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Archive for febbraio 2011

Chemtrails: Cosa ci spruzzano sulla testa?

feb 28th, 2011 | By admin | Category: News

What In The World Are They Spraying?

Il produttore Michael Murphy assieme al regista Paul Wittenberger hanno collaborato con l’autore di fama mondiale e produttore di film documentari G. Edward Griffin per unire le loro competenze e le loro ricerca per porre fine al dibattito sulle scie chimiche. Questo è il primo documentario in assoluto sulle scie chimiche.

Michael Murphy: Il produttore

Michael Murphy è un giornalista indipendente ed attivista politico dalla zona di Los Angeles il cui lavoro si concentra su questioni che vanno ben oltre gli interessi dei media. In questa intervista esclusiva con Suite101, Michael Murphy spiega il suo film.

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Suite101: Durante la raccolta delle informazioni, hai scoperto qualcosa che ti allarmato?

MM: Sì. Se dovessi iniziarne a discutere dovrei andare avanti per una settimana ma voglio condividere una cosa. Durante il nostro viaggio al Monte Shasta nel nord della California, siamo rimasti scioccati dai nostri risultati. Questa zona ha perso le foreste e la vegetazione. Attraverso test, gli scienziati hanno scoperto che il suolo in tutta questa zona era in media, ad un livello di pH che superava di 10 volte l’alcalinità normale. Ci hanno detto che la vita vegetale in questo settore richiede terreni acidi per crescere ma se si aumenta l’alcalinità la vegetazione è destinata a morire. Ulteriori test hanno rivelato una presenza migliaia di volte superiore  alla quantità normale di alluminio e bario. L’ alluminio agisce come un buffer e cambia il pH del terreno in acido quando aggiunto in forma libera. Ironia della sorte, l’ossido di alluminio è un ingrediente dei modelli menzionati di geo-ingegneria.

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L’intervista completa la potete leggere qui: Neovitruvian’s blog

Seconda Parte
Terza Parte
Quarta parte

 

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LE CONTRORIVOLUZIONI EMERGENTI IN TUNISIA ED EGITTO

feb 28th, 2011 | By admin | Category: News

DI

MAHDI DARIUS NAZEMROAYA
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il Presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare la carica di Presidente dell’Egitto e ha assegnato il compito di gestire gli affari del paese al consiglio superiore delle forze armate”, ha dichiarato Suleiman in un breve discorso televisivo. “Che Dio aiuti tutti”.
I festeggiamenti si potevano sentire nelle strade del Cairo e anche prima che Suleiman terminasse il suo discorso. E anche se non c’era modo di sapere se l’esercito avesse garantito elezioni democratiche, la folla era euforica perche’ 30 anni del governo autoritario di Mubarak erano terminati.
"L’Egitto e’ libero! L’Egitto e’ libero!" hanno gridato in piazza Tahrir. "Il regime e’ caduto!"
-The Washington Post (11 Febbraio 2011)

Un faraone arrogante e’ caduto. Gli Egiziani possono credere che il loro paese e’ libero, ma la loro lotta e’ tutt’altro che finita. La Repubblica Araba Unita dell’Egitto non e’ ancora libera.
Il vecchio regime e i suoi appartenenti sono ancora ai posti di comando, e aspettano che si calmino le acque. L’esercito ha ufficialmente il controllo dell’Egitto e la controrivoluzione sta emergendo. E’ iniziata una nuova fase della lotta per la liberta’.
“La fase di transizione” che il regime desiderava in Tunisia e in Egitto e’ stata usata per prendere tempo allo scopo di fare 3 cose. Il primo obiettivo e’ di erodere, e infine spezzare le rivendicazioni popolari della gente. Il secondo obiettivo e’ di lavorare per preservare la legislazione economica neoliberista, che sara’ usata per sovvertire il sistema politico, e per stringere la camicia di forza del debito estero. Ultima, la terza motivazione e obiettivo e’ la preparazione della contro-rivoluzione.
I “saggi” egiziani auto-selezionati
Emergono figure non qualificate, che affermano di parlare o di guidare il popolo Arabo. Questo include il cosiddetto comitato di “uomini saggi” in Egitto. Queste figure non elette stanno negoziando con il regime di Mubarak per conto del popolo Egiziano, ma non sono legittimati a rappresentare il popolo. Il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, e’ tra questi. Il Segretario Generale Moussa ha anche detto che e’ interessato a diventare un ministro del futuro governo del Cairo. Tutte queste figure sono dentro al regime, o sono agenti dello status quo.
Tra questi individui che si sono autoscelti c’e’ anche il capo di Orascom Telecom Holdings (O.T.H) S.A.E il billionario egiziano Naguib Sawiris. Il canale Bloomberg ha detto questo di Sawiris: “La maggiore parte degli uomini di affari egiziani stanno tenendo un profilo basso in questi giorni. Le proteste dei manifestanti in piazza Tahrir danno la colpa a loro per le malattie dell’Egitto, e le folle hanno anche distrutto alcune delle loro proprieta’. Eppure il maggiore magnate egiziano, Naguib Sawiris, presidente di Orascom Telecom Holding, la maggiore compagnia telefonica del Medio Oriente e’ al Cairo, usa il cellulare, appare in TV e (come membro di un comitato informale di “uomini saggi”) sta negoziando con l’appena nominato vice Presidente Omar Suleiman il graduale trasferimento del potere del Presidente Hosni Mubarak. Senza scoraggiarsi, il miliardario pensa che una economia piu’ vivace possa emergere da questi tumulti.”(1)
I cosi’ definiti “uomini-saggi” in Egitto sono coinvolti in bravate. A chi sara’ “gradualmente” trasferito il potere? Un’altra figura non eletta, come Suleiman?
Che cosa si negozia? La divisione del potere tra un regime non eletto e una nuova squadra? Non c’e’ nulla da negoziare con dei despoti non eletti. Il ruolo degli “uomini saggi” nel gioco e’ quello di “una opposizione costruita” che non manchera’ di appoggiare gli interessi del regime di Mubarak, e diluira’ i movimenti di opposizione in Egitto.
Al Mebazaa ottiene poteri dittatoriali mentre i riservisti militari sono stati mobilitati
In Tunisia, i riservisti militari sono stati convocati per gestire le proteste. (2). La mobilitazione dei militari tunisini e’ stata giustificata con il pretesto della lotta alla violenza e alla illegalita’. Lo stesso regime tunisino e’ dietro a queste illegalita’ e violenze.
Di pari passo con la mobilitazione dei riservisti tunisini, Fouad Al-Mebazaa, il presidente ad interim della Tunisia, ha ottenuto poteri dittatoriali. (3) Al-Mebazza e’ l’uomo che Ben Ali aveva selezionato come presidente del Parlamento della Tunisia ed e’ una figura di spicco del partito di Costituzione Democratica (CDP) di Ben Ali. I manifestanti hanno pacificamente cercato di fermare i membri del parlamento della Tunisia che votavano per garantire i poteri dittatoriali a Al-Mebazaa bloccando l’entrata al Parlamento Tunisino.
I membri del Parlamento Tunisino sono tutti membri del “vecchio regime”. Tra le proteste, il parlamento Tunisino riesce ancora ad andare avanti con un piano: “I parlamentari alla fine hanno scavalcato i manifestanti accedendo alla sala per il voto attraverso una porta di servizio, come riportato dall’agenzia di stampa TAP. 177 voti a favore, 16 contrari, la camera bassa ha approvato un piano per dare al presidente ad interim Fouad Mebazaa poteri temporanei per scavalcare per decreto le leggi.”(4). Il giorno dopo, il senato tunisino avrebbe approvato anche questo. (5)
Al-Mebaaza puo’ ora selezionare i governatori e i funzionari a piacimento, cambiare la legge elettorale, dare l’amnistia a chi gli pare, e scavalcare tutte le istituzioni tunisine con i suoi decreti. Il passaggio della mozione che ha dato ad Al-Mebazza cio’ che equivale al potere dittatoriale dimostra gli aspetti di “democrazia cosmetica”. Questo atto compiuto dal Parlamento Tunisino e’ stato spacciato come un atto di voto democratico, ma per la verita’ tutti i suoi membri sono stati selezionati in modo non democratico dal regime di Ben Ali.
I generali dell’esercito egiziano e il vice presidente Suleiman sono una continuazione di Mubarak.
In Egitto i comandanti dell’esercito hanno detto che non permettaranno ai manifestanti di continuare ancora per molto. La leadership militare dell’Egitto e’ pesantemente investita nel cleptocratico status quo del regime di Mubarak. I generali e gli ufficiali di bandiera sono tutti ricchi membri della classe capitalista Egiziana. Senza distinzioni, la leadership dell’esercito Egiziano e del regime di Mubarak e’ una ed e’ la stessa. Tutte le figure chiave del regime di Mubarak vengono dai ranghi delle forze armate.
Omar Suleiman, recentemente nominato vice-presidente dell’Egitto è stato anche il generale a capo dei servizi segreti in Egitto, ha iniziato a fare marcia indietro sulle promesse fatte dal regime di Mubarak e da se stesso. Il New York Times riporta che “Oman Suleiman (vice presidente) dell’Egitto dice che non pensa sia tempo di sollevare la legge di emergenza che da 30 anni e’ usata per sopprimere ed imprigionare i leaders dell’opposizione.”(6) Un paio di giorni prima delle dimissioni di Mubarak, Suleiman ha anche detto: “Non penso che il Presidente Hosni Mubarak debba dare le dimissioni prima della scadenza del suo mandato in Settembre (2011). E non penso che l’Egitto sia pronto per la democrazia.”(7)
Le battaglie sono state vinte, ma la lotta continua….
La posta in gioco e’ sempre piu’ elevata. Il popolo della Tunisia e dell’Egitto dovrebbe essere consapevole che il governo Americano e l’unione europea offrono una copertura politica alle loro scommesse. Sostengono la controrivoluzione dei vecchi regimi, ma stanno anche lavorando per cooptare e controllare i movimenti di protesta. In un’altro sviluppo, gli Stati Uniti e la Nato stanno dislocando le flotte nel Mediterraneo Orientale. In particolare, tenendo a mente l’Egitto, anche questo potrebbe avere lo scopo di aiutare la controrivoluzione, ma potrebbe anche essere usato per intervenire contro una rivoluzione riuscita.
Gli eventi in Tunisia ed Egitto hanno dimostrato che erano state fatte ipotesi sbagliate sul popolo arabo. La gente della Tunisia e dell’Egitto ha agito in modo pacifico ed intelligente. Hanno anche dimostrato che l’assunzione di una cultura politica avanzata dell’ovest dell’Europa, del nord America, o dell’Australia non è altro che un nonsenso usato per giustificare la repressione di altri popoli.

