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Archive for luglio 2010

Jane Bürgermeister: la caccia alle streghe continua

lug 29th, 2010 | By admin | Category: News

 

Traduzione a cura del Blog "Sole Attivo" dell’articolo intitolato "Jane Bürgermeister: Die Hexenjagd geht weiter!" pubblicato su wearechangeaustria.

Si potrebbe pensare che la psichiatria nei paesi di lingua tedesca (con il generoso sostegno di un sistema giudiziario corrotto) sta facendo attualmente una “campagna vendicativa” contro i dissenzienti, con l’intenzione di denunciare questi per pazzi e rinchiuderli contro la loro volontà negli istituti psichiatrici. Del ricovero forzato di Natasha Koch*) abbiamo già parlato. Il giorno dopo il suo rilascio ci è stato un tentativo di mettere in psichiatria Christine Persch, politicamente attiva, e poco tempo prima avevano preso di mira il critico solare Rainer Hoffmann [egli denuncia quella che lui chiama la truffa degli impianti ad energia solare, N.d.R.].

Natasha Koch *)
Questa signora è stata "intrappolata" per aver parlato di certe "cose" ed è stata pregata di non divulgare informazioni di Jan van Helsing, scrittore e "cospirazionista" tedesco. Link al suo blog: http://natascha-koch.eugp.org/

A fianco la discussa clinica psichiatrica Sigmund-Freud a Graz che ha ospitato forzatamente la signora.
Link alla sua storia in lingua tedesca: natascha koch
Anche Harald Matschiner, informatico, insegnante e membro del consiglio del GPO (partito delle generazioni austriaco) è attualmente tenuto contro la sua volontà nell’ospedale psichiatrico nel reparto chiuso a Steyr!
Ora la giustizia ha preso di mira la giornalista Jane Burgermeister (birdflu666.wordpress.com)
La sera del 2 Luglio 2010 la redazione di Wakenews ha ricevuto la notizia che la giornalista investigativa Jane Bürgermeister, che vive a Vienna in Austria, è perseguita nella sua città da giudici corrotti e lì è stata fatta la domanda d’interdizione da parte del magistrato Michaela Lauer.
Jane Bürgermeister ha collaborato strettamente con la redazione della Wakenews in particolare sul tema delle vaccinazioni contro l’aviaria e l’influenza suina nel 2009 [ma ha svolto anche delle ottime indagini sul finto incidente aereo in cui è morto il presidente polacco, N.d.R.]


Maggiori approfondimenti sulla vicenda di J. Burgermeister al precedente articolo con la traduzione del suo ultimo video.

 

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IL PARALLELISMO ILLUSORIO DEL ‘29

lug 29th, 2010 | By admin | Category: News

DI

LUCIANO FUSCHINI
giornaledelribelle.com

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono ricorrenti i confronti fra l’attuale crisi economico-finanziaria e quella che si aprì col crollo di Wall Street nel ’29 e segnò tutti gli anni Trenta dello scorso secolo. Non essendo un economista non mi avventuro nell’analisi di analogie e differenze. Tante sono le sciocchezze che dicono e scrivono gli economisti patentati e accademici, talvolta premi Nobel: non vi aggiungerò quelle di un profano. Qualche considerazione di ordine storico-politico può tuttavia essere proposta.
Quella crisi portò con sé un crollo di fiducia nella bontà delle ricette del liberal- capitalismo, nelle virtù taumaturgiche del Mercato che si autocorregge. Da quella crisi uscirono rafforzate correnti di pensiero che si credevano alternative al sistema oppure orientate verso correzioni sostanziali dei meccanismi della libera concorrenza.
Ne uscì rafforzato il fascismo, con le sue soluzioni dirigiste e autoritarie, col suo statalismo accentratore, col rilancio dell’ideale corporativo. Ne uscì rafforzato il comunismo, che già si configurava come una nuova fede laica con milioni di adepti in tutto il mondo, esaltati dai successi dei Piani quinquennali voluti da Stalin nell’URSS, proprio quando il capitalismo era sconvolto dalla crisi. Delle prime grandi purghe del regime, che fucilava non solo borghesi e agrari ma soprattutto comunisti non pienamente allineati, parlavano i “servi del capitale”: i fedeli della nuova chiesa le ignoravano. Ne uscì rafforzata la socialdemocrazia, che trovava nuovi riferimenti nelle proposte di politica economica di Keynes, proposte messe a punto e divulgate proprio in quel decennio.
L’esito di tutto quel travaglio fu la guerra più sconvolgente che l’umanità avesse mai vissuto, ma resta il fatto di un grande fermento di idee e di progetti alternativi. Niente di tutto ciò nel quadro sociale, culturale e politico odierno. Calma piatta. Qualche protesta delle categorie più penalizzate, qualche vetrina infranta, qualche sciopero generale indetto da alcuni sindacati tanto per segnalare la loro esistenza in vita, fra il disinteresse generale e lo scetticismo diffuso. Nessun programma alternativo, nessuna vera mobilitazione, nessuna nuova bandiera a mettere in moto emozioni, le uniche capaci di unificare, di fare massa e di scagliarla contro i poteri dominanti. Nessun leader che emerga nella palude del disfacimento. L’ideologia dominante, che solo pochi emarginati continuano a contestare, è quella del libero Mercato, del sistema che trae linfe vitali proprio dalla sue crisi cicliche, della prassi liberal-democratica come grande vanto della civiltà occidentale che si fa mondo.
Come si spiega la contraddizione di una crisi sistemica che non provoca reazioni di massa contro il sistema stesso? Una prima risposta a questa domanda è la raffinatezza dei condizionamenti propagandistici di un potere totalitario quant’altri mai, un sistema che si impadronisce delle menti non con i metodi grossolani dell’indottrinamento politico e della repressione poliziesca, ma con la pubblicità commerciale, con la divulgazione capillare di un’ideologia attraverso strumenti apparentementi neutrali, non politici, come gli sceneggiati televisivi, le produzioni di Hollywood, la musica, le mode attraverso le quali il potere si appropria di atteggiamenti ribelli di una gioventù inquieta e sradicata svirilizzandoli e delegittimandoli.
Un’altra risposta è nelle dinamiche di società in cui la percentuale di anziani è crescente, e nella possibilità di deviare il malcontento verso le masse di immigrati, come se essi fossero la causa e non la conseguenza del nostro sfacelo.
Ma la risposta più convincente sta nel fatto che tutte le alternative possibili sono state sperimentate, e sono risultate perdenti o fallimentari. Fascismo, socialdemocrazia e comunismo non possono più attrarre perché hanno fallito o, come nel caso della socialdemocrazia, non sono più un’alternativa praticabile perchè poteva prosperare solo in presenza di una forte crescita e di bassi costi delle materie prime.
A ben guardare proprio questa caduta di tutte le possibili alternative, questa sorta di terra bruciata che il liberal-capitalismo si è fatto attorno a sé, è la grande risorsa che ci fa sperare. Pur nell’apatia generale si avverte nell’aria l’attesa e la certezza di una fine. Si odono non più soltanto scricchiolii ma gli schianti di un crollo. Allora l’apparente indifferenza è da interpretare piuttosto come quella sorta di sbalordimento che paralizza la volontà davanti a un disastro senza rimedio. Se le soluzioni che furono elaborate all’interno della logica economicista, materialista e progressista della Modernità sono tutte fallite, il grande sfacelo obbligherà gli inebetiti al brusco risveglio della consapevolezza che si esce dal sistema solo uscendo dalla Modernità. Questa è una grande speranza che si può già intravedere nella dura realtà dei fatti, non c’è bisogno di profetismi Maya per coltivarla. Il liberal–capitalismo è la Modernità nella sua espressione più compiuta e coerente. Essendosi sbarazzato di tutti coloro che lo contestavano sul suo stesso terreno, la sua fine sarà anche la fine della Modernità.
Concludendo, il parallelismo con gli anni Trenta è totalmente infondato se ragioniamo nei termini della riflessione politico-culturale. Resta la possibilità che le due epoche siano accomunate dall’esito che mise fine a quella crisi: l’opzione di una guerra che azzera tutto non per costruire un’epoca nuova ma per riprodurre il meccanismo di sempre attraverso il grande affare della ricostruzione.

