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Archive for dicembre 2010

L’“umanitario” diventa militare-civile

dic 30th, 2010 | By admin | Category: News

Articolo di Antonio Mazzeo pubblicato in Guerre & Pace n. 158, aprile-maggio 2010.

 

Per ulteriori approfondimenti antoniomazzeoblog


Le crisi economiche, sociali e politiche generate dalla diffusione generalizzata delle politiche neoliberiste e la contemporanea crisi ideale e d’identità delle organizzazioni di massa della sinistra (partiti, sindacali, ecc.) – fenomeni che hanno segnato l’ultimo trentennio – non potevano non segnare la mission, i percorsi e l’agire delle Organizzazioni non governative (ONG). Sviluppatesi in buona parte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 per ripensare i modelli di sviluppo, sostenere le lotte di liberazione nel Sud del mondo e svolgere opera di sensibilizzazione contro le feroci dittature al potere in Asia, Africa e America latina, sono veramente poche le ONG che oggi s’interrogano sugli scopi sempre meno “umanitari” dei donanti e cofinanziatori dei propri programmi e progetti nel Sud del mondo. Complice poi la sempre maggiore dipendenza dalle sempre più scarse risorse finanziarie dei soggetti pubblici (l’Unione Europea e, in Italia, la DGCS Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri), le ONG si sono lasciate trascinare dalle logiche e le strategie di riacquisizione dell’egemonia in alcune aree geografiche ritenute “prioritarie” dai donanti non per l’oggettiva gravità delle condizioni di vita delle popolazioni ma perché sempre più spesso caratterizzate da governi deboli o disponibili alla firma di accordi di “libero commercio” per perpetuare il saccheggio delle transnazionali.

Mentre all’interno delle ONG tende a scomparire qualsivoglia dibattito sull’origine dei finanziamenti e le reali finalità sociali, politiche ed economiche dei progetti e/o delle controparti locali, si fa sempre più affannosa la ricerca delle «opportunità» rappresentate dalla partnership strategica con il mondo del profit, banche, holding e imprese private in testa. Pecunia no olet e, di conseguenza, si assiste alla moltiplicazione di programmi d’intervento e “cooperazione” con la sponsorizzazione dei grandi gruppi finanziari ed industriali dall’assai discutibile responsabilità sociale ed etica (in Italia, perfino, il colosso petrolifero ENI o il gruppo Finmeccanica a capo del complesso militare industriale).

Lo scoppio delle cosiddette “guerre umanitarie” (in ex Jugoslavia, Kosovo, ecc.), il consolidamento della dottrina dell’intervento militare USA-NATO-UE, con o senza il pass del Consiglio di sicurezza dell’ONU per «ristabilire ovunque democrazia, sicurezza e legalità» (Afghanistan, Iraq, Somalia), la strumentalizzazione delle crisi alimentari e dei disastri sempre più impropriamente “naturali” per legittimare l’occupazione militare di regioni di rilevanza strategica (Sri Lanka, Filippine, Darfur e recentemente Haiti), hanno ulteriormente contribuito ad emarginare quasi totalmente i soggetti e le esperienze realmente democratici e con aspirazioni di trasformazione sociale, locali e internazionali. Si è reso vita difficile se non impossibile alle ONG che tentano d’intervenire in modo autonomo nei Paesi vittima di conflitto, grazie ad una vera e propria paramilitarizzazione degli “aiuti” e della “cooperazione”. Gli eserciti possono e devono fare tutto: bombardare e ricostruire, affamare e sfamare, assetare e dissetare, togliere e dare speranze. Gli organismi non governativi e le agenzie delle Nazioni Unite, se proprio vogliono, possono operare sempre e quando l’intervento sia compatibile e funzionale alle strategie militari ed economiche delle coalizioni occupanti e dei fedeli partner in loco, a condizione di accettare le scorte dei blindati e dei militari o di body guard privati.

Il governo italiano segue in maniera del tutto subalterna la visione di una “cooperazione allo sviluppo” funzionale alle logiche del mercato globale e della guerra “preventiva e permanente”. A metà novembre 2009, nel corso dell’ultima riunione annuale della DGCS, sono state formalizzate le linee guida del piano che sarà presto implementato: tagli sostanziali ai finanziamenti pubblici e dirottamento dei fondi a favore delle missioni delle forze armate all’estero; utilizzo di contributi di aziende e industrie private; ONG ed associazioni di volontariato sostituite preferibilmente da università e istituti di ricerca; sempre meno progetti a medio-lungo termine e priorità agli interventi d’emergenza nelle aree geografiche d’interesse per l’economia nazionale e rigorosamente sotto il controllo di Washington e della NATO. Non è casuale che Afghanistan e Pakistan assorbiranno buona parte delle scarsissime risorse destinate allo “sviluppo” nel 2010. Per l’Afghanistan, in particolare, è stato approvato un contributo di 4 milioni di euro che sarà gestito dal Fondo di ricostruzione della Banca Mondiale, a cui si aggiungerà un finanziamento di 667 mila euro per un programma di «formazione a distanza tramite la televisione Radio education». Per il Pakistan è stato approvato invece un credito d’aiuto di 20 milioni di euro per «l’inclusione sociale e l’occupazione nella provincia nord-occidentale di frontiera», iniziativa dai contorni assai ambigui a cui il governo italiano aveva già concesso un credito di 40 milioni nel luglio 2009.

Anche se non viene esplicitato nei documenti ufficiali, la tendenza è quella di giungere ad assegnare la pianificazione, direzione e realizzazione degli interventi direttamente a task-force “miste”, composte da militari e civili, riproducendo in scala minore quanto gli Stati Uniti d’America stanno sviluppando in Medio Oriente, Africa, America latina e Caraibi grazie alla partnership tra i comandi regionali delle forze armate e USAID, l’Agenzia federale per gli aiuti allo sviluppo. Il Mali è uno dei luoghi dove la Farnesina sta sperimentando il nuovo modello di cooperazione joint venture con ONG, militari, aziende, università pubbliche e strutture sanitarie private. Questo paese tra i più poveri e militarizzati del continente africano e principale partner degli Stati Uniti nella campagna contro il “terrorismo” e le organizzazioni islamiche radicali, è teatro di un’inedita “missione umanitaria” denominata Ridare la luce. Organizzata e realizzata dall’Associazione Fatebenefratelli per i Malati Lontani (AFMAL), dal Ministero Affari Esteri, dall’Istituto Superiore di Sanità, dall’Aeronautica militare e dall’Esercito italiano, la “missione” vede come sponsor l’industria militare Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), che ha pure sfruttato l’occasione per inviare in Mali il nuovo prototipo di velivolo da trasporto tattico C-27J “Spartan” nel tentativo di promuovere la sua vendita nel continente nero.