Mahdi Darius Nazemroaya e’ un ricercatore aggiunto del Centre for Research on Globalization (CRG).
NOTE
[1] Stanley Reed, "Egypt’s Telecom Mogul Embraces Uprising," Bloomberg Businessweek, February 10, 2011.
[2] "Tunisia calls up reserve troops amid unrest," Associated Press (AP), February 7, 2011.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Kaouther Larbi, "Tunisia Senate grants leader wide powers," Agence France-Presse (AFP), February 10, 2011.
[6] Helene Cooper and David E. Sanger, "In Egypt, US Weighs Push For Change With Stability," The New York Times, February 8, 2011, A1.
[7] Ibid.
Titolo originale: "The Emerging Counter-Revolutions in Tunisia and Egypt"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di JACKALOPE



LA DISUGUAGLIANZA IN AMERICA È PEGGIO CHE IN EGITTO, TUNISIA E YEMEN

feb 28th, 2011 | By admin | Category: News

FONTE: WASHINGTON’S BLOG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I manifestanti egiziani, tunisini e yemeniti dicono tutti che la disuguaglianza è uno dei motivi principali per cui stanno protestando. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno attualmente un grado di disuguaglianza assai maggiore rispetto ad uno qualsiasi di questi paesi.
In particolare, il "coefficiente di Gini" – lo schema che gli economisti utilizzano per misurare la disuguaglianza – è più elevato negli Stati Uniti.
I coefficienti di Gini sono come nel golf – più basso è il punteggio, meglio è (cioè l’uguaglianza è maggiore).
Secondo il CIA World Fact Book, gli Stati Uniti sono classificati al 42esimo posto nel mondo tra i paesi con più disuguaglianze, con un coefficiente di Gini di 45.
Al contrario:
La Tunisia è classificata come il 62esimo paese, con un coefficiente di Gini di 40.
Lo Yemen è classificato come il 76esimo paese, con un coefficiente di Gini di 37,7.
E l’Egitto è classificato come il 90esimo paese, con un coefficiente di Gini di circa 34,4.


[Al link immagine ingrandita]

E la disuguaglianza negli Stati Uniti è aumentata vertiginosamente negli ultimi due anni, dall’ultima volta in cui il coefficiente di Gini era stato calcolato, e senza dubbio è attualmente molto più elevato.
Perché gli egiziani sono in tumulto, mentre gli americani sono soddisfatti?
Beh, gli americani – fino a poco fa – sono stati tra le persone più ricche del mondo, con abbondanza di comfort (e/o di intrattenimento) e cibo in eccedenza.
Ma un’altra ragione è che – come Dan Ariely della Duke University e Michael I. Norton della Harvard Business School dimostrano – gli americani costantemente sottovalutano il grado di disuguaglianza nella nostra nazione.
Come William Alden ha scritto lo scorso settembre:

Gli americani sottovalutano notevolmente il grado di disparità di ricchezza in America, e riteniamo che la distribuzione dovrebbe essere molto più equa di come effettivamente è, secondo anche un nuovo studio.
O, come gli autori dello studio hanno detto: "tutti i gruppi demografici–anche quelli solitamente non concordi con la ridistribuzione della ricchezza, come i repubblicani e i ricchi– hanno desiderato una più equa distribuzione della ricchezza rispetto allo status quo".
La relazione… "Building a Better America – One Wealth Quintile At A Time” di Dan Ariely della Duke University e Michael I. Norton della Harvard Business School… mostra che attraverso gruppi ideologici, economici e di genere, gli americani pensavano che il 20% più ricco della nostra società controllasse circa il 59% della ricchezza, mentre il numero reale è più vicino all’84 %.

