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Archive for febbraio 2010

Il dire e il fare

feb 26th, 2010 | By admin | Category: News

La storia, talvolta, si ripete. Correva l’anno di grazia 1988, e l’allora amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti vergò – sulle pagine del mensile Capital, bibbia del Capitalismo patinato de’ noantri – un articolo che era, nel senso letterale del termine, tutto un programma. Scriveva Romiti che all’appuntamento con il Mercato unico europeo ancora da venire, l’Italia si doveva presentare con tutte le carte in regola. Liberandosi dalla corruzione e dalla concussione. Dodici anni dopo – nel 2000 – anche Romiti, come tanti manager e imprenditori finiti sotto la lente di Mani Pulite, venne condannato – definitivamente – dalla Corte di Cassazione. Per falso in bilancio, frode fiscale e finanziamento illecito ai partiti. Marco Travaglio, allora semplice cronista giudiziario, riassunse così, sulle pagine di Repubblica, la trama del processo: la teoria della difesa era che Romiti non sapesse dei fondi neri e delle tangenti targate Fiat; i giudici, purtroppo per Romiti, furono di tutt’altro avviso. Cose che capitano.

E ieri, appunto, è capitato che l’ex presidente di Confindustria e attuale presidente Fiat dei giorni nostri – ovvero l’uomo dal naso e dal cognome extralarge, insomma Luca Cordero di Montezemolo – sia tornato sull’argomento. Per dire nuovamente basta alla piaga della corruzione. E tuonare contro i soliti politici furbacchioni e irresponsabili: “La politica ha la precisa responsabilità di non aver introdotto le riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato”, ha detto il presidente Fiat. Va da sé che Montezemolo non avrà una coscienza netta; ce l’avrà nettissima. Eppure, un po’ più di prudenza e soprattutto un po’ più di autocritica – come nel caso del Romiti che fu -, non ci sarebbe stata male.

Perché, sì, certo: la politica – dal senatore all’ultimo dei consiglieri comunali dalle mani lunghe – avrà pure le sue colpe. Anzi: a giudicare dagli scandali che hanno ormai cadenza bimestrale, se  non mensile, di colpe ne ha un sacco e una sporta. Ma se politici e politicanti sono lupi, anche imprese e imprenditori tricolori – non solo Fiat – forse non si sono comportati sempre e solo da agnelli. Per dire: ieri Montezemolo ha lanciato le sue bordate, mentre era a una inaugurazione all’università Luiss di Roma. E al suo fianco c’era anche la regina degli imprenditori: la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Che non ha mancato di dire la sua contro le bustarelle: “Come imprenditori dobbiamo fare molto anche nel rispetto della legalità, nella lotta alla corruzione: la scelta della legalità è l’unico modo per avere l’economia che continua a crescere”.

Bellissime parole e ottimi propositi. Che però facevano e fanno un tantinello a pugni con un piccolo dettaglio di cronaca giudiziaria. Emma è amministratore delegato dell’azienda fondata dal babbo Steno. Ossia quella Marcegaglia spa – leader nella produzione di tubi e acciaio, con sede a Mantova – che un paio di annetti fa ha patteggiato una pena pecuniaria da 500mila euro. Motivo? Secondo il Corriere della Sera, una tangente da 1 milione e 158mila euro versata, nel 2003, al manager Enipower Lorenzo Marzocchi, per un appalto di caldaie da 127 milioni di euro. Una tangente che – sempre stando al Corriere – al fratello del presidente di Confindustria, Antonio Marcegaglia, è costata anche una pena di 11 mesi (patteggiati, ma sospesi). Oltre – come è facile immaginare – a un certo imbarazzo.

E per carità: i guai giudiziari della Marcegaglia spa e di Fiat saranno solo il frutto di sfortunati equivoci. O errori di percorso, se così si può dire. Epperò: da che mondo è mondo, laddove c’è un corrotto, c’è anche un corruttore. E se politici e pubblici funzionari prendono quattrini sottobanco, è perchè qualcuno, quei soldi, glieli dà. E non sempre obtorto collo. Anzi. Prendiamo l’ultima pietra dello scandalo: l’inchiesta della Procura di Firenze sulle magagne della Protezione civile, guidata da Guido Bertolaso. Anche qui, ovvio, nel mirino dei magistrati sono finiti – oltre a Bertolaso – una ridda di pubblici funzionari. Ma, anche qui, ci sono di mezzo pure degli imprenditori. Come quel Diego Anemone, che ora si trova in carcere; e che, secondo i pm, avrebbe elargito “favori e altre utilità”. Ma non per mera generosità. Bensì per aggiudicarsi fior di appalti (secondo la ricostruzione del solito “Corriere della Sera”: lo stadio del tennis a Roma e il nuovo museo di Tor Vergata, l’ aeroporto di Perugia, e tre lotti a La Maddalena); e incassare fior di milioni di euro. Per la gioia sua. E per disgrazia degli imprenditori onesti che in questi anni hanno avuto meno “fortuna” nell’accaparrarsi le commesse dello Stato. E che – se le accuse della Procura si riveleranno fondate – avranno qualche ragione in più per lamentarsi. E qualche ragione in meno per credere alla libera concorrenza e al lavoro duro come chiave del successo.

Perchè la tangente, questo è. Un modo facile di arricchirsi, per i politici manolesta. Ma anche una scorciatoia per arrivare al successo o continuare ad avere successo negli affari, per gli imprenditori senza scrupoli. E un’umiliazione per chi, invece, si ostina a lavorare in modo onesto. E a non versare stecche, anche se potrebbe farlo.

Di più. Da Tangentopoli allo scandalo Protezione civile, passando per Bancopoli, i rapporti opachi tra politica e mondo degli affari hanno riempito – negli ultimi 15 anni – le pagine dei giornali e le carte dei tribunali. Mentre il costo della corruzione per le casse dello Stato – secondo i calcoli della Corte dei conti – è arrivato alla stratosferica cifra di 60 miliardi di euro. All’anno. Ma a proposito di danari scippati ai cittadini e di comode scorciatoie per arricchirsi: che dire dei crac clamorosi e della infinita teoria di bond carta straccia del decennio appena concluso? Che dire dei 35mila risparmiatori vittima del crac Cirio-Del Monte (anno di grazia 2002)? E dei 145mila coinvolti nel crac Parmalat (sempre 2002)? E dei 6.500 del crac Giacomelli (anno di grazia 2003)? E delle vittime, meno note, dei fallimenti di aziende come Finmek (altri 13.850 risparmiatori coinvolti) e Finmation (25.000 persone) dell’anno 2004? O ancora e venendo ai giorni nostri: che dire della “truffa colossale” di cui si sarebbe macchiato, tra gli altri, il fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia (tra i 1.000 uomini più ricchi del mondo e tredicesimo Paperone d’Italia); truffa che avrebbe sottratto al fisco ben 365 milioni di euro? Colpa anche in questo caso solo della solita malapolitica? O molto c’entrava e c’entra anche l’avidità e la furbizia di alcuni ex campioni dell’imprenditoria nostrana?