Luciano Fuschini
Fonte: http://www.giornaledelribelle.com/



LA MORTE DELLA CARTAMONETA

lug 29th, 2010 | By admin | Category: News

DI

AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mentre si preparano per la lettura estiva in Toscana, i banchieri della City stanno facendo incetta delle rare copie di un testo oscuro sulla meccanica dell’inflazione durante la Repubblica di Weimar, pubblicato nel 1974.
Ebay offre un volume letto e riletto di ‘Dying of Money: Lessons of the Great German and American Inflations’ ad un prezzo d’offerta iniziale di $699 dollari (senza spese di spedizione… grazie tante).
Il punto cruciale arriva al capitolo 17 intitolato ‘Velocity’. Ogni grande inflazione — sia quella dei primi anni ’20 in Germania, che quella della guerra contro la Corea o il Vietnam negli Stati Uniti — inizia con un’espansione passiva della quantità denaro. Che rimane inerte per un periodo sorprendentemente lungo. I prezzi delle azioni possono salire, ma l’inflazione latente dei prezzi è camuffata. L’effetto è simile a quello di una ricarica per accendini su un falò prima che sia stato ancora acceso il fiammifero.
La volontà delle persone di detenere il denaro può cambiare improvvisamente per una ‘ragione psicologica e spontanea’, provocando un picco della velocità [di circolazione] monetaria. Invariabilmente, i cambiamenti colgono gli economisti di sorpresa. Aspettano troppo per drenare l’eccesso di denaro.
‘La velocità è salita quasi ad angolo retto nell’estate del 1922’, ha detto il sig. O Parsson. I funzionari della Reichsbank erano perplessi. Non riuscivano a capacitarsi del perché i tedeschi avessero iniziato a comportarsi in modo diverso quasi due anni dopo che la banca aveva già aumentato la fornitura di denaro. Sostiene che la pazienza del pubblico è saltata di colpo nel momento in cui la gente ha perso fiducia ed ha incominciato a ‘sentire puzza di bruciato nel governo’.
Qualcuno sorride di fronte alla ‘sorpresa’ della Banca d’Inghilterra per il recente aumento dell’inflazione in Gran Bretagna. Dall’altra parte dell’Atlantico i critici della Fed dicono che la crescita della base monetaria degli USA da $871 bilioni di dollari a $2024 bilioni di dollari in due soli anni è una pira incendiaria che prenderà fuoco non appena la velocità del denaro negli USA tornerà alla normalità.
La Morgan Stanley si aspetta una carneficina delle obbligazioni quando questa raggiungerà la Fed, predicendo che il rendimenti dei buoni del tesoro americani saliranno al 5,5 per cento. Questo non è mai successo finora. I rendimenti di 10 anni sono scesi al 3 per cento, e la velocità dell’aggregato monetario M2 è rimasta ai minimi storici di 1,72.
Come appartenente alla fazione della deflazione, credo che la Banca e la Fed abbiano ragione a mantenere i nervi saldi e a ritardare la sospensione dello stimolo — anche se è una tesi più facile da sostenere negli Stati Uniti dove l’inflazione core è scesa al minimo dalla metà degli anni ’60. Ma il fatto che il libro di O Parsson sia improvvisamente richiesto nei circoli elitari dei banchieri è in sé un segno del genere di cambiamento del comportamento che può diventare fine a se stesso[1] .
Per l’appunto, è stato appena ristampato un altro libro degli anni ’70, intitolato ‘When Money Dies : the Nightmare of the Weimar Hyper-Inflation’. Scritto dall’ex parlamentare europeo conservatore Adam Fergusson — e consigliato da Warren Buffett come un libro da leggere assolutamente — si tratta di un vivido resoconto tratto dai diari di coloro che hanno vissuto durante il fermento in Germania, in Austria e in Ungheria mentre gli imperi andavano smembrandosi.
La vicina guerra civile tra città e campagna era un tratto comune in questo crollo dell’ordine sociale. Frotte di cittadini mezzi morti di fame e vendicativi invadevano i villaggi per sottrarre cibo agli allevatori, accusati di accaparrarselo. Il diario di una ragazza descriveva la scena nella fattoria di suo cugino. Ha scritto: ‘nella carretta ho visto tre maiali macellati. La stalla era tutta bagnata di sangue. Una vacca era stata macellata lì dove si trovava e le era stata strappata la carne dalle ossa. Quei mostri avevano tagliato la mammella della miglior mucca da latte, così che l’abbiamo dovuta sopprimere immediatamente. Nel granaio uno straccio bagnato di benzina bruciava ancora, a dimostrazione di quello che queste bestie avrebbero voluto fare’.
I pianoforti a coda divennero una sorta di moneta di scambio mentre i membri impoveriti delle elite dei funzionari pubblici barattavano i simboli del loro vecchio status con un sacco di patate o con un pezzo di pancetta. C’è un momento straziante in cui ciascuna famiglia borghese inizia a capire che i loro titoli di prim’ordine e il loro ‘war loan’, (il prestito di guerra) non riprenderanno mai più. Li aspetta la rovina irreversibile. Delle coppie di anziani si sono suicidate con il gas nei loro appartamenti. Gli stranieri con i dollari, le sterline, i franchi svizzeri o le corone ceche vivevano nell’opulenza. Venivano odiati. ‘I tempi che corrono ci hanno reso cinici. Tutti vedono il nemico in tutti gli altri’, diceva Erna von Pustau, figlia di un mercante di pesce di Amburgo.