Ecco lo studio:
COSTRUIRE UN’ AMERICA MIGLIORE– UN QUINTILE DI RICCHEZZA ALLA VOLTA
Di Michael I. Norton (Harvard Business School), Dan Ariely (Duke University)
Di prossima pubblicazione su “Perspectives on Psychological Science
Indirizzo per la corrispondenza: Michael I. Norton, Harvard Business School, Soldiers Field Road, Boston, MA 02163, mnorton@hbs.edu; o Dan Ariely, Duke University, uno Towerview Road, Durham, NC 27708, dandan@duke.edu. Ringraziamo Jordanna Schutz per i suoi numerosi contributi, George Akerlof, Lalin Anik, Ryan Buell, Zoë Chance, Anita Elberse, Ilyana Kuziemko, Jeff Lee, Jolie Martin, Mary Carol Mazza, David Nickerson, John Silva ed Eric Werker per i loro commenti e surveysampling.com per la loro assistenza nell’amministrare l’indagine.
Abstract
Disaccordi circa il livello ottimale di disparità di ricchezza sono alla base di dibattiti politici che vanno dall’imposizione delle tasse al benessere. Si tenta di inserire in questi dibattiti, i desideri degli americani “medi", chiedendo un pannello online rappresentativo a livello nazionale per stimare l’attuale distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti e per "costruire un’America migliore" mediante una ridistribuzione con il loro livello ideale di disparità. In primo luogo, gli intervistati hanno molto sottovalutato il livello corrente di disparità di ricchezza. In secondo luogo, hanno costruito distribuzioni di ricchezza ideali molto più eque anche rispetto alle stime da loro erroneamente fatte della distribuzione effettiva. Più importante è che, da una prospettiva politica, abbiamo osservato un sorprendente livello di consenso: tutti i gruppi demografici – anche quelli di solito non d’accordo con la ridistribuzione della ricchezza, come i repubblicani e i ricchi – hanno desiderato una più equa distribuzione della ricchezza rispetto allo status quo.
Molti studiosi concordano che la disparità di ricchezza negli Stati Uniti è a livelli storici, con alcune stime, che suggeriscono che l’1% degli americani detengono quasi il 50% della ricchezza, toccando anche i livelli visti poco prima della grande depressione degli anni venti (Davies, Sandstrom, Shorrocks & Wolff, 2009; Keister, 2000; Wolff, 2002). Mentre è chiaro che la disparità di ricchezza è alta, determinare la distribuzione della ricchezza in una società ideale ha dimostrato essere un problema intrattabile, in parte perché diverse convinzioni circa la distribuzione ideale della ricchezza sono la fonte di attriti tra i responsabili politici che pianificano la distribuzione: i fautori dell’ "imposta di successione su beni immobili," per esempio, sostengono che la ricchezza che i genitori lasciano in eredità ai loro figli dovrebbe essere tassata più pesantemente rispetto a quelli che si riferiscono a questa politica come ad una gravosa "imposta di succesione”.
Dobbiamo adottare un approccio diverso per determinare il livello "ideale" di disparità di ricchezza: seguendo il filosofo John Rawls (1971), chiediamo agli americani di ipotizzare una distribuzione della ricchezza che ritengono giusta. Naturalmente, questo approccio può semplicemente aggiungere confusione se gli americani sono in disaccordo circa la distribuzione della ricchezza ideale come i responsabili politici. Così, abbiamo due obiettivi principali. In primo luogo, dobbiamo esplorare se c’è un consenso generale tra gli americani circa il livello ideale di disparità di ricchezza o se le differenze – guidate da fattori quali le convinzioni politiche ed il reddito – superano di gran lunga qualsiasi consenso (cfr. McCarty, Poole & Rosenthal, 2006). In secondo luogo, ottenendo un consenso sufficiente, speriamo di inserire le preferenze "degli americani medi" per quanto riguarda la disparità di ricchezza nei dibattiti politicici.
Online un campione di intervistati rappresentativo a livello nazionale (N = 5,522, 51% di sesso femminile, Mage = 44,1), casualmente preso da un gruppo di oltre un milione di americani, ha completato l’indagine a dicembre del 2005. [1] Il reddito degli intervistati (in media = 45.000 dollari) era simile a quello segnalato nel censimento degli Stati Uniti del 2006 (in media = 48.000 dollari) e il loro intento di voto nelle elezioni del 2004 (50,6% Bush, 46,0% Kerry) anch’esso era simile al risultato effettivo (50,8% Bush, 48,3% Kerry). In più, del campione fanno parte intervistati di 47 Stati.
Abbiamo garantito che tutti gli intervistati avevano lo stesso inquadramento economico richiedendo loro di leggere quanto segue prima di avviare l’indagine: "la ricchezza, nota anche come patrimonio netto è definito come il valore totale di tutto ciò che qualcuno possiede meno qualsiasi obbligazione o debito. Il patrimonio netto di una persona include i soldi sul conto corrente bancario più il valore di altre cose come le proprietà, le azioni, le obbligazioni, in beni artistici, le collezioni, ecc., meno il valore delle cose come prestiti e mutui".
Gli Americani Preferiscono la Svezia
Per prima cosa, abbiamo creato tre grafici a torta senza etichetta, concernenti la distribuzione della ricchezza, uno dei quali raffigurava perfettamente un’equa distribuzione. All’insaputa degli intervistati, una seconda rappresentazione raffigurava la distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti; al fine di creare una proiezione con un livello di disuguaglianza che apparisse chiaro, abbiamo costruito un terzo grafico a torta a partire dalla distribuzione del reddito in Svezia (figura 1). [2] Ci siamo presentati agli intervistati con le tre combinazioni di questi grafici a torta (in ordine casuale) e abbiamo chiesto loro di scegliere quale nazione avrebbero ritenuto più vicina al "pensiero di Rawls" per la determinazione di una società giusta (Rawls, 1971): "Nel considerare questa domanda, immaginate che se aveste aderito a questa nazione, vi sarebbe stata assegnata in modo casuale una collocazione, i modo che avreste potuto finire ovunque in questa distribuzione, dai molto ricchi ai poverissimi".
Come si può vedere nella figura 1, la distribuzione degli Stati Uniti (senza etichetta) è stata molto meno scelta sia rispetto alla Svezia (senza etichetta) che a quella equa, con il 92% degli americani che preferiscono la distribuzione della Svezia a quella degli Stati Uniti. In aggiunta, questa schiacciante preferenza per la Svezia rispetto agli Stati Uniti è stata forte in generale (femmine: 92,7%; maschi: 90,6%), come la preferenza per il candidato nelle elezioni del 2004 (gli elettori di Bush: 90,2%; gli elettori di Kerry: 93,5%) e il reddito (meno di 50.000 dollari: 92,1%; 50.001-100,000 dollari: 91,7%; più di 100.000 dollari: 89,1%). Inoltre, c’è stata una leggera preferenza per la distribuzione che somigliava alla Svezia rispetto a quella equa, suggerendo che gli americani preferiscono alcune disparità alla perfetta parità, ma non al livello attualmente presente negli Stati Uniti.
Costruire un’ America migliore
Mentre le scelte fra i tre grafici fanno luce in merito alle preferenze relative alla distribuzione della ricchezza in astratto, abbiamo voluto esplorare le specifiche convinzioni degli intervistati circa la loro società. Nella successiva ricerca, abbiamo quindi rimosso "il velo di ignoranza" di Rawls e valutato sia le stime degli intervistati sull’effettiva distribuzione della ricchezza sia le loro richieste per la distribuzione ideale della ricchezza negli Stati Uniti. Per le loro stime sull’effettiva distribuzione, abbiamo chiesto agli intervistati di indicare quale percentuale di ricchezza hanno pensato fosse posseduta da ciascuno dei cinque quinti negli Stati Uniti, in ordine a partire dal primo 20% e terminando con l’ultimo 20%. Per la loro distribuzione ideale, abbiamo chiesto loro di indicare quale percentuale della ricchezza hanno pensato che idealmente dovrebbe tenere ogni quinto, nuovamente a partire dal primo 20% e terminando con l’ultimo 20%.
Per aiutarli in questo compito, abbiamo fornito loro i due esempi più estremi, insegnando loro ad assegnare il 20% della ricchezza a ogni quinto se pensavano che ogni quinto dovesse avere lo stesso livello di ricchezza o ad assegnare il 100% della ricchezza a un quinto se pensavano che esso dovesse detenere tutta la ricchezza. La figura 2 mostra l’effettiva distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti al momento dell’indagine, una stima globale degli intervistati su tale distribuzione e infine la distribuzione ideale degli intervistati. Questi risultati evidenziano due messaggi chiari. In primo luogo, gli intervistati sottovalutano enormemente l’effettivo livello di disparità di ricchezza negli Stati Uniti, credendo che il quinto più ricco detenga circa il 59% della ricchezza quando il valore effettivo è più vicino all’84%. Più interessante, gli intervistati hanno indicato una distribuzione della ricchezza ideale che era molto più equa rispetto anche alle loro stime erroneamente basse della distribuzione effettiva, segno di un desiderio per il quinto superiore di possedere solo il 32% della ricchezza. Questi desideri per una distribuzione più equa della ricchezza hanno assunto la forma del movimento di denaro dal quinto superiore agli ultimi tre quinti, lasciando il secondo quintile invariato, dimostrando una maggiore preoccupazione per i meno fortunati rispetto ai più fortunati (Charness & Rabin, 2002).
Dopo abbiamo esaminato le caratteristiche demografiche dei nostri intervistati autori di queste stime. La figura 3 mostra che queste stime sono ripartite in tre livelli di reddito, se gli intervistati hanno votato per W. di George Bush (repubblicano) o John Kerry (democratico) come Presidente degli Stati Uniti nel 2004 e secondo il sesso. I maschi, gli elettori di Bush, e gli individui più ricchi hanno stimato che la distribuzione della ricchezza è stata relativamente più equa rispetto alle donne, agli elettori di Kerry e ai più poveri; per le stime dell’ideale distribuzione, d’altro canto, questi stessi gruppi (i maschi, gli elettori di Bush e i ricchi) desideravano una distribuzione relativamente più iniqua rispetto alle loro controparti.
Nonostante queste differenze (un po’ prevedibili), ciò che colpisce di più nella figura 3 è la dimostrazione di un maggior consenso piuttosto che di un disaccordo tra questi diversi gruppi demografici. Tutti i gruppi – anche gli intervistati più ricchi – desideravano una più equa distribuzione della ricchezza rispetto a ciò che si stima essere l’attuale livello negli Stati Uniti, ma tutti i gruppi desideravano anche qualche disparità – anche i più poveri intervistati. Inoltre, tutti i gruppi hanno convenuto che tale ridistribuzione dovrebbe assumere la forma di movimento di ricchezza dal quinto superiore agli ultimi tre quinti. In breve, mentre gli americani tendono ad essere relativamente più favorevoli alla disuguaglianza economica rispetto ai membri di altri paesi (Osberg e Smeeding, 2006), l’ accordo degli americani sulla distribuzione ideale della ricchezza all’interno degli Stati Uniti sembra mettere in ombra i loro disaccordi in base al sesso, all’orientamento politico e al reddito. Nel complesso, questi risultati indicano due messaggi primari. In primo luogo, un ampio campione di americani rappresentativo a livello nazionale sembra che preferisca vivere in un paese più simile alla Svezia. Gli americani poi ipotizzano distribuzioni ideali che sono molto più eque di quanto stimavano fossero negli Stati Uniti – stime che a loro volta erano molto più eque dell’effettivo livello di disuguaglianza. In secondo luogo, tra i gruppi di diverse parti dello scenario politico c’era molto più consenso che disaccordo su questo desiderio per una più equa distribuzione della ricchezza e ciò suggeisce che gli americani possono possedere uno standard comunemente ritenuto "normativo" per la distribuzione della ricchezza, nonostante le molte divergenze sulle politiche che riguardano tale distribuzione, quali la tassazione ed il benessere (Kluegel & Smith, 1986). Ci siamo affrettati ad aggiungere, tuttavia, che il nostro uso di "normativo" è in senso descrittivo – e riflette il fatto che gli americani sono d’accordo sulla distribuzione ideale – ma non necessariamente in un senso prescrittivo. Mentre alcune evidenze suggeriscono che la disuguaglianza economica è associata con la diminuzione del benessere (Napier & Jost, 2008), la creazione di una società con il preciso livello di disuguaglianza che i nostri intervistati segnalano come ideale non può essere ottimale da una prospettiva economica o politica pubblica (Krueger, 2004).
Dato l’accordo tra i diversi gruppi sul divario tra un’ideale distribuzione della ricchezza e l’effettivo livello di disparità, perché più americani – in particolare quelli con reddito basso, non sono a favore di una maggiore ridistribuzione della ricchezza? In primo luogo, i nostri risultati dimostrano che gli americani sembrano sottovalutare drasticamente il livello corrente di disparità, facendo supporre che possono semplicemente essere inconsapevoli del divario. In secondo luogo, proprio come le persone hanno convinzioni errate circa l’effettivo livello di disparità di ricchezza, essi possono anche avere convinzioni eccessivamente ottimistiche circa le opportunità di mobilità sociale negli Stati Uniti (Benabou & Ok, 2001; Charles & Hurst, 2003; Keister, 2005), opinioni, che a loro volta possono essere di supporto a distribuzioni disuguali di ricchezza. In terzo luogo, a dispetto del fatto che i conservatori e i liberali nel nostro campione sono d’accordo che l’attuale livello di disuguaglianza è lungi dall’essere ideale, i pubblici disaccordi sulle cause di tale disuguaglianza possono abbattere questo consenso (Alesina & Angeletos, 2005; Piketty, 1995). Infine e più in generale, gli americani mostrano un vasta divergenza nei loro atteggiamenti verso la disuguaglianza economica e nei loro interessi e preferenze politiche pubbliche (Bartels, 2005; Fong, 2001), ciò suggerisce che anche data una maggiore consapevolezza del divario tra la distribuzione ideale e reale della ricchezza, rimane improbabile che gli americani possano essere favorevoli a politiche che potrebbero ridurre questo divario.