Domanda: tutto questo per concludere – secondo un collaudato refrain berlusconiano (e prim’ancora craxiano) – che tanto è tutto un magna-magna; che non c’è niente da fare; che chi ha avuto, ha avuto; e chi ha dato, ha dato? Risposta: assolutamente, no. Al contrario. Tutto questo per dire che una questione morale, nel Belpaese, esiste da tanto, anzi troppo tempo. Che riguarda i politici, ma forse un tantinello anche gli imprenditori. Che ciascuno dovrebbe prendersi la sua quota di responsabilità. E che chi ha sbagliato, deve rispondere personalmente. E va sanzionato. Anche da Confindustria. Che benissimo ha fatto – per esempio - a minacciare di espulsione gli imprenditori che pagano il pizzo alla mafia. Ma che ancor meglio farebbe a stabilire che il manager o l’impresa dalla mazzetta facile vada cacciato dalle sue fila. E a chiedere l’esclusione dagli appalti pubblici per le aziende che si macchiano di corruzione. Sarebbe un gesto forse solo simbolico. Ma sarebbe appunto un gesto, un’azione; non solo belle parole. Se Confindustria, insomma, ha voglia di fare qualcosa di concreto, bene. Se no, che si taccia. Ché di chiacchiere e di professionisti dello scaricabarile, questo Paese ne ha già abbastanza.

 

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South Stream e Nabucco – GEAB 42 – tre tendenze fondamentali che aggraveranno la crisi nel 2010 – parte III

feb 26th, 2010 | By admin | Category: News

di

Felice Capretta

south stream nabucco

Disponibile la terza parte del GEAB. Un grazie di cuore ai traduttori: Markozu e Francesco&Martina, Trinetra.
Interessante l’introduzione sui progetti South Stream e Nabucco, essenziali per comprendere le manovre sullo scacchiere euroasiatico. Vi rimandiamo anche a questo nostro articolo sulla guerra in Georgia a proposito di risorse e South Stream e Nabucco.
Ricordiamo, viste le recenti discussioni tra i commenti, che pubblichiamo il GEAB senza necessariamente condividerne le analisi. Invitiamo gli affezionati lettori a farsi la propria idea ;-)
La parola al GEAB, parte III
Le parti precedenti si trovano qui: GEAB 42 – intensificazione della crisi nella seconda metà del 2010 – parte I ; GEAB 42 – intensificazione della crisi nella seconda metà del 2010 – parte II
Russia: Meglio preparata di altri grandi giocatori globali ad affrontare i prossimi anni
Questo può sembrare paradossale, specialmente per quelli che hanno letto, anche superficialmente, i media occidentali, ciononostante il paese ha passato una transizione significativa aprendosi al mondo dopo il 1945 … a partire dal 1989.
Con Vladimir Putin, che tiene in mano le redini del potere per la maggior parte del tempo della decade successiva (come presidente o primo ministro) la Russia ha, a priori, assicurato un lungo periodo di stabile governo centrale, il che non è il caso per gli altri maggiori giocatori globali.
I proventi da olio e gas, (che non hanno avuto un declino significativo confrontati con il prezzo medio nel 2009) le permettono di pianificare il proprio sviluppo strategico interno ed esterno.
Tre esempi possono illustrare il fatto che la Russia è oggi sulla rotta per riprendere il controllo del suo ambiente:
. alla fine di Dicembre 2009 l’inaugurazione dello Sapsan, il primo treno ad alta velocità tra Mosca e San Pietroburgo, annuncia quella che sarà una decade di modernizzazione diffusa dell’infrastruttura dei trasporti, includendo i gasdotti e gli oleodotti.
. I progetti delle pipeline che hanno come scopo aggirare la Russia, come il progetto Nabucco, stanno andando in fumo perché senza una politica attiva e senza supporto finanziario degli USA, si stanno lentamente ed inesorabilmente trasformando in meri progetti economici che hanno come conseguenza l’integrazione della Russia o il loro abbandono.
. L’apertura a Kozmino nel Dicembre 2009 del primo terminale petrolifero Russo sulla costa del Pacifico (attualmente ci sono solo due terminali sul mar Baltico e mar Nero) permetteranno al paese di partecipare pienamente allo sviluppo Asiatico dei prossimi anni.

Progetto South Stream contro Nabucco – Fonte: VoxThunae, 11/2009

In effetti, si tratta della grande scommessa del Cremlino in questa decade chiave: essere in grado di trarre profitto dal dinamismo Asiatico senza essere in balia degli Asiatici, in particolar modo dei Cinesi, la cui presenza si vede crescere in Siberia, e a mantenere un rapporto forte, strategico con l’UE tenendo a debita distanza le ambizioni Europee nei riguardi della Russia.
I Francesi ed i Tedeschi giocheranno un ruolo chiave nel rapporto tra l’EU e la Russia nei prossimi anni: qualsiasi equilibrio Europeo sarà impossibile senza una stretta collaborazione tra questi tre partner, specialmente adesso che il “cugino Americano” sta facendo le valigie.
I Francesi ed i Tedeschi formano la maggior parte di quello che la Russia considera essere l’Occidente ed hanno un’attrattiva senza precedenti nonché un potenziale relazionale dal punto di vista Moscovita: considerazione che risulta essere vera solo se l’interesse Europeo è genuino e proprio dell’EU e non una copertura per Washington o qualcun’altro.
Il noto rifiuto di Francia, Germania e Russia ad essere coinvolte nella guerra e la bugia storica sull’invasione dell’Iraq nel 2002/2003 è un buon esempio del tipo di relazione strutturata a livello mondiale che gli Europei e la Russia possono creare se trovano obbiettivi comuni.
La Russia ha messo sul tavolo della potenziale negoziazione uno di questi , a partire del summit del G20 di Londra, ed è la sostituzione del dollaro come valuta di riserva internazionale.
Intraprendere un tale passo rappresenta un chiaro interesse per l’Eurolandia cioè porre fine al caos attuale monetario mondiale .
Se la Francia e la Germania avessero dei leader con un visone strategica vera ed un senso storico come lo hanno avuto De Gaulle e Adenauer oppure Mitterand e Kohl, allora non ci sarebbe dubbio che il duo Franco-Tedesco avrebbe già spinto l’UE a cogliere questa opportunità’ e a discuterla con Mosca e che questo duo (rappresentando ufficiosamente l’EU) sarebbe l’ospite speciale al prossimo Summit del BRIC.
Probabilmente sarà necessario aspettare fino al 2012, alle Elezioni Presidenziali Francesi, per sapere se esiste la possibilità che una tale opportunità venga colta.
In caso di fallimento, Francesi e Tedeschi essenzialmente, e gli Europei in generale, saranno i responsabili della discesa all’inferno del sistema monetario internazionale nella seconda metà del decennio, aprendo la via alla Russia per riposizionare se stessa nella sfera d’influenza Asiatica.
Si ricordi che fu Mosca ad evitare due volte il dominio imperiale sull’Europa, dando un contributo decisivo alle sconfitte di Napoleone ed Hitler, e che Stalin provò invano, nel 1930, a convincere Francia e Regno Unito a raggiungere un’alleanza con l’URSS contro la Germania Nazista.
La paura di essere accusati di "filo-comunismo" impedì un’alleanza che avrebbe salvato l’Europa da una guerra suicida e da decenni di divisione.
Il decennio 2010 vedrà un altro test per le elite Europee, se saranno capaci di superare la fobia di essere accusati di "anti-Americanismo" e scongiurare una catastrofe monetaria globale con il seguito di conseguenze disastrose.
Una cosa è chiara: negli anni ‘30 i consigli provenienti dai circoli finanziari e bancari (qualunque cosa, ma non un’alleanza con l’URSS comunista) non sarebbero stati certamente ascoltati se ci si fosse preoccupati degli interessi di medio e lungo termine.

