati che sulla cartina del mondo tirano i dadi. Fantomatica guerra al terrore, dispiegamento di forze armate nel centro nevralgico della lotta per le risorse e per la supremazia e il terreno che scivola sotto i piedi di fronte all’incedere inquietante di Russia e Cina che, molto più abbienti, non intendono stare a guardare.
All’America in ginocchio la politica di Berlusconi non piace. Soprattutto per quella sua amicizia così stretta con Putin, il nuovo vero potente che avanza. E nemmeno l’Europa, Inghilterra in testa, si diverte più alle gag del ducetto megalomane che fa delle regole democratiche carta straccia. Pur tuttavia il nostro paese è sempre un avamposto strategico soprattutto nell’evenienza di scenari di guerra e avere un referente poco fedele e/o poco credibile in patria e fuori non è certo un vantaggio.
I famigerati poteri forti potrebbero già ravvisare l’esigenza di un cambio della guardia, la necessità di una “terza repubblica” e cosa di meglio di un lavoretto sporco affidato all’alleata di antica memoria, Cosa Nostra? La mafia oggi sbaragliata sul cui nuovo equilibrio incombe la cugina americana, cosa avrebbe in fondo da perdere? Tradita e abbandonata nella sua componente conosciuta ed esposta potrebbe rendere servigio, come consuetudine, e trattare il suo nuovo volto, per ora sconosciuto e insospettabile, con una nuova classe politica.
Assassinare chi su di lui indaga o testimonia equivarrebbe a decretare per Berlusconi e i suoi la fine, così come l’omicidio Lima e la morte di Falcone costarono ad Andreotti la Presidenza della Repubblica. Matteo Messina Denaro sembra ancora essere in grado di contrattare ma se non lo fosse la radicata borghesia mafiosa che gestisce le immense ricchezze accumulate negli anni lo è, eccome, pronta ad affidare lo scettro a qualche picciotto scaltro guidato nell’ombra dagli irriducibili ritornati in libertà, a pena scontata.
Riina e Provenzano? Forse non darebbero il loro consenso, ma indubbiamente, vecchi e ammalati, nell’isolamento delle loro celle, si godrebbero il tramonto.  
Noi, pur detestando la politica del presidente del consiglio Berlusconi, respingiamo con forza l’idea che possa essere destituito dalla sua carica a suon di bombe; vorremmo che venisse sconfitto democraticamente, con legittime elezioni. Prego quindi, voi che mi leggete, se vorrete criticare anche aspramente queste mie modeste analisi, di farlo nel merito con logica uguale e contraria a quella con cui le ho esposte.

Fonte: www.antimafiaduemila.com
Link: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/24384/78/