NOTE
[1] Per condurre questa indagine abbiamo utilizzato l’organizzazione di indagine internazionale su campionamento Survey (surveysampling.com). Di conseguenza, non abbiamo accesso alle risposte.
[2] Abbiamo usato il reddito della Svezia piuttosto che la distribuzione della ricchezza, perché ha fornito un contrasto più chiaro rispetto alle distribuzioni della ricchezza e all’equità degli Stati Uniti; pure più equa della distribuzione della ricchezza degli Stati Uniti, la distribuzione della ricchezza della Svezia è ancora estremamente superiore.
Referenze
Alesina, A. & Angeletos, G.M. (2005). Fairness and redistribution. American Economic Review, 95, 960-980.
Bartels, L.M. (2005). Homer gets a tax cut: Inequality and public policy in the American mind. Perspectives on Politics, 3, 15-31.
Benabou, R. & Ok, E.A. (2001). Social mobility and the demand for redistribution: The POUM hypothesis. Quarterly Journal of Economics, 116, 447-487.
Charles, K.K. & Hurst, E. (2003). The correlation of wealth across generations. Journal of Political Economy, 111, 1155-1182.
Charness, G. & Rabin, M. (2002). Understanding social preferences with simple tests.
Quarterly Journal of Economics, 117, 817-869.
Davies, J.B., Sandstrom, S., Shorrocks, A., & Wolff, E.N. (2009). The global pattern of household wealth. Journal of International Development, 21, 1111–1124.
Fong, C. (2001). Social preferences, self-interest, and the demand for redistribution. Journal of Public Economics, 82, 225-246.
Keister, L.A. (2000). Wealth in America. Cambridge, UK: Cambridge University Press.
Keister, L.A. (2005). Getting Rich: America’s New Rich and How They Got That Way. Cambridge, UK: Cambridge University Press.
Kluegel, J.R. & Smith, E.R. (1986). Beliefs about Inequality: Americans’ Views of What is and What Ought to Be. New York: Aldine de Gruyter.
Krueger, A.B. (2004). Inequality, too much of a good thing. In J.J. Heckman & A.B.
Krueger (Eds.), Inequality in American: What Role for Human Capital Policies (pp.1-75).Cambridge, MA: MIT Press.
McCarty, N., Poole, K.T., & Rosenthal, H. (2006). Polarized America: The dance of ideology and unequal riches. Cambridge, MA: MIT Press.
Napier, J.L. & Jost, J.T. (2008). Why are conservatives happier than liberals? Psychological Science, 19, 565-572.
Osberg, L. & Smeeding, T. (2006). ‘Fair’ inequality? Attitudes to pay differentials: The United States in comparative perspective. American Sociological Review, 71, 450- 473.
Piketty, T. (1995). Social mobility and redistributive politics. Quarterly Journal of Economics, 110, 551-584.
Rawls, J. (1971). A Theory of Justice. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Wolff, E.N. (2002). Top Heavy: The Increasing Inequality of Wealth in American and What Can Be Done about It. New York, NY: The New Press.