Un gran numero di persone non hanno intuito quello che sarebbe successo. ‘i miei conoscenti e i miei amici erano degli stupidi. Non capivano cosa volesse dire l’inflazione. E i nostri avvocati non erano di meglio. Il direttore di banca di mia madre le ha dato dei consigli terribili’ ha detto una signora con conoscenze influenti.
‘Si vedeva gradualmente cambiare l’aspetto dei loro appartamenti. Ci si ricordava dove una volta c’era stato un quadro o un tappeto, o un secretaire. Alla fine le loro stanze erano quasi del tutto vuote. Alcuni di loro chiedevano l’elemosina — non per le strade — ma facendo visite casuali. Si sapeva fin troppo bene per che cosa erano venuti’.
La corruzione divenne incontrollata. La gente per strada veniva derubata del cappotto e delle scarpe con il coltello puntato. I vincitori erano quelli che — per sorte o per piano — avevano ottenuto ingenti prestiti dalle banche per investire su beni concreti, o conglomerati industriali che avevano emesso obbligazioni. Ci fu un grande trasferimento di ricchezza da risparmiatore a debitore, nonostante il Reichstag abbia in seguito approvato una legge che legava i vecchi contratti al prezzo dell’oro. I creditori hanno recuperato qualcosa.
Prese piede una teoria di cospirazione che l’inflazione fosse un complotto degli ebrei per rovinare la Germania. La valuta venne definita ‘Judenfetzen’ (coriandoli – ebrei), accennando alla catena di eventi che avrebbero portato dieci anni dopo alla Kristallnacht.
Se la storia di Weimar è uno studio senza tempo di disintegrazione sociale, non può far molta luce sugli eventi del giorno d’oggi. La causa scatenante finale del crollo del 1923 fu l’occupazione francese della Ruhr, che ha strappato un grosso pezzo dell’industria tedesca, innescando una resistenza di massa.
Lloyd George sospettava che i Francesi stessero cercando di far precipitare la disintegrazione della Germania sostenendo lo stato secessionista della Renania (come effettivamente facevano). Per un breve periodo i ribelli hanno formato un governo separatista a Dusseldorf. Con giustizia poetica, la crisi si è ritorta contro Parigi ed ha distrutto il franco.
La pace cartaginese di Versailles aveva a quel punto già avvelenato tutto. Era un dovere patriottico non pagare le tasse che sarebbero state sequestrate per i pagamenti delle riparazioni di guerra al nemico. Influenzata dai bolscevichi, la Germania era diventata un calderone comunista. Gli spartachisti hanno cercato di prendere il controllo di Berlino. I ‘soviet’ lavoratori proliferavano. Gli scaricatori di porto e i lavoratori marittimi occuparono le centrali di polizia ed eressero barricate ad Amburgo. Centinaia di comunisti rossi combatterono battaglie letali contro le milizie di destra.
I nostalgici complottavano per la restaurazione della monarchia di Baviera dei Wittelsbach e della vecchia valuta, il tallero sostenuto dall’oro. Il senato di Brema emise le proprie banconote legate all’oro. Altri emisero valute legate al prezzo della segale.
Questo non è il quadro dell’America, della Gran Bretagna, né dell’Europa del 2010. Ma dovremmo stare attenti a non abbracciare la teoria opposta e troppo rassicurante che questa non sia altro che una lieve ripetizione del “decennio perso” del Giappone, ossia uno scivolamento lento ed ampiamente benevolo nella deflazione, mentre il deleveraging del debito esercita la sua disciplina.
Il Giappone era il maggior creditore esterno del mondo quando la bolla del Nikkei è scoppiata vent’anni fa. Aveva un tasso di risparmio privato pari al 15 per cento del PIL. I Giapponesi hanno gradualmente ridotto questo tasso al 2 per cento, attutendo gli effetti della lunga depressione. Ma gli anglosassoni non hanno questa possibilità.
C’è la chiara tentazione per l’Occidente di districarsi dagli errori della bolla degli asset di Greenspan, della bolla del credito di Brown, e dalla bolla sovrana dell’UME automaticamente attraverso l’inflazione. Ma questo rappresenta un pericolo per gli anni a venire. Per prima cosa abbiamo lo shock della deflazione della vita. Dopo — e solo a questo punto — le banche centrali saranno disposte a rischiare di perdere il controllo del loro esperimento di stampa, mentre decolla la velocità. Un problema alla volta per favore.

Fonte: www.telegraph.co.uk
Link: http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/7909432/The-Death-of-Paper-Money.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI
[1] Ndt. ‘self fulfilling’, ovvero un comportamento che va a determinare le condizioni che lo giustificano e lo rendono possibile.
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Notte_dei_cristalli



Cile. Adottata legge sulla neutralità della rete

lug 28th, 2010 | By admin | Category: News

su Free as the Web

di rosalinda scalia

Da pochi giorni il parlamento cileno ha approvato la legge sulla neutralità della rete, primo caso in tutto il mondo. Riportiamo un’estratto da El Paìs del 23 luglio 2010 (in rassegna stampa per chi lo volesse leggere in lingua originale):

‘La guerra è cominciata nel 2007, quando migliaia di internauti cileni iniziarono a bombardare di emails i loro parlamentari chiedendo una legge sulla neutralità della rete. Dall’altra parte dei computer i politici si chiedevano cosa volesse quella gente nello specifico, non avevano nemmeno idea di ciò di cui si parlava… Nel corso di questi ultimi tre anni gli sforzi di “quella gente”,  volti a spiegare ciò di cui aveva bisogno, hanno prodotto l’effetto sperato,  senza scendere in piazza, senza organizzare riunioni segrete con personaggi influenti ma usando soltanto le “armi” della rete: blogs, emails, socialnetworks.

Pepe Huerta dirige da tre anni neutralidadsi.org, sito promotore del movimento cittadino a favore della neutralità della rete, che ha portato avanti una battaglia “a volto scoperto”, come dicono gli internauti. Tre giorni fa, come conseguenza di questo movimento, il Cile è diventato il primo Paese al mondo ad avere legiferato a favore della neutralità della rete.

Come spiega Gonzalo Arenas, uno dei deputati che hanno approvato la legge,  i fornitori di un servizio internet lavorano basandosi su un sistema di probabilità, calcolando che non tutti gli internauti si collegheranno simultaneamente e che la domanda non supererà mai l’offerta. [...] Solo il 5% degli internauti usa il 90% della capacità totale della rete, e se fosse per le compagnie, i clienti dovrebbero usare internet soltanto per controllarsi la posta. Gli Internet Service Provider (ISP), infatti, operano la politica del Traffic Shaping.

Ad ogni modo, la legge appena approvata dal Parlamento è chiara rispetto agli obblighi delle compagnie: “non potranno arbitrariamente bloccare, interferire, discriminare o rallentare nè restringere il diritto di nessun utilizzatore di internet che voglia inviare, ricevere o offrire qualsiasi tipo di contenuto, applicazione o servizio legale attraverso la rete”.

L’obiettivo della legge è quello di garantire trasparenza dei servizi internet e la tutela di chi usufruisce del servizio“, dichiara il sottosegretario alle telecomunicazioni Jorge Atton.

