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Archive for agosto 2010

Allarme vaccini persino dalle fonti ufficiali..

ago 31st, 2010 | By admin | Category: News

 

Avevamo già avvisato che stavano venendo alla luce segnalazioni su dei casi di narcolessia causati dal vaccino contro l’influenza suina provenienti dalla Svezia.
Adesso a causa di ulteriori segnalazioni di casi di narcolessia seguito alla somministrazione del vaccino contro l’influenza suina della GlaxoSmithKline denominato Pandemrix, l’uso di tale vaccino è stato sospeso in via cautelativa in tutta la Finlandia.
Altre segnalazioni di narcolessia correlate all’uso di quel vaccino provengono dalla Francia, e tutti questi casi messi assieme hano spinto la Comunità Europea ad avviare un’inchiesta per sulla questione.
Ulteriori informazioni le potete trovare sul sito euronews dal quale traiamo questa testimonianza:
Arvid Askendal, nove anni, soffre di narcolessia: “Può capitarmi ovunque – spiega – se ad esempio salgo su un’auto e ci sto per un paio di minuti, può succedere che mi addormenti con altrettanta rapidità”.
Altra fonte per queste informazioni è l’agenzia Reuters tramite Yahoo notizie:
Ente europeo farmaci riverifica sicurezza del vaccino H1N1 – Yahoo! Notizie
Visto che ci siamo segnaliamo anche alcune notizie in inglese (per il momento abbiamo tradotto solo il titolo, ma se possibile in seguito tradurremo integralmente gli articoli).
Agricoltore neozelandese dato per morto dopo aver contratto l’influenza suina si salva grazie ad una cura di vitamina C per endovena

Approfondimenti sul caso dell’uomo salvato dalla Vitamina C


L’India blocca i programmi di vaccinazione dopo che quattro bambini sono morti nel giro di pochi minuti dalla vaccinazione.
E se non l’avete ancora letto non perdetevi l’importantissimo articolo (questo integralmente tradotto in italiano) L’Australia mette al bando i vaccini anti-influenzali per i bambini sotto i 5 anni


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Dossier sull’influenza suina e sui tossici vaccini ad essa correlati

 