[Figura 1: Relativa alle preferenze tra tutti gli intervistati su tre grafici: Svezia (in alto a sinistra), un'equa distribuzione (in alto a destra) e gli Stati Uniti (in basso). Nota.Grafici a torta che mostrano la percentuale di ricchezza posseduta da ogni quinto; per esempio, negli Stati Uniti, il quinto superiore possiede l'84% della ricchezza totale, il secondo più più in alto l'11% e così via. ]

[Figura 2. La distribuzione effettiva della ricchezza negli Stati Uniti tracciata a fronte delle distribuzioni stimate e ideali di tutti gli intervistati. Nota: A causa della loro piccola quota percentuale della ricchezza totale, sia il valore della “4a 20%" (0,2%) che il valore "20% in basso" (0,1%) non sono visibili nella distribuzione "Effettiva".]
>
[Figura 3. La distribuzione effettiva della ricchezza negli Stati Uniti tracciata a fronte delle distribuzioni stimate e ideali degli intervistati con livelli di reddito diversi, diverse affiliazioni politiche e diverso sesso. Nota: a causa della loro piccola quota percentuale della ricchezza totale, sia il valore della “4a 20%" (0,2%) che il valore "20% in basso" (0,1%) non sono visibili nella distribuzione effettiva.]
Titolo originale: "Inequality In America Is Worse Than In Egypt, Tunisia Or Yemen "
Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com/
Link
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA RENGHI (texas.transla



Il Tavistock

feb 27th, 2011 | By admin | Category: News

 

Tavistock Institute, 30 Tabernacle Street, London

di

Luciano Gianazza

Pochi sanno quanto il Tavistock Institute ha influenzato e influenzi tuttora, sia direttamente che indirettamente e in quale profondità, la nostra vita.

Fu istituito nel 1921 per studiare i disturbi mentali, derivati dall’esposizione al terrore che si genera in battaglia, sui soldati inglesi che sopravvissero alla I guerra mondiale. Il suo scopo era quello di stabilire, sotto il controllo dell’Ufficio della Guerra Psicologica dell’Esercito Britannico, il "punto di rottura" dell’uomo in condizioni di stress.

Tavistock sviluppò le tecniche del lavaggio del cervello di massa che furono usate per la prima volta sui prigionieri americani della guerra in Corea.

I suoi esperimenti con i metodi di controllo delle masse sono stati ampiamente usati sui cittadini americani, un subdolo e oltraggioso attacco alla libertà per mezzo di psicologia applicata ad aree di territorio circoscritte.

Nel 1932, un rifugiato politico tedesco, Kurt Lewin, diventò il direttore del Tavistock Institute, e un anno dopo andò negli Stati Uniti sempre come "rifugiato",  in realtà il primo di molti infiltrati, e fondò la Clinica di Psicologia di Harvard, da dove fu originata la campagna di propaganda per orientare i cittadini americani contro la Germania e coinvolgere l’America nella II Guerra Mondiale.

Nel 1938 Roosevelt fece un accordo segreto con Churchill che permetteva al Consiglio Esecutivo per le Operazioni Speciali inglese di controllare l’indirizzo politico degli Stati Uniti, in pratica cedendo la sovranità del popolo americano all’Inghilterra.

Per mettere in pratica questo accordo Roosevelt inviò il generale Donovan a Londra perché venisse indottrinato prima di istituire l’OSS (l’attuale CIA). La CIA da sempre opera secondo le direttive impostate dal Tavistock Institute. Il Tavistock Institute ha originato il bombardamento di massa sulla popolazione civile tedesca ordinato da Roosevelt e da Churchill, come mero esperimento di terrore di massa, mantenendo le registrazioni dei risultati come se si stesse osservando delle "cavie" in "condizioni di laboratorio controllate".

Tavistock oggi

Nel 1947 il Tavistock Institute ha assunto la sua forma definitiva e d’allora è una organizzazione indipendente che cerca di abbinare, alla pratica professionale, la ricerca nell’ambito delle scienze sociali.

I problemi che si incontrano nel porre in esistenza una istituzione, quelli inerenti alla sua struttura organizzativa e alle varie modifiche, vengono esaminati dal Tavistock Institute in ogni settore — governo, industria, commercio, assistenza sanitaria, assistenza sociale, educazione ed istruzione, ecc. — a livello nazionale ed internazionale e i suoi clienti si estendono dai piccoli gruppi di comunità fino alle multinazionali.

Un’area in crescita è lo studio di nuovi programmi sperimentali particolarmente nel campo della salute, dell’educazione e nello sviluppo di comunità.

Ci sono tre elementi che rendono insolito, se non unico, il Tavistock Institute:

  1. è indipendente per il fatto che si auto-finanzia, con nessun supporto dal governo o da altre fonti
  2. essendo orientato alla ricerca si pone fra, ma non inserito, il mondo accademico e l’ambito della consulenza
  3. i campi di suo interesse includono l’antropologia, l’economia, i comportamenti delle organizzazioni, le scienze politiche, la psicoanalisi, la psicologia e la sociologia.

L’ideologia delle Fondazioni americane è stata creata dal Tavistock Institute. L’istituto iniziò occupandosi della "scienza del comportamento" seguendo le linee Freudiane del "controllo" degli esseri umani diventando il centro mondiale dell’ideologia delle fondazioni. Il raggio di azione dei suoi network ora si estende in tutto il mondo e comprende le diverse fondazioni, istituti di ricerca e di ogni altro genere, università, servizi segreti, multinazionali, per citarne alcuni, la lista è molto lunga.

Al personale di molte multinazionali è richiesto che si sottoponga all’indottrinamento fornito da uno o più istituti fra quelli controllati da Tavistock.

Rammollire l’individuo

Tutte le tecniche delle fondazioni americane e di Tavistock hanno un unico scopo: stroncare la forza psicologica di un individuo e renderlo debole, impotente e controllabile.

Qualsiasi tecnica che induce al crollo dell’unità familiare e dei principi morali che una famiglia può dare ai suoi membri, viene usata dagli scienziati di Tavistock come arma di controllo di massa.

I metodi della psicologia Freudiana comportamentale inducono disturbi mentali permanenti destabilizzando il carattere di chi si sottopone a quei trattamenti.

Alle vittime viene poi raccomandato di "instaurare nuovi rituali di interazione personale", che significa indulgere in brevi rapporti sessuali che realmente lasciano i partecipanti alla deriva senza stabili relazioni sociali nella loro vita.