E questo obiettivo è stato raggiunto da un gruppo di uomini e donne che non militano in politica nè superano i 35 anni, non rispondono ad una struttura associativa rigida nè dispongono di finanziamenti particolari. Sicuramente il loro metodo è stato efficace, oltre che bombardando i deputati con le loro email sono riusciti a mandare il loro messaggio a tre milioni di persone in un Paese che ne conta sedici’.

L’articolo si conclude con una riflessione su come il tema della neutralità della rete sia oggi sentito in tutto il mondo, nonostante le compagnie telefoniche, nei più grandi Paesi, si oppongano all’attuazione di una legislazione a riguardo.

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MITOLOGIA GRECA: LA VERA STORIA DELLA CRISI DEL DEBITO EUROPEO

lug 28th, 2010 | By admin | Category: News

DI

WALDEN BELLO
Yes! Magazine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I caffè di Atene sono pieni, frotte di turisti visitano ancora il Partenone e saltano da un’isola all’altra nel favoloso Egeo. Ma sotto la facciata estiva, c’è confusione, rabbia e disperazione mentre il paese precipita nella sua peggiore crisi degli ultimi decenni.
I media mondiali hanno presentato la Grecia, la piccola Grecia, come l’epicentro della seconda fase della crisi finanziaria internazionale, allo stesso modo in cui ha ritratto Wall Street come il ground zero della sua prima fase.
Tuttavia, si riscontra un’interessante differenza nelle storie che girano attorno a questi due episodi.

Storie in conflitto

Le attività sregolate delle istituzioni finanziarie, che hanno creato strumenti ancora più complessi per moltiplicare magicamente il denaro, hanno portato al crollo di Wall Street che si è trasformato nella crisi finanziaria globale.
Con la Grecia, tuttavia, la narrazione popolare recita così: questo paese ha raggiunto un insostenibile livello di indebitamento per costruire uno stato di welfare che non poteva permettersi, ed ora è visto come lo spendaccione che deve stringere al cinghia. Bruxelles, Berlino e le banche sono gli austeri puritani che esigono una penitenza dagli edonisti del Mediterraneo per aver vissuto al di là delle loro possibilità e per aver peccato d’orgoglio ospitando le costose Olimpiadi del 2004.
Questa penitenza arriva sotto forma di un programma dell’UE e del FMI che prevederà l’aumento del tasso nazionale dell’IVA al 23%, l’estensione dell’età di pensionamento a 65 anni, sia per gli uomini che per le donne, dei tagli profondi alle pensioni ed ai salari del settore pubblico e l’eliminazione delle pratiche che promuovono la sicurezza di lavoro. Lo scopo apparente di questa mossa è di snellire lo stato di welfare e lasciare che i greci vivano nell’ambito delle loro possibilità.
Sebbene la storia dello stato di welfare presenti degli sprazzi di verità, è fondamentalmente scorretta. La crisi greca ha essenzialmente origine dallo stesso impulso frenetico del capitale finanziario di trarre profitto dalla massiccia ed indiscriminata estensione del credito che ha portato all’implosione di Wall Street. La crisi greca rientra nel modello disegnato da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel loro libro This Time Is Different: Eight Centuries of Financial Folly [“Stavolta è Diverso: Otto Secoli di Follia Finanziaria”, ndt] – periodi di prestiti sfrenati e speculativi seguiti inesorabilmente da default dei debiti pubblici, o quasi default. Come la crisi del debito del Terzo Mondo negli anni ’80 e quella finanziaria in Asia negli ultimi anni ’90, il cosiddetto problema del debito pubblico di paesi come la Grecia, la Spagna ed il Portogallo è principalmente una crisi determinata dall’offerta, non dalla domanda.
Nel loro impeto di aumentare sempre più i profitti facendo prestiti, le banche europee hanno versato circa 2.5 trilioni di dollari alle economie europee che ora si trovano nei guai: Irlanda, Grecia, Belgio, Portogallo e Spagna. Le banche tedesche e francesi trattengono il 70% del debito di 400 miliardi di dollari della Grecia. Le banche tedesche sono state grandi compratrici di patrimoni di subprime dalle istituzioni finanziarie americane ed hanno applicato la stessa mancanza di discriminazione nel comprare i bond del governo greco. Da parte loro, le banche francesi, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, hanno aumentato i loro prestiti alla Grecia del 23%, alla Spagna dell’11%, al Portogallo del 26%.
La frenetica scena del credito greco non ha avuto come protagonisti i soli attori finanziari europei. La squadra della Goldman Sachs di Wall Street ha mostrato alle autorità finanziarie greche come degli strumenti finanziari, conosciuti come derivati, potevano essere usati per far “scomparire” grosse parti del debito, quindi far risultare buoni i conti nazionali a bancari impazienti di concedere ancora più prestiti. Poi, la stessa azienda ha fatto marcia indietro e, tramite un tipo di strumenti derivati commerciali conosciuti come “credit default swap” [sorta di assicurazione che il possessore di una obbligazione può contrarre per mettere al riparo l’importo investito, ndt], hanno scommesso sulla possibilità che la Grecia sarebbe venuta meno al pagamento, aumentando il tasso di interesse del paese dalle banche, ma ricavandone un piccolo profitto per se stessa.
Se c’è mai stata una crisi creata dalla finanza globale, la Grecia ne sta soffrendo proprio ora.

Dirottare la storia

Ci sono due motivi chiave per cui la storia della Grecia è diventata un racconto di ammonimento consumato dal tempo, che parla di persone che vivono al di là delle loro possibilità, piuttosto che un caso di irresponsabilità finanziaria da parte di investitori e bancari.
Prima di tutto, le istituzioni finanziarie hanno dirottato con successo la storia della crisi per il loro tornaconto personale. Le grandi banche ora sono davvero preoccupate delle terribili condizioni dei loro stati patrimoniali, indeboliti come sono dai patrimoni tossici di subprime che si sono accollati e rendendosi conto di aver sovraesteso gravemente le loro operazioni di prestito. Il modo principale con il quale cercano di ricostruire i loro stati patrimoniali è generare nuovi capitali usando i loro debitori come pedine. Come colonna portante di questa tragedia, le banche cercano di persuadere le autorità pubbliche a finanziarle ancora una volta, come fecero nella prima fase della crisi sotto forma di fondi di soccorso e tassi ufficiali di sconto ridotti.
Le banche erano fiduciose che i governi dominanti dell’Eurozona non avrebbero mai permesso il default alla Grecia ed agli altri paesi europei altamente indebitati, in quanto avrebbe portato al collasso dell’Euro. Con i mercati che scommettevano contro la Grecia ed il suo aumento del tasso di interesse, le banche sapevano che i governi dell’Eurozona sarebbero ricorsi a pacchetti di finanziamenti, la maggior parte dei quali sarebbero andanti incontro al pagamento degli interessi del debito greco. Promosso come un soccorso alla Grecia, il massiccio pacchetto di 100 miliardi di Euro, messo insieme dai governi dominanti dell’Eurozona e dal FMI, andrà per lo più in soccorso alle banche per la loro irresponsabile e sregolata smania dei prestiti.
Le banche e le istituzioni finanziarie internazionali hanno giocato lo stesso vecchio gioco della fiducia con i debitori nei paesi in via di sviluppo durante la crisi del debito del Terzo Mondo negli anni ’80, come anche in Thailandia ed Indonesia durante la crisi finanziaria in Asia negli anni ’90. Le stesse misure di austerità – conosciute poi come regolazioni strutturali – sono state la conseguenza dell’esagerazione dei prestiti delle banche del nord e degli speculatori. E c’è stato lo stesso scenario: addossare la colpa sulle vittime facendole apparire come persone che vivono al di là delle loro possibilità, fare in modo che le agenzie pubbliche vengano in soccorso con pagamenti anticipati ed accollare alla gente il terribile compito di ripagare il prestito impegnando una massiccia parte dei loro flussi di credito presenti e futuri come pagamenti alle agenzie di credito.
Senza dubbio le autorità stanno preparando simili massici pacchetti di soccorso da miliardi di Euro per le banche che si sono sovraestese in Spagna, Portogallo e Irlanda.