Link



PERCHE’ LA SECONDA GUERRA MONDIALE EBBE FINE CON LA BOMBA ATOMICA

ago 31st, 2010 | By admin | Category: News

DI JACQUES R. PAUWLES
globalresearch.ca

                                                                                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

65 anni fa, 6 e 9 agosto: Hiroshima e Nagasaki
“Lunedì, 6 agosto, 1945, alle 8.15, la bomba nucleare ‘Little Boy’ fu lanciata su Hiroshima dal bomber americano B-29, Enola Gay, uccidendo direttamente 80.000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni causarono in totale dalle 90.000 alle 140.000 vittime”.[1]
“Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco nucleare del mondo alle 11.02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40.000 persone vennero uccise dalla bomba soprannominata ‘Fat Man’. La bomba atomica provocò la morte di 73.884 persone, altri 74.909 furono i feriti, e diverse centinaia di migliaia di persone si ammalarono e morirono a causa della pioggia radioattiva e di altre malattie dovute alle radiazioni”.
[2]
Nella foto: L’equipaggio americano del B-29 ‘Bockscar’ che lanciò la bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945
Sullo scenario europeo, la Seconda Guerra Mondiale terminò i primi di maggio del 1945 con la resa della Germania nazista. I “Tre Grandi” dalla parte dei vincitori – Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica – dovettero allora affrontare la complessa questione della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti entrarono in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e solo nel giugno del 1944, appena un anno prima della fine delle ostilità, avevano cominciato ad apportare un contributo militare significativo alla vittoria degli Alleati sulla Germania, con lo sbarco in Normandia. Tuttavia, quando finì la guerra contro la Germania, Washington sedette sicura e fiduciosa al tavolo dei vincitori, determinata a raggiungere quelli che potremmo chiamare i suoi “obiettivi di guerra”.
L’Unione Sovietica, Paese che apportò il contributo più grande e subì le perdite più ingenti nella lotta contro il comune nemico nazista, pretese un risarcimento maggiore e la protezione contro potenziali attacchi futuri, con l’installazione in Germania, in Polonia e negli altri Paesi dell’Europa dell’Est di governi non ostili ai sovietici, come prima dello scoppio della guerra. Anche Mosca esigeva una ricompensa per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica ai tempi della Rivoluzione e della Guerra Civile, e in ultimo i sovietici pensavano che, con la terribile esperienza della guerra alle spalle, sarebbero stati in grado di riprendere i lavori del progetto per costruire una società socialista. I leader americani e britannici conoscevano gli obiettivi dei sovietici e ne avevano riconosciuto, in maniera esplicita o implicita, la legittimità, per esempio in occasione delle conferenze dei Tre Grandi a Teheran e a Yalta. Questo non vuol dire che Washington e Londra fossero entusiaste che l’Unione Sovietica ricevesse tale ricompensa per il suo contributo in guerra; e senza dubbio c’era in agguato un potenziale conflitto con il principale obiettivo di Washington, cioè la creazione di un “libero accesso” per le esportazioni e gli investimenti americani nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta e nell’Europa centrale e orientale, liberate dall’Unione Sovietica. In ogni caso, anche le richieste più banali dell’Unione Sovietica avevano riscosso poco consenso, e ancor meno simpatia, presso i leader americani dell’industria e della politica – incluso Harry Truman, che successe a Franklin D. Roosevelt in qualità di Presidente nella primavera del 1945. Questi leader aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica potesse ricevere questo notevole risarcimento dalla Germania, perché tale salasso avrebbe escluso la Germania come potenziale mercato estremamente redditizio per le esportazioni e gli investimenti americani. Invece, i risarcimenti avrebbero dato ai sovietici la possibilità di riprendere in mano e portare a compimento, probabilmente con successo, il progetto di costruire una società comunista, una sorta di “controsistema” al sistema capitalista internazionale di cui gli Stati Uniti erano diventati grandi campioni. In America, l’élite politica ed economica era perfettamente consapevole che i risarcimenti tedeschi ai sovietici implicavano che gli stabilimenti delle sedi in Germania delle corporazioni americane come Ford e GM, che durante la guerra avevano prodotto ogni tipo di arma per i nazisti (e avevano ricavato tantissimo denaro da questa produzione [3]), avrebbero cominciato a produrre a beneficio dei sovietici invece di continuare ad arricchire i proprietari e gli azionisti americani.
Le trattative fra i Tre Grandi non portarono mai al ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici riguardo alla sicurezza e ai risarcimenti fossero almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potentissima arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive, estremamente favorevoli ma prima impensabili, e non sorprende affatto che il nuovo presidente e i suoi consiglieri subirono il fascino di quella che l’insigne storico americano William Appleman Williams ha chiamato “visione di onnipotenza” [4]. Di sicuro non si ritenne più necessario impegnarsi in trattative difficili con i sovietici: grazie alla bomba atomica, era possibile costringere Stalin, malgrado i precedenti accordi, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e proibirgli di avere voce in capitolo riguardo alla situazione tedesca dopo la guerra, installare regimi “pro-Occidente” e addirittura anti-sovietici in Polonia e altrove nell’Europa dell’Est e addirittura aprire l’Unione Sovietica agli investimenti di capitale americano e all’influenza economica e politica dell’America, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale.
Al tempo della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba atomica era in parte completata, ma non ancora pronta. Così Truman temporeggiò il più a lungo possibile prima di dare finalmente il suo consenso a partecipare alla conferenza dei Tre Grandi a Potsdam nell’estate del 1945, quando sarebbe stato deciso il destino dell’Europa postbellica. Il presidente era stato informato che la bomba molto probabilmente sarebbe stata pronta per quel momento – pronta, cioè, per essere usata come “un martello”, come dichiarò egli stesso in un’occasione, che avrebbe sventolato “sulle teste di quei ragazzi del Cremlino” [5]. Alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto del 1945, Truman aveva difatti ricevuto la notizia a lungo attesa che la bomba atomica era stata testata con successo nel Nuovo Messico il 16 luglio. Da allora, non si preoccupò delle effettive proposte di Stalin, al contrario fece ogni tipo di richiesta; allo stesso tempo respinse tutte le offerte dei sovietici, per quanto riguarda per esempio i risarcimenti tedeschi, comprese le ragionevoli richieste basate sui precedenti accordi tra gli Alleati. Stalin, tuttavia, non dimostrò di volersi arrendere, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minaccioso all’orecchio che l’America aveva acquisito una nuova incredibile arma. La sfinge sovietica, che era già stata sicuramente informata della bomba atomica americana, ascoltò glaciale in silenzio. Alquanto perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso Stalin a cedere. Di conseguenza, a Potsdam nessun accordo comune fu raggiunto. Infatti, là fu deciso poco o niente di concreto. “Il risultato principale della conferenza”, ha scritto lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni su cui dissentire fino alla conferenza successiva” [6].
Nel frattempo, i giapponesi continuavano a combattere nell’Estremo Oriente, sebbene la loro situazione fosse totalmente senza speranza. Infatti questi erano preparati alla resa ma insistevano su una condizione, cioè l’immunità per l’Imperatore Hirohito. Questo andava contro le pretese degli americani che esigevano una resa incondizionata. Nonostante ciò sarebbe stato possibile mettere fine alla guerra tenendo conto delle richieste nipponiche. Infatti, la resa della Germania, tre mesi prima a Reims, non era stata del tutto incondizionata. (Gli americani avevano dato il loro consenso ad una condizione dei tedeschi, in modo che l’armistizio entrasse in vigore con un ritardo di 45 ore, un ritardo che avrebbe permesso a quante più unità armate tedesche possibili di fuggire dal fronte occidentale per arrendersi agli americani o agli inglesi; molte di queste unità furono in effetti tenute pronte – in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali – per un eventuale uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra [7]). In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo non era affatto essenziale. Infatti, più tardi – dopo la resa incondizionata strappata ai giapponesi – gli americani non disturbarono più Hirohito e fu grazie a Washington che questi restò imperatore per molti altri decenni. [8]
I giapponesi pensavano di poter ancora permettersi il lusso di dettare condizioni sulla loro resa perché il nucleo principale delle loro unità armate era rimasto intatto, in Cina, dove si combatterono la maggior parte delle battaglie. Tokyo pensò di poter utilizzare queste armate per difendere lo stesso Giappone e così far pagare agli americani un prezzo alto per la loro vittoria finale, chiaramente inevitabile. Ma questo schema avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica fosse rimasta fuori dal conflitto nell’Estremo Oriente; l’entrata in guerra dei sovietici, d’altro canto, avrebbe inevitabilmente bloccato le forze nipponiche in territorio cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, lasciava a Tokyo un briciolo di speranza; speranza non di una vittoria, ovviamente, ma di un consenso americano riguardo alla loro condizione sull’imperatore. Fino a un certo punto la guerra con il Giappone si trascinò in quanto l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin aveva promesso di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla resa della Germania e aveva ripetuto questo impegno il 17 luglio del 1945 a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava su un attacco sovietico al Giappone, sapeva così fin troppo bene che la situazione dei giapponesi sarebbe stata senza speranza. (“Fini Japs when that comes about” [Fine dei giapponesi quando accadrà, ndt], questo scrisse Truman nel suo diario riferendosi all’entrata in guerra della Russia nell’Estremo Oriente [9]). Inoltre, la marina americana garantiva a Washington di poter prevenire un trasferimento delle forze armate giapponesi dal territorio cinese, ordinato allo scopo di difendersi contro un’invasione degli americani. Tuttavia, dal momento che la marina statunitense era in grado di mettere in ginocchio i giapponesi attraverso un blocco, un’invasione non era nemmeno necessaria. Privati della possibilità di importare beni di prima necessità, come cibo e carburante, presto o tardi i giapponesi avrebbero ceduto alla richiesta di una resa incondizionata.
Per mettere fine alla guerra con i giapponesi, Truman aveva dinanzi a sé diverse opzioni allettanti. Poteva accettare la banale condizione dei giapponesi riguardo all’immunità per il loro imperatore; poteva allo stesso modo attendere l’attacco dell’Armata Rossa contro i giapponesi stanziati in Cina, forzando così Tokyo alla resa incondizionata; oppure poteva far morire di fame i giapponesi attraverso il blocco navale che avrebbe costretto Tokyo, presto o tardi, a sollecitare la pace. In ogni caso, Truman e i suoi consiglieri non scelsero nessuna di queste opzioni; decisero, invece, di distruggere il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che avrebbe spezzato le vite di centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, offriva considerevoli vantaggi agli americani. Innanzitutto, la bomba avrebbe costretto Tokyo alla resa prima che i sovietici fossero coinvolti nella guerra in Asia, così facendo si evitava la necessità, a guerra finita, di concedere a Mosca voce in capitolo nelle decisioni riguardo al Giappone, ai territori occupati dal Giappone (Corea e Manciuria), all’Estremo Oriente e alle regioni del Pacifico in generale. Gli Stati Uniti avrebbero goduto di una completa egemonia in quella parte del mondo, e questo poteva essere lo scopo vero (sebbene taciuto) dell’entrata in guerra di Washington contro il Giappone. Fu alla luce di queste considerazioni che l’ipotesi di costringere Tokyo alla resa attraverso il blocco venne respinta, poiché la resa sarebbe stata ottenuta solo dopo – e forse molto dopo – l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, lo US Strategic Bombing Survey [indagine statunitense sui bombardamenti strategici, ndt] dichiarò che “il Giappone si sarebbe sicuramente arreso prima del 31 dicembre 1945, anche senza il lancio delle due bombe atomiche”). [10]
I leader americani erano preoccupati che l’entrata in guerra dei sovietici nell’Estremo Oriente facesse raggiungere alla Russia lo stesso vantaggio che gli Stati Uniti avevano guadagnato entrando relativamente tardi nel conflitto, e cioè un posto alla tavola dei vincitori con cui imporre la propria volontà al nemico battuto, ritagliarsi zone da occupare al di fuori del proprio territorio, modificare i confini, determinare le strutture politiche e socioeconomiche dopo la fine della guerra e, in tal modo, trarre per se stessi prestigio e notevoli benefici. Washington era assolutamente contraria alla possibilità che i sovietici potessero godere di questo tipo di opportunità. Gli americani erano sul punto di battere il Giappone, loro grande rivale in quella parte del mondo. Non gradivano l’idea di vedersi affibbiato un nuovo potenziale concorrente, la cui invisa ideologia comunista avrebbe potuto influenzare pericolosamente molti Paesi asiatici.
La bomba atomica era stata messa a punto appena prima che i sovietici fossero coinvolti nel conflitto nell’Estremo Oriente. Ciononostante, la polverizzazione nucleare di Hiroshima, il 6 agosto del 1945, arrivò troppo tardi per prevenire l’entrata in guerra della Russia contro il Giappone. Tokyo non gettò la spugna immediatamente, come avevano sperato gli americani, e l’8 agosto del 1945 – esattamente tre mesi dopo la resa tedesca a Berlino – i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno dopo, 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi stanziate nel nord della Cina. La stessa Washington aveva richiesto l’intervento russo, ma quando tale intervento si verificò, Truman e i suoi consiglieri non erano affatto contenti che Stalin avesse mantenuto la promessa. I sovrani del Giappone non risposero subito al bombardamento con la resa incondizionata, forse perché non riuscirono a comprendere immediatamente che un solo aereo e una sola bomba avessero causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati ugualmente catastrofici; un attacco da parte di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9 e il 10 marzo del 1945 aveva in effetti causato più vittime dell’attacco a Hiroshima). In ogni caso, ci volle un po’ di tempo prima di poter prevedere una resa incondizionata, e sulla base di questo ritardo i russi furono coinvolti nella guerra contro il Giappone. Questo rese Washington estremamente impaziente: il giorno dopo della dichiarazione di guerra dei russi, il 9 agosto del 1945, fu lanciata una seconda bomba, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex cappellano militare americano più tardi dichiarò: “Sono dell’opinione che questa guerra fu una delle ragioni principali per cui fu lanciata quella seconda bomba, perché era una corsa all’ultimo minuto. Volevano che il Giappone capitolasse prima della comparsa dei russi” [11]. (Il cappellano poteva essere più o meno consapevole che tra le 75.000 vittime che furono “incenerite, carbonizzate ed evaporate all’istante” a Nagasaki c’erano molti giapponesi cattolici e un numero imprecisato di detenuti nei campi per i prigionieri di guerra degli alleati, la cui presenza era stata riportata al comando aereo, invano) [12]. Ci vollero altri cinque giorni perché i giapponesi si arrendessero. Nel frattempo l’Armata Rossa aveva fatto notevoli progressi, con il sommo dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri.
Così gli americani si ritrovarono accanto all’alleato russo in Estremo Oriente. Oppure no? Truman fece in modo che non venisse considerato tale, ignorando i precedenti stabiliti prima nel rispetto della cooperazione fra i Tre Grandi. Già il 15 agosto del 1945, Washington respinse la richiesta di una zona d’occupazione russa nel territorio sconfitto del sol levante. E quando il 2 settembre del 1945 il generale MacArthur accettò la resa giapponese sulla Missouri, nave corazzata americana, nella Baia di Tokyo, la presenza dei rappresentanti dell’Unione Sovietica – e degli altri alleati in Estremo Oriente, come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi – fu ammessa in via del tutto straordinaria, come spettatori irrilevanti. A differenza della Germania, il Giappone non fu ripartito in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto dell’America doveva essere occupato solo dagli americani e, in qualità di “viceré” americano a Tokyo, il generale MacArthur, senza alcun riguardo verso gli altri Alleati e il loro contributo alla vittoria comune, si sarebbe assicurato che nessun’altra potenza avesse avuto voce in capitolo nelle questioni del Giappone dopo la fine del conflitto.
Sessantacinque anni fa, Truman non aveva bisogno di sganciare la bomba atomica per ridurre il Giappone in ginocchio, ma aveva le sue ragioni per farlo. La bomba atomica permise agli americani di costringere il Giappone alla resa incondizionata, di tenere i russi alla larga dall’Estremo Oriente e – ultimo ma non per importanza – di imporre la volontà di Washington sul Cremlino anche in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono distrutte per questi motivi e molti storici americani lo sanno bene; ad esempio, Sean Dennis Cashman scrive:
Con il passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba venne usata anche per motivi politici… Vannevar Bush (il capo dell’American center for scientific research) dichiarò che la bomba venne usata in tempo, affinché non ci fosse la necessità di fare concessione alcuna alla Russia alla fine della guerra”. Il Segretario di Stato James F. Byrnes (Segretario di Stato di Truman) non ha mai smentito una dichiarazione a lui attribuita che la bomba fosse stata usata per dimostrare il potere degli americani all’Unione Sovietica, al fine di renderla più gestibile in Europa. [13]
Lo stesso Truman, tuttavia, in maniera ipocrita dichiarò all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era quello di “riportare i ragazzi a casa” e cioè mettere rapidamente fine alla guerra senza ulteriore perdite di vite sul fronte americano. Tale spiegazione fu acriticamente diffusa dai media americani e divenne un mito propagato scrupolosamente dalla maggior parte degli storici e dei media statunitensi e lungo tutto il mondo “occidentale”. Questo mito, che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari contro obiettivi quali l’Iran e la Corea del Nord, è ancora molto in voga – basta dare un’occhiata ai principali quotidiani il 6 e il 9 agosto!