Secondo il capitano Erminio Englearo, addetto stampa dello Stato maggiore dell’Aeronautica, Ridare la luce ha come obiettivi «la cura delle popolazioni del deserto del Sahel dalle malattie della vista, lo svolgimento di operazioni di chirurgia generale e lo scambio di conoscenze su nuove tecniche operatorie tra medici e infermieri italiani e maliani». Molto più esplicito sulle reali finalità della massiccia presenza militare nella missione è però il generale Vincenzo Camporini, Capo di Stato maggiore della difesa, giunto in Mali nel novembre 2009 insieme ai vertici della Direzione Generale per la Cooperazione. «Considero questo genere di attività – ha dichiarato – parte integrante dello scopo di una forza armata perchè ridurre il disagio sociale nelle zone dove può radicarsi il terrorismo è funzionale alla prevenzione di conflitti». Vecchio assunto teorico-strategico quello di Camporini, oggetto di analisi nei manuali anti-guerriglia delle truppe francesi in Algeria, dei berretti verdi in Vietnam, degli agenti CIA e dei “consiglieri militari” statunitensi ospiti delle dittature dell’America latina negli anni ’60, ’70 e ’80. Oggi è tema di approfondimento dei corsi destinati agli ufficiali africani che il Comando delle forze armate degli Stati Uniti per l’Africa (AFRICOM) organizza con sempre più frequenza in tutto il continente. AFRICOM, tenta infatti di rendere digeribile la politica di penetrazione strategica degli Stati Uniti in Africa alternando le esercitazioni militari e la fornitura di sistemi d’arma con microinterventi sanitari a favore delle popolazioni locali.

L’interventismo militare nel continente è stato giustificato prima dall’amministrazione Bush e poi da quella Obama con buona parte delle cosiddette “minacce” utilizzate per le operazioni di guerra in Medio Oriente: il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l’espansione del fondamentalismo islamico, la difesa degli interessi economici (accesso all’energia), il narcotraffico, ecc.. Si fa però sempre più enfasi (si leggano in proposito le dichiarazioni del generale James Jones, Comandante supremo alleato in Europa SACEUR, rese davanti al Congresso USA nel settembre del 2006) all’esigenza di intervenire a 360 gradi, contro il «contrabbando, la pirateria marittima e la pesca illegale»; per arginare i «crescenti flussi migratori» e perfino per lottare contro la «fame, i disastri ambientali, la tratta delle persone e le principali epidemie» che affliggono il continente. “Minacce” dunque che mescolano insieme, esemplificandoli, fenomeni notevolmente complessi. L’Africa si trasforma di conseguenza nel laboratorio sperimentale per l’implementazione dello strumento militare-civile “umanitario”: è stato fatto da Washington prima con le operazioni in Mozambico, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo ed Uganda, successivamente in Darfur e Somalia. E in alcune di queste “missioni” ipocritamente definite di «peacekeeping» o di «sostegno alimentare e sanitario delle popolazioni», il Pentagono è riuscito a coinvolgere la Forza d’Intervento Rapido (NRF) costituita dalla NATO, utilizzata alternativamente nelle operazioni di guerra in Afghanistan e in alcune gravi emergenze per calamità (l’uragano Katrina a New Orleans, il terremoto in Pakistan ed Haiti, ecc.).

La modalità con cui gli Stati Uniti stanno portando a termine questo pericolosissimo programma di emarginazione della società civile nei teatri più “caldi” del pianeta, traspare dalle parole di Theresa Whelan, assistente del Dipartimento della Difesa per gli affari africani. Riferendosi alle nuove “minacce” che pongono agli Stati Uniti il «dovere di intervenire nel continente» (letteralmente AIDS, malaria, tubercolosi e trasformazioni demografiche), Whelan ha dichiarato che il Comando militare USA in Africa deve «combinare funzioni militari e civili»; per questo è composto da «esperti nel campo dell’intelligence, della diplomazia, della sanità e dell’aiuto umanitario provenienti dal Dipartimento di Stato, dai Dipartimenti alla salute, ai servizi sociali e all’energia, da USAID». «AFRICOM – ha aggiunto l’assistente – coordinerà gruppi di addestramento, consulenza, affari civili, aiuto medico e veterinario. Esso farà da interfaccia con altre agenzie governative e gruppi umanitari non-governativi negli sforzi da portare avanti nel continente». Ancora più esplicito il generale James Jones, secondo cui «AFRICOM ha come priorità quello di aumentare la capacità delle nazioni africane nel condurre operazioni di mantenimento della pace e di pronto intervento in caso di crisi, particolarmente attraverso l’Unione Africana ed altre organizzazioni regionali, di proteggere le risorse naturali e di promuovere la stabilità fornendo consulenza ed assistenza sanitaria sui temi quali l’AIDS, il colera, la malaria e le altre malattie che hanno conseguenze umanitarie e strategiche».

Le finalità dichiaratamente neoliberiste della “cooperazione” USA, nell’ottica dell’accelerazione dei processi di privatizzazione globale delle risorse naturali e dei servizi (sanità, educazione, ecc.), sono state sottolineate dalla responsabile di USAID per l’Africa, Katherine Almquist, in occasione di un vertice militari-civili tenutosi presso il Comando AFRICOM di Stoccarda, il 17 ottobre 2008. «Abbiamo consulenti tecnici distaccati presso il Combined Joint Task Force-Horn of Africa a Gibuti, per operare in partnership con le forze amate a favore della promozione della sicurezza della nostra nazione e dei nostri alleati in Africa», ha affermato Almquist. «Gli Stati Uniti hanno giustamente identificato lo sviluppo come una componente integrale della propria sicurezza nazionale. Il Presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, in un suo recente intervento, ha identificato le sfide maggiormente critiche negli Stati che si caratterizzano per la loro fragilità, cioè quelle riguardanti la governance, l’economia e la sicurezza, elementi strettamente collegati tra loro. Noi dobbiamo prendere seriamente in considerazione l’appello di Zoellick per una differente struttura che costruisca la sicurezza, la legalità, la governance e l’economia, aldilà di come intendiamo oggi la sicurezza o lo sviluppo. Zoellick utilizza l’espressione “securing development” per sottolineare la nozione di simultaneità nell’indirizzo a favore della sicurezza e dello sviluppo durante la fase di transizione dal conflitto alla pace e, successivamente, della stabilità affinché lo sviluppo possa affermarsi. Così noi di USAID applaudiamo agli interventi dei militari USA nel continente africano, in particolare alle operazioni realizzate a fianco dello loro controparti in Ghana, Senegal, Benin, Botswana e Kenya, preparando i militari delle nazioni africane ad affrontare le pesantissime sfide del 21° secolo in settori come il controterrorismo, la lotta al narcotraffico, gli interventi di peacekeeping e la sicurezza marittima (ossia la cosiddetta “lotta alla pirateria” NdA)».