QUANDO ERANO GIUSTIZIALISTI…

gen 31st, 2010 | By admin | Category: News

DI

MASSIMO FINI
antefatto.ilcannocchiale.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Giornale di Vittorio Feltri e Libero di Maurizio Belpietro stanno conducendo una forsennata campagna d’aggressione ad Antonio Di Pietro accusato, sulla base di un dossier, di essere un uomo della Cia per cui, di fatto, le inchieste di Mani Pulite furono pilotate dagli americani. Il sottinteso è che Tangentopoli non è mai esistita e che quelle inchieste non furono fatte per fini di giustizia ma per togliere di mezzo un certo numero di partiti politici. Tesi quanto mai in voga in un periodo in cui con le celebrazioni di Bettino Craxi si vuole liquidare definitivamente la stagione di Mani Pulite. Il dossier ha tutta l’aria di essere una bufala e tale lo considera persino Fabrizio Cicchitto che pure di Di Pietro è un feroce avversario. Del resto non si capisce che interesse avrebbero avuto gli americani a far fuori partiti storicamente atlantisti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri) a favore di forze anti Usa quale la Lega di allora e il Pci, che pur essendo totalmente compromesso col sistema delle tangenti, come proprio la magistratura accertò, ne uscì meno malconcio.
La cosa curiosa è che Feltri e Belpietro allora direttore e vice dell’Indipendente furono, nel biennio 1992-94, i più assatanati fan di Di Pietro, che chiamavano affettuosamente Tonino, i più convinti sostenitori di Mani Pulite e i più “giustizialisti”, chiamando Craxi “il cinghialone”, dando così alle legittime inchieste dei magistrati il sapore di una “caccia sadica” e contribuendo a creare quel clima che poi porterà all’indegno linciaggio, a colpi di monetine, davanti all’hotel Raphael e all’inseguimento di Gianni De Michelis per le calli di Venezia. Accanendosi anche sui figli del leader socialista.
Pubblicando, tutti goduti, la fotografia del segretario di Forlani, Enzo Carra, in manette. Quando andarono a lavorare per Il Giornale di Berlusconi, inquisito a sua volta, i due divennero “garantisti” a 24 carati. Ma se si tratta di Di Pietro ritornano ad essere quello che sono sempre stati: dei forcaioli. Ma ammettiamo, per ipotesi, che Di Pietro fosse un agente al servizio della Cia. Di Pietro era solo uno dei pm di Mani Pulite, il più visibile perché il suo capo, Borrelli, aveva deciso che sarebbe stato lui a sostenere in udienza le accuse del “pool” contando proprio su quella sua nativitè contadina che restituiva alle cose il loro nome di fronte al linguaggio da Azzaccagarbugli dei politici; i ladri tornavano ad essere chiamati ladri. Quindi oltre a Di Pietro c’erano nel “pool” di Milano, Borrelli, Davigo, la Boccassini, Colombo, magistrati di prim’ordine con conoscenze tecnico-giuridiche molto superiori a quelle di “Tonino” che nelle inchieste portò soprattutto la sua enorme energia. Tutti agenti della Cia anche loro? E i giudici che in sede di rinvio a giudizio, di sentenze di primo, di secondo grado, di Cassazione, avallarono le inchieste del pool? Tutti agenti della Cia anche loro? E le decine, le centinaia di piccoli e medi imprenditori che andarono a confessare di essere stati taglieggiati, su ogni appalto, dai partiti? Anche loro facevano parte del “complotto” organizzato dagli americani? Non importa, oggi la favola convenuta, di cui Feltri e Belpietro si fanno vessilliferi, è che Tangentopoli non è mai esistita, fu solo una macchinazione DI QUALCUNO, n’importe pas (vedere americani, servizi, comunisti) in combutta con una magistratura corrotta. Che gli infami non erano i ladri “eccellenti”, ma i magistrati che osarono inquisirli e condannarli.

Il Fatto Quotidiano del 27 Gen. 2010)



Non raccontate mai niente a nessuno

gen 29th, 2010 | By admin | Category: News

Capita a poche persone di avere un sogno (non tanti sogni di plastica, figli di un’indigestione di pubblicità; un sogno vero, personale, di quelli che ti tormentano per una vita intera). Ancora meno sono in grado di raccontarlo, mettendolo magari nero su bianco sulle pagine di un libro. Pochissimi – anzi quasi nessuno, quel benedetto sogno, è capace di realizzarlo e di viverlo.

Jerome David Salinger, ieri, è morto. Come chiunque altro non ha potuto evitare questa spiacevole necessità. Ma – come pochissimi – prima di morire, è riuscito a fare queste tre cose: avere un sogno, raccontarlo, viverlo.

Il sogno era quello di fuggire da quella grande tragicommedia – con poche nobiltà, un discreto numero di miserie e soprattutto tanta inutile mediocrità – che mettono in scena ogni giorno gli esseri umani. Il libro in cui lo ha raccontato era “il Giovane Holden”. Il posto in cui era fuggito era Cornish, 1661 anime, nel New Hamsphire. Lì Salinger ha vissuto per più di mezzo secolo, al riparo dal successo che proprio il suo sogno gli aveva fatto piovere addosso.

“Il Giovane Holden” arrivò nelle librerie nel 1951. Diventando, negli anni, prima un best seller, poi un long seller e infine un classico della letteratura in lingua inglese. Per tutta risposta Salinger se ne era andato quasi subito (nel 1953) da New York  e si era ritirato a Cornish. E dopo qualche tempo, aveva pure smesso di pubblicare. Non di scrivere. Solo di pubblicare. Perché – così diceva – voleva scrivere soltanto per sé. Per il puro – puro – gusto di farlo.