Progressione di produzione, esportazione e consumo domestico di gas Russo fino al 2020 (miliardi di metri cubi) (linea blu: esportazioni e consumo domestico; linea rossa: produzione). Figura 2. Progressione delle esportazioni di gasso Russo per il 2020 (verde scuro: Europa; rosso: Asia-Pacifico; verde chiaro: paesi della CSI) – Fonte: Energy Tribune, 02/2007
Sfortunatamente, i leader Russi non sono molto portati nel prevedere le reazioni emotive Europee ad alcune loro azioni o dichiarazioni particolarmente brutali: instillare paura non porta lontano quando si cerca un partner affidabile.
Qui Francesi, Tedeschi ed Europei in generale hanno un ruolo educativo essenziale.
In ogni caso la Russia è un candidato ideale per un decennio piuttosto statico rispetto alle altre grandi potenze.
Il fatto che essa abbia già attraversato il suo periodo di transizione caotico, gli anni ‘90, contribuisce molto a questa situazione.
La Russia è stata coinvolta nel "mondo post-crisi" per oltre vent’anni, fin dalla caduta del muro di Berlino, e nei prossimi anni essa sarà in grado di muovere i suoi pedoni sulla scacchiera mentre il potere imperiale degli Stati Uniti si disintegra e l’EU cerca il proprio obiettivo.
Comunque, senza gli Europei o gli Asiatici (con le loro attitudini tecniche ed i loro investimenti), Mosca non sarà in grado di fornire le quantità di petrolio e gas di cui la Russia necessita per coprire contemporaneamente la domanda interna e gli obblighi d’esportazione, ciò che porrebbe un serio problema sia per l’Europa che per la Russia.
Raccomandazioni strategiche e operative
NDFC: attenzione! ribadiamo, se fosse necessario, che Informazione Scorretta non è collegata in alcun modo con il LEAP e che questi non sono i nostri suggerimenti per i vostri investimenti. Gli affezionati lettori sanno che non diamo mai consigli di carattere economico (preferiamo, nel caso, sbagliare da soli). Invitiamo i lettori a decidere autonomamente cosa fare dei propri risparmi, assumendosene ognuno la sua responsabilità.
Ancora una volta, vi vogliamo ricordare che i nostri consigli non sono dati al fine di speculare a breve termine, ma piuttosto per riuscire a perdere meno (o addirittura nulla), perché nel pieno di una crisi sistemica globale è il solo obiettivo realistico.
Valute
Le analisi fatte in questo numero del GEAB spiegano perché non c’è alcun cambiamento nelle nostre previsioni sulle valute. Movimenti nel breve termine non hanno nessuna influenza sulla forte tendenza al crollo del Dollaro statunitense e della Sterlina britannica.
Quest’ultima rimane debole nonostante gli attacchi portati all’Euro; attacchi che consideriamo a breve termine e senza un motivo strutturale.
Immobiliare Commerciale [CRE]
Se volete, o avete necessità, di un locale in una delle zone principali per le proprietà commerciali, in particolare in Europa e negli USA, aspettate fino alla fine del primo semestre e fatevi dare una riduzione dal 30% al 50% sul prezzo di acquisto o di locazione.
I saldi di fine stagione (Primavera, Estate, Autunno) stanno per arrivare.
Azioni
I mercati azionari complessivamente hanno già visto i loro giorni migliori. Quasi tutti i fattori che avevano favorito la loro crescita tra Marzo e Settembre 2009 (periodo dal quale stanno stagnando) stanno scomparendo:
. l’enorme liquidità offerta dalle banche centrali alle banche, che hanno sostenuto in modo essenziale la crescita nel 2009. È questa liquidità che sarà alla base delle strategie di uscita dalle misure di emergenza.
. delusione sulla « ripresa » e sul ritorno alla crescita dell’occidente, in particolare negli Stati Uniti. senza contare le centinaia di miliardi iniettati nell’economia, non c’è stata alcuna ripartenza duratura in quanto quasi tutto è sostenuto da fondi pubblici..
. aumento del costo del denaro
. la Cina non sarà in una posizione migliore: I suoi mercati si sono già indeboliti con una stretta creditizia che aumenterà; e il mito della crescita cinese autosostenibile non andrà oltre l’estate del 2010.
Metalli preziosi
A fronte della crescente fragilità del sistema monetario internazionale, ripetiamo che sarebbe utile diversificare una porzione dei propri asset in metalli preziosi. I metalli rari sono un buon investimento nei prossimi 4/5 anni prima che vengano sviluppati prodotti sostituitivi negli USA, Europa e Asia (salvo la Cina).
Si conclude qui la terza ed ultima parte del GEAB dedicata a Russia e South Stream e Nabucco.
Le parti precedenti: GEAB 42 – intensificazione della crisi nella seconda metà del 2010 – parte I ; GEAB 42 – intensificazione della crisi nella seconda metà del 2010 – parte II

 

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ECONOMIA MONDIALE: STATI ROVINATI