Più specificatamente dal punto di vista della “cooperazione”, viene segnalato il complesso piano infrastrutturale finanziato e coordinato da USAID e dal Comando AFRICOM, e realizzato nella regione sub-sahariana dagli uomini dell’US Army Engineers, il corpo d’ingegneria dell’esercito statunitense. Attualmente sono in via di esecuzione 44 progetti nelle regioni più remote del Mali e del Niger: si tratta della costruzione di 32 pozzi d’acqua, 7 scuole, 2 piccoli presidi sanitari e 2 “banche di sementi”, costo totale 1,7 milioni di dollari. «Questi progetti beneficeranno gli abitanti, i nomadi Tuareg e i Wodaabe», ha affermato Darrell Cullins, responsabile progetti in Africa del distretto europeo dell’US Army Engineers. Per «promuovere la libertà economica ed investire sul capitale umano», il Mali è stato inoltre inserito dal Dipartimento di Stato tra i paesi del cosiddetto Millennium Challenge Account, il piano di «riduzione della povertà e di promozione della crescita economica a livello internazionale» avviato nel 2004. Sono previsti interventi per 461 milioni di dollari, finalizzati in particolare all’irrigazione di un’area di 15.000 ettari per la produzione di riso e all’installazione di attrezzature nell’aeroporto internazionale di Bamako per il trasferimento dei prodotti ai mercati esteri. Accanto allo sviluppo delle monoculture per l’esportazione, USAID sta inoltre incoraggiando le «politiche di alleggerimento dello Stato nell’economia», promuovendo i programmi di privatizzazione dei servizi e lo smantellamento di molte grandi imprese statali.

L’intervento di Washington non si fermerà tuttavia alle regioni sub-sahariane. «Per il futuro lavoro nel continente – ha aggiunto Darrell Cullin – l’US Army Enginners ha firmato un Multiple Award Task Order Contract (MATOC) che prevede il design e i lavori di realizzazione e manutenzione d’infrastrutture e di servizi destinati alla popolazione africana, per cui è prevista una spesa di 14,8 milioni di dollari entro il settembre del 2011. Il MATOC opererà principalmente in Niger, Ciad, Mali, Senegal, Marocco, Mauritania, Tunisia, Gabon, Ghana, Nigeria e Liberia, con la collaborazione dei militari presenti in Corno d’Africa e dell’US Navy». Cooperazione, dunque, sempre più mercificata e militarizzata.

Dato che anche la “sicurezza” non deve sfuggire alle regole del mercato “globale”, specie a partire dall’attacco USA e NATO in Afghanistan ed Iraq, società contractor e mercenari sono chiamati ad assumere un ruolo sempre maggiori nelle operazioni belliche e negli interventi “umanitari”. Per restare in Africa, è alla tristemente nota DynCorp che il Pentagono ha assegnato l’addestramento, l’equipaggiamento e il sostegno logistico della fallimentare “missione di pace” dell’Unione Africana in Somalia. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli da destinare alla peacekeeping force, e per garantire la movimentazione dei mezzi e del personale militare africano. Il Pentagono ha poi sottoscritto con DynCorp un contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle «operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping» di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia).

Ancora più sfacciato quanto USAID in collaborazione con l’agenzia per le Nazioni Unite per la lotta alla droga e al Crimine UNDOC sta implementando in Colombia, paese leader della crociata USA contro i governi progressisti della regione andina e dei Carabi. Nel paese sotto assedio del narco-paramilitarismo, USAID e UNDOC hanno stretto un’alleanza con la Casino Global Sourcing, azienda locale della transnazionale “Casino” che possiede la catena di supermercati ‘Exito’ (quelli nazionalizzati da Chávez in Venezuela), per promuovere una serie di programmi di «aiuto a favore dei campesinos colombiani» in vista dell’incremento delle produzioni e del loro posizionamento nei punti vendita “Casino” in Colombia e all’estero. Secondo quanto pubblicato dalla stampa colombiana, lo scorso anno il Grupo Casino ha esportato 1.360.000 chili di banane e 1,2 milioni di chili di gamberi, per un totale di circa 5 milioni di dollari. Per il 2010, si spera di triplicare il valore delle esportazioni e di diversificare ulteriormente la tipologia dei prodotti.

Peccato che molte delle piccole e medie imprese di campesinos siano sorte solo dopo il varo nel 2005 della cosiddetta “Ley de Justicia y Paz”, voluta da Alvaro Uribe per favorire la smobilitazione delle maggiori organizzazioni paramilitari. All’impunità per i gravi crimini commessi si è cosi aggiunta la possibilità di accedere ad ingenti contributi finanziari internazionali e, oggi, anche alla grande distribuzione. Senza che ciò abbia assolutamente rappresentato lo smantellamento delle paramilizie e una pur minima riduzione dei massacri della popolazione civile e delle comunità indigene e dell’omicidio selettivo o della sparizione forzata di leader comunitari e sindacali. Violazioni inaudite dei diritti umani che Washington continua a voler ignorare. Agli aiuti di USAID si aggiungeranno le centinaia di milioni di dollari del Pentagono per creare 7 nuove basi aeree in Colombia. Ancora una volta la politica del bastone e della carota.

Articolo correlato: Tour in Uganda dei cooperanti con le stellette

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PALESTINA: RICONOSCIMENTO DI UNO STATO