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=20478

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VALERIA NICOLETTI
[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Hiroshima.
[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, The Myth of the Good War: America in the Second World War, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, revised edition, New York, 1962, p. 250.
[5] Quoted in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Gar Alperovitz Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam. The Use of the Atomic Bomb and the American Confrontation with Soviet Power, new edition, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (original edition 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Quoted in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Cited in David Horowitz, From Yalta to Vietnam: American Foreign Policy in the Cold War, Harmondsworth, Middlesex, England, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, "The Good War": An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism,” http://www.lewrockwell.com/orig5/kohls1.html
[13] Sean Dennis Cashman, , Roosevelt, and World War II, New York and London, 1989, p. 369.



IL THL FINLANDESE RACCOMANDA LA SOSPENSIONE DELLE VACCINAZIONI CONTRO L’H1N1

ago 31st, 2010 | By admin | Category: News

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Istituto Nazionale per la Salute e il Welfare (THL, in finlandese Terveyden ja Hyvinvoinnin Laitos) ha raccomandato che le vaccinazioni contro il virus dell’influenza suina H1N1 attraverso la somministrazione del Pandemrix vengano sospese. Il vaccino non potrà essere usato fino a che non verrà verificata l’esistenza di una correlazione con l’aumento del numero di casi di narcolessia nel paese.
Il THL afferma che la raccomandazione è una misura cautelativa. Al momento, sottolinea, nel paese non c’è alcuna epidemia di influenza suina che richieda una campagna vaccinale urgente contro il virus.
"Sono state rilevate indicazioni di un nesso temporale tra le vaccinazioni e alcuni casi di narcolessia, ma non è stato stabilita alcuna correlazione vera e propria. Considerando anche le informazioni che circolano a livello internazionale, una connessione sembrerebbe improbabile", ha dichiarato la dottoressa Hanna Nohynek, ricercatrice presso il THL.
È possibile ammettere eccezioni all’indicazione del THL, se necessario. Ad esempio, il vaccino potrebbe essere somministrato a chi debba viaggiare verso un’area che stia subendo un’epidemia di influenza suina.
Gli esperti a raccolta
Se necessario, una decisione definitiva su scala nazionale per quanto riguarda il programma di vaccinazioni contro l’influenza suina verrà preso dal Ministro degli Affari Sociali e della Salute. Tale decisione sarà presa se i casi riportati di narcolessia verranno associati al vaccino in maniera inconfutabile.
Il gruppo che coordina le investigazioni sui casi osservati deve incontrarsi martedì prossimo (31 agosto 2010, ndt) per effettuare una valutazione complessiva della situazione. Questo gruppo comprende esperti provenienti dal THL, dal Ministero degli Affari Sociali e della Salute, dall’Agenzia Nazionale per i Medicinali e da Valvira, l’Autorità di Supervisione Nazionale per il Benessere e la Salute, nonché i rappresentanti delle autorità provinciali.
Stando a quanto afferma il THL, l’aumento del numero di casi di narcolessia potrebbe essere stato causato dal virus influenzale, dal vaccino, dall’interazione di un’infezione con il vaccino, o da qualche altro fattore. È un fatto risaputo che le infezioni possano causare narcolessia.
Al THL sono stati segnalati 15 casi di narcolessia, sei dei quali sono più facilmente associabili al vaccino che a qualunque altra causa. Le ricerche preliminari sulla correlazione tra il vaccino e gli altri casi dureranno svariati mesi. In Finlandia vengono diagnosticati fino a 50 casi di narcolessia all’anno e circa una decina tra i bambini.
Nel mondo, almeno 90 milioni di persone in oltre 20 paesi sono state vaccinate con il Pandemrix. Ad ogni modo, fino ad ora, un possibile legame tra il vaccino contro l’influenza suina ed episodi di narcolessia è stato riportato soltanto in Finlandia e in Svezia.