feb 25th, 2010 | By admin | Category: News

DI

GILLES BONAFI
mondialisation.ca
 

Stati rovinati
Potete leggere qui di seguito la lista dei paesi maggiormente indebitati del mondo sviluppato, secondo le stime per il 2010 realizzate dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE):
1 Giappone: 197,2 % del PIL
2 Islanda: 142,5 % del PIL
3 Italia: 127,0 % del PIL
4 Grecia: 123,3 % del PIL
5 Belgio 105,2 % del PIL
6 Francia 92,5 % del PIL
7 Stati Uniti: 92,4 % del PIL
8 Portogallo 90,9 % del PIL
9 Ungheria 89,9 % del PIL
10 Canada 85,7 % del PIL
11 Regno Unito: 83,1 % del PIL
12 Germania: 82,0 % del PIL
E’ da notare che 92,5%, è la vera cifra dell’indebitamento della Francia, superiore a quello degli USA. Il 100% sarà superato nel 2011. D’altronde, il prodotto interno lordo della Francia è diminuito del 2,2% in un anno, la maggiore perdita dal dopoguerra, secondo i dati dell’Insee, e sono stati perduti 412 000 posti di lavoro (Fonte, Le Parisien: Crise: la pire récession en France depuis 1945)
L’Afghanistan, un nuovo Vietnam
Il CF2R, il centro di ricerca sui servizi informativi francese, non esita a paragonare la guerra in Afghanistan al Vietnam. La nota n. 189 del 5 ottobre 2009, intitolata "CF2R – Afghanistan: des airs de conflit indochinois" termina con una conclusione esplosiva: "Ma questa ritirata ne annuncia una seconda che sarà meno gloriosa: la partenza di tutte le forze straniere dal paese perché le opinioni pubbliche non potranno tollerare troppo a lungo le perdite e il costo di questa guerra senza speranza di vedere spuntare l’ombra di una soluzione."
In effetti, gli Stati Uniti hanno stimato le loro spese per la guerra in Afghanistan in 65 miliardi di dollari, somma approvata dal Congresso per il 2010. A cui vanno aggiunti 15 miliardi di dollari degli altri paesi, tra cui la Francia, per un totale di 80 miliardi.
Ora, con 32,7 milioni di abitanti, si può stimare un costo di 2446 dollari per afgano, ossia quasi due anni di salario medio (60 dollari al mese).
L’oro, nuova truffa planetaria
Sul mercato esistono due forme di oro negoziabile: l’oro nella sua forma fisica (monete, lingotti) e l’oro cartaceo.
Chris Powell, segretario tesoriere del GATA, il Gold Anti-trust Action Committee, un’organizzazione con base negli Stati Uniti (gata.org) che fa le pulci alle banche centrali per tutto quello che ha a che fare con l’oro, ha dimostrato che il mercato dell’oro cartaceo è completamente disconnesso dalla realtà. In prospettiva, un immenso crack!
Rob Kirby, editorialista di Goldseek.com, peraltro già trader professionista, ha dichiarato nel novembre scorso: "Da un lato, c’è troppo poco oro per supportare uno spettacolare volume di vendite su carta, dall’altro il mercato di Londra è il maggiore centro per ‘ripulire’ i lingotti dubbi". Secondo questo esperto di economia, sotto l’era Clinton sono state placcate d’oro 640 000 barre di tungsteno da 400 once che si trovano in parte a Fort Knox e in parte sono state vendute sul mercato mondiale. Gli USA sarebbero in realtà rovinati e non disporrebbero più d’oro. Secondo lui, 16 500 tonnellate di falsi lingotti sarebbero sparpagliate per il mondo [1].
L’aiuto militare ad Haiti, preparazione per la guerra al Venzuela
Aaron Russo, produttore cinematografico e uomo politico, annunciava il conflitto in Venezuela già nel 2007.
Un aneddoto, nel film Avatar l’eroe dichiara di essere un reduce del Venezuela!
Il terremoto ad Haiti capita al momento giusto.
In effetti, essendo Haiti posta di fronte al Venezuela, permetterebbe all’impero USA di installare una testa di ponte per preparare la futura invasione. Ecco una lista degli "aiuti" USA ad Haiti:
- 15 000 uomini
- la portaerei USS Carl Vinson
- la fregata USS Underwood
- due navi trasporto dei mezzi di sbarco, USS Carter Hall e USS Fort McHenry
- la nave ospedale USS Comfort
Ma, cosa più interessante, ci sono anche imbarcazioni di cui non si comprende l’utilità per assistere un paese devastato da un terremoto:
- la portaelicotteri d’assalto USS Bataan
- l’incrociatore lanciamissili USS Normandy
Non bisogna dimenticare che nel 2008 l’esercito USA ha riattivato la IV flotta (creata nel 1943) di stanza in America del Sud e nei Caraibi allo scopo di "dimostrare l’impegno degli USA presso i suoi partners della regione" e, soprattutto, "di mandare un messaggio al Venezuela".
Il Venezuela è la quarta potenza economica latino-americana, dopo il Brasile, il Messico e l’Argentina con un PIL di 368 miliardi di dollari nel 2008. Soprattutto, nel 2008 ha prodotto 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno (9° nella produzione mondiale), ossia poco meno degli Emirati Arabi Uniti (2,9 milioni di barili/giorno).
Il Venezuela è diventato un paese appartenente all’"asse del male" perchè riunisce in sé i due criteri fondamentali per esserlo:
- possiede molto petrolio
- è indipendente e non assoggettato all’impero USA.
La carbon-tax: business come sempre
L’assemblea degli esperti sul clima ha riconosciuto in gennaio che la previsione che aveva fatto, nel suo rapporto del 2007, della sparizione dei ghiacciai dell’Himalaya verso il 2035 era uno "spiacevole errore". Perché lo scioglimento in questione non è previsto, in verità, che verso il 2350!
Secondo Mike Hulme, dell’università britannica dell’East Anglia, le strutture del Giec [Il Giec, Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat, è la denominazione francese dell'IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, ndt] sono "deteriorate". Fonte: France-Soir.fr del 12 febbraio 2010. Giec – Les experts du climat sont dans la tourmente.
Il 19 novembre 2009, alcuni hacker introdottisi nei server dell’Unità di Ricerca sul Clima (CRU) dell’università dell’East Anglia (Regno Unito) hanno dimostrato manipolazioni di dati nella corrispondenza privata di numerosi climatologi, alcuni dei quali collaborano all’elaborazione dei rapporti del Giec.
Ma la verità è altrove.
Il governo olandese vuole tassare gli automobilisti secondo i chilometri percorsi. La tassa dovrebbe essere di 0,03 euro ed entrare in vigore nel 2012. Ogni veicolo dovrebbe essere equipaggiato con un apparecchio GPS che registrerebbe il numero di chilometri percorsi, il che permetterebbe tra parentesi di sorvegliare ogni cittadino. Il dispositivo trasmetterebbe poi le informazioni ad un apposito ufficio per predisporre la fattura. Parallelamente, verrebbe imposta una carbon-tax per l’ambiente. Bisogna ricordare che il bilancio energetico (diagnosi di performance energetica ) è obbligatorio dal 1° novembre 2006 in caso di vendita di un’unità immobiliare. Dopo il 1° luglio 2007, deve essere presentato anche in caso di locazione o al momento della costruzione di nuovi immobili. Vi sarà quindi un sistema di scambi di quote di CO2 controllato da qualche banca perché, non dimentichiamocelo, i finanzieri ci annunciano (con l’aiuto dei loro media) che solo l’industria della finanza permetterà di organizzare e di fluidificare questo mercato. Tutto è già al suo posto da molto tempo.
Gli USA sull’orlo dell’abisso!
Ecco l’ultimo rapporto del 25 gennaio 2010 sui senza tetto a New York:
- 21 501 adulti
- 15 787 bambini
Fonte: New York City Department of Homeless Service (Daily Report for homeless population).
Dopo aver "delocalizzato" i poveri pagando loro il biglietto aereo, restano ancora quasi 16 000 bambini senza dimora a New York
Infine, l’emissione di dollari ha raggiunto livelli record! La corsa tra la deflazione (distruzione dell’economia reale) e l’inflazione (creazione di denaro ex nihilo) permette per il momento di conservare una parvenza di equilibrio ma, quando si analizza un grafico come quello qui sotto, ci si può chiedere se gli USA non stiano dirigendosi verso una forte inflazione o, peggio, verso un’iperinflazione con un dollaro che non sopravvivrà a questa prova. Ora, bisogna ricordare che il dollaro è la nostra moneta di scambio e senza di lui crollerebbe tutto il sistema monetario internazionale [2].