Il Tavistock Institute ha sviluppato un potere così grande negli Stati Uniti che nessuno riesce ad ottenere un posto di rilievo in qualsiasi campo se non è stato addestrato nella scienza comportamentale a Tavistock o in uno dei suoi centri consociati. Praticamente non c’è campo, da quello dell’istruzione a quello della salute, che non sia sotto l’influenza di Tavistock.

C’è un denominatore comune che identifica tutte le strategie di Tavistock: l’uso di droghe.

L’infame programma della CIA denominato MK Ultra causò parecchi morti. Durante il programma a degli ufficiali della CIA fu somministrato LSD, a loro insaputa. Il Governo americano ha dovuto pagare milioni di dollari ai familiari delle vittime ma i colpevoli non furono mai incriminati. Il risultato di tale esperimento fu la "contro cultura" del LSD degli anni ‘60, "l’amore libero" e la "rivoluzione studentesca", che fu finanziata con 25 milioni di dollari dalla CIA. Tutte le registrazioni degli esperimenti sono state distrutte dal capo del MK Ultra.

La CIA condusse anche esperimenti in Canada e pagò il Dr. Herbert Kelman per svolgere ulteriori esperimenti di controllo mentale. Negli anni ‘50 versò moltissimo denaro al presidente dell’Associazione degli Psicologi Canadesi (CPA) per dare a 53 pazienti del Royal Victorian Hospital di Montreal, forti dosi di LSD e perché registrasse le reazioni che avvenivano. Per settimane i pazienti ricevettero dosi di LSD mentre dormivano seguite da elettroshock e comandi ipnotici.

I programmi della CIA, preparati da Tavistock, hanno sempre conclusioni nefaste perché tutti gli sforzi dell’istituto sono diretti a causare crolli ciclici in diverse aree geografiche.

Oggi il Tavistock Institute opera con un network di Fondazioni, raccogliendo fondi per oltre 6 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti, pagati dai contribuenti. Il suo operato si estende al mondo intero, compreso la piccola Italia. 10 grandi istituzioni sotto il suo diretto controllo con altre 400 succursali, 3000 altri gruppi di studio nei soli Stati Uniti, e altri istituti di ricerca danno origine a programmi di diverso genere per promuovere il controllo delle masse e le scienze comportamentali.

Ci sono istituti e fondazioni di fama mondiale controllati direttamente o indirettamente, anche se il legame spesso non è facilmente riconducibile a Tavistock, ed è necessario seguire il filo d’Arianna attraversando lussuosi corridoi ed uffici per scoprire i due estremi della linea che collega le varie istituzioni.

Uno di questi è il MASSACHUSETTS INSTITUTE OF TECHNOLOGY (MIT), quasi tutti pensano che sia un’Istituzione puramente americana, ma non è così.

Puoi comprendere il potere di Tavistock dal potere delle istituzioni stesse da esso controllate.

Alcuni clienti del MIT sono:
American Management Association
Il Comitato per lo Sviluppo Economico
GTE (General Telephone Electronics)
L’Istituto per l’Analisi della Difesa (IDA)
NASA
L’Accademia Nazionale delle Scienze
Il Concilio Nazionale delle Chiese
Sylvania
TRW (uno dei maggiori produttori di apparecchiature per l’industria ed il governo americano incluso per i servizi di informazione, aerospaziali, militari.)
L’Esercito degli Stati Uniti
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti
La Marina degli Stati Uniti
Il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti
Volkswagen

Si possono aggiungere la Fondazione Rockfeller e l’istituto Carnegie e altre ad essi correlati, sono davvero tanti, ma lo scopo di tutto questo si riassume in poche parole: "Controllo del comportamento di masse e individui."

L’ente che possiamo considerare come il braccio destro di Tavistock è la Società per la Ricerca e lo Sviluppo, (Research And Development Corporation ) meglio nota con il suo acronimo RAND.

La RAND controlla la linea di condotta politica degli Stati Uniti ad ogni livello. Specifica regolamentazione elaborata dalla RAND che diventa operativa include i programmi per i missili intercontinentali balistici, linee di condotta da tenere con gli stati esteri, i programmi spaziali, progetti sul nucleare, analisi delle industrie, centinaia di progetti militari, i programmi della CIA che utilizzano peyote e LSD e droghe più moderne per l’alterazione di stati mentali.

Alcuni clienti americani della RAND, fra i molti, includono:
AT&T (American Telephone and Telegraph Company)
Chase Manhattan Bank
IBM (International Business Machines)
National Science Foundation
Il Partito Repubblicano
TRW
L’Aeronautica degli Stati Uniti
Il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti

Le tecniche usate, apparentemente diverse e dai differenti nomi si riassumono in questo: "Lavaggio del cervello".

Gli operatori sono di solito psicologi, psichiatri, sociologi, esperti di droghe e altri personaggi esperti di de-programmazione. Tavistock ha addestrato psichiatri nelle tecniche di lavaggio del cervello che a loro volta le hanno esportate in università di diversi stati del mondo. Alcuni di essi si sono resi responsabili di aver programmato e diretto azioni di "pulizia etnica" e di terrorismo internazionale. Jovan Rascovich e Radovan Karadviz sono due psichiatri serbi addestrati nelle tecniche di Tavistock, ideatori della Grande Serbia e responsabili della "pulizia etnica" in Bosnia.

Le tecniche del lavaggio del cervello di Tavistock giunsero anche all’Università Patrice Lumumba di Mosca che sfornò psichiatri che entrarono nelle file del terrorismo internazionale, molti dei quali leaders o consiglieri diretti di leaders di gruppi terroristici.

Analizzando queste informazioni, si può comprendere che le tecniche del terrorismo e quelle di coloro che dichiarano di combatterlo hanno la stessa origine.

La paura e il condizionamento

Per poter condizionare esseri umani in massa è necessaria la paura come "catalizzatore", come "co-agente". Le persone spaventate accettano maggior controllo su se stesse, rinunciando alla propria sovranità in cambio di maggiore protezione. Quando delle persone, "rammollite" privandole dei valori etici e morali, hanno paura, diventano facilmente effetto di messaggi di qualunque genere, accettano soluzioni assurde come la pena di morte, la pulizia etnica o l’impiego di kamikaze come mezzi per ottenere pace e giustizia, aumentando il caos esistente e la richiesta di misure restrittive.

Qualunque cosa i media dicano viene accettato come verità, quando è solo un testo preparato dalle agenzie di PR, che come fondamento ha solo la fantasia di chi l’ha scritto e la sua abilità di far sembrare bianco il nero. Un esempio di questo lo trovi negli spazi che vengono sempre più inseriti nei palinsesti delle varie TV dedicati agli "opinionisti".

Facciamo un esempio per capire come funziona. Viene posto un quesito: "Si dovrebbe permettere la vendita di farmaci da banco anche nei supermercati?" Appaiono immagini di persone intervistate, scelte fra le più adatte, alcune a favore, altre contro, poi l’opinionista conclude dicendo che i pareri opposti si equivalgono (così non si da torto a nessuno) e che comunque è meglio che i farmaci rimangano in farmacia. Ma avrebbe potuto dire che è giusto che vengano venduti anche nei supermercati, tutto dipende da chi è il cliente rappresentato, le associazioni di farmacisti o quelle delle derrate alimentari.