dic 30th, 2010 | By admin | Category: News

DI

JOHN V. WHITBECK
english.aljazeera.net

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un avvocato e autore internazionale analizza la qualità e la quantità di Stati che riconoscono la Palestina
Il 17 dicembre la Bolivia ha ufficialmente riconosciuto la Palestina con i confini che le spettavano nel 1967 (tutta la striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est).
Il riconoscimento da parte della Bolivia porta a 106 il numero degli Stati membri dell’ONU che riconoscono lo Stato della Palestina, la cui indipendenza è stata proclamata il 15 novembre 1988. Pur essendo tuttora sotto occupazione armata straniera, la Palestina possiede tutti i requisiti e criteri internazionali necessari per fregiarsi del titolo di Stato Sovrano. Nessuna porzione del territorio palestinese è considerato da alcun Paese (ad eccezione di Israele) come territorio sovrano di un altra Nazione, e persino Israele ha affermato la propria sovranità solo su una piccola porzione del territorio della Palestina, la parte est di Gerusalemme, lasciando la sovranità sul resto letteralmente e legalmente incontestata. In questo scenario può essere d’aiuto considerare la qualità e la quantità degli Stati che riconoscono la sovranità della Palestina.
Dei nove maggiori Paesi al mondo, otto (tutti eccetto gli Stati Uniti) riconoscono lo Stato della Palestina. Tra i 20 Paesi al mondo a maggior densità di popolazione, 15 (tutti eccetto Stati Uniti, Giappone, Messico, Germania e Tailandia), riconoscono la Palestina. Per contro, i 72 Paesi delle Nazioni Unite che attualmente riconoscono la Repubblica del Kossovo come Stato Indipendente, includono soltanto uno dei nove Stati maggiori (gli Stati Uniti) e solo quattro dei 20 Paesi più popolati (Stati Uniti, Giappone, Germania e Turchia).
A luglio, quando la Corte Internazionale di Giustizia stabilì che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kossovo non violava leggi internazionali perché tali leggi non si pronunciano sul tema della legalità delle dichiarazioni d’indipendenza (nel senso che nessuna dichiarazione d’indipendenza contravviene ad alcuna legge per cui sono tutte “legali” benché soggette all’accettazione politica della loro dichiarata indipendenza da parte degli altri stati sovrani), gli Stati Uniti esortarono i Paesi che non avevano ancora riconosciuto il Kossovo a farlo al più presto. Passati cinque mesi, solo altri tre Paesi ritennero opportuno farlo, Honduras, Kiribati e Tuvalu. Se la Lega degli Stati Arabi iniziasse ad esortare la minoranza degli Stati appartenenti alle Nazioni Unite che ancora non hanno riconosciuto la Palestina a farlo subito è certo che la risposta sarebbe di molto superiore (sia in qualità che in quantità) alla risposta avuta di recente dagli Stati Uniti riguardo al Kossovo. E lo dovrebbe proprio fare.
Malgrado il fatto che (secondo i miei calcoli approssimativi) i Paesi che comprendono l’80 e il 90 per cento della popolazione mondiale riconoscono lo Stato della Palestina e che soltanto tra il 10 e il 20 per cento della popolazione mondiale riconosce la Repubblica del Kossovo, per i media occidentali (in effetti anche per la maggior parte dei media non occidentali) l’indipendenza del Kossovo è cosa fatta, mentre l’indipendenza della Palestina è soltanto un’aspirazione che non potrà mai essere realizzata senza il consenso Israelo-Americano, e la gran parte dell’opinione pubblica mondiale (e, a quanto pare anche la leadership palestinese di Ramallah) è, almeno finora, stata soggetta ad un lavaggio di cervello che la fa pensare ed agire di conseguenza.
Come nella maggioranza dei casi che riguardano rapporti internazionali, non è la natura dell’atto (o del crimine) che conta, ma piuttosto chi lo fa a chi. La Palestina è stata invasa 43 anni fa, ed è ancora occupata oggi, dalle forze armate d’Israele. Quella che la maggior parte del mondo (incluse le Nazioni Unite e l’Unione Europea) ancora considerano parte della provincia serba del Kossovo è stata invasa, ed è ancora occupata adesso, 11 anni dopo, dalle forze della NATO, e la bandiera americana vi ci sventola in lungo e in largo quanto le bandiere del Kossovo, mentre la capitale, Pristina, ostenta un Bill Clinton Boulevard, con una sua enorme statua. La forza fa la legge, o perlomeno la pensano così i più forti, inclusa la maggior parte di chi decide e di chi influenza l’opinione pubblica in occidente.
Nel frattempo, mentre il perenne “processo di pace” sembra improvvisamente minacciato da pacifici ricorsi a leggi ed organizzazioni internazionali, la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato con voto unanime una risoluzione stilata dalla American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), che invita il presidente Barack Obama a non riconoscere lo Stato della Palestina e ad opporsi a qualsiasi tentativo da parte palestinese di diventare membro delle Nazioni Unite.
In genere la politica e i media occidentali chiamano “comunità internazionale” gli Stati Uniti e qualsiasi nazione sia disposta a sostenerli pubblicamente su qualsiasi fronte, e “stati canaglia” quei Paesi che attivamente contrastano il dominio globale Israelo-Americano.
Con la sua servile sottomissione ad Israele, come ribadito ancora una volta dal fatto che non una sola voce coraggiosa si sia opposta a quest’ultima risoluzione della Camera dei Rappresentanti e dallo smacco subito dall’amministrazione Obama che aveva offerto un’enorme tangente militare e diplomatica ad Israele (e da questi rifiutata) per la sospensione di 90 giorni del suo programma illegale di colonizzazione, gli Stati Uniti si sono effettivamente autoesclusi dalla vera comunità internazionale (la stragrande maggioranza dell’umanità) e sono diventati essi stessi uno “stato canaglia”, dal momento che agiscono in costante e flagrante dispregio sia delle leggi internazionali che dei diritti umani. C’è da sperare che gli Stati Uniti possano ancora strapparsi all’abisso e ritrovare la propria indipendenza, ma tutti i segnali vanno nella direzione opposta. È una triste fine per una nazione un tempo ammirevole.

John Whitbeck, avvocato internazionale e consulente del pool palestinese nelle trattative con Israele, è autore del libro “Il mondo secondo Whitbeck”.
Fonte: http://english.aljazeera.net
Link: http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2010/12/20101228131929322199.html
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.



EFFETTO DOMINO DELLA FINANZA EUROPEA GRECIA→ IRLANDA → PORTOGALLO → SPAGNA → ITALIA → INGHILTERRA → ?

dic 30th, 2010 | By admin | Category: News

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ oggi di dominio comune il fatto che ci sia un potenziale effetto domino conseguente al contagio del debito sovrano europeo all’incirca in questo ordine:

Grecia > Irlanda > Portogallo > Spagna > Italia > Inghilterra

Se qualche persona ha iniziato a occuparsi dell’argomento già da più di un anno, altri si sono invece accorti della questione in ritardo (da una ricerca su Google risulta che questo tema viene ora discusso in circa 600.000 link).
Tutti sanno inoltre che, se da un lato Grecia e Irlanda sono delle economie relativamente contenute, ci saranno dei grossi problemi se cadesse la tessera del domino della Spagna.
L’economia dell’Islanda si posiziona al 112° posto nel mondo, quella dell’Irlanda al 38°, il Portogallo al 36°. Di contro, la Spagna è al 9° posto, l’Italia al 7° e il Regno Unito al 6°. Il crollo di una di queste ultime tre avrebbe effetti devastanti per l’economia mondiale.
Secondo quanto ha scritto Nouriel Roubini a febbraio:

Il vero incubo quanto all’effetto domino è la Spagna. Roubini si riferisce ai problemi del debito spagnolo come all’“elefante nella stanza”.
“Si può provare a sostenere economicamente la Spagna. E si può anche provare a provvedere un supporto finanziario ufficiale all’Irlanda, al Portogallo e alla Grecia per tre anni. Lasciarli fuori dal mercato. Magari ristrutturare il loro debito fino a un certo punto”.
“Ma se la Spagna rotola giù dalla collina, non ci sono sufficienti risorse monetarie ufficiali nella busta delle risorse europee per salvarla. La Spagna è da un lato troppo grande per fallire, dall’altro troppo grande per essere salvata”.
Il primo problema per quanto riguarda la Spagna è l’entità del debito pubblico: 1 trilione di euro (quello della Grecia ammonta € 300 mila). La Spagna ha anche 1 trilione di euro a titolo di debito estero privato.
E, viste le dimensioni, le risorse – governative o sopra- nazionali – non sono semplicemente sufficienti per girarci attorno.

Come ho già rilevato in passato, la Germania e la Francia – rispettivamente al quarto e quinto posto nella classifica delle maggiori economie- sono i paesi maggiormente esposti al debito portoghese e spagnolo. Per un approfondimento sulle interconnessioni tra le economie della zona euro che si aggiungono al rischio di contagio, si veda qui.
Se è allettante pensare che il salvataggio dell’eurozona stia a significare che le nazioni creditrici hanno saputo gestire bene le loro economie risparmiando grosse cifre di denaro, che hanno concesso a prestito, Sean Corrigon sottolinea che gli interventi europei sono uno schema di Ponzi:

Sotto l’egida delle regole di questo gioco delle tre carte da miliardi di dollari, i sovrani garantiscono la Banca Centrale Europea, che sovvenziona le banche, che comprano i debiti del governo, che fornisce garanzie per tutti gli altri.