[Espansione della base monetaria USA]

NOTE
[1] Ho realizzato uno studio completo su questo argomento che potete trovare sulla rivista Nexus di gennaio/febbraio 2010.
[2] USA, la fin du dollar est proche! – Blog de gillesbonafi – Blog
Titolo originale: “Economie mondiale: Des états ruinés
Fonte : www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=17648

Tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS



Canada: paralisi causata dal vaccino per l’influenza suina

feb 24th, 2010 | By admin | Category: News

di

Corrado Penna

Traduzione dell’articolo Flu shot blamed for paralysis pubblicato sull’edizione online del giornale canadese Toronto Sun il 6 febbraio 2010
Il vaccino incolpato della paralisi
Donna di Kingston in guarigione, spera di potere tornare a camminare.
di Michele Mandel, Toronto Sun
Poco prima di Natale, Stephanie Willette è passata improvvisamente dall’essere una studentessa di infermieristica in buona salute all’essere un’impotente paziente paralizzata dal collo in giù, con una tracheotomia per le permettere la respirazione.
Adesso la giovane di 20 anni si sta lentamente rimettendo in un ospedale per la riabilitazione di Kingston, è ancora incapace di mettersi a sedere, ma spera di poter tornare a camminare un giorno.
La donna di Lindsay è un’altra persona colpita dalla Sindrome di Guillain-Barreé, un’altra ancora la cui famiglia incolpa il vaccino contro l’H1N1 per aver causato la rara condizione neurologica.
“Non lo possono provare, ma non possono dimostrare il contrario. Era in perfetta salute fino a due settimane prima della vaccinazione” afferma arrabbiata sua madre Karen. “Credo che ci siano molti altri casi là fuori, più di quanti il governo lasci che si sappia. E’ un gran segreto.”
Secondo il ministero della salute, si sta indagando solo su quattro casi di Sindrome di Guillain-Barré riportati in Ontario in seguito alla vaccinazione di massa di cinque milioni di persone in quella provincia.
Ma abbiamo già raccontato le strazianti storie di due pazienti che incolpano la loro debilitante insorgenza della Sindrome di Guillain-Barré al vaccino per l’influenza suina – che hanno ricevuto a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro nello stesso presidio sanitario di Markham.
Da allora altre quattro vittime della sindrome di GB si sono fatte avanti al Sunday Sun. Con l’aggiunta di un caso a Hamilton riportato lo scorso novembre, sono sette solo i casi che abbiamo contato noi in Ontario [vedi a questo link un articolo, sempre di Michele Mandel, su un altro caso di Sindrome di GB sviluppatasi in seguito al vaccino per l'influenza suina - N.d.T.].
E allora quanti sono esattamente le persone che sono state devastate da questo vaccino così fortemente propagandato? E perché il Quebec è l’unica provincia che ha un programma di risarcimento onnicomprensivo per i pochi sfortunati che soffrono di un tale devastante effetto collaterale?
La Sindrome di GB può causare una leggera debolezza muscolare o una seria paralisi ed è diagnosticata a circa 600 canadesi ogni anno dopo un incontro con batteri sviluppatisi nel cibo, infezioni virali o interventi chirurgici.
Molto più raramente, essa si può sviluppare fino a sei settimane dopo un vaccino anti-influenzale. E’ lì nelle avvertenze scritto in caratteri minuti: il rischio di contrarre la Sindrome di GB dopo una qualsiasi vaccinazione anti-influenzale è di circa uno su un milione di dosi.
Dopo le vaccinazioni contro l’influenza suina del 1976 fu riscontrato un aumento dei casi di Sindrome di GB, mentre non c’è stata la segnalazione di una simile ondata [di casi di malattia] con le vaccinazioni di adesso. Ma quanti casi non sono stati correttamente riportati?
Al 23 gennaio l’Agenzia della Sanità Pubblica del Canada stava seguendo 24 casi verificatisi in seguito alla vaccinazione, ovvero 0,95 per milione, come ci si aspettava. “Non sono emerse preoccupazioni riguardo alla Sindrome di GB in connessione con i vaccini per l’H1N1” afferma l’Agenzia.

Ciò è di ben poco conforto per un’altra madre che ha quasi perso il figlio lo scorso mese.
“Questi numeri non significano assolutamente niente quando tuo figlio si trova in terapia intensiva a combattere per la propria vita” dice Cathy, il cui figlio ha chiesto che non venga pubblicato il loro cognome. “Allora le probabilità sono molto pù del tipo uno su uno.”
Suo figlio Michael era un robusto ragazzo di 26 anni in buona salute che lavorava in ospedale, che ha iniziato a lamentarsi di un formicolio ai piedi quattro settimane dopo la vaccinazione contro l’influenza suina. Il 5 dicembre, mentre stava perdendo la sensibilità alle gambe, sua madre lo ha portato di corsa all’ospedale di St. Joseph. Una puntura lombare ha confermato la Sindrome di GB.
La sua salute si è poi deteriorata così rapidamente che ha passato quattro giorni in terapia intensiva, completamente paralizzato.
“E’ stato brutale” ricorda Michael, ritornato alla sua casa di Etobicoke. “Sei intrappolato nel tuo cervello. Non mi potevo muovere. Non potevo nemmeno inghiottire la mia saliva. Era un inferno e c’è stato un momento in cui avrei voluto morire.”
Egli è uno dei più fortunati. La sua guarigione è stata sbalorditivamente rapida, quasi come l’insorgenza della sua paralisi. Dopo un mese in ospedale e due settimane all’istituto di riabilitazione di West Park egli è debole, ma cammina nuovamente. “Sembra come se fosse stato tutto un cattivo sogno” dice.
Ma non per sua madre. Lei ha scritto una mordace lettera a diversi ufficiali sanitari, tra i quali il dottor David Butler-Jones, il dirigente del servizio sanitario canadese che ha passato dei mesi esortando tutti a sottoporsi alla vaccinazione contro l’influenza suina.
“Aapetto una vostra risposta su come pensate di risarcire Michael per il suo dolore e la sua sofferenza dal momento che tutti i dirigenti sanitari hanno ripetuto continuamente che il vaccino per l’H1N1 era sicuro” ha scritto. “Cosa farete per le persone sfortunate come Michael?”
Un mese è passato e nessuno ha nemmeno avuto la decenza di rispondere.

 

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Le gated communities, i borghi fortificati del XXI secolo

feb 24th, 2010 | By admin | Category: News

Quando anni fa sentii parlare per la prima volta delle gated communities ebbi l’impressione di stare ascoltando il racconto di un romanzo distopico ambientato in un prossimo futuro.
In realtà, le gated communities non hanno nulla di fantascientifico, e rispondono ad una precisa esigenza sentita da sempre più cittadini.
Più che una anticipazione del futuro, inoltre, queste “comunità” rappresentano un curioso ritorno al passato.

Si tratta, essenzialmente, di zone residenziali private composte da diverse unità abitative, da poche decine a qualche centinaio, riservate principalmente a cittadini benestanti, facenti parte del ceto medio – alto della popolazione.
Queste zone residenziali speciali possono formare dei paesi isolati, oppure occupare un quartiere all’interno di una città più grande, e sono solitamente cintate da muri e cancelli – da cui il nome – ed ogni abitante deve identificarsi all’ingresso per potervi accedere.
La caratteristica principale di tali agglomerati urbani infatti è proprio questa: il transito al loro interno è interdetto agli estranei, che potranno al massimo accedervi dietro necessaria autorizzazione.
Se, ad esempio, un abitante della community aspetta la visita di qualche conoscente che non abita nel quartiere, dovrà annunciarlo alle guardie giurate che controllano gli ingressi, comunicando l’orario dell’arrivo dell’amico, il suo nome, i dati di un documento di identificazione e il motivo della visita stessa.
La prima ragione dell’esistenza di tali comunità isolate è intuibile: il desiderio di sicurezza.
Dentro il quartiere infatti possono circolare solo gli abitanti, che col tempo si conoscono personalmente, e vi è inoltre un servizio di sicurezza offerto da guardie private pagato dai proprietari delle case.
Gli abitanti, inoltre, concorrono collettivamente per le spese urbanistiche, per la cura del decoro urbano e per  i vari servizi comuni di cui hanno bisogno, facendo in questo modo delle loro zone residenziali delle piccole entità giuridiche in parte indipendenti.
Le gated comunities più grandi vengono così dotate di centri ricreativi, scuole materne, piscine comuni, bar, ristoranti, negozi, come fossero delle comunità autosufficienti.
Tale fenomeno urbanistico ebbe la sua origine negli Stati Uniti – dove si calcola che attualmente circa 10 milioni di persone vivano in una di queste comunità – e ben presto si è diffuso in altre nazioni, in particolar modo in stati in cui esiste una certa disparità tra le condizioni economiche dei più ricchi rispetto a quelle dei più poveri, come la Cina, il Brasile, L’Argentina, ed altri paesi del Sudamerica.
In Italia, esiste un progetto del 2007 che prevede la costruzione della prima gated community sul nostro suolo nazionale, all’interno del comune di Basiglio, a trenta minuti di Milano.