Il suo eroe di carta, Holden Caulfield – il giovane Holden del titolo – sognava di far finta di essere sordomuto (”così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo”); di fuggire da New York; e di costruirsi una casetta “vicina ai boschi, ma non proprio nei boschi”, in modo tale che fosse “in pieno sole tutto il tempo”.

Il suo creatore, semplicemente,  lo ha fatto.

Le interviste di Salinger si contano sulle dita di una mano. Non ha mai voluto che “il Giovane Holden” fosse glorificato da Hollywood con un film (anzi lo ha impedito con tutte le sue forze). Ha vissuto fino alla morte in quasi perfetta solitudine (o meglio: circondato solo da una valanga di libri; immerso nei suoi studi sul buddhismo Zen e sull’induismo; e con un discreto via vai di donne al suo fianco).

Uno schiaffo non solo, o non tanto al successo. Ma a un certo tipo di società e di successo. Alla fama al tempo dei mezzi di comunicazione di massa, che tutto sporcano, fagocitano, banalizzano. Al quarto d’ora di celebrità. Al far parlare di sé; bene o male non importa, purché se ne parli. Alla ricerca del consenso a tutti i costi. All’apparire per esistere. Al vippismo da venire, col triste codazzo di paparazzi e starlette. O almeno: io la sua biografia – quasi fosse anch’essa un romanzo – l’ho sempre letta, anzi voluta leggere così. Perché cosa davvero l’avesse spinto a ritirarsi nei boschi, in realtà, non lo so. E non lo saprò, penso, mai. Forse – come spesso capita agli esseri umani – non lo sapeva nemmeno lui. Perché con certi sogni ci nasci. E vai a capire perché.

Già. Perché. A dire il vero non so nemmeno perché sto scrivendo queste righe su questo blog che di tutto si occupa, tranne che di letteratura.

Anzi, no. Non sto dicendo il vero. Sto dicendo una bugia. Per nascondermi.

Se non avessi incontrato – tanti anni fa, sullo scaffale di una piccola libreria – l’eroe di carta Holden Caulfield, la mia vita con tutta probabilità sarebbe stata diversa. Probabilmente non avrei mai lavorato per un giornale. Probabilmente anche questo blog non esisterebbe. E probabilmente sarei un ingegnere parecchio infelice (voglio dire: non che gli ingegneri siano tutti infelici; io, ingegnere, sarei stato infelice).

Credo che vada così a tutti quelli che si innamorano – per davvero – della scrittura. Un giorno incontri un libro che non è come tutti quelli che lo hanno preceduto. Che ti accende qualcosa dentro. Che ti smuove qualcosa dentro. Allora cominci a sottolineare le frasi che ti colpiscono, anche se nessun professore ti ha detto di farlo. Allora, per la prima volta, pensi: devo rileggerlo; studiarlo; capirlo. E lo racconti a tutti con trasporto, come se fossi stato tu il primo uomo sulla Terra a scoprirlo.  E’ come il primo amore. Ne seguiranno tanti altri, magari anche più importanti. Ma il primo non lo scorderai mai.

Dicevo: credo che capiti così un po’ a tutti. A me è capitato con “il Giovane Holden”. Che – a distanza di tanti anni dal nostro primo incontro – ho riletto un buon numero di volte. E che sta ancora sul mio comodino. Perché non si sa mai. Insomma: sentivo di avere un debito di riconoscenza. E ho pensato che questo  – questo post, intendo – fosse un modo per cominciare a ripagarlo.

No. Mi dispiace. Anche queste, in fin dei conti, sono solo altre bugie. Voglio dire: il libro mi era piaciuto un sacco. E sì l’ho pure tutto sottolineato a matita. E – sì, lo ammetto – lo avrò anche fatto comprare a non so quante persone. Ma non esageriamo. Sapete come si dice? Son-cose-che-si-fanno-a-sedici-diciassette-diciott’anni. E anche se non l’avessi mai letto, non è che poi…, no? O no?

Non so.

E’ che ieri è morto J.D.Salinger, quello scrittore strambo che viveva nei boschi, col viavai di signore, i libri, e eccetera. E la verità – pura e semplice – è che io mi sento molto molto triste. Forse perché sono un po’ strambo anch’io.

Pensavo che a scriverci su, beh, questa tristezza poteva anche passare. Ma mi sbagliavo.