(L’America non è diversa: Bill Gross, Nouriel Roubini, Laurence Kotlikoff, Steve Keen, Michel Chossudovsky e il Wall Street Journal sostengono tutti che l’America sta seguendo anch’essa un enorme schema di Ponzi. E sia l’America sia l’Europa stanno cercando di mascherare l’insolvenza delle loro banche ricorrendo a finti stress test).
Non doveva essere necessariamente così. Gli stati europei non erano costretti a sacrificare se stessi per la causa delle grandi banche.
Come ha scritto Roubini a febbraio:

“Abbiamo deciso di condividere le perdite private del sistema bancario (…)”
***
Roubini crede che ulteriori tentativi di intervento abbiano solo amplificato i problemi con il debito sovrano. Egli dice “Ora c’è un gruppo di super sovrani – il FMI, la UE, la zona euro- che mettono in salvo quei sovrani”.
Sostanzialmente, i super sovrani sottoscrivono i debiti sovrani – aumentando l’ampiezza e concentrando i problemi.
Roubini definisce l’intervento dei super sovrani come un semplice calciare la lattina sull’asfalto.
Afferma ironicamente: “Non c’è nessuno che viene da Marte o dalla luna per soccorrere il FMI o l’Eurozona”.
Ma nonostante il passaggio di carte a livello nazionale e a livello di entità sopranazionali, la realtà alla fine interviene: “Quindi ad un certo punto si ha bisogno di una ristrutturazione. Ad un certo punto c’è bisogno che i creditori delle banche prendano una batosta – altrimenti tutto questo va a ricadere sul bilancio del Governo. E poi il governo si spacca la schiena– e il governo diventa insolvente”.

E questa è la mia considerazione di aprile:
Come ho già sottolineato nel dicembre 2008:

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) è spesso chiamata “la banca centrale delle banche centrali”, nella misura in cui coordina le transazioni tra banche centrali.
La BRI ha sottolineato in un nuovo report che i pacchetti di salvataggio delle banche hanno trasferito rischi considerevoli nei bilanci governativi, cosa che si è riflessa nel corrispondente ampliarsi del credit default swap sovrano:

“Lo scopo e la consistenza dei pacchetti bancari di salvataggio hanno implicato altresì che dei rischi significativi sono stati trasferiti sui bilanci del governo. Ciò era particolarmente evidente nel mercato dei credit default swaps sovrani impiegati nel salvataggio di singole grosse banche o in pacchetti di supporto su base più ampia nel settore finanziario, compresi gli Stati Uniti. Se tali credit default swaps sono stati commercializzati in modo sottile prima degli annunciati pacchetti di salvataggio, gli spread sono improvvisamente cresciuti sulla base di un’aumentata domanda di protezione del credito, mentre i corrispondenti spread del settore finanziario si sono ristretti”.
In altre parole, prendendo ampie porzioni del rischio dal commercio in derivati nocivi effettuato dalle banche, e spendendo i miliardi che non hanno, le banche centrali hanno messo i loro paesi di riferimento a rischio fin da principio.
***

Ma non avevano altra scelta, giusto?
Gli stati non avevano altra scelta eccetto quella di mettere in salvo le loro banche?
Beh, in realtà ce l’avevano.
La leader dell’economia monetaria ha detto al Wall Street Journal che questa non era una crisi di liquidità, ma di insolvenza. Ha detto che Bernanke sta combattendo la sua ultima guerra, e sta tenendo l’approccio sbagliato (così come le altre banche centrali).
Il premio nobel per l’economia Paul Krugman e il grande economista James Galbraith concordano. Dicono che i tentativi compiuti dal governo di alzare i prezzi degli asset tossici che nessuno vuole non aiuta.
La BRI ha stroncato la politica di credito facile tenuta dalla Fed e dalle altre banche centrali, il fallimento della regolamentazione del sistema bancario d’ombra, l’ “utilizzo di stratagemmi e di palliativi” e ha detto che qualunque cosa diversa dal 1) lasciare che gli asset price scendano al loro vero valore di mercato, 2) aumentare i tassi di risparmio e 3) obbligare le aziende a cancellare i debiti negativi “peggiorerà semplicemente le cose”.
Ricordiamoci che l’America non è stato l’unico paese ad avere a che fare con la bolla immobiliare. Le banche centrali mondiali hanno permesso lo sviluppo di una bolla immobiliare globale. Come ho scritto nel dicembre 2008:

‘..la bolla non era limitata agli USA. C’era una bolla mondiale nel settore della proprietà immobiliare.
Nel 2005 l’Economist aveva scritto che il boom mondiale dei prezzi degli immobili residenziali in questo decennio era ‘la più grande bolla della storia’. L’Economist aveva notato che, all’epoca, il valore totale degli immobili residenziali nei paesi sviluppati era cresciuto da più di 30 trilioni di dollari a 70 trilioni di dollari negli ultimi cinque anni – un incremento pari al PIL combinato di quelle nazioni.
Le bolle immobiliari stanno ora scoppiando in Cina, Francia, Spagna, Irlanda, Inghilterra, Europa dell’est e in molti altri paesi.
E la bolla degli immobili commerciali sta anche esplodendo a livello mondiale. Si veda questo.
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La BRI ha altresì messo in guardia dal fatto che gli aiuti avrebbero potuto mettere in pericolo l’economia (cosa che ha fatto anche il precedente capo delle operazioni di mercato aperto della Fed). In effetti, le sovvenzioni creano un clima di pericolo morale che incoraggia comportamenti più rischiosi. Il premio Nobel per l’economia George Akerlof aveva predetto nel 1993 che i credit default swap avrebbero portato a un crollo maggiore, e che i crolli futuri si sarebbero certamente verificati a meno che il governo non avesse impedito ai grandi della finanza di darsi al saccheggio piazzando scommesse che non avrebbero mai potuto ripagare quando le cose fossero iniziate ad andare male, e continuando a sovvenzionare gli scommettitori.
Queste verità sono applicabili in Europa così come in America. Le banche centrali hanno commesso azioni sbagliate. Non hanno aggiustato niente ma semplicemente trasferito i derivati tossici e altre bombe finanziare dalle grandi banche alle nazioni stesse.
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Attenzione: anche se il rapporto debito/PIL dell’Italia sembra elevato, c’è un elevato tasso di risparmio sulla proprietà immobiliare e potenzialmente tutto il debito del governo è posseduto internamente dai proprietari immobiliari. Quindi potrebbe essere non così vulnerabile come si crede.
Titolo originale: "Greece → Ireland → Portugal → Spain → Italy → UK → ? Europe’s Financial Domino Effect"
Fonte: http://washingtonsblog.com/
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE MATERASSI



TAMBURI DI GUERRA RISUONANO DI NUOVO IN ISRAELE

dic 29th, 2010 | By admin | Category: News

DI

ILAN PAPPE
mondoweiss.net

 

 

 

 

 

 

 

 