Riversare la colpa

Il secondo motivo per promuovere la storia del “vivere al di là delle loro possibilità”, nel caso della Grecia a degli altri paesi gravemente indebitati, è quello di deviare la pressione da una regolamentazione finanziaria più rigida, proveniente dai cittadini ed i governi dall’inizio della crisi. Le banche vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Hanno assicurato fondi di finanziamento dai governi nella prima fase della crisi, ma non vogliono rispettare quello che i governi hanno presentato ai loro cittadini come parte essenziale dell’accordo: il rafforzamento della regolamentazione finanziaria.
I governi, dagli USA alla Cina e la Grecia, sono ricorsi a massicci programmi di politiche fiscali per prevenire il collasso dell’economia reale durante la prima fase della sua crisi. Promuovendo una storia che sposta l’attenzione dalla mancanza di regolamentazione finanziaria alle ingenti spese statali come problema chiave dell’economia globale, le banche cercano di prevenire l’imposizione di un severo regime normativo.
Ma questo è giocare con il fuoco. Il vincitore del Premio Nobel Paul Krugman ed altri avevano avvertito che se questa versione dei fatti avesse avuto successo, la mancanza di nuovi programmi di politica fiscale e severe normative bancarie avrebbero provocato una profonda recessione, se non una vera e propria depressione. Sfortunatamente, come suggerito dal recente meeting del G20 a Toronto, i governi dell’Europa e degli USA stanno cedendo all’agenda poco lungimirante delle banche, che hanno l’appoggio di ideologi neo-liberali irriducibili che continuano a vedere lo stato interventista ed attivista come il problema di fondo. Questi ideologi credono che una profonda recessione – e persino una depressione – sia il processo naturale tramite il quale un’economia si stabilizza e che questo modo keynesiano di spendere per evitare il collasso servirà solo a rimandare l’inevitabile.

Resistenza: farà la differenza?

I greci non stanno di certo a guardare. Lo scorso 8 luglio, l’approvazione del pacchetto UE-FMI da parte del parlamento greco è stata accolta con enormi proteste. In una precedente protesta, molto più estesa, lo scorso 5 maggio, 400.000 persone si sono unite nella più grande dimostrazione dai tempi della caduta della dittatura militare del 1974. Eppure, le proteste in strada sembrano servire poco ad evitare la catastrofe sociale che il programma UE-FMI scatenerà. L’economia è tale da contrarsi del 4% nel 2010. Secondo Alexis Tsipras, presidente della coalizione di sinistra del parlamento (Synapsismos), è probabile che il tasso di disoccupazione aumenti dal 15% al 20% in due anni, con un tasso del 30% previsto tra i giovani.
Come anche per la povertà, un recente sondaggio congiunto del Kapa Research e la London School of Economics ha rivelato che, anche prima della crisi attuale, quasi un terzo degli 11 milioni di greci vivevano sull’orlo della miseria. Questo processo di creare un “terzo mondo” all’interno della Grecia sarà accelerato dal programma di assestamento dell’UE e del FMI.
Ironicamente, questo assestamento è presieduto da un governo socialista, capeggiato da Georges Papandreou, eletto alla carica lo scorso ottobre per annullare la corruzione della precedente amministrazione conservatrice e gli effetti nocivi delle sue economie politiche. “All’interno del partito di Papandreou c’è resistenza nei confronti del piano dell’UE-FMI”, ammette Paulina Lampsa, il segretario internazionale del partito. Ma la sensazione schiacciante all’interno del contingente parlamentare del partito è, usando una famosa espressione di Margaret Thatcher, “TINA: There Is No Alternative” [Non ci sono alternative, ndt].

Le conseguenze dell’obbedienza

Di fronte alle conseguenze selvagge del programma, un numero sempre crescente di greci parla di adottare la strategia di minacciare il default o un radicale riduzione unilaterale del debito. Un tale approccio potrebbe essere coordinato, dice Tsipras, con gli altri paesi europei oppressi dai debiti, come il Portogallo e la Spagna. L’Argentina potrebbe fare da modello: ha dato un taglio alla percentuale dei suoi creditori nel 2003, pagando solo 25 cent per ogni dollaro che gli doveva. Non solo l’Argentina se l’è cavata così, ma le risorse che altrimenti avrebbero costituito interessi del debito che il paese doveva pagare sono state incanalate nell’economia domestica, dando il via ad una crescita economica media annuale del 10% tra il 2003 ed il 2008.
La “Soluzione Argentina” è di certo piena di rischi. Ma arrendersi ha delle conseguenze dolorosamente chiare, se si esaminano i registri dei paesi che hanno sottoscritto il programma di assestamento del FMI. Sganciando annualmente circa il 25-30% del bilancio statale per i creditori stranieri, le Filippine sono entrate in un decennio di inattività nella metà degli anni ’80, dalla quale non si sono mai riprese e che l’hanno condannate ad un tasso permanente di povertà di più del 30%. Spremuto da misure di assestamento draconiane, il Messico è stato risucchiato in vent’anni di continua crisi economica, con conseguenze come il dilagante narcotraffico che l’ha portato sul punto di essere uno stato fallito. L’attuale stato della guerra di classe virtuale in Thailandia può essere in parte fatto risalire alle ricadute politiche della sofferenza economica imposte dal programma di austerità del FMI dieci anni fa.
L’assestamento della Grecia da parte di Bruxelles e del FMI mostra che il capitalismo finanziario alle prese con la crisi non rispetta più la divisione tra Nord e Sud. I cinici direbbero: “Benvenuta nel Terzo Mondo, Grecia”.
Ma questo non è il momento per il cinismo. Piuttosto, è un momento chiave per la solidarietà globale. Ci siamo tutti dentro, adesso.

