Finchè morte non li separi

berlusconitie

Altro che sicuri. Sicurissimi. E pure da un bel pezzo. Per dire: il giornalista con tessera del Piddì fieramente in tasca, Gad Lerner, già un anno fa, aveva aperto le danze, sentenziando – tra un insulto e l’altro – che “il vecchio bavoso che telefona di notte alle ragazzine e ne trasporta a decine col jet privato in Sardegna per la festa di Capodanno, è un uomo di potere che ha perso il controllo delle sue facoltà mentali. (…) Non credo che Berlusconi riesca a durare al vertice di questo Paese ancora per molto più di un anno. Ci saranno prese di distanza fra i suoi stessi alleati e anche fra gli zelanti servitori di oggi. L’uomo che ha affidato tutto sè stesso all’immagine, dall’immagine verrà ricondotto a figura patetica”.

Addirittura? Addirittura. E non solo. Durante la campagna elettorale per le ultime elezioni regionali, quelle certezze dell’anno prima sulla imminente fine di Berlusconi e i suoi berluscones si erano fatte granitiche. Pochi giorni fa, il direttore de “L’Unità”, Concita De Gregorio spiegava ai suoi lettori, senza tema di sbagliare, che Berlusconi “ha paura, i suoi sondaggi questa volta gli dicono che ha commesso molti errori, persino chiudere gli odiati programmi di giornalismo in tv si è rivelato un boomerang. (…) La sua stagione è finita”. Amen. In vista di cotanto funerale, anche il direttore de “Il Fatto quotidiano”, Antonio Padellaro aveva pensato bene di vergare una sua personalissima estrema unzione: Dall’aria che tira questa non dovrebbe passarla liscia. In fondo dobbiamo ringraziarlo. Quando lui dice o con me o contro di me, rende tutto più semplice”. E perfino il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari si era lanciato in un giudizio tranchant per spazzar via gli ultimi dubbi: “Servirà la manifestazione di ieri in San Giovanni a modificare il trend? Credo di no. Il discorso di Berlusconi, l’abbiamo già detto, è stato di modestissima qualità”. Il carico, però, ce l’aveva messo Marco Travaglio. Che – presentando la sua trasmissione “Raiperunanotte” con Michele Santoro&co – aveva per giunta scomodato un ardito parallelo storico: Il re della tv ha paura delle telecamere. E’ una scena da Hitler nel bunker, forse sta per saltare il tappo e io sarei felice se accadesse quanto prima”.

Già. E il tappo – a casa Berlusconi – probabilmente è saltato per davvero. Peccato solo che fosse quello dello champagne. Perchè come hanno riconosciuto un po’ tutti – leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in primis – a vincere quest’ennesima tenzone elettorale è stato proprio lui: il solito Cavalier Berlusconi Silvio da Arcore. E perchè, al solito, i maître-à-non-penser del giornalismo di Sinistra italiano non si smentiscono mai. A smentirli, spesso e volentieri, ci pensa direttamente la realtà dei fatti.

Fatti che ora – secondo un rito antico della Sinistra italiana – verranno passati minuziosamente al setaccio. Con un unico obiettivo: trovare un colpevole anche per questa ennesima sconfitta. Senza dimenticare di scannarsi un po’ a vicenda. E di praticare l’arte antica dello scaricabarile. Un copione logoro – quello delle analisi, dei regolamenti di conti e degli scaricabarile rigorosamente a posteriori – che sta tornando, in queste ore, puntualmente in scena.

Il fu pm ora capo indiscusso dell’Italia dei Valori ha già tirato la croce addosso al Partito democratico: i leader del Piddì, ha detto Di Pietro, sono gli stessi da troppo tempo; è ora di cambiare. Verissimo. Peccato che lui guidi il suo movimento – suo, perché lo ha per giunta fondato – ininterrottamente dal 1998. Dodici anni da segretario unico. E scusate se è poco. E gli ex comunisiti, ex pidiessini, ex diessini e ora piddini? E loro, invece, non se la sono presa con i vecchi; ma con i giovani. La sconfitta in una regione chiave come il Piemonte? Tutta colpa del neonato partito di Beppe Grillo, ovvero il MoVimento a 5 stelle. I grillini hanno rispedito le accuse al mittente, dicendo che – per loro – Pdl e Pdmenoelle sono uguali; e che ognuno farebbe bene a guardare in casa propria. Ragionamento ineccepibile. Così come ineccepibile è stata – in compenso – la vittoria del centrodestra guidato dal Cavaliere. Che – in barba alla crisi economica; ai licenziamenti; all’eterno conflitto di interessi; e a una pletora di scandali e guai giudiziari talmente lunga da varcare, ormai, i confini della realtà e dell’umana comprensione – ha piazzato i suoi governatori in quasi tutte le regioni che contano. A partire dalla Lombardia (che, per la cronaca, da sola vale poco meno di 10 milioni di abitanti e un quinto dell’intero Pil italiano); e passando, tra l’altro, per Veneto, Piemonte, Lazio e Calabria.