Risuonano di nuovo tamburi di guerra in Israele e il motivo è che l’invincibilità stessa di Israele è messa in discussione. Nonostante la retorica trionfalistica nei vari reportage commemorativi dei media, due anni dopo l’operazione denominata “Cast Lead”, (in italiano, operazione “Piombo Fuso”) il senso che ne esce è che quella campagna sapeva molto di fallimento come lo era stata la seconda guerra in Libano nel 2006. Sfortunatamente nello Stato Ebraico leaders, generali e il pubblico nel complesso conoscono solamente un modo di trattare con le sconfitte e con i fiaschi militari. Essi possono essere riscattati solo tramite un’operazione di successo o una guerra portate avanti con più forza e spietatezza della precedente, con la speranza che i risultati siano, stavolta, migliori.
Forza e potenza, così hanno spiegato i principali commentatori dei media locali (ripetendo a pappagallo ciò che avevano sentito dai generali dell’esercito), sono necessarie al fine di “dissuadere”, “impartire una lezione” e “indebolire” il nemico.
Non c’è nessun nuovo piano per Gaza – non c’è realmente nessun desiderio di occuparla e di metterla sotto diretto dominio israeliano. Ciò che viene proposto è di colpire ripetutamente la Striscia e il suo popolo ancora una volta, ma con maggiore brutalità e per un tempo più breve. Ci si potrebbe domandare perché ciò dovrebbe portare risultati differenti rispetto all’operazione “Piombo Fuso”? Ma questa domanda non è corretta. La domanda giusta è cos’altro l’attuale elite politica e militare di Israele (che comprende il governo e i principali partiti di opposizione) può fare?
Sanno ormai da anni cosa fare nella Cisgiordania – colonizzare, fare pulizia etnica e smembrare l’area fino alla morte, mentre rimangono pubblicamente fedeli ai futili discorsi di pace o piuttosto al “processo di pace”. Il risultato finale dovrebbe essere una docile Autorità Palestinese in seno alla fortemente ebraica Cisgiordania. Per contro, essi sono totalmente incapaci di gestire la situazione nella Striscia di Gaza, da quando Ariel Sharon si è “disimpegnato” da essa. La riluttanza del popolo di Gaza ad essere sradicato dalla Cisgiordania, e dal mondo, sembra essere più difficile da sconfiggere, persino dopo l’orribile tributo di vite umane che gli abitanti di Gaza hanno pagato nel dicembre 2008 per la loro resistenza e sfida.
Lo scenario per il prossimo round si sta spiegando di fronte ai nostri occhi e assomiglia in modo deprimente allo stesso deterioramento che precedette il massacro a Gaza due anni fa: bombardamenti quotidiani nella Striscia e una politica che tenta di provocare Hamas in modo da giustificare assalti più massicci. Come ha spiegato un generale, c’è ora la necessità di mettere in conto l’effetto compromettente del rapporto Goldstone: vale a dire che il prossimo grande attacco dovrebbe apparire più plausibile rispetto a quello del 2009 (ma questa preoccupazione potrebbe non essere così cruciale per questo particolare governo; né servirebbe da ostacolo).
Come sempre in questa parte del mondo, altri scenari sono possibili – meno sanguinosi e forse più carichi di speranza. Ma è difficile vedere chi può ingenerare un diverso futuro a breve termine: la perfida amministrazione Obama? Gli inermi regimi Arabi? La timida Europa o le inabili Nazioni Unite? La tenacia del popolo di Gaza e quella del popolo Palestinese in generale significano che la strategia del magnifico Israele per sottometterli– come sperava di ottenere con il popolo indigeno di Palestina, già nei primi anni del diciannovesimo secolo, Theodore Herzl, fondatore del movimento Sionista – non funzionerà. Ma il prezzo da pagare può salire ancora ed è il momento per tutti coloro che hanno espresso la loro voce in modo potente ed efficace DOPO il massacro di Gaza di due anni fa di agire ORA, e provare ad impedire il prossimo.
Questa voce viene descritta in Israele come un tentativo di “delegittimare” lo Stato Ebraico. E’ l’unica voce che sembra preoccupare seriamente il governo e l’elite intellettuale di Israele (di gran lunga più fastidiosa per loro di qualsiasi blanda condanna da parte di Hillary Clinton o dell’Europa). Come primo tentativo di controbattere a questa voce si è affermato che la delegittimazione fosse anti-semitismo camuffato. Ciò sembra aver prodotto un risultato indesiderato da quando Israele ha chiesto di sapere chi, nel mondo, sostenesse le sue politiche; bene, è emerso che i soli sostenitori entusiasti delle politiche di Israele nell’Occidente oggigiorno sono l’ala di estrema destra, tradizionalmente anti-semita, le organizzazioni e i politici. Il secondo tentativo è quello di cercare di sostenere che queste azioni in forma di Boicottaggio, Privazioni e Sanzioni, renderebbero Israele più determinato a continuare ad essere uno stato canaglia. In ogni caso è una minaccia vuota: le politiche di Israele non sono causate da questa voce morale e dignitosa; al contrario, essa è uno dei pochi fattori che ne frena la politica aggressiva e, chissà quando, se in futuro i governi occidentali uniranno le loro opinioni pubbliche come alla fine hanno fatto nel caso dell’Apartheid in Sudafrica, può persino porre fine a queste politiche e permettere allo stesso modo ad Ebrei ed Arabi di vivere in pace in Israele e Palestina.
Questa voce è efficace perché mostra chiaramente il legame tra il carattere razzista dello stato e la natura criminale delle sue politiche nei confronti dei Palestinesi. Essa inoltre si è recentemente trasformata in una campagna organizzata e ben definita con un messaggio chiaro: Israele rimarrà uno stato – pariah finché la sua Costituzione, le sue leggi e le sue politiche continueranno a violare i fondamentali diritti umani e civili dei Palestinesi, ovunque essi siano, compreso il diritto di vivere ed esistere.
Quello che serve ora è che la notevole ma totalmente vana energia, spesa dal campo della pace Israeliano e dai suoi equivalenti occidentali, nel concetto di “co-esistenza” e nei progetti di “dialogo”, sia reinvestita nel tentativo di prevenire un altro capitolo genocida nella storia della guerra di Israele contro i Palestinesi, prima che sia troppo tardi

Fonte: http://mondoweiss.net
Link: http://mondoweiss.net/2010/12/the-drums-of-war-are-heard-again-in-israel.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICIOGA



La diffusione delle malattie portate dalle zanzare: i soliti "esperti dell’OMS" e di Greenpeace la attribuiscono ai cambiamenti climatici ed al riscaldamento globale

dic 28th, 2010 | By admin | Category: News

 

Chi è convinto che il riscaldamento globale antropico (ovvero causato dai cosiddetti gas serra, ed in particolare dall’anidride carbonica) forse non ha guardato ancora fuori dalla finestra o non ha voluto ascoltare la radio nè vedere i telegiornali che riportano situazioni di freddo glaciale in diverse nazioni dell’emisfero nord del nostro pianeta. Chi invece, nonostante abbia seguito queste notizie, creda ugualmente con profonda fede alle cosiddette teorie del riscaldamento globale, può sempre leggere i diversi articoli presenti su questo blog e su quelli dei siti amici (vedi i link a sinistra nel blog) per comprendere a fondo di che razza di truffa si tratti.