Io credo che la soluzione che verrà adottata sarà un compromesso fra i due potenti gruppi: i farmaci potranno essere venduti anche nei supermercati, ma in un’area confinata, come il banco del pane o del pesce, e al banco dei farmaci ci dovrà essere un laureato in farmacia che dovrà consigliare i clienti e che quindi si accerterà che non vi siano indebiti acquisti, ecc. Il tutto verrà fatto passare come un beneficio per chi compra, perché costeranno meno, essendoci concorrenza, e per i nuovi posti creati per impiegare i laureati in farmacia che non possono aprirsene una propria. Tutti, incluso governo, sindacati, le varie associazioni di consumatori, faranno bella figura, per lo meno fino a quando la maggior parte delle persone rimarrà convinta che i farmaci curino.

Tavistock è strettamente legato con la psichiatria e l’industria farmaceutica, perché ha bisogno di entrambe le cose per attuare i suoi piani.

Un clima di tensione genera ansietà e "depressione" e prontamente arriva l’aiuto del cartello farmaceutico con gli psicofarmaci, dando un’ulteriore spinta al degrado dell’umanità.

La paura delle "gravi malattie" come cancri, tumori, Aids, pandemie ecc. viene utilizzata per spillare soldi "per la ricerca" per cure che ovviamente non verranno mai trovate, sia perché i presupposti sono errati, sia perché non c’è alcuna intenzione da parte della medicina e della ricerca ortodossa di farlo.

I programmi per raccogliere fondi sono preparati in modo accurato a partire dalla campagna dì sensibilizzazione, la scelta del periodo (E’ Natale, siamo tutti buoni, Jingle bells, Jingle bells, ecc.) le emozioni da coinvolgere (compassione, speranza, paura). La maggior parte delle donazioni andrà all’industria farmaceutica e agli istituti da essi controllati che faranno la "ricerca", il resto per pagare tutto il carrozzone della rappresentazione, gli spettacoli abbinati, gli organizzatori, i conduttori delle varie trasmissioni e i benefits per chi ha collaborato affinché la festa riuscisse.

La verità è che non occorrono nuovi farmaci (ovvero nuove combinazioni di sostanze tossiche), ma bisognerebbe educare le persone e portarle alla comprensione che i farmaci realmente non hanno mai guarito nessuno, a meno che per guarigione non si intenda repressione di sintomi o compressione di un tumore "con un po’ di chemio," facendo credere che il male sia regredito.

Tavistock è un istituto molto particolare, non parteggia per una corrente politica o un’altra. Infatti, si trova un gradino al di sopra delle lotte di vario genere che affliggono il pianeta. Che vinca la destra o la sinistra, la Russia o l’America, la Cina o la Corea, o il terrorismo, a Tavistock non importa niente, l’importante è che ci sia instabilità, insicurezza e paura, condizioni necessarie per il condizionamento delle masse.

Il Cambiamento

Se ti stai domandando perché vi siano organizzazioni che si stanno dando un gran da fare al punto che tutto può sembrare fantascientifico, allora occorre qualche spiegazione in più.

In natura niente è immutabile, tutto cambia. Le varie civiltà si sono formate e si sono evolute nella direzione impostata dalle regole formulate dai leader della comunità, fino a quando i principi su cui esse si fondavano sono stati mantenuti in esistenza. Quando al potere sono giunti individui prepotenti e disonesti, oltre che emeriti imbecilli come statisti, le civiltà sono decadute per poi estinguersi.

Gli scienziati di Tavistock, ma non solo loro per fortuna, studiando il momento in cui le varie civiltà hanno iniziato il loro declino hanno rilevato che tale declino avviene quando gli individui non si attengono più ai principi che sono il sostrato stesso della civiltà.

I principi sono punti di riferimento che permettono ad un individuo di orientarsi favorevolmente nella vita. Senza di essi un individuo è alla deriva, non sa più cosa è giusto o sbagliato e le sue azioni sono spesso basate su conclusioni che lo fanno cadere sempre più in basso, fino al punto che non può più rialzarsi.

Gli esperti di Tavistock, e i loro colleghi che operano nelle migliaia di sedi degli istituti consociati sparsi in quasi tutto il mondo “occidentale”, applicando i fattori che sono causa di decadimento della società, provocano tramite i media, opinion leaders, agitatori di varia natura, eventi che portano a sostanziali cambiamenti favorevoli per i loro clienti, siano essi multinazionali o governi. In questo modo, stili di vita, che non possono condurre che verso la distruzione di chi li adotta, vengono introdotti per causare i cambiamenti voluti a favore dei clienti.

 

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In che modo e per chi un cambiamento verso la distruzione può essere desiderabile?

Una guerra è favorevole per i fabbricanti e mercanti di armi, per le aziende che si occuperanno della ricostruzione, ecc. La falsa informazione sulla salute e sull’alimentazione, crea una popolazione ignorante e dalla salute in precario equilibrio, a favore dell’universo della salute e delle multinazionali delle derrate alimentari.

Il risultato di quei cambiamenti indotti con la tecnologia di Tavistock, è una popolazione che riesce a differenziare sempre meno il vero dal falso e con diminuita capacità di valutare il vero valore delle cose.

Tale popolazione accetterà, senza protestare molto, servizi scadenti, tassazioni elevate, trattamenti per malattie che in realtà sono progressivi avvelenamenti, riduzione di diritti ecc. Questo favorisce, per esempio, la facile vendita di prodotti scadenti di breve durata sul mercato, con immenso spreco delle risorse dei singoli cittadini a favore dei produttori di tali "beni". La qualità non è più una costante, ma un lusso.

Per Tavistock il nemico è la verità in quanto le sue tecniche si fondano sulla menzogna. Tutte le operazioni e programmi che vengono portati avanti da individui addestrati a Tavistock o da altre istituzioni satelliti hanno un nobile intento apparente di aiuto e solidarietà, dietro al quale si nasconde quello vero: il malvagio intento di controllare il comportamento di ogni individuo a favore dei grandi interessi economici del pianeta.

Conclusione

A seguito di quanto hai letto nell’articolo, osserva i conduttori delle varie trasmissioni TV e dei vari TG e ti accorgerai che stanno vendendo per qualcuno, fosse anche solo per mezzo di un commentino buttato lì, apparentemente per caso. Ti ricordi la pandemia aviaria? Non ne parla più nessuno. Ma allora tutto il mondo dei media è entrato in movimento e ha fatto un bel can can. I governi hanno comprato milioni di dosi di vaccini, sono stati stampati manuali di sopravvivenza contro la pandemia, molte persone chiedevano in farmacia il "vaccino contro la pandemia, quella malattia lì degli uccelli". Ogni tanto veniva data notizia che il tale istituto di ricerca aveva trovato il vaccino contro il virus dei polli, e così via. Bene hai assistito all’attuazione di un programma elaborato con le tecniche di Tavistock. E non puoi non aver notato che alcuni direttori di telegiornali non si lasciano scappare l’occasione di raccomandare di vaccinarsi per l’influenza ad ogni momento.

Oggi è necessario osservare e chiedersi, quando tramite i media viene sottoposto un affare vantaggioso che richiede la nostra approvazione, per chi sarà vantaggioso, come il passaggio dalla lira all’euro, tanto per fare un esempio….

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Egitto, Libia, Tunisia, medesima regia

feb 25th, 2011 | By admin | Category: News

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Il telegiornale di ieri ha diffuso una notizia quasi incredibile: la regione libica della Cirenaica si sarebbe "liberata" (dal giogo di Gheddafi) e sarebbe al momento "autogestita dal popolo con la collaborazione di uomini dell’esercito e della polizia che in gran numero hanno appoggiato la rivolta".

Ovviamente, per chi sa leggere un poco al di là della propaganda governativa, ci si trova di fronte ad una sorta di ossimoro: libertà ed autogestione con la collaborazione delle stesse forze che fino a pochi giorni prima rappresentavano il duro braccio della legge, la forza repressiva utilizzata dal quello stesso dittatore che adesso vogliono spodestare.