Com’è che si chiude “Il Giovane Holden”? Ah, sì. Pagina 248. Dice l’eroe di carta: “E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”. Già, è proprio buffo. Questa frase l’avrò riletta cento volte. E non l’avevo capita mai. Ora, forse, sì.

P.S. Questo l’ho scritto per me. E i commenti, quindi, sono chiusi. Perchè mi va così.

 

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RIFLESSIONI ATTUALI SU BANCHE E BANCHIERI

gen 29th, 2010 | By admin | Category: News

DI

IDA MAGLI
web.mclink.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ringrazio tutti coloro (e sono molti) che mi hanno scritto compiacendosi della pubblicazione su di quotidiano politico (Il Giornale) del mio articolo sulla questione della sovranità monetaria. Il silenzio da parte di tutti gli organi d’informazione, su un argomento determinante per l’indipendenza politica ed economica della Nazione come questo, è sempre stato così assoluto che l’apparizione di un solo articolo ha suscitato meraviglia e addirittura entusiasmo da parte dei lettori, sia di quelli che ignoravano del tutto il problema, sia e soprattutto di quelli che si battono da anni in questo campo ma che sanno bene che il silenzio dei giornalisti rappresenta la prova sostanziale dell’impossibilità di uscire dalla prigione.
Ebbene io prego tutti di non scrivere a me ma al Direttore Vittorio Feltri; di inondarlo di lettere, o nella rubrica apposita del sito web del Giornale, o in quella del quotidiano a stampa, oppure nelle rubriche riservate ai Lettori di altri organi di informazione perché, senza l’interesse e l’appoggio forte, esplicito, il più numeroso possibile dei Lettori, lo sforzo che è stato fatto per uscire allo scoperto non servirà a nulla.
Nessuno ci tornerà più sopra o, diciamo meglio, a nessuno sarà più permesso tornarci sopra. Si tratta di una battaglia davvero all’ultimo sangue, alla quale, però, tutti possono partecipare purché non si lasci spazio al silenzio neanche per un giorno. Banche, Banche, Banche: dobbiamo parlare sempre di Banche.
Faccio un esempio: coloro che abitano a Roma, non si sa per quale misteriosa ragione devono pagare la tassa per i rifiuti attraverso le agenzie della Banca Popolare di Sondrio. Viene logico domandarsi: Sondrio? Perché Sondrio? Il giro di denaro dei contribuenti del Comune di Roma è senza dubbio imponente, ma non sappiamo chi siano coloro che ci guadagnano visto che non conosciamo i nomi degli azionisti della Banca Popolare di Sondrio. Perché mai non dovrebbero essere i cittadini di Roma? Insomma si torna al problema principale: perché le Istituzioni – comunali, provinciali, regionali, nazionali – si servono di banche? E nel caso fosse utile servirsi di banche, perché debbono essere “private”? Perché i cittadini non debbono sapere chi ci guadagna e non essere eventualmente essi stessi a guadagnarci? Perché lo Stato non può possedere una sua banca? (Lo ripetiamo nel caso qualcuno ancora non lo sapesse: la Banca d’Italia non è la “Banca d’Italia” in quanto appartiene ad azionisti privati; dovremmo anzi proporci anche il compito di farle cambiare il nome per non indurre in errore i cittadini). Quello che per ora si può cominciare a fare è mettere in pubblico il nome delle banche di cui si servono gli Amministratori dei Comuni nei quali abitano i lettori di questo sito e di altri siti interessati alla questione monetaria. Certamente saranno molti i cittadini che, come si sorprendono gli abitanti di Roma di dover pagare la tassa per i rifiuti alla Banca di Sondrio, si sorprenderanno delle stranissime scelte, o predilezioni bancarie, dei propri amministratori. E’ probabile che ne vedremo delle belle e che, incrociando i dati, riusciremo forse a capire quali interessi possano avere oltre che Roma a Sondrio anche, chissà, Palermo a Trieste.