Nella presentazione dell’operazione comunicata dai media si descrive chiaramente l’idea dell’abitare a cui il progetto si ispira:

A Basiglio, a due passi da Milano 3, sta per nascere quella che potrebbe essere la prima gated community italiana, una città nella città in un ambiente superprotetto e immerso nel verde, senza auto e con tutti i servizi di un hotel cinque stelle che sarannno fornite da società esterne al quartiere.
L’idea funziona da anni negli Stati Uniti, soprattutto fra le famiglie del ceto medio-alto, per proteggersi dal crimine.
L’immobiliarista Danilo Doronzo, che guida la Milano Holding Goup, ha deciso di importare in Italia il modello che, secondo gli ideatori, rappresenta l’evoluzione d’iniziative come Milano 2, lanciate negli anni ‘70 da Silvio Berlusconi.
La sicurezza, però, è solo uno degli aspetti che lo interessano.
La differenza rispetto ad altri progetti simili sarà data dalla qualità dei servizi. «Sarà il regno del silenzio – spiega Doronzo – uno spazio dove i bambini potranno circolare liberamente senza che nessuno possa entrare in assenza di autorizzazione e dove una società di gestione esaudirà tutte le richieste dei proprietari, dai servizi di baby sitting alla consegna della spesa, fino all’innaffiamento dei fiori 24 ore su 24».
I lavori di Cascina Vione partiranno a febbraio e dureranno tre anni. Si tratta di un progetto da 80 milioni di euro finanziato per 53 milioni da Bpm su un’area di 100mila metri quadri, di cui solo 25mila saranno costruiti.
«Rispetteremo le metrature esitenti», precisa Doronzo.
L’obiettivo infatti è creare un ambiente esclusivo per circa 150 famiglie che avranno modo di veder rifiorire un complesso che risale al Milleduecento.
All’interno di questo spazio si circolerà rigorosamente a piedi: «Anche le biciclette – precisa Doronzo – resteranno fuori mentre per le auto ci saranno i parcheggi sotterranei».

Da un certo punto di vista, il fatto che un gruppo di cittadini decida di abitare in una zona residenziale comune isolata dall’esterno può considerarsi del tutto legittima, secondo gli standard attuali della proprietà privata.
In fondo, l’operazione in sé non ha nulla di diverso rispetto al cingere con cancellate e muri il lotto della propria abitazione privata.
Si tratta semplicemente di un passaggio di scala, dal momento che all’interno dei muri rientrano diverse proprietà, e non una sola, creando un piccolo agglomerato urbano.
Nondimeno, l’idea che all’interno di una città esistano zone più o meno ampie dotate di strade a cui un normale cittadino non possa accedere stride con la nostra stessa abitudine di “utilizzatori di città”.
Risulta infatti normale e scontato incontrare terreni recintati, parchi privati ed in generale edifici non pubblici a cui non è possibile accedere, ma diviene più difficile concepire delle strade e dei quartieri interamente privati, con tanto di cancelli di ingresso e guardie armate che vigilano e controllano affinché nessuno non autorizzato possa varcarne la soglia (come si diceva all’inizio dell’articolo, tale situazione ricorda molto i borghi fortificati dei secoli passati, con le sentinelle del signore attente a non far entrare potenziali nemici entro le mura; alle gated communities manca solamente il ponte levatoio).
Inoltre, specialmente nei paesi con maggior disparità sociali, non può non stridere il contrasto tra l’ordine e l’agiatezza delle zone residenziali private e la povertà e la miseria che iniziano subito all’esterno delle cancellate.
Da un punto di vista urbanistico – sociale, le gated communities denunciano in qualche modo anche il fallimento della metropoli contemporanea, con la sua pretesa di multiculturalità e commistione tra i diversi strati sociali della popolazione.
Queste entità residenziali, d’altra parte, non fanno altro che ricreare i vecchi villaggi che caratterizzavano fino a pochi secoli fa il mondo pre-moderno, dove un numero ristretto di famiglie che condividevano le stesse condizioni economiche e sociali vivevano all’interno di un piccolo nucleo urbano; in tali comunità era assente la figura dell’estraneo, dal momento che tutti si conoscevano a vicenda, e da questo derivava un certo senso di sicurezza.
Gli esseri umani, infatti, sono esseri sociali, ma una loro innata predisposizione, risalente all’alba dei tempi, li porta a dividere le persone che li circondano in due categorie, conoscenti ed estranei, ed una sorta di istinto primordiale porta naturalmente ogni uomo ad essere diffidente nei confronti dei secondi.
Nelle piccole comunità, l’essere circondati da conoscenti, da persone di cui è noto il nome, la storia e il carattere, dà all’individuo un naturale senso di sicurezza, mentre nei grandi conglomerati, dove tutti sono estranei, le reazioni sono assai diverse: si va da una lieve diffidenza ad un vero e proprio sentimento di costante insicurezza.
Le gated communities ricostruiscono, forse in maniera inconsapevole, quell’antico modo di abitare, un mondo chiuso fatto di volti noti e persone simili e di conseguenza rassicuranti.
Ma se da questo punto di vista si crea una unità tra i membri di queste piccole comunità, dall’altra si accentuano ancora di più le differenze tra coloro che hanno una certa disponibilità economica e la grande massa che ne rimane fuori, facendo in modo che le diseguaglianze della società si accentuino ancora di più.

 

 