Fonte: www.yle.fi/
Link: http://www.yle.fi/uutiset/news/2010/08/thl_recommends_suspension_of_h1n1_vaccinations_1926808.html
24.08.2010
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org dai ELISA NICHELLI



Vaccinazione contro H1N1 sospesa in Finlandia per timore della narcolessia

ago 30th, 2010 | By admin | Category: News

 

La notizia viene dall’edizione internazionale (in inglese) del quotidiano finlandese Helsingin Sanomat che il 25 agosto 2010 ha pubblicato l’articolo H1N1 vaccinations suspended over narcolepsy scare di cui qui diamo la traduzione [con qualche doveroso commento tra parentesi quadre]

Vaccinazione contro H1N1 sospesa per timore della narcolessia
Almeno 15 casi di narcolessia fra bambini ed adolescenti nei sei mesi passati
La possibilità di ottenere risarcimenti per i bambini e gli adolescenti recentemente diagnosticati con narcolessia dovrà essere valutata se viene dimostrata una connessione tra la malattia e il vaccino contro l’influenza suina, afferma il Ministro dei Servizi Sociali Paula Risikko (Partito della Coalizione Nazionale). [Figuriamoci se in un gioco in cui entrano multinazionali di prim'ordine governi che complicemente hanno acquistato da loro milioni di dosi con contratti al limite dell'illegalità, ci può essere un pizzico di rispetto per il cittadino che si ammala? Si sospende il vaccino ma si tergiversa, la si tira per le lunghe ci sarà mai qualcuno che otterrà un risarcimento?]

“La questione deve essere valutata quando sono stati fatti tutti gli studi. Gli esperti insistono che se la malattia e la vaccinazione sono in connessione, noi lo scopriremo.”

“Comprendo il dolore delle famiglie e la serietà della situazione, ma è troppo presto per prendere una decisione su chi ha la responsabilità di risarcire.”
L’Istituto Nazionale per la Sanità e per l’Assistenza Sociale (THL) ha deciso giovedì di raccomandare che le vaccinazioni contro l’influenza suina col vaccino Pandemix vangano sospese fino a quando verrà sarà stabilito se il vaccino sia o meno la causa dell’aumento di casi di narcolessia fra bambini ed adolescenti.

Giovedì si è arrivati a 15 nuovi casi della malattia, che fa addormentare improvvisamente senza alcun preavviso, sono stati diagnosticati a partire da Dicembre tra i bambini e adolescenti di un’età compresa tra i 5 e i 16 anni.

C’è una chiara correlazione temporale tra questi casi e le vaccinazioni contro l’influenza suina. [Ma vaglielo a far capire al governo, ai servizi sanitari ed all'azienda che produce il vaccino]

In aggiunta ai casi confermati, ce ne sono allo studio alcuni nei quali la malattia è sospetta.
Normalmente circa sei casi di narcolessia tra bambini e adolescenti vengono diagnosticati ogni anno in Finlandia [e adesso ne compaiono 15 in 8 mesi, ovvero il triplo, un dato preoccupante; e non viene il sospetto che anche gli altri casi possano essere correlati ad effetti collaterali di altri farmaci o vaccini?].

Un numero inusualmente grande di pazienti sono stati inoltre diagnosticati in Svezia dopo la somministrazione del vaccino contro l’influenza suina. non ci sono informazioni di nuovi casi in altre nazioni. [è recente la notizia di alcuni casi anche in Francia - N.d.T.]
Sospendere le vaccinazioni è una precauzione, dice Pekka Puska, direttore generale del THL [Istituto Nazionale per la Sanità e per l'Assistenza Sociale]. Egli afferma che la sospensione continuerà fino a quando la questione sarà sufficientemente investigata.

Risikko [la già citata ministra dei Ministro dei Servizi Sociali] confida che gli ufficiali sanitari e gli esperti di vaccini saranno capaci di determinare se è possibile somministrare vaccini contro l’influenza suina contemporaneamente ai vaccini contro la normale influenza stagionale. [Ma ci possiamo fidare di questa gente che conduce le indagini? Non è evidente il conflitto di interessi? Chi controlla il controllore? Ufficiali sanitari ed esperti di vaccini che hanno sempre spinto alla vaccinazione di massa potranno in tutta sincerità ammettere il proprio errore anche se ci fossero le prove più evidenti? Che interesse potrebbero mai avere nell'ammettere le proprie colpe? Nessuno! Tutta quella gente sarebbe di sicuro molto più interessata ad auto-assolversi.]

Lei dal suo canto ha fiducia nel fatto che i vaccini siano sicuri. “Quando una pandemia si sta verificando, devono essere prese decisioni rapide. In una situazione di pandemia, non è mai possibile intraprendere ricerche dai tempi molto lunghi, perché ciò richiederebbe migliaia di test, e l’esame di migliaia di soggetti che partecipano alla sperimentazione.” [Ringraziamo la signora ministra per averci confermato che la sperimentazione non è stata sufficientemente approfondita ed adeguata; in tal caso dire che i vaccini siano sicuri è un atto dogmatico di fede più che un atto di fiducia, ma forse lei si è persa le notizie di tutte le persone danneggiate o uccise da questi vaccini.]
Il THL puntualizza che ci possono essere molte ragioni dietro questo incremento di casi di narcolessia: l’influenza suina, il vaccino, o un’interazione del vaccino con un’infezione. [E qui si rischia di cadere nel ridicolo: la causa della narcolessia in soggetti vaccinati contro la suina sarebbe la suina stessa? Ma se i vaccini sono efficaci e sicuri come asseriscono le autorità vuol dire che queste persone non hanno contratto l'influenza suina proprio in quanto vaccinate! Se poi la causa fosse davvero una interazione tra il vaccino ed un'infezione ciò vuol dire che il vaccino è comunque alla base del danno. Insomma, traendo le logiche conclusioni dalle dichiarazioni dell'Istituto Nazionale di Sanità, per potere scagionare il vaccino bisognerebbe per forza ammettere che esso non protegge dal virus dell'influenza suina; ma in tal caso sarebbe dimostrata l'inutilità di queste campagne di vaccinazione costose e per giunta inefficaci.]