A questo punto però cerchiamo di capirci, i cambiamenti climatici ci sono stati, c’è una manipolazione climatica evidente causata dall’utilizzo di HAARP e scie chimiche (strumenti che utilizzati in sinergia possono sconvolgere alla lunga gli equilibri climatici del pianeta grazie alla manipolazione delle correnti a getto); tutto ciò può sicuramente causare anche la migrazione di insetti pericolosi per l’uomo in zone dove una volta si vedevano raramente.

Letti gli ultimi articoli sulle zanzare OGM può anche venire il sospetto che qualcuno possa giocare col fuoco facendo strani esperimenti e rilasciando zanzare tigri laddove possono più facilmente attecchire, dando poi la colpa al fantomatico "effetto serra" e ai cambiamenti climatici ad esso (falsamente) attribuiti.

Ovviamente questo sospetto potrebbe essere eccessivo, se non fosse che il cielo è continuamente coperto sin dall’alba da formazioni che non sono nuvolose ma al massimo "sciose", ovvero da reticolati di scie che spesso coprono vastissime zone del pianeta lasciandole sotto una coltre di veleni (agli increduli lettori consiglio caldamente di osservare il cielo ogni 15 minuti per due mesi come ho fatto io, di modo che non resti più alcun dubbio). Sia come sia, chi manipola intenzionalmente il clima ha sicuramente sulla coscienza l’aumento dei casi di dengue e di febbre gialla in varie zone del pianeta.

Ed ora passiamo alle dichiarazioni di vari enti ed associazioni che attribuiscono l’aumento dei casi di tali malattie ai cambiamenti climatici ed al "riscaldamento globale antropico", iniziando da Greenpeace, l’organizzazione che col suo complice silenzio sulle scie chimiche non può certo definirsi ambientalista, mostrando lo screenshot di un suo documento

(http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/clima-impatti-salute.pdf )

E passiamo quindi all’OMS, Organizzazione Mondiale della Salute, le cui dichiarazioni possiamo leggere su un articolo del Corriere (ripreso dall’agenzia di stampa AGI) dal titolo DENGUE: ALLARME OMS, CASI RADDOPPIATI IN 10 ANNI. Riportiamo qui sotto alcuni passaggi particolarmente salienti:

L’allarme viene dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (Oms), secondo cui il 40 per cento della popolazione mondiale e’ ormai a rischio.

(…) A causare l’aumento potrebbe essere stato anche il riscaldamento globale, che ha ‘creato’ le condizioni per l’espansione delle zanzare in nuove aree, oltre ad aver favorito l’alternanza tra forti piogge e alte temperature che e’ perfetta per la proliferazione del virus e del suo vettore.

"Ormai 2,5 miliardi di persone nel mondo sono a rischio – ha scritto l’Oms – e sono necessarie azioni mirate da parte dei governi per impedire che l’epidemia si allarghi".

Ed ecco un ulteriore articolo del corriere il cui titolo è molto esplicito OMS: "Dengue colpa del clima"; anche di questo citiamo alcuni passaggi significativi.

Gli esperti danno la colpa al clima. La febbre Dengue, trasmessa dalla zanzara Aedes Aegypti, starebbe drammaticamente riemergendo in alcune zone del mondo, principalmente in Africa, Asia e Sudamerica – presentandosi in aree in cui era già stata debellata, come Cuba e Santo Domingo – a causa dell’effetto serra e del graduale surriscaldamento della crosta terrestre. Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità (OMS) oggi il Dengue è una delle emergenze sanitarie più pressanti del pianeta. «Nel 1970 solo nove paesi avevano riportato epidemie di Dengue», precisa un portavoce dell’OMS, «Ma quel numero negli ultimi dieci anni è più che decuplicato».

Se poi qualcuno avesse ancora dei dubbi l’agenzia governativa italiana APAT in un suo documento redatto assieme alla sezione europea dell’OMS ripete la litania della correlazione tra i cambiamenti climatici e la diffusione di certe malattie portate dalle zanzare:

http://www.apat.gov.it/site/_files/reportAPATOMS.pdf

Ma guarda un po’, l’OMS, del cui ruolo abbiamo già discusso a proposito della gestione truffaldina della questione dell’influenza suina e dei tossici vaccini ad essa correlati, parla di azioni mirate da parte dei governi per impedire che l’epidemia si allarghi, Ma se poi fra queste azioni l’OMS suggerisse proprio quella di utilizzare le zanzare OGM? Perché, dovete sapere, che l’OMS con questa storia delle zanzare OGM sembra avere le mani in pasta, visto che  un  ente come il TDR, emanazione dell’OMS ma cogestito niente meno che da quei santarellini della World Bank (la banca mondiale, uno degli enti più importanti della globalizzazione) ne parla in termini molto positivi.

Sul sito del TDR al link segnalato leggiamo che "In 2009, a WHO-sponsored technical consultation is planned as a preparatory stage in the development of international guidelines on trials involving GM mosquitoes", ovvero che nel 2009 era già stata pianificata dall’OMS una consultazione tecnica da vedersi come un passo preparatorio per lo sviluppo di linee guida su esperimenti che coinvolgono l’uso di zanzare OGM. Troviamo pure un link diretto dell’OMS sempre al riguardo delle zanzare OGM (Macer, D. Ethical, legal and social issues of genetically modified disease vectors in public health. Social, Economic and Behavioural Research. TDR/WHO Special Topics No.1 by Darryl Macer Ph.D. http://www.who.int/tdr/publications/publications/seb_topic1.htm).

Sospetti, coincidenze … però un po’ troppe, e a volte viene il dubbio che quelle zanzare potrebbero servire addirittura  da vettori per la diffusione di alterazioni genetiche nelle persone morse dagli insetti. D’altronde l’OMS invece che rimproverare e additare al pubblico ludibrio la fondazione di Bill e Melinda Gates (che sovvenzionano metodi  fraudolenti per vaccinare la gente contro la propria volontà proprio con l’uso di un altro tipo di zanzare OGM),  non si crea scrupoli di sponsorizzarne le iniziative. Lo sapete che molti vaccini sono basati a loro volta sull’ingegneria genetica e che quindi possono contenere al loro interno residui di un liquido geneticamente ricombinante?

Ovviamente che quelle zanzare potrebbero servire da vettori per la diffusione di alterazioni genetiche nelle persone morse dagli insetti potrebbe sembrere un’affermazione folle e fantascientifica se non fosse per l’esistenza reale del morbo di morgellons, per il ritrovamento di una sorta di globuli rossi artificiali nelle persone che soffrono di tale patologia, e per la diffusione tramite scie chimiche della smart dust.
Ma speriamo sempre di sbagliarci, che i veri intenti di queste manovre siano meno nefasti, o che quanto meno non riusciranno a raggiungerli.
Per esempio potremmo pensare ad una manovra per fare pubblicità agli OGM tramite in prodotto più facilmente accettabile dalle masse (le zanzare geneticamente modificate per combattere le malattie) ma di sicuro dubitiamo delle buone intenzione di questa moderna alleanza tra ricchi sfondati, banca mondiale, e organizzazioni internazionali come l’OMS che sono infiltrate dalle lobbies delle industrie farmaceutiche.