Marco della Luna, uno degli autori del bellissimo saggio intitolato “Euroschiavi” (Arianna ed.), si occupa con il suo Centro Studi Monetario proprio di questo tipo di accertamento: chi siano gli azionisti delle Banche. Contiamo sul suo aiuto, anche se la questione principale rimane la mancanza di sovranità monetaria dell’Italia. A dire la verità questa mancanza, naturalmente decisa a suo tempo da “maschi”, appare alle donne addirittura assurda, anzi comica, in quanto nessuno al mondo sa meglio delle donne come la loro minorità sociale, la difficoltà insuperabile a diventare “libere”, quali che fossero i loro meriti e i loro sforzi, ha attraversato pietrificata secoli e secoli solo e soltanto per questo motivo: non avevano denaro proprio e non se lo potevano procurare lavorando (per questo le prostitute si vantavano di essere libere a fronte delle donne “per bene”: guadagnavano dei soldi). Si può chiacchierare oggi quanto si vuole esaltando la dichiarazione dei diritti dell’Uomo, l’uguaglianza di tutti gli individui, quale che sia il sesso, la religione, ecc. ecc., ma è stato il lavoro retribuito, o meglio, è stato soltanto poter possedere in proprio del denaro a rendere le donne libere e indipendenti.
Come può, dunque, una Nazione essere “libera” se non è padrona dei soldi con i quali vive? La cosa più grottesca, poi, è la “giustificazione” che viene invocata per tale stato di cose: i politici non saprebbero regolare nel modo giusto il flusso del denaro da immettere nel mercato se fossero liberi di crearlo. Non vogliamo neanche evocare le terribili crisi economiche che si sono succedute nel tempo, provocate con il loro comportamento dagli abilissimi banchieri messi al posto dei politici proprio, a sentir loro, perché questo non accadesse. Rispondere con questa evocazione sarebbe come avallare una tale presa in giro dei cittadini. Nel momento in cui ai politici abbiamo devoluto, in nostra rappresentanza, il potere di fare le leggi, abbiamo devoluto tutto, assolutamente tutto quello che ci riguarda. Ben più che la quantità di denaro necessaria al mercato: il nostro territorio, il rapporto con amici e nemici, guerra, tassazione, diritto, educazione dei nostri figli. La costituzione italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo. Quindi anche quella monetaria. Si tratta di studiare un modo per riappropriarsene. Esistono già diverse proposte in proposito. Ritengo che rivolgersi ai magistrati per delle cause singole, come indicato da alcuni studiosi del problema, sia un sistema, per quanto giusto in teoria, troppo lento e poco efficace a livello di consapevolezza collettiva in quanto, anche quando le cause si concludono con una vittoria del cittadino, sussiste pur sempre il silenzio dei mezzi d’informazione che le sprofonda nel nulla. Io mi auguro che si formi un Partito, nel quale convergano, superando piccole differenze di punti di vista, tutti i movimenti già esistenti, un Partito che si presenti all’opinione pubblica con l’unica etichetta della battaglia contro i Banchieri per riappropriarsi della sovranità monetaria. E’ questo l’unico modo, dato che vi sono obbligati per legge, per costringere i giornalisti a parlarne e per poter discutere apertamente di problemi di cui la maggioranza dei cittadini è all’oscuro. So che è difficile rinunciare a ciò che contraddistingue un gruppo dall’altro, ma nessuna battaglia è “per l’Italia” più di questa. E- ne sono sicura- non soltanto per l’Italia. Diversi paesi (in questi giorni si è spesso alluso alla Grecia, che però, piccola e povera com’è, non ha avuto il coraggio di mettersi contro l’UE) non desiderano altro che avere un buon motivo per rinunciare all’euro e allontanarsi anche così a poco a poco da quel Impero in fallimento che è l’Unione Europea.
Il progetto ultimo dei banchieri – una sola moneta in tutto il mondo, un solo governo in tutto il mondo – è con tutta evidenza un progetto privo di realtà. E’ questo che dobbiamo gridare a viso aperto: i grandi Banchieri che ci guidano sono dei folli giocolieri privi di principio di realtà, pronti a gettare al vento vite, valori, affetti di tutto il pianeta così come ne hanno gettato al vento le ricchezze nell’ultima crisi. I loro sogni di potere globale sono vuoti tanto quanto i “salsicciotti” con i quali hanno riempito le Borse di tutto il mondo. Denunciarli è un dovere assoluto, fermarli è un dovere assoluto.

Ida Magli
Fonte: http://web.mclink.it
Link: http://web.mclink.it/ME3643/Edito10/banche2701.html
27.01.2010
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