Qualcuno dei maître-à-non-penser di cui sopra, però, ha trovato subito – eureka! – un motivo di consolazione. Ovvero: l’ottimo risultato della Lega Nord. Il vero vincitore di questa tornata elettorale, ha puntualizzato acutamente il direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro non è Berlusconi, è la Lega. Eh, già. Oh, putroppo i leghisti sono da anni il più fedele e stabile alleato di Berlusconi. Ma questo evidentemente, per “Repubblica”, è solo un dettaglio.

Quel che invece dettaglio non è, è il fatto che il centrosinistra abbia presentato – in alcune regioni – candidati, come dire?, un po’ deboli. Come il piddino Filippo Penati. Che – nell’anno di grazia 2009 – era già stato candidato e  trombato alle elezioni per il presidente della Provincia di Milano, e che è stato giustamente ricompensato con una bella candidatura a governatore della Lombardia. Candidatura che chiaramente non è servita a niente (è stato, ovvio, ritrombato); ma almeno farà intascare (a Penati) lo stipendio da consigliere regionale (tra i 9mila e i 10mila euro al mese; un’indennità ben più cospicua di quei miseri 2mila e rotti euro che avrebbe preso facendo solo il consigliere provinciale; un premio di consolazione, diciamo). E che dire della candidatura di Agazio Loiero, che era governatore uscente della Calabria? Stranamente i calabresi non l’hanno rieletto. Stranamente, si diceva, perchè durante il suo mandato Loiero era balzato agli onori delle cronache per ben due motivi. Primo: guidava il consiglio regionale (probabilmente) più indagato d’Italia. Secondo: la Calabria, in questi anni, si è distinta per una sfilza di casa di malasanità da far tremare le vene ai polsi.

Ecco, appunto, la Sanità. Ed ecco, appunto, la seconda questione che dettaglio non è. Perchè questo le Regioni fanno: si occupano – de facto – di mandare avanti Asl e ospedali. E di questo si sarebbe dovuto parlare in campagna elettorale. Di una torta – quella della Sanità – che vale 100 e rotti miliardi di euro all’anno (per la precisione: secondo i dati messi in fila dall’ordine dei medici, Asl e ospedali – nel 2009 – sono costati agli italiani ben 109 miliardi di euro). Ossia: un ottavo, circa, dell’intera spesa pubblica italiana.

Un fiume di danaro colossale che in parte alimenta gli ospedali pubblici, dove i camici bianchi – come ha denunciato di recente anche il senatore e medico piddino, Ignazio Marino – sono ferocemente lottizzati, alla faccia dalla meritocrazia, dai partiti. Un fiume di denaro colossale che coi suoi mille rivoli finisce anche nelle cosiddette strutture “accreditate”: cioè in cliniche private, che sono – per parlar piatto piatto – convenzionate con la mutua. Un esempio a caso: quelle che appartengono alla Kos, la società di servizi socio-sanitari che fa capo alla famiglia De Benedetti, gli editori di “Repubblica”; società che nel 2009 ha fatto ricavi per 273,4 milioni di euro e ora sta anche per quotarsi in Borsa. E altro esempio a caso: gli ospedali e i centri riabilitativi gestiti – tra Puglia e Lazio – dalla famiglia Angelucci, editori tanto del “Riformista”, quotidiano di centrosinistra, che del berlusconiano“Libero”. Insomma: di cose discutibili e su cui discutere concretamente – casi di malasanità, a parte – ce n’era un sacco e una sporta.

E invece? E invece, guardacaso, niente. Grazie ai maître-à-non-penser della Sinistra – e con la complicità dei colleghi opinionisti a tassametro di centrodestra – si è montato un can can infinito sulle ultime (presunte) malefatte del solito Berlusconi e del suo Popolo delle Libertà: dalla telenovelas firme mancanti a Roma a qualche telefonata di troppo in casa Rai. Versione berluscones: casi di vera e propria persecuzione giudiziaria da parte del “partito dell’odio” e delle solite “toghe rosse” . Versione antiberluscones: il milionesimo tentativo di “golpe” di quel disumano Cavaliere, che – a detta di Piddì, Iddivì e dintorni – ha assunto le sembianze di un incrocio tra Hitler, Mussolini, Videla, il nordcoreano Kim Jong II e perfino con un pizzichino di dittatore del Turkmenistan. E giù polemiche a non finire. Che hanno completamente oscurato tutto il resto.