Marjo Renko, presidentessa del gruppo nazionale di esperti sui vaccini, ha affermato giovedì, in un’intervista durante un telegiornale, che una sostanza contenuta nel vaccino è sospettata di essere la causa della narcolessia. In seguito Renko ha detto che quelle parole erano state citate al di fuori del loro contesto. “Non c’è prova che l’incremento dei casi di narcolessia possa essere legata ai vaccini. noi non sospettiamo niente. Questa è pura speculazione.” [Non avendo visto quell'edizione del telegiornale in finlandese sospendiamo il giudizio, però ci consenta, signora Renko, il sospetto che le sia scappata una mezza verità che ha poi voluto smentire.]


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Dossier sull’influenza suina e sui tossici vaccini ad essa correlati

 

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UNA COMPONENTE ESSENZIALE DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO MONDIALE

ago 30th, 2010 | By admin | Category: News

DI

DANIEL ESTULIN
danielestulin.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due giorni fa, il giornale tailandese THE NATION, pubblicato in inglese e considerato generalmente un organo di propaganda della DEA (Drug Enforcement Administration) in Tailandia, ha pubblicato un articolo sulla lotta in corso per la conquista del potere politico in Birmania, lotta che vede ancora una volta vede come favoriti…..i monaci birmani. L’articolo consisteva di tre paragrafi e citava tra le sue fonti i servizi di spionaggio statunitensi e alcuni membri del Dipartimento di Stato nordamericano. Cosa accomunano Afganistan, Birmania, i documenti “segreti di WikiLeaks” e Hamid Gul, il generale rimosso dal suo incarico ed ex capo dei servizi sergreti pachistani (ISI)? La droga.
Negli anni ‘80, il generale Gul era il coordinatore della guerra combattuta dai guerrieri mujahadeen contro le truppe sovietiche. La guerra, per inciso, veniva finanziata dalla CIA attraverso il traffico di droga. Nei documenti pubblicati da Wikileaks, Gul viene descritto come collaboratore dei Talebani e di Al-Qaeda, oltre che come coordinatore degli attacchi suicidi organizzati dalla NATO in Afganistan. Per quale motivo i documenti di Wikileaks, supposti segreti, si soffermano sulla figura di un vecchio generale di 74 anni? Gul, nel giugno del 2010, commise un “errore” imperdonabile quando durante una intervista concessa ad un giornalista locale tirò fuori il ruolo dell’esercito americano nella vendita di eroina afgana attraverso la sua base top secret Manas, nel Kyrgyzstan. Il ruolo dell’esercito americano nel traffico internazionale di stupefacenti è in realtà ampiamente documentato, dalla guerra in Vietnam (guerra in realtà combattuta tra società segrete per il controllo delle vie della droga, nonostante i libri di “storia” raccontino una realtà differente), passando per l’America Latina e per il Medio Oriente. Con l’economia mondiale al limite della disintegrazione, la droga si è trasformata in quel componente imprescindibile per sostenere qualcosa che è oramai insostenibile. Gul è un personaggio scomodo a Washington, non solo per i suoi commenti sul traffico di droga, ma anche per le sue dichiarazioni del 26 settembre 2001 sul ruolo di Mossad negli attentati dell 11 Novembre (9-11).
Per screditare Gul e l’attuale regime Pachistano, unico paese mussulmano munito di armi nucleari, i “Signori delle Ombre” hanno utilizzato WikiLeaks come flagello per dirigere i loro attacchi verso Gul.
Già due settimane fa commentai sulla mia pagina di Facebook come, a mio avviso, WikiLeaks venisse manovrato in segreto dal governo americano. Il modus operandi di questa manipolazione è riconoscibile. Per aumentarne la credibilità, viene pubblicato un video (appositamente filtrato) dell’esercito americano ritratto durante un attacco da brividi portato contro dei giornalisti indifesi. La reazione del governo americano non tarda quindi ad arrivare – dapprima cingendosi della bandiera americana chiedendo vendetta per il tentativo di debilitare il paese e la sua “lotta contro il male” (i simboli sono fondamentali in tutte le operazioni segrete); quindi sferrando una feroce critica verso i responsabili; all’ndignazione del popolo (ovvia e prevedibile, le persone comuni si indignano davanti a questo genere di filmato) il governo e l’esercito rispondono avviando un’inchiesta sull’accaduto… il popolo viene soddisfatto (l’inchiesta dimostrerebbe la democraticità del sistema e il potere dei mezzi di informazione liberi ed indipendenti). Con le ultime publicazioni di oltre 90,000 documenti sulla guerra in Afganistan. Il fondatore di WikiLeaks, un misterioso australiano di 29 anni, senza passato ne presente, si converte nel “faro della democrazia” in modo non dissimile da Hashim Thaci, leader degenere della repubblica criminale del Kosovo.
Il documento più indicativo sul vero ruolo di WikiLeaks e sui suoi reali rapporti con il governo americano è quello relativo alla supposta ammissione da parte dell’esercito americano che Osama bin Laden sia ancora vivo, notizia che alimenterebbe in modo conveniente la Guerra Contro il Terrore. Il fatto che bin Laden sia effettivamente morto il 21 Dicembre 2001, cosa nota a tutti i servizi di spionaggio mondiali, non viene dato a sapere. E visto che la massa ignorante non vuole rendersene conto… conviene proseguire con il mito di bin Laden.
Tornando al discorso iniziale, stiamo vivendo dei grandi cambiamenti geopolitici. L’economia mondiale è praticamente in ginocchio, i grandi potenti non danno risposte credibili, la Comunità Europea si sta disintegrando sotto i nostri occhi, ciascuno dei suoi paesi membri si chiude nei suoi interessi. Le dinamiche globali diventano sempre più imprevedibili e difficili da comprendere, soprattutto se ci si affida ai mezzi di informazione di massa.
L’articolo che segue, riguardante la Birmania, fu pubblicato dal sottoscritto circa tre anni fa su un media statunitense. Vale la pena ripubblicarlo per la rilevanza che assume alla luce di ciò che accade in questo periodo.