Titolo originale: "Greek Mythology: The Real Story of the European Debt Crisis"
Fonte: http://www.yesmagazine.org
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO



IN CHE MODO LA REALTÀ DEI FATTI RINFORZA LE NOSTRE CONVINZIONI…ERRATE

lug 28th, 2010 | By admin | Category: News

DI

JOE KEOHANE Boston Globe

 

I ricercatori scoprono una stupefacente minaccia alla democrazia: i nostri cervelli e il loro modo di funzionare.
Il fatto che una cittadinanza informata sia preferibile a una incolta è uno dei pilastri fondanti alla base della moderno concetto di democrazia.
“Ogni volta che la gente si dimostra al corrente di fatti e notizie succede che essi siano anche degni di fiducia da parte del loro governo” scriveva Thomas Jefferson nel 1789. Quest’idea, portata avanti negli anni, costituisce il fondamento di tutto ciò che va dai più umili pamphlet politici ai dibattiti per le presidenziali fino al reale concetto di libera stampa.
Il genere umano può essere un legno storto, come amava dire Kant, predisposto solo all’ignoranza e alla disinformazione, ma rimane un dogma di fede che la conoscenza sia il miglior rimedio a questa condizione. Se alla gente si forniscono i fatti, essi diventeranno lucidi ragionatori e, in definitiva, cittadini migliori. Se affogano nell’ignoranza, i fatti li illumineranno [si intendono, nell’articolo, i fatti come dati di fatto, realtà oggettiva, quintessenza della verità ovvero un concetto cui i mezzi di informazione dovrebbero aderire come a un ideale fondante N.d.T.]. Se gli uomini sbagliano, i fatti li rimetteranno sulla retta via.
Alla fine, la verità verrà a galla. Non è vero?
Forse no. Di recente, studiosi di scienze politiche hanno cominciato ad occuparsi di una tendenza dell’uomo in grado di scoraggiare alla radice la fede nel potere dell’informazione.
In altre parole: non necessariamente i fatti, la realtà oggettiva hanno la capacità di farci cambiare opinione.
Approfondendo la questione, si scopre come sia vero proprio il contrario. Durante una serie di studi tra il 2005 e il 2006, i ricercatori dell’Università del Michigan scoprirono che quando persone male informate, in particolare attivisti politici, venivano esposte alla verità dei fatti, assai di rado riuscivano a cambiare opinione. A ben guardare, la cosa li rendeva ancora più radicati nelle proprie convinzioni iniziali, ancorché errate. Gli scienziati verificarono come il contatto con la realtà oggettiva dei fatti non rappresentasse affatto una cura alla disinformazione. Comportandosi in analogia a un antibiotico di potere insufficiente, i fatti potrebbero, in realtà rinforzare ulteriormente [le convinzioni e i pregiudizi generati da] la cattiva informazione.
Tutto ciò fa vaticinare sventure per la democrazia, in quanto la maggior parte degli elettori – in definitiva la gente che prende decisioni su come la nazione vada governata [1] – non sono proprio lavagne immacolate. Il popolo delle urne risulta dotato di convinzioni proprie e di insiemi di dati di fatto ben radicati nella propria mente. Il problema è che, a volte, le cose che pensano di sapere sono false in modo oggettivo e dimostrabile. Anche se messi di fronte delle informazioni corrette, tali persone reagiscono in un modo completamente differente da quanto fanno le persone che sono semplicemente ignoranti. Al posto cambiare idea per riflettere le informazioni corrette, essi si trincerano ancor di più nelle proprie convinzioni originarie.
“L’idea generale è che ammettere di aver sbagliato sia avvertito come una minaccia in termini assoluti” afferma lo studioso di scienze politiche Brendan Nyhan, a capo del gruppo di ricerca nello studio condotto dall’Università del Michigan. Il fenomeno – conosciuto come “ritorno di fiamma” – è “un meccanismo inconscio di difesa che tende a evitare la dissonanza cognitiva” [2].
Queste scoperte allargano l’annosa discussione sull’ignoranza in campo politico dei cittadini statunitensi fino ad arrivare a interrogativi di più ampio respiro sull’interazione tra la natura dell’intelligenza umana e i nostri ideali democratici. Alla maggioranza di noi piace credere che le proprie opinioni si siano distillate col tempo attraverso un esame razionale e ponderato di fatti e idee e che, di conseguenza, le decisioni basate su quelle stesse opinioni non possano che avere il sigillo della correttezza e dell’intelligenza. In realtà, più spesso di quanto siamo disposti ad ammetterlo, ci accade di basare le nostre opinioni sulle nostre convinzioni, che a loro volta possono avere una connessione esile e tormentata con i dati di fatto oggettivi. Al posto di avere i fatti che guidano le convinzioni, si assiste, da parte di queste ultime, alla selezione dei fatti che si scelgono di accettare. Le convinzioni personali possono farci distorcere i fatti in modo che essi si adattino al meglio alle nostre nozioni preconcette o ai nostri pregiudizi. L’effetto peggiore è che le convinzioni possono portarci ad accettare senza alcuno spirito critico la cattiva informazione, solo in quanto quest’ultima le avvalora. Ciò da un lato ci rende ancora più sicuri di avere la verità in tasca e dall’altro diminuisce ulteriormente la probabilità di prestare ascolto a nuove fonti di informazione. È a questo punto che si va a votare.
L’eccesso viene solo amplificato dall’eccesso di informazioni, che offre – fianco a fianco con una quantità senza precedenti di ottima informazione – pettegolezzi incessanti, disinformazione e versioni discutibili della verità. In altre parole, sbagliare non è mai stato più facile, avendo al contempo la fortissima convinzione di essere nel giusto.
“Uomo del posto si professa appassionato difensore di ciò che egli immagina sia la costituzione” recita un recente titolo di testa di Onion. Come la migliore satira, questa maligna, piccola gemma riesce a strappare una risata, subito smorzata dal sentimento nauseato dell’identificazione. Gli ultimi cinquant’anni di studi politologici hanno dimostrato in modo definitivo come alla maggior parte dei cittadini americani difetti persino la conoscenza di base dei meccanismi alla base del funzionamento della nazione [meccanismi intesi in senso economico, politico, energetico N.d.T]. Nel 1996 Larry M. Bartels, dell’Università di Princeton, sostenne come “l’ignoranza politica dell’elettore americano fosse uno dei dati meglio documentati nel campo della scienza politica.”
Questo dato di fatto potrebbe non essere un problema, se isolato dal contesto: la gente non al corrente dei fatti potrebbe semplicemente scegliere di non votare. Ciò che pare succedere, al contrario, è che è proprio la gente male informata (o completamente disinformata) ad avere spesso le convinzioni politiche più salde. Di recente, un esempio lampante di quanto detto è stato rappresentato da uno studio effettuato nel 2000, condotto da James Kuklinski dell’Università dell’Illinois alla Urbana-Campaign [3]. James condusse un importante esperimento in cui a più di 1.000 residenti dell’Illinois furono fatte domande sul welfare – la percentuale del budget federale spesa per i programmi sul welfare, il numero di persone impegnate nel programma, la percentuale di afroamericani beneficiari di tali programmi e il versamento medio. Più della metà degli intervistati indicarono di essere sicuri di aver risposto correttamente. In effetti, solo il 3% dei soggetti aveva risposto correttamente a oltre la metà delle domande. Cosa ancor più sconvolgente, coloro che erano maggiormente sicuri di aver risposto correttamente, erano di gran lunga quelli che meno conoscevano l’argomento (la maggior parte di questi partecipanti espressero punti di vista che suggerivano forti pregiudizi anti-welfare).
Studi di altri ricercatori hanno osservato fenomeni analoghi con riferimento ai settori di istruzione, riforma sanitaria, immigrazione, azioni di promozione delle minoranze, controllo delle armi e altri argomenti che tendono a radicalizzare le opinioni in un tipico scenario bianco o nero. Kuklinski chiama questo tipo di risposta la sindrome del “Sapere di aver ragione” e la considera un “problema potenzialmente terribile” in un sistema democratico. Secondo lo studioso “Ciò implica non solo che la maggioranza della gente opporrà resistenza alla correzione delle proprie convinzioni, ma anche che proprio coloro che avrebbero maggior bisogno di correggerle saranno quelli che avranno meno probabilità di farlo sul serio.”