Il risultato? In assenza totale di discussione su programmi e cose da fare, le elezioni si sono trasformate – per l’ennesima volta in questi 15 anni – in un referendum su “Berlusconi sì” o “Berlusconi no”. O per dirla con le parole dei gazzettieri di Destra e Sinistra: una lotta all’ultimo sangue tra “comunisti” e “il ducetto di Arcore” aspirante erede di Benito Mussolini (stranamente, però, molto più esperto di camerini, pallettes e veline, piuttosto che di camerati e dintorni). Un derby già visto. E che più di un terzo degli italianigli astenuti sono stati il 35% ha deciso di non vedere più. Mentre chi ha scelto di andare a votare, ha decretato l’ennesima vittoria elettorale del Cavaliere.

Che però – con tutta probabilità – sarà anche l’ultima. O quasi.

L’ultima? Sì, l’ultima. Un motivo di consolazione – tanto per giornalisti e alfieri della Sinistra, quanto per il popolo degli astenuti e per gli scontenti di qualunque schieramento – infatti, c’è. Il cavalier Silvio Berlusconi da Arcore – un pace maker e un cancro alla prostata alle spalle – ha compiuto 73 anni. Per i prossimi tre anni non sono previste elezioni se non per qualche amministrazione locale. Ergo: alla prossima tornata elettorale vera e propria – nel 2013, quando si tornerà a votare per le politiche – di anni ne avrà 76 e viaggerà verso i 77. Sarà stato sulla breccia – politicamente parlando – per un ventennio. E – anche se dovesse ripresentarsi per l’ennesima volta a candidato premier; o presidente della Repubblica; o a quello che gli pare a lui –sarà solo l’ombra stanca di quell’imprenditore cinquantenne che fece la sua “discesa in campo” nel lontano 1993.

Il suo irreversibile declino, quindi, è davvero cominciato. Non per merito di chi ha sempre detto di volerlo combattere. Ma per ragioni, innegabilmente, anagrafiche.

Scriveva il settimanale tedesco “Der Spiegel” a commento di queste ultime elezioni in salsa tricolore: “L’unico progetto politico di Berlusconi è sè stesso”. Un giudizio, forse, troppo netto, troppo semplice e troppo definitivo. Per tirare un bilancio di questi vent’anni di Storia italiana, ci vorrà tempo. Alcuni numeri, però, parlano chiaro. All’inizio dell’avventura politica berlusconiana – nel 1994 – il “Corriere della Sera” scriveva che il gruppo Fininvest aveva problemi di solvibilità. Quattordici anni dopo, nel 2008 – anno delle elezioni politiche che hanno portato Berlusconi per la quarta volta a Palazzo Chigi – sempre il Corriere spiegava che sempre Fininvest aveva una liquidità di 1,1 miliardi di euro, più un altro miliardo di linee di credito.Berlusconi, con quei soldi, avrebbe potuto battere l’offerta di Air France (1,7 miliardi di euro) e comprare Alitalia, da solo, e senza fare un grande sforzo.Un vero miracolo italiano. Anche perché l’economia del Belpaese – da dieci anni – non è anemica. E’ proprio ferma, inchiodata.

Come tutto questo sia stato possibile – come perfino l’ultimo governo Prodi in cui i leader del centrosinistra di oggi, Bersani e Di Pietro, erano ministri non sia riuscito a regolare quel problema chiamato conflitto di interessi – rimane un mistero insondabile. Quel che è certo è che gli alfieri del centrosinistra e i loro maître-à-non-penser seduti nelle redazioni dei giornali hanno incassato l’ultima vittoria vera nel 1996, quando venne eletto per la prima volta Romano Prodi. Da allora – tra una lite e una dotta lezione agli italiani che non capiscono e che non sono informati – non sono più riusciti davvero a vincere, e soprattutto a convincere. Il più delle volte – come in quest’ultima tornata elettorale – sono mancati uomini, programmi e coalizioni credibili. E ci si è limitati a sventolare lo spauracchio di “Berlusconi il dittatore”. Per qualcuno sarà stato un dettaglio. Per la maggior parte degli elettori, evidentemente, no.

Ma si consolino.

A questo punto, è davvero solo questione di tempo.

Sarà Crono a chiudere la parabola umana e politica dell’imprenditore simbolo degli anni Ottanta e di una “Milano da bere” che ormai non esiste più neppure negli spot dell’amaro Ramazzotti. Gli uomini che gli si opponevano hanno tutti fallito. E su questo – viste le “qualità” dell’avversario – varrebbe davvero la pena riflettere.

Link