La lotta in essere per conquistare il potere politico in Birmania, che vede avvantaggiati i monaci birmani, è finita sulle copertine di tutti i mezzi di comunizacazione del mondo. Nel suo discorso all’assemblea delle Nazionio Unite, Bush aveva denunciato quello della Birmania come un “feroce regime” (insieme a quelli di Bielorussia, Cuba, Iran, Siria, Corea del Nord e Zimbabwe).
Il messaggio che ne è venuto fuori dai media occidentali, pilotati dal governo statunitense, è che le manifestazioni in corso in Birmania siano “a difesa della democrazia” e contro la tirannia politica. Questo punto di vista rappresenta senza ombra di dubbio una forma istituzionalizzata di disinformazione. Di fatto, all’origine delle proteste si nasconde il rincaro nei prezzi di “pane e acqua” (n.d.t. per “pane e acqua” si intende beni di prima necessità). Come spiega Il New York Times nella sua edizione del 24 Settembre, le proteste iniziarono il 19 Agosto come risposta al brusco e improvviso incremento dei prezzi della benzina (che aumentarono di circa il 500%) che diedero origine ad una impennata dei prezzi di tutti gli altri beni, oltre che ovviamente dei costi di trasporto.
Le proteste sono guidate dagli studenti e dai monaci, i quali hanno denunciato il governo di volere “impoverire” la popolazione. Il linguaggio delle denunce dei manifestanti non fa assolutamente riferimento a termini come libertà e democrazia, spesso citati dai mezzi corporativi statunitensi, ma semplicemente alla crisi dei prezzi.
Il “problema” principale di Washington con il governo Birmano non è tanto legato al “feroce regime” o all’”asse del male”. Gli alleati degli Stati Uniti come Arabia Saudita, Etiopia e l’Irak di Saddam Hussein degli anni 80 sono/furono regimi altrettanto sanguinosi, che però goderono del pieno appoggio americano e della copertura diplomatica di cui necessitavano. Il vero “problema” della Birmania sta nel fatto che i suoi mercati, le sue terre e le sue risorse naturali non sono al momento sotto il diretto controllo degli interessi corporativi e finanziari dell’occidente.
Non c’è dubbio che il leader attuale del paese, il Generale Than Shwe, mezzo analfabeta oltre che efferato dittatore, debba essere giudicato per crimini contro l’umanità da qualche legittimo e competente Tribunale Internazionale di Giustizia. Non c’è dubbio inoltre che, dietro le denunce americane legate alla presenza di un “feroce regime” si nasconda, in realtà, una motivazione molto più oscura: il traffico di stupefacenti.
Combattere e sradicare il fenomeno della droga è dannoso per il mondo finanziario. Secondo l’Ufficio dell’Onu per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, il triangolo d’oro (costituito da Birmania, Laos e Tailandia) ha perso il suo ruolo di principale produttore mondiale di oppio, contribuendo oggi con meno del 5% al totale di oppio immesso sul mercato, un calo significativo rispetto al picco del 70% di tre decenni fa.
Per contro, la mezzaluna d’oro e l’Afganistan, al momento controllate dalle forze della NATO con i relativi alleati, si ritrovano con il ruolo di leader assoluti nella produzione e distribuzione di oppio, con quantità molto superiori a Colombia e triangolo d’oro. L’Afganistan, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, produce il 92% dell’oppio circolante Il valore totale delle esportazioni di oppio afgano, secondo l’ONU, si calcola in 3000 milioni di dollari, equivalente alla metà del PIL del paese. Inoltre il 12% della popolazione afgana, che ammonta a 23 milioni di abitanti, si dedica esclusivamente alla coltivazione dell’oppio. La maggior parte della droga prodotta in Afganistan è destinata a Gran Bretagna, Italia e Spagna, sempre secondo fonti ONU.
Con le “forze di pace” della NATO che tengono sotto controllo il paese e, in modo meno evidente, il traffico di droga che lo sostiene, è davvero possibile continuare a credere alla favola che si sta combatteno una vera lotta contro questa piaga? Se la NATO volesse veramente fermare i signori della guerra, potrebbe farlo in poche ore. D’altro canto l’ONU, piuttosto che combattere il governo della Birmania, lo appoggia nella lotta locale contro la droga, in particolare nella zona dello Shan, epicentro delle coltivazioni di oppio.
Cosa si nasconde all’obra di posizioni così diverse?
Lo sradicamento della droga dal triangolo d’oro causerebbe una evoluzione geostrategica che va contro gli interessi delle principali banche occidentali, dei loro governi e dell corporazioni internazionali i cui sistemi finanziari e politici dipendono dal flusso di miliardi che viene generato dal traffico di droga.
I funzionari dell’ONU sostengono che l’unico modo di farla finita con la droga consiste nell’eliminare le coltivazioni di papaveri, fatto questo che andrebbe contro i grandi interessi dei governi occidentali e delle istituzioni finanziarie di tutto il mondo.
Il denaro proveninte dal traffico di droga è divenuto parte strutturale delle economie occidentali. Ogni anno il ricavato derivante dal commercio di stupefacenti si colloca intorno ai settecentomila milioni di dollari, esentasse. Questa cifra è stata fornita dall’agenzia governativa statunitense incaricata di seguire i flussi di denaro a livello globale. Settecentomila milioni di dollari sono troppi soldi per essere tenuti nascosti sotto un materasso. Serve molta esperienza e soprattutto capacità per per poter trasferire fondi di tale entità senza farsi notare. L’ignoranza, specialmente quando le transazioni sono così ingenti, non è una posizione credibile. Eppure, in cinquant’anni di riciclaggio di denaro sporco, sono poche le persone al corrente di una verità tanto scomoda. Perchè?
Di fatto, il denaro proveniente dal traffico di droga è divenato parte sostanziale del sistema bancario e finanziario mondiale, in quanto fornisce la liquidità necessaria a finanziare i “costi minimi mensili” delle manovre speculative di Stati Uniti e Gran Bretagna.
L’effetto moltiplicatore (quantificabile in circa sei volte il capitale di origine “illegale”) prodotto dal riciclaggio di settecento mila milioni di dollari darebbe come risultato una somma equivalente a circa venti miliardi di dollari, tutti derivanti unicamente dal trafficoo di stupefacenti.
Il valore delle azioni delle aziende quatate a Wall Street è legato alle prospettive di guadagno annuali di ogni singola azienda e le si possono pensare come “frazioni” di proprietà dell’azienda e ne rappresentano il valore più equo. L’effetto moltiplicatore cui le azioni sono soggette in borsa può a volte raggiungere un fattore 30, gli analisti finanziari hanno infatti creduto per lungo tempo che un rapporto “sano” tra prezzo e guadagno per un qualunque tipo di azione debba essere 15 o al più di 30 a 1. In questo modo, se si prende questa cifra come un rapporto esclusivamente matematico, aggiungendo un solo dollaro alla complessiva capitalizzazione in borsa di una azienda, questo produrrà come risultato un valore aggiunto, sul mercato borsistico, di trenta dollari.
Cosa significa tutto questo nel mondo reale? Per le banche mondiali avere un guadagno netto supplementare di dieci milioni di dollari, la liquidità derivante dal commercio di stupefacenti, equivale a profitti in borsa che possono arrivare fino a trecento milioni di dollari. Senz’altro, prima di far risultare queste somme all’interno dei bilanci , è necessario ripulirle attraverso ogni tipo di operazione illecita.
I guadagni provenienti dal lucroso commercio di stupefacenti sono illeciti, cosa che tendono a scordare tutti coloro che cercano di analizzare le dinamiche del mercato della droga. Prima di poter essere utilizzato, questo denaro va prima nascosto e poi ripulito. Al giorno d’oggi il denaro si sposta con tale velocità che, a meno di non controllare la totalità dei sistemi informatici coinvolti, risulta impossibile da tracciare. Già questo basterebbe a spiegare l’assoluta attrattiva del business del traffico di droga, che viene diretto, controllato e salvaguardato da personaggi dotati di grande potere, spesso in collaborazione con le istituzioni finanziarie e bancarie operanti su entrabi i lati dell’Atlantico; funzionari di vari governi e di importanti corporazioni i cui titoli sono oggetto di scambio sulle più importanti borse mondiali.
Si aggiunga che queste grandi corporazioni possono guadagnare una quantità straordinaria di denaro sporco semplicemente facendoselo prestare tanto da singoli individui quanto da intere nazioni dedite al traffico di droga come la Colombia, per poi restituirlo, ripulito, a tassi di interesse bassissimi, e ottenendone comunque grossi benefici. Quando si fa un prestito di cento mila milioni di dollari a un interesse del 5 per cento ad una enorme corporazione, il denaro che se ne ricava diventa effettivo e lecito.
Il commercio di stupefacenti ha acquisito potere in cuanto sostiene gli investimenti delle più grandi corporazioni mondiali. Wall Street non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Il Congresso non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. I presidenti, per finanziare le loro campagne elettorali, non possono permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Perchè? Perchè l’economia mondiale, controllata da un piccolo uno per cento, non può permettersi il rischio che la concorrenza (sia negli affari che nella politica) si impossessi del denaro destinato alla droga. E per ogni milione di dollari scambiato in una compravendita di azioni, il capitale in possesso di quell’uno per cento che controlla Wall Street aumenta di venti o trenta volte.
La politica è direttamente coinvolta in questo meccanismo e la sua possibilità di intervento è subordinata agli appoggi che la sostiene e che, finanziandola, la mantiene al potere. Questa complicità di interessi è una parte essenziale dell’economia mondiale e rappresenta il combustibile che fa girare le ruote del capitalismo.
Coloro che si sono uniti alle critiche contro il governo totalitario della Birmania, dovrebbero capire che le loro iniziative stanno contribuendo a portare avanti l’agenda occulta dell’ ”Uomo dietro le quinte” che maneggia i fili del potere.