Cosa sta succedendo? Come è possibile avere opinioni così errate e, al contempo, essere così sicuri di essere nel giusto? Una parte della risposta si trova nel modo in cui il nostro cervello risulta connesso. In generale, la gente tende a cercare la coerenza. C’è un ricco corpus di studi psicologici che dimostra come le persone tendano a interpretare le informazioni prestando contemporaneamente attenzione a rinsaldare i propri punti di vista preesistenti. Se si crede alla verità di una cosa, è più probabile accettare in modo passivo la verità di qualcosa che confermi le nostre convinzioni, proprio mentre si accantonano in modo attivo tutte le informazioni che non vi si conformano. Questo comportamento è noto come “argomentazione stimolata” [“motivated reasoning” nel testo N.d.T.]. Indipendentemente dall’esattezza delle informazioni coerenti [con le nostre convinzioni N.d.T.], le si potrebbero accettare come fatti, conferme alle proprie convinzioni. Ciò ci rende ancora più saldi nelle suddette convinzioni, e rende ancora meno probabile il semplice prendere in considerazioni fatti che le contraddicano.
Una nuova ricerca, pubblicata lo scorso mese sulla rivista Political Behavior, suggerisce come una volta che questi dati di fatto siano stati interiorizzati, diventi estremamente arduo rimuoverli. Nel 2005, nella massa di richieste energiche di mezzi di informazione migliori nell’ambito delle verifiche dei fatti, uno strascico del comportamento dei media durante la guerra in Iraq, Nyhan e un collega escogitarono un esperimento in cui ai partecipanti venivano dati pezzi che scimmiottavano vere notizie, ciascuno dei quali conteneva un’affermazione, falsa al di là del bene e del male eppure assai diffusa, fatta da una figura politica: che in Iraq fossero state trovate armi di distruzione di massa [WMD acronimo di “Weapons of Mass Destruction” nell’originale N.d.T] (in realtà non ce ne erano), che il taglio delle tasse voluto da Bush avesse aumentato le entrate governative (esse in effetti calarono) e che l’amministrazione Bush avesse imposto il bando totale della ricerca sulle cellule staminali (solo alcuni fondi federali furono limitati). Nyhan inserì una rettifica chiara e diretta dopo ogni articolo rimaneggiato, misurando il numero di volte in cui i partecipanti si ricredevano, ovvero il numero di volte in cui una rettifica aderente alla verità aveva presa, funzionava.
Per la maggior parte dei soggetti, la rettifica non sortiva effetto. Coloro che si identificavano come conservatori prestarono fede alla disinformazione sulle armi di distruzione di massa e a quella sulle tasse ancor più fermamente, una volta esposti alla rettifica. Quanto più fortemente i soggetti avevano a cuore l’argomento – un fattore noto come rilievo – più forte era l’effetto di rinforzo [“backfire”, ovvero ritorno di fiamma nell’originale N.d.T.].
Con coloro che si identificavano come liberali, l’effetto fu leggermente diverso: nel leggere l’articolo rettificato sulle cellule staminali, la rettifica non ebbe l’effetto di rinforzo, ma i lettori continuarono a ignorare l’informazione scomoda sulla non totalità delle restrizioni dell’amministrazione Bush.
Non è chiaro ciò che guidi il comportamento – potrebbe variare da un semplice stare sulla difensiva, alla gente con un atteggiamento molto attivo nella difesa delle proprie convinzioni – ma a sentire la netta posizione di Nyhan “È dura essere ottimisti sulla reale efficacia del meccanismo di verifica dell’accuratezza dei fatti.”
Sarebbe rassicurante pensare che i politologi e gli psicologi abbiano escogitato un modo per contrastare il problema, se non fosse che se ne stanno ancora studiando sintomi e modalità. La persistenza delle percezioni erronee in campo politico rimane un campo di ricerca ancora acerbo. “È davvero campato in aria” secondo Nyham.
Ma i ricercatori continuano a lavorarci. Un filone sembra coinvolgere l’autostima. Nyham ha preso parte a uno studio in cui dimostra come un gruppo di persone, una volta messe alla prova con esercizi per aumentare l’autostima, fosse maggiormente in grado di considerare nuove informazioni di un gruppo che non avesse fatto attività pro autostima. In altri termini, se ci si sente bene con se stessi, si ascolta, mentre se ci sente insicuri o minacciati, non lo si farà. Questo risultato spiegherebbe perché i demagoghi traggano beneficio dal fatto di tenere la gente costantemente in agitazione, sotto minaccia. Più la gente si sente minacciata, meno è probabile che presti attenzione a opinioni fuori dal coro e più facilmente si riesce a tenerla sotto controllo.
Ci sono anche casi in cui la franchezza paga. Gli studi sul welfare di Kuklinski suggeriscono come la gente cambierà opinione se la si colpisce “in mezzo agli occhi” con fatti oggettivi, presentati senza mezzi termini, che contraddicano le proprie idee preconcette. Egli chiese a un gruppo di partecipanti quale credessero fosse la percentuale del budget che il governo spendeva e quale fosse la percentuale che, a loro giudizio, dovesse essere spesa in realtà. A un altro gruppo fu posta la medesima domanda, ma a questi ultimi fu immediatamente detta la percentuale effettiva di spesa per il welfare (1%). A questi si chiese, con la percentuale reale ben in mente, quanto il governo avrebbe dovuto spendere. Con nessuna correlazione con la correttezza delle convinzioni prima di ricevere la rettifica, il secondo gruppo ritarò le risposte in modo da riflettere il fatto appena ricevuto [ovvero l’1% dedicato al welfare N.d.T.].
Ad ogni modo, lo studio di Kuklinski coinvolgeva persone che ricevevano informazioni direttamente dai ricercatori, per giunta assai interattivamente. Quando Nyham tentò di trasmettere la rettifica in un modo più vicino a quanto succedeva nel mondo reale, ovvero attraverso un articolo di giornale, si verificava la retroazione di rinforzo [backfire]. Anche se le persone accettavano di buon grado le nuove informazioni, o queste non reggevano a lungo oppure non avevano alcun effetto sulle convinzioni. Nel 2007 John Sides della Università George Washington e Jack Citrin della Università della California a Berkley studiarono se il fornire a persone ingannate informazioni corrette sulla proporzione di immigrati sulla composizione della popolazione USA, avrebbe avuto qualche effetto sui loro punti di vista sull’immigrazione. Non ne ebbe alcuno.
E se si nutre l’opinione – popolare su entrambi i lati dello schieramento politico – che da un punto di vista globale la soluzione si trovi in un maggior livello di istruzione e un più elevato livello di sofisticazione politica degli elettori, bene, è appena l’inizio, non certo la soluzione. Uno studio di Charles Taber e Milton Lodge, effettuato nel 2006 presso l’università Stony Brook, mostrò come i pensatori, politicamente sofisticati, fossero ancora meno aperti a nuove informazioni rispetto a persone meno sofisticate. Queste persone potranno anche essere nel giusto il 90% delle volte, ma la loro presunzione rende quasi impossibile la correzione del restante 10% in cui essi sono clamorosamente in errore. Taber e Lodge trovarono come questo fosse davvero allarmante in quanto i pensatori impegnati e sofisticati sono sempre stati “proprio il genere di persone su cui la teoria democratica fa maggiormente affidamento.”
In un mondo ideale, i cittadini sarebbero in grado di mantenere una vigilanza costante, controllando sia le informazioni ricevute sia il modo in cui i propri cervelli le processano. Ma collocare al giusto posto le notizie prende tempo e sforzi. E una spietata analisi interiore può essere sfibrante, come secoli di filosofi hanno mostrato. I nostri cervelli sono progettati per creare scorciatoie cognitive – inferenze, intuizioni e così via – al fine di evitare proprio quella sorta di disagio che si prova mentre si affronta l’impeto delle informazioni che si ricevono ogni giorno. Senza queste scorciatoie, sarebbero poche le cose a poter essere completate. Sfortunatamente, proprio a causa dell’esistenza di queste scorciatoie, ci si trova facilmente raggirati dalle falsità della politica.
Nyham infine raccomanda un approccio di tipo supply-side [intervenire dal lato dell’offerta di informazioni (supply-side) N.d.T]. Al posto di focalizzarsi su cittadini e consumatori di disinformazione, egli suggerisce di esaminare le fonti. Se si aumenta il “costo in termini di reputazione” delle informazioni scorrette ma irrilevanti, si può scoraggiare la gente dal farlo così spesso. “Così, se si va su ‘Meet the Press’ [4] e si viene presi a martellate per aver detto qualcosa di non corretto” suggerisce Nyham “probabilmente ci si penserà due volte prima di rifarlo.”
Sfortunatamente, questa soluzione basata sulla gogna mediatica sarebbe tanto non plausibile quanto ragionevole. I saccenti politologi dalla lingua sciolta si sono elevati al regno dell’assai remunerativo intrattenimento popolare, mentre le azioni professionali di controllo dei fatti languono nelle segrete del secchionaggio [5]. È facile avere un politico o un esperto che, impassibile, asserisca come George W. Bush abbia ordinato l’11 Settembre o che Barack Obama sia il culmine di una trama cinquantennale ordita dal governo del Kenia per distruggere l’America. Riuscire a fargli provare e mostrare vergogna: è questa la cosa complicata.