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IL CASO IRAN

feb 24th, 2010 | By admin | Category: News

DI FRANCO CARDINI
diorama.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualcosa di molto grave si sta profilando in Occidente: qualcosa che forse minaccia il mondo. E’ uno scenario che purtroppo abbiamo già visto. Tra 2002 e 2003 i governi statunitense e britannico inscenarono una pietosa e vergognosa commedia cercando di far credere al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di pericolose armi segrete di distruzione di massa. Era incredibile: e infatti chi aveva capacità di comprendere e di assumere informazioni precise si rese subito conto che si trattava di una colossale e infame menzogna. Ma i mass media insistevano, i politici – anche italiani – erano già decisi a seguire il sentiero tracciato del sinistro signor Bush: il risultato fu la guerra e un’occupazione che perdura e dalla quale gli stessi italiani non sanno come far a uscire.[1]
Sette anni dopo, siamo alle solite: analogo scenario, analoghe sfrontate bugie. La vittima designata, ora, è l’Iran. Auguriamoci che le dissennate dichiarazioni dei politici e dei mass media non preludano a qualcosa di simile al pasticcio irakeno: stavolta sarebbe molto più grave.
La Repubblica Islamica dell’Iran è una società molto complessa,[2] che non è certo retta da un regime totalitario, bensì da un sistema assembleare per certi versi paragonabile a una repubblica protosovietica controllata da un “senato” di teologi-giuristi. Nata da uno strappo violento che ha sottratto trent’anni fa agli USA il suo più sicuro e fedele alleato-subordinato e che ha fatto tabula rasa d’importanti interessi petroliferi occidentali, è strutturalmente avversaria della superpotenza americana: dal momento che essa individua in Israele il principale supporto della politica statunitense nel Vicino Oriente, essa avversa radicalmente anche quest’ultimo. Non c’è dubbio che il governo iraniano attuale abusi dei suoi poteri, a cominciare da quello che gli consente di comminare pene capitali, e che non rispetti alcuni diritti della persona umana. Non è l’unico a far certe cose (tali diritti non sono rispettati nemmeno nell’illegale campo di detenzione di Guantanamo, tenuto aperto dalla Prima Democrazia del mondo): ma le fa, e ciò dev’essere denunziato con deciso rigore.
Ciò non toglie che sull’Iran il mondo occidentale in genere, italiano in particolare, sia malissimo informato. Esaminiamo sinteticamente i quattro fondamentali capi d’accusa che vengono ormai rivolti abitualmente al governo di Ahmedinejad: si sarebbe reso responsabile di gravi brogli elettorali durante le ultime elezioni e di una pesante repressione delle proteste da parte dell’opposizione; minaccerebbe e programmerebbe un attacco contro Israele, con intenzione di distruggerlo; starebbe fabbricandosi un potenziale nucleare militare; sarebbe candidato a cedere in quanto isolato internazionalmente.
Si tratta sostanzialmente di quattro calunnie, per quanto ciascuna di essi riposi su un qualche elemento di verità. Vediamole in ordine.
Prima. In una recente intervista consultabile nella versione telematica di “Panorama” del 30.12.2010 una delle maggiori esperte di cose iraniane, Farian Sabahi,[3] non ha escluso che vi siano stati brogli elettorali, ma ha sottolineato che essi non possono aver falsato sostanzialmente il responso delle urne che è stato comunque con certezza largamente favorevole ad Ahmadinejad in quanto egli, a differenza dei suoi elettori, ha saputo guadagnarsi la fiducia della maggioranza degli iraniani non grazie alle sue tracotanti minacce contro Israele, bensì con una politica sociale che ha costantemente messo a disposizione dei ceti più deboli una massa ingente di pubbliche risorse, ha consentito a 22 milioni d’iraniani di accedere a efficaci cure mediche gratuite, ha aumentato molti stipendi (p.es. del 30% quello degli insegnanti), ha aumentato del 50% ‘entità delle pensioni. Al contrario i suoi avversari, pur abilissimi a mobilitarsi su Twitter e forti nei ceti medi specie della capitale, hanno fatto ben poca breccia nei centri minori e praticamente nessuna nelle campagne. I nostri mass media insistono sui deliri oratori hitleriani di Ahmedinejad (che peraltro riassumono sistematicamente, senza darci modo di capire che cosa effettivamente egli dica, e a chi, e in quali contesti), ma non c’informano per nulla della sua politica sociale, impedendoci di farci un’idea di che cosa realmente sia l’Iran di oggi.[4]
Seconda. Quanto all’atteggiamento di Ahmedinejad contro Israele, è indubbiamente una maldestra e odiosa misura propagandistica da parte sua la contestazione della shoah; ma, quanto alle minacce, chi non si limita al materiale scaricato da Twitter si è reso facilmente conto che il presidente iraniano non ha mai affermato che Israele vada distrutta (cioè che gli israeliani siano eliminati o cacciati), bensì che la pretesa di uno stato ebraico che si presenti come etnocratico e confessionale ma che nello stesso tempo pretenda di essere un modello di democrazia all’occidentale è evidentemente insostenibile in quanto costituisce una contraddizione in termini. Da ciò Ahmedinejad non deduce che lo stato d’Israele vada distrutto dall’esterno, ma che esso non potrà mai mantenersi sulla base dei principi proclamati. Oltretutto, nell’ormai radicato immaginario occidentale Ahmadinejad starebbe minacciando di distruzione nucleare Israele: ora, si domanda come può il leader di uno stato che non è ancora arrivato nemmeno al nucleare civile minacciare di distruzione nucleare un paese che invece dispone sul serio di un nucleare militare. Tutto ciò è assurdo. E non è difatti mai accaduto. Ahmedinejad si limita a dire che la convivenza di ebrei e di palestinesi dovrà essere rifondata su basi diverse da quelle dell’attuale stato d’Israele se vorrà avere qualche probabilità di sopravvivere.
Terza, la questione nucleare. Qui siamo al ridicolo e all’infamia al tempo stesso. L’11 febbraio scorso, trentennale della rivoluzione khomeinista, l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Alì Akbar Naseri indiceva una conferenza stampa. Visto il momento “caldissimo” nell’opinione pubblica, si potrebbe supporre ch’essa è stata presa d’assalto dai media. Macché. Né un TG importante, né una testata di rilievo: è così che da noi si fa informazione. Tuttavia, le pacate dichiarazioni del diplomatico hanno richiamato un’ennesima volta a una verità obiettiva che ormai conosciamo. Il 4 febbraio scorso, il governo iraniano ha formulato alla authority internazionale nucleare, l’AIEA, una proposta molto flessibile e ragionevole: accettazione della prassi elaborata dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Germania) nell’ottobre scorso, sulla base della quale l’Iran consegnerà delle partite di uranio arricchito al 3,5% alla Russia, che lo porterà al 20% e lo passerà alla Francia incaricato di restituirlo all’Iran. Date però le circostanze e il macchinoso sistema elaborato, il governo dell’Iran – temendo evidentemente che l’uranio gli venga sottratto – chiede semplicemente che lo scambio avvengo in territorio iraniano e che ad ogni cessione di partita di uranio al 3,5% l’Iran venga risarcito con la consegna di una pari quantità arricchita al 20%. Non si capisce perché il governo statunitense abbia rifiutato come “non interessante” una proposta del genere e si ostini a pretendere dall’Iran la pura e semplice cessione del minerale, senza contropartite né garanzie. Ciò corrisponde solo a un vecchio e abusato trucco diplomatico: formulare pretese assurde e irricevibili per poi accusare l’avversario, reo di non averle accettate. Bisogna al riguardo tener presente due cose: primo, per avviare la costruzione del nucleare militare è necessario un arricchimento dell’uranio all’80%, mentre l’Iran non è ancora in grado nemmeno di arricchirlo al 20%, limite indispensabile per gli usi civili. E di sviluppare un nucleare civile l’Iran ha diritto, in quanto paese firmatario del trattato di non-proliferazione (gli unici tre stati che non hanno firmato sono Israele, India, Pakistan). Il punto è che sembra proprio che i soggetti occidentali più importanti (quindi il governo statunitense e la NATO, che da esso è largamente controllata) siano ben decisi a procedere su una strada pregiudizialmente tracciata. In un’intervista concessa a Luigi Offeddu del “Il Corriere della Sera”, e pubblicata il 29.2.2010, Adres Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO dall’agosto 2009, ha proferito affermazioni allucinanti nella sostanza non meno che nel tono: “Al momento dovuto, noi prenderemo le decisioni necessarie per difendere i paesi della NATO”, ha dichiarato.[5] Ha parlato di un sistema missilistico difensivo, risultato di una triplice collaborazione tra USA, NATO e Russia, fingendo di non sapere che in Realtà la Russia è preoccupata delle installazioni missilistiche USA-NATO in Romania e in Polonia, non è soddisfatta dei chiarimenti fornitile (secondo i quali esse sarebbero dirette contro la minaccia iraniana) e la sua richiesta di “collaborazione a tale sistema è, in realtà, una richiesta di controllo. Rassmunsen, ignorando del tutto le proposte iraniane, continua a proporre un diktat: l’Iran consegni tutto il suo uranio che verrà arricchito all’estero, senza alcuna possibilità di controllarne il destino, senza alcun controimpegno e senza alcuna contropartita. C’è da chiedersi chi mai potrebbe accettare imposizioni del genere.
Quarto. Si continua acriticamente a ripetere, da noi, che ormai l’ONU sarebbe pronta a inasprire l’embargo all’Iran e che lo stesso consiglio di Sicurezza sarebbe d’accordo: si tratterebbe solo di convincere la Cina a non usare il suo diritto di veto e a studiare sanzioni che colpiscano il governo iraniano, ma non la popolazione. Quest’ultimo proposito è manifestamente ipocrita: le sanzioni colpiscono sempre le popolazioni, e in genere rinsaldano la loro solidarietà con i loro governi (a parte l’ipocrisia del governo italiano, che sostiene di preoccuparsi per ragioni umanitarie mentre in realtà è in ansia per il grosso business iraniano dell’ENI, che potrebb’essere compromesso dalle sanzioni con un forte danno agli interessi italiani). Ad ogni modo, le sanzioni contro l’Iran non funzioneranno, perché il governo iraniano è a vari livelli in contatto positivo con molti paesi e ha stipulato o sta stipulando accordi non solo con Cina e Russia, ma anche con la Siria, col Venezuela e con la Turchia. E’ del 19.2., stando a due “lanci” AGI, la dichiarazione del viceministro degli Affari Esteri Serghiey Ryabkov, secondo la quale non solo la Russia è contraria a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran e indisponibile ad appoggiarle, ma si conferma intenzionata a fornire all’Iran i sistemi antiaerei S-300, come si era impegnata a fare.
Insomma, il regime iraniano può non piacere: ma non ha la possibilità e forse nemmeno l’intenzione di costruire armi nucleari e non si trova affatto in una posizione di assoluto isolamento diplomatico.
Ma allora perché gli USA sembrano preoccuparsi dell’Iran di Ahmedinejad al punto di arrivare alle esplicite minacce? L’atomica, i diritti umani e le minacce a Israele non c’entrano. C’entra invece il modesto isolotto di Kish sul Golfo Persico, che gli iraniani hanno scelto a sede di una futura rete di scambi petroliferi mirante alla costituzione di un “cartello” che si fonderebbe sull’unità monetaria non più del dollaro, bensì dell’euro. Questa è la bomba nucleare iraniana che davvero gli americani temono.
E allora, immaginiamoci un possibile e purtroppo piuttosto probabile futuro. La guerra, lo sanno tutti, è un gran ricco business: vi sono cointeressate potentissime lobbies industriali e finanziarie internazionali; è rimasta l’unica attività produttiva statunitense che davvero “tiri”; le commesse vanno rinnovate e gli arsenali debbono essere vuotati se si vogliono riempire di nuovo; poi ci sono i generali (non solo i generaloni del Pentagono, quelli che ostentano nomi da conquistatore romano, tipo Petreus; ma anche i generalucci della NATO e i generalicchi italiani, per tacer degli strateghi-peopolitici da TV…); inoltre c’è il sacrosanto spiegamento dei fondamentalisti cristiani, ebrei e musulmano-sunniti che non vedono l’ora di saltar addosso al demonio sciita; infine ci sono i poveri cristi che aspettano di venir ingaggiati come in Afghanistan e in Iraq, la folla dei portoricani in caccia della magica green card che fa di loro dei quali cittadini statunitensi, i sottoproletari che sognano di ascendere al rango di contractors. Tutte insieme, queste forze sono – non illudiamoci – potentissime.
Se non ci salva il duplice “veto” russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma anche quello non sarà sufficiente: basterà la NATO, come in Afghanistan nel 2001: poi, l’ONU sarà costretta ad avallare…), oppure, meglio ancora, un deciso “no” degli israeliani che – a differenza del loro governo – non hanno perduto il ben dell’intelletto e la voce dei quali potrebbe contare moltissimo dinanzi all’opinione pubblica mondiale , l’aggressione all’Iran probabilmente si farà. E’ molto più facile di quella all’Iraq del 2003: il sunnita e “laico-progressista” Saddam poteva contare su molti amici negli USA, in Europa e nel mondo musulmano, l’Iran fondamentalista e sciita non ne dispone. Poi, tra qualche anno, qualcuno in gramaglie verrà a dirci che no, ci eravamo sbagliati, la bomba nucleare proprio l’Iran non ce l’aveva e nemmeno i terribili missili puntati contro l’Occidente; qualcun altro sgamerà, altri ancora si rifugeranno nell’amnesia. Frattanto, nella migliore dell’ipotesi, ci saremo infilati in un pantano sanguinoso e costoso, peggiore di quelli afghano e irakeno messi insieme: un pantano nel quale sguazzeranno allegramente solo le anatre e le rane tipo gli imprenditori, i militarastri e i sottoproletari del “finché-c’è-guerra-c’è-speranza”, che ciascuno al suo livello ci guadagneranno (“produzione e consumo” in alto, patacche e promozioni a mezza tacca, “posti di lavoro” in basso) , o tipo La Russa, che già ora s’inorgoglisce dei suoi picchetti d’onore e delle sue finte uniformi militari. Se non altro, tutto ciò darà una nota comica alla vicenda. Ma non illudiamoci: quella sarà soltanto la migliore fra le ipotesi.