Daniel Estulin
Fonte: www.danielestulin.com/
Link: http://www.danielestulin.com/2010/08/13/una-parte-esencial-del-sistema-bancario-y-financiero-mundial/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org acura di LUCA PAOLO SOTGIU



COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE: LA CATASTROFE OGM NEGLI USA UNA LEZIONE PER IL MONDO

ago 30th, 2010 | By admin | Category: News

DI

F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di recente, i potentati non eletti della Commissione Europea, noti per essersi sempre opposti alla diffusione di organismi geneticamente modificati (OGM) nell’agricoltura dell’UE, hanno dimostrato un cambiamento di direzione. Ad approvare l’adozione degli OGM, al fianco del presidente della commissione europea, ci sarà il nuovo Commissario all’Ambiente, il revisore contabile maltese John Dalli. L’ex Commissario all’Ambiente, il greco Staros Dimas, era, invece, un feroce oppositore degli OGM. Anche il governo cinese ha comunicato che potrebbe approvare una varietà di riso OGM. Prima che le cose si evolvano troppo, farebbero bene a osservare più attentamente ciò che succede negli USA, dove le colture geneticamente modificate sono tutt’altro che positive, anzi.
Ciò che viene meticolosamente nascosto da Monsanto e da altre aziende operanti nell’agribusiness, che pubblicizzano colture modificate geneticamente come alternativa a quelle convenzionali, è il fatto che in tutto il mondo, fino ad oggi, le colture OGM sono state utilizzate e brevettate solo per due motivi, il primo dei quali è la tolleranza ai velenosissimi erbicidi chimici al glifosate, che Monsanto e altri costringono gli agricoltori a comprare, come condizione per poter utilizzare i loro semi OGM. La seconda ragione è la resistenza a dei particolari insetti. Contrariamente ai miti promossi dai giganti dell’agribusiness per soddisfare i loro interessi, non esiste un seme OGM in grado di assicurare un raccolto più ricco o che richieda meno erbicidi chimici tossici. Questo semplicemente perché non porterebbe alcun profitto.
Il disastro delle super erbacce
Come ha notato l’illustre biologa e oppositrice agli OGM, la Dott. ssa Mae-Wan Ho, dell’ Institute of Science di Londra, le aziende come Monsanto rendono i semi immuni agli erbicidi, grazie a un gene non sensibile al glifosate, che codifica l’enzima colpito dall’erbicida. L’enzima deriva da un batterio del suolo, l’Agrobacterium tumefaciens. L’immunità agli insetti è dovuta a una o più tossine derivanti dal batterio del suolo BT (Bacillus thuringiensis). Gli Stati Uniti hanno iniziato la coltivazione su larga scala di piante geneticamente modificate, soprattutto soia, grano e cotone, intorno al 1997. Oggi, le colture genericamente modificate occupano tra l’85% e il 91% delle aree coltivate con le tre colture principali degli USA, che sono appunto la soia, il grano e il cotone, per un totale di circa 70 milioni di ettari.
Secondo la Ho, la bomba a orologeria ecologica portata dagli OGM è in procinto di esplodere. Dopo anni di impiego costante di erbicidi al glifosate brevettati, come il famoso Roundup, prodotto da Monsanto, si sono sviluppate nuove ’super erbacce’ resistenti agli erbicidi; è la risposta della natura ai tentativi dell’uomo di violare le sue leggi. Queste super erbacce hanno bisogno di ancora più erbicidi.
ABC, uno dei maggiori canali televisivi degli USA, recentemente ha realizzato un documentario sulle ‘super erbacce’ nella rubrica “Super weeds that can’t be killed” (“Erbacce che non possono essere uccise”, ndt) [1].
Sono stati intervistati agricoltori e scienziati dell’Arkansas, che hanno parlato di campi invasi da erbacce immuni persino al glifosate. Un agricoltore ha raccontato di aver speso almeno 400.000 euro in soli tre mesi nel tentativo fallito di eliminarle.
Queste erbacce sono così resistenti che nemmeno le mietitrebbie riescono a eliminarle, e se si cerca di estirparle manualmente, gli attrezzi si rompono. Almeno 400.000 ettari di coltivazioni di soia e cotone dell’Arkansas sono stati infestati da questa peste biologica. Informazioni dettagliate sulla situazione in altre zone non sono disponibili, ma si suppone che le cose siano più o meno simili. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, favorevole agli OGM e all’agribusiness, ha mentito sull’effettivo stato delle coltivazioni statunitensi, per nascondere la triste realtà e prevenire l’esplodere di una rivolta contro gli OGM, nel paese che costituisce il principale mercato per questi prodotti.

Una varietà di erbaccia, la Amaranthus palmeri, può crescere fino a raggiungere un’altezza di 2,4 metri, resistendo al caldo opprimente e a lunghe siccità e producendo migliaia di semi con delle radici che rubano i nutrienti alle alter colture. Se lasciata incontrollata, può impossessarsi di un intero terreno in solo un anno. Alcuni agricoltori sono stati costretti ad abbandonare le loro terre. Fino ad oggi, invasioni di Amaranthus palmeri, sono state identificate non solo in Arkansas, ma anche in Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee, Kentucky, Nuovo Messico, Mississippi e, più recentemente, in Alabama e nel Missouri, tutti paesi in cui si fa uso di colture OGM.
Gli scienziati della University of Georgia stimano che due sole piante di Amaranthus palmeri, in 6 metri di filari di cotone, sono in grado di ridurre il raccolto di almeno il 23%. Una sola erbaccia può produrre 450.000 semi [2].
La celata tossicità del Roundup
Il glifosate è il più usato erbicida negli USA e nel mondo. Brevettato e venduto da Monsanto fin dagli anni Settanta con il nome Roundup, è un componente obbligatorio dei semi OGM dell’azienda. Per averne la prova, basta andare in qualsiasi negozio di giardinaggio, richiederlo e leggere attentamente l’etichetta.
Come ho spiegato nel mio libro “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt), le colture OGM e i semi artificiali sono stati create negli anni Settanta, con il generoso supporto finanziario della Fondazione Rockefeller, sostenitrice dell’eugenetica, come le aziende chimiche Monsanto Chemicals, DuPont e Dow Chemicals. Tutte e tre sono state coinvolte nello scandalo dell’altamente tossico Agente Arancio, usato in Vietnam negli anni Settanta come la diossina, la cui pericolosità è stata tenuta nascosta ai dipendenti, ai civili e ai militari.
I semi OGM da loro brevettati erano considerati un metodo intelligente per aumentare le vendite dei loro composti chimici per l’agricoltura, come il Roundup. I coltivatori devono firmare un contratto con Monsanto, in cui accettano di utilizzare solo il pesticida Roundup. Quindi, i coltivatori sono costretti a comprare i semi e il glifosate velenoso dell’azienda.
All’università francese di Caen, un’equipe guidata dal biologo molecolare Gilles-Eric Seralini ha condotto uno studio che ha dimostrato che il Roundup contiene uno specifico ingrediente inerte, il surfactante poliossietilene, che per l’embrione umano, la placenta e le cellule ombelicali è più mortale dello stesso glifosate. Monsanto si rifiuta di fornire i dettagli sui contenuti del Roundup diversi dal glifosate, in quanto ‘protetti da brevetto’ [3].