NOTE DEL TRADUTTORE

[1] in realtà questo tipo di visione un po’ naif dell’effettivo ruolo degli elettori nel processo decisionale della democrazia è quanto meno sopravvalutata, come ci ricordano gli atti di un qualsiasi governo democratico all’occidentale se messi in relazione con il pensiero effettivo della maggioranza degli elettori e come ci testimoniano le crescenti percentuali di astensioni, schede bianche e nulle.
[2] da Wikipedia. La dissonanza cognitiva è un concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957 in psicologia sociale, e ripreso successivamente in ambito clinico da Milton Erickson, per descrivere la situazione di complessa elaborazione cognitiva in cui credenze, nozioni, opinioni esplicitate contemporaneamente nel soggetto in relazione ad un tema si trovano a contrastare funzionalmente tra loro; esempi ne sono la "dissonanza per incoerenza logica", la dissonanza con le tendenze del comportamento passato, la dissonanza relativa all’ambiente con cui l’individuo si trova ad interagire (dissonanza per costumi culturali). Un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta; questo può portare all’attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza. Un’applicazione esemplificativa di tali processi si può avere, ad esempio, quando un soggetto disprezza esplicitamente i ladri, ma compra un oggetto a un prezzo troppo basso per non intuire che sia di provenienza illecita. Secondo Festinger, per ridurre questa contraddizione lo stesso individuo potrà o smettere di disprezzare i ladri (modificando quindi l’atteggiamento), o non acquistare l’oggetto proposto (modificando quindi il comportamento).
[3] da Wikipedia. L’Università dell’Illinois alla Urbana-Champaign è il campus più antico, grande e prestigioso nel sistema universitario dell’Illinois. È una delle scuole più selettive degli Stati Uniti con parecchi dei suoi laureati fra i migliori della nazione. Essa è composta di 18 college e istituti che offrono più di 150 programmi di studio. Inoltre, l’università lavora ad una estensione che serve 2,5 milioni di registranti per anno nello stato dell’Illinois ed oltre. Il campus include 272 edifici principali su di una superficie di 5,90 km² nelle città confinanti della Champaign, dell’Urbana e ha un budget annuale di quasi 1,4 miliardi di dollari.
[4] da wikipedia (ENG). Meet the Press è una trasmissione televisiva settimanale di notizie/interviste prodotta da NBC. È lo show televisivo record per durata nel panorama americano, avendo debuttato il 6 Novembre del 1947. È stato condotto da undici moderatori: quello attuale è David Gregory.
[5] Termine creato per analogia: l’originale inglese è “wonkery”, derivato da “wonk” (secchione) con la desinenza “-ery”, più o meno equivalente alla nostra desinenza “-aggio” o “-ità” quando associata a un aggettivo. Una traduzione alternativa di Wonkery, probabilmente più corretta visto il tono delle metafore del periodo sarebbe potuta essere Secchionopoli o Secchionelandia N.d.T.

Articolo apparso il 14 Luglio 2010 sul Boston Globe, a firma di Joe Keohane, scrittore che vive e lavora a New York.
Titolo originale: "How Facts Backfire"
Fonte: http://www.boston.com
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PG