 

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I SICARI DELL’ECONOMIA GLOBALE

dic 28th, 2010 | By admin | Category: News

DI

BRUNO AMOROSO
ilmanifesto.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel suo editoriale su La Repubblica del 19.12.2010 Eugenio Scalfari ci informa sull’esistenza di una Cupola finanziaria che gestisce le principali speculazioni mondiali. La sua fonte è il New York Times, che conferma quanto aveva già letto in Marx tempo prima. Da qui alcune sue deduzioni – di Eugenio Scalfari s’intende – sulle quali è bene soffermarsi. La prima, sulla quale concordo, è che le speculazioni non riguardano solo singoli faccendieri e neanche gli Hedge Fund, ma un sistema organizzato il cui cervello è costituito dalle maggiori nove banche mondiali. È vero, come sostiene, che è contro queste ultime che si è appuntata la critica della sinistra per decenni sfociata nella richiesta della nota Tobin Tax. Una visione miope che evade l’ampiezza del problema e che purtroppo resta comune sia agli amici che agli sciocchi.
Che la finanzia mondiale costituisca oggi un sistema di potere globale è stato ampiamente descritto negli ultimi 10 anni da numerosi studi e autori. Basti ricordare il bel testo di J. Perkins – Confessioni di un sicario dell’economia – che illustra come la rete di esperti e di centri di studio internazionali falsifichino i dati economici dei singoli paesi per spingerli ad indebitarsi e poi provocarne una crisi che mette i governi e l’economia nelle loro mani.
Processi che hanno modificato i rapporti di potere nei paesi capitalistici. Ne dà conto per gli Stati Uniti James K. Galbraith (The Predator State, 2008), che spiega molto bene come il governo di Bush fu costituito da ministri ed esperti proprietari o rappresentanti delle principali industrie energetiche e dell’industria militare sostenuti dai centri finanziari come la Goldman Sachs, e simili. Una struttura di potere che continua intatta con la nuova presidenza Obama. Siamo, quindi, non in presenza di speculatori ma della trasformazione dell’economia capitalistica da una economia di produzione in un sistema basato sulla rendita e lo sfruttamento delle altrui risorse. Una scissione definitiva tra capitalismo e mercato che per gestire questo potere rioccupa lo spazio della politica.
La seconda osservazione di Scalfari è che la Cupola italiana esiste ma è piccola e provinciale. Concordo ma per ragioni diverse dalle sue. Il «provincialismo» è dato dal fatto che la finanza e il potere dei grandi gruppi globali non è ancora riuscito a penetrare fortemente nel tessuto economico del nostro e di alcuni altri paesi dell’Europa del Sud. Cioè mentre Stati Uniti e i paesi dell’Europa occidentale sono dentro il sistema della «Triade» (la vera Cupola di cui parla Scalfari) l’Italia riesce ancora a difendersi sia con parte della sua economia per nostra fortuna non globalizzata sia per una maggiore autonomia del sistema politico. Ma la pressione è certamente forte. I ricorrenti conflitti tra governo e Banca d’Italia, questa sì occupata dai poteri della «Triade», sono noti. I tentativi di mettere il paese in riga con il sistema della globalizzazione sono sempre stati attuati insediando «governi tecnici» per neutralizzare la politica ed espropriando i cittadini oltre che della loro sovranità dei loro redditi. Un tentativo oggi di nuovo in atto e credo che Scalfari farebbe bene a difendere l’Italia dai «governi tecnici» che si cerca di creare con l’aiuto di Fini, Amato e i noti personaggi dell’antipolitica invece che prendersela con Moffa o la Chiesa Romana.
La terza osservazione riguarda l’Euro, minacciato secondo Scalfari, dai poteri della Cupola. È vero il contrario. L’euro fu introdotto con il sostegno dei centri finanziari della Triade spiegando ai governi ed agli scettici che doveva costituire l’ombrello a difesa della diversità dei sistemi produttivi e sociali europei. Non tutti hanno creduto alla favola, ovviamente. Come dimostrano gli ultimi atti della Commissione a proposito del Piano di stabilità, che di fronte alla speculazione finanziaria e alla grave crisi sociale e economica da questa prodotta non si interviene con misure di controllo sui centri finanziari ma ponendo vincoli ai governi nazionali ed ai bilanci pubblici, impedendo iniziative rivolte a limitare i danni della speculazione finanziaria sui sistemi produttivi locali, sull’occupazione e sui sistemi di welfare europeo. Questo accompagnato da misure della Bce che fanno di questa lo strumento di equilibrio a favore dell’economia tedesca e delle speculazioni finanziarie dei centri finanziari di Londra e Francoforte. La Germania sta facendo passare come una politica di suoi aiuti ed impegno ai paesi colpiti dalla crisi quello che in realtà è un modo di far pagare agli europei ed ai cittadini di Grecia e Irlanda le speculazioni finanziarie delle banche tedesche verso questi paesi, e le misure di rigidità di bilancio e di tagli ai settori sociali con il mantenimento del livello delle spese militari di questi paesi per garantire forniture dalle industrie tedesche.

Bruno Amoroso – Crisi economica o truffa finanziaria? (intervista)

Ultima considerazione: le cose non stanno come sostiene Scalfari; non è la Cupola che vuole dividere l’euro, ma il contrario. L’euro, dall’essere l’ombrello protettivo dei paesi europei, si è trasformato nella sua camicia di forza saldamente protetta, anche in questo caso, dal ricorso all’autonomia della Bce. Autonomia dai governi e dai cittadini e non dai centri finanziari che ne occupano le posizioni di potere. I paesi che sono restati fuori dell’euro proteggono la loro autonomia di intervento politico sia rispetto alle proprie Banche centrali che da quella europea. Parlo della Danimarca, della Svezia e della Gran Bretagna. Se l’euro è divenuto la moneta tedesca e dei centri finanziari globali è ovvio che altri paesi europei, a difesa dei propri sistemi produttivi e delle loro scelte di società, si diano una propria moneta a questi corrispondente. D’altronde lo stesso Scalfari esprime tutto il suo pessimismo nella possibilità di trasformare l’Euro e l’Ue in qualcosa di diverso.
La ripresa economica e produttiva da tutti richiesta è possibile solo se si restituisce ai governi ed ai cittadini la sovranità sulle politiche economiche e si riporti il sistema monetario dentro queste scelte. Non si può pensare che ogni stato esca oggi singolarmente dall’euro ma l’unico modo per evitarlo è che l’Europa ritrovi una sua dimensione confederale a livello istituzionale e monetario. L”istituzione di una moneta sud-Europea (Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) è l’unica via di uscita positiva dalla crisi attuale se si vuole impedire la frammentazione totale dell’Ue.

Fonte: www.ilmanifesto.it
via www.dirittiglobali.it