Lo studio di Seralini ha scoperto che gli ingredienti del Roundup amplificavano i loro effetti tossici sulle cellule umane, anche in dosi minori di quelle utilizzate nelle aziende agricole e nei prati! L’equipe francese ha analizzato il Roundup a diversi gradi di concentrazione, dalle dose solitamente usate in agricoltura o nei campi, a dosi 100.000 volte più diluite rispetto al prodotto che troviamo nei negozi. I ricercatori hanno identificato un pericolo per le cellule in tutti i casi.
In un opuscolo dell’Istituto di Biotecnologia, volto a promuovere le colture OGM negli USA, in quanto “distruttrici delle erbacce”, il glifosate e il Roundup vengono pubblicizzati come “meno nocivi del sale da cucina”. In tredici anni, negli Stati Uniti, si è avuto un aumento nell’utilizzo di pesticidi di 144.000 tonnellate, mentre avrebbe dovuto diminuire, secondo quanto avevano promesso i “quattro cavalieri dell’apocalisse OGM”. Notevole è l’aumento delle malattie causate da queste sostanze.
Nonostante ciò, dopo l’immissione in commercio dei semi OGM di Monsanto negli USA, tra il 1994 e il 2005 si è registrato un aumento superiore al 1500% nell’utilizzo del glifosate. Negli USA circa 45.000 tonnellate di glifosate vengono usate in prati e aziende agricole ogni anno, e negli ultimi 13 anni, è stato impiegato in più di 400.000 ettari di terreno. Intervistato, il manager sviluppo tecnico di Monsanto, Rick Cole, ha detto che i problemi sono gestibili, consigliando agli agricoltori di alternare le colture e di utilizzare i diversi erbicidi prodotti da Monsanto. L’azienda incoraggia a mischiare il glifosate con altri erbicidi, come il 2,4-D, vietato in Svezia, Danimarca e Norvegia, perché collegato al cancro e a altri danni al sistema riproduttivo e neurologico. Il 2,4-D è un componente dell’Agente Arancio, prodotto da Monsanto e usato in Vietnam negli anni Sessanta.
Gli agricoltori statunitensi guardano al biologico
Gli agricoltori degli USA stanno mostrando sempre più interesse nelle colture tradizionali, che non prevedono l’uso di OGM. Secondo una relazione del Dipartimento dell’Agricoltura, le vendite di prodotti alimentari biologici sono passate dai 3,6 miliardi di dollari del 1997 ai 21 miliardi di dollari del 2008 [4]. Il mercato è talmente attivo che le aziende agricole si sono rimboccate le maniche per rispondere alla rapida crescita della domanda, e addirittura spesso si sono verificate delle periodiche mancanze di prodotti biologici.
La nuova coalizione di governo Conservativo-Liberale del Regno Unito ha intenzione di rimuovere il divieto di usare gli OGM nel paese. John Beddington, consigliere scientifico del Governo britannico, in un recente articolo ha detto: “I prossimi dieci anni vedranno lo sviluppo di composti con nuove caratteristiche, come ad esempio la tolleranza alle siccità. Dalla metà del secolo ci saranno possibilità molto più radicali legate alle caratteristiche poligeniche”. Ha poi continuato assicurando: “la clonazione degli animali permetterà l’immunità alle malattie”. Penso che si possa anche evitare di commentare.
Un recente studio dell’Università di Stato dello Iowa e del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, in cui è registrata la produttività delle aziende agricole durante i tre anni di transizione necessari per passare dalla produzione convenzionale a quella organica certificata, ha dimostrato i maggiori vantaggi derivanti dall’agricoltura biologica, rispetto alle colture OGM o a quelle non OGM convenzionali. L’esperimento è durato quattro anni, i primi tre di transizione e il quarto di sola agricoltura biologica, e si è visto che malgrado all’inizio la produttività è crollata, al terzo anno essa si è equiparata a quella delle colture tradizionali, mentre a partire dal quarto anno ha iniziato a crescere, sia per la coltivazione della soia, sia per quella del grano.
Ultimamente è stato pubblicato anche uno studio del’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), risultato di tre anni di deliberazioni di 400 scienziati e rappresentanti di organizzazioni non governative, provenienti da 110 paesi di tutto il mondo. Si è giunti alla conclusione che l’agricoltura bioloica su bassa scala è la soluzione migliore per la lotta alla fame, alle differenze sociali e ai disastri ambientali [5]. Come dice la Dott. ssa Ho, è necessario cambiare il modo di praticare l’agricoltura, prima che la catastrofe si diffonda in Germania, in Europa e nel resto del mondo [6].

Riferimenti:
[1] Super weed can’t be killed, abc news, 6 October 2009. Si veda anche, Jeff Hampton, N.C. farmers battle herbicide-resistant weeds, The Virginian-Pilot, 19 July 2009, http://hamptonroads.com/2009/07/nc-farmers-battle-herbicideresistant-weeds
i[2] Clea Caulcutt, ‘Superweed’ explosion threatens Monsanto heartlands, Clea Caulcutt, 19 April 2009, http://www.france24.com/en/20090418-superweed-explosion-threatens-monsanto-heartlands-genetically-modified-US-crops
[3] N. Benachour and G-E. Seralini, Glyphosate Formulations Induce Apoptosis and Necrosis in Human Umbilical, Embryonic, and Placental Cells, Chem. Res. Toxicol., Article DOI: 10.1021/tx800218n Publication Date (Web): December 23, 2008.
[4] Carolyn Dimitri and Lydia Oberholtzer, Marketing U.S. organic foods: recent trends from farms to consumers, USDA Economic Research Service, September 2009, http://www.ers.usda.gov/Publications/EIB58/
[5] International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development, IAASTD, 2008, http://www.agassessment.org/index.cfm?Page=Press_Materials&ItemID=11
[6] Ho MW.UK Food Standards Agency study proves organic food is better. Science in Society 44, 32-33, 2009.
F. William Engdahl è l’autore di “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt).

Titolo originale: "Genetically Manipulated Crops: The GMO Catastrophe in the USA. A Lesson for the World"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STEFANIA MICUCCI