Fonte: www.diorama.it/
Link: http://www.diorama.it/index.php?option=com_content&task=view&id=178&Itemid=1
22.02.2010
NOTE
[1] I media ci hanno poi informati che le armi di distruzione di massa non c’erano: ma nessun governante nessun politico di quelli che a suo tempo avevano stragiurato sulla loro esistenza, nessun intellettuale o pubblicista di quelli che immaginavano scenari festosi (tipo i liberatori che arrivano a Baghdad in mezzo ai fiori e alle bandiere del popolo irakeno liberato…), nessun mezzobusto televisivo-opinion maker ha fatto ammenda dell’errore in cui aveva tentato d’indurci, o meglio della menzogna proferita. Anzi, a dimostrazione della longevità dei falsi miti, Tony Blair, nel corso della sua pietosa autocritica che sigilla il fallimento della sua carriera di politico (dopo i danni che ha fatto, e che purtroppo paghiamo e pagheremo noi) è tornato sulle armi di distruzione saddamiste come se fossero davvero esistite, “dimenticando” al figuraccia sua e di altri.
[2] Cfr. L’iran e il tempo. Una società complessa, a cura di A. Cancian, Roma, Jouvence 2008; A.Negri, Il turbante e la corona. Iran trent’anni dopo, Milano, Tropea, 2010.
[3] Di cui cfr. F.Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Milano, Bruno Mondadori, s.d.
[4] Cfr. il lucido commento di M.Tarchi, La lezione iraniana, “Diorama letterario”, 296, ott.-dic. 2009, pp. 1-3.
[5] L.Offeddu, “L’iran si fermi sul nucleare o la NATO dovrà difendersi”, “Corriere della Sera”, 20.2.2