Se davvero tutti questi poliziotti fossero stati contrari alla cosiddetta tirannide di Gheddafi (intendiamoci, non voglio qui difendere quest’uomo, che non mi piace affatto, ma definirlo tiranno forse è un poco eccessivo viste le persone che governano Italia, Stati Uniti, Russia ed altri paesi "democratici") avrebbero potuto benissimo pensarci prima e cambiare mestiere.

Ma a quanto pare ci vuole un input dall’alto, da parte di chi manovra occultamente, per scatenare l’ennesima rivolta a dir poco ambigua, che si manifesta adesso in Libia come se ci fosse un contagio, un contagio molto particolare che a quanto pare segue sempre la stessa regia e usa (guarda caso) sempre gli stessi simboli. A tal proposito è opportuna la lettura dell’articolo la prova le rivolte in medio oriente sono innescate dagli USA

Altrettanto strana e repentina è la notizia del voltafaccia, appena un giorno o due dopo l’inizio della "rivolta" degli ambasciatori libici all’ONU; gli ambasciatori, soprattutto in una dittatura (quale ci viene descritta la reggenza di Gheddafi)  di norma sono scelti tra la gente più fidata del regime, e sembra decisamente strano vederli cambiare bandiera così rapidamente. Di certo potrebbero aver capito subito che aria tirava ed quindi potrebbero aver pensato di andare dove spirava il vento, però per essere così sicuri sin dall’inizio che il regime di Gheddafi sarebbe crollato avrebbero dovuto avere un po’ troppa lungimiranza, oppure troppa conoscenza dei piani occulti delle élite. In ogni caso è facile pensare che siano stati cooptati da tempo e/o corrotti da chi sta costruendo questa enorme manovra di riassetto politico del Nord-Africa; e non ditemi per favore che il popolo ha fatto una mega colletta per corrompere gli ambasciatori e portarli dalla propria parte.

Del resto l’assoluta disonestà delle notizie diffuse dai media mostra chiaramente come tutto sia artificiosamente costruita, ovvero quelle relative ai supposti raid aerei contro i manifestanti che avrebbero mietuto migliaia di vittime, sepolte poi nelle fosse comuni.

FOSSE COMUNI? Ma fatemi il piacere!

Come giustamente osserva un lettore di Debora Billi, il video che sta facendo il giro del mondo e che viene riproposto da tutti i media di regime ( http://www.youtube.com/watch?v=dveZvW1lrGE ) non riprende una distesa di fosse comuni ma di un cimitero già esistente a Tripoli. Si chiama Sidi Hamed Cemetery*, e si trova vicino al mare (qui la verifica col satellite Google Maps). Nel video, si vedono aggiungere due file per le vittime di questi ultimi giorni; ma tutte le tombe che si vedono intorno sono tombe che esistevano già. Insomma, niente fosse comuni d’emergenza.

E come correttamente fa notare G. Freda (di cui però non condivido l’analisi politica che vuole ricondurre tutto agli USA ed al sionismo, dimenticando le manovre della cabala cui tutti i governi mondiali sono succubi, come mostra il fenomeno ubiquitario delle scie chimiche) nel suo articolo Fessi comuni:

Il crudele regime di Gheddafi avrebbe nascosto in fretta e furia i cadaveri dei manifestanti uccisi durante le fantomatiche repressioni, probabilmente non sono altro che l’ennesima bufala dei media. Una bufala, peraltro, stravecchia, già utilizzata diverse volte in passato – ad esempio in occasione della “rivoluzione” fasulla in Romania e delle finte stragi di kosovari ad opera dei serbi – per criminalizzare altri governi che gli Stati Uniti intendevano rovesciare con la complicità dei media da essi controllati. I servizi segreti USA avranno anche un’ottima organizzazione, ma sono del tutto privi di fantasia, quando si tratta di raccontare fregnacce con cui suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale.

Ciò che si vede con chiarezza dalle immagini di queste “fosse comuni” farlocche, è che esse tutto sono tranne che “comuni”. Si tratta infatti di buche singole, scavate con calma e perfino con una certa cura. I siti dei principali quotidiani parlano di “cimitero improvvisato” sulla spiaggia. Cimitero senz’altro, improvvisato no di certo. Si tratta infatti del noto cimitero di Sidi Hamed, che si trova in prossimità della spiaggia vicino al quartiere residenziale di Gargaresh, a Tripoli.

Le immagini provengono dal sito OneDayOnEarth.org, aperto nell’ottobre 2010 da due studenti di Los Angeles di nome Kyle Ruddick e Brandon Litman. E’ una sorta di “social network” delle immagini video, finanziato da una sessantina di ONG, nonché dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite. Una provenienza a dir poco sospetta, come sospetto è il tempismo con cui il sito è stato messo online poco prima dell’inizio delle rivolte nordafricane.

Inoltre, i giornali e la TV hanno accettato a scatola chiusa che si trattasse di immagini girate nei giorni scorsi, senza citare la minima prova a sostegno. In mancanza di fonti e di notizie attendibili, è perfino lecito sospettare che non si tratti affatto di immagini riprese di recente, bensì della documentazione di una delle numerose “sepolture collettive” dei migranti africani le cui imbarcazioni si capovolgono di frequente in prossimità delle coste libiche e i cui corpi vengono poi sospinti sulla spiaggia dalla marea. In particolare, proprio il cimitero di Sidi Hamed ha dovuto spesso occuparsi di questi incresciosi compiti, vista la frequenza di tali incidenti. Il fatto che nel filmato l’atmosfera appaia rilassata, che non si vedano manifestanti furenti o esagitati, né donne, né parenti piangenti o urlanti, fa pensare che si tratti appunto dei lavori di sepoltura di queste vittime sconosciute.

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PROSSIMA FERMATA: LA CASA DI SAUD

feb 25th, 2011 | By admin | Category: News

DI

PEPE ESCOBAR
atimes.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco un corso intensivo su come uno dei “nostri” – monarchi – dittatori tratta il suo popolo in occasione della grande rivolta nel mondo arabo del 2011. Il re del Bahrein, Hamad al-Khalifa, si è macchiato le mani di sangue dopo che le sue forze mercenarie di sicurezza – pakistani, indiani, siriani e giordani – hanno attaccato alle 3 di giovedì notte, senza preavviso, manifestanti pacifici accampati in Piazza della Perla, versione ridotta del paese del Golfo di Piazza Tahrir al Cairo.
Durante questa brutale repressione, almeno cinque persone sono rimaste uccise – compreso un bambino – e 2000 ferite, alcune da colpi di arma da fuoco, due delle quali sono in condizioni critiche. Le squadre antisommossa hanno preso di mira medici e personale sanitario e hanno impedito ad ambulanze e donatori di sangue di raggiungere Piazza della Perla. Un medico dell’ospedale Salmaniya ha detto ai microfoni di al-Jazeera di aver visto fuori dall’ospedale un furgone con cella frigorifera, che teme sia stato utilizzato dall’esercito per rimuovere altri cadaveri.
L’intraprendente Maryama Alkawaka del Centro per i diritti umani del Bahrein era sul posto:”[la polizia] era veramente violenta, e non mostrava alcuna pietà”. Una valanga di messaggi di cittadini del Bahrein su Twitter hanno denunciato un vile attacco in “stile israeliano” e con l’intento di uccidere. Molti hanno rimproverato ad al-Jazeera di non aver trasmesso in diretta via satellite come aveva fatto al Cairo, e di aver parlato solo di una protesta degli Sciiti. Piazza della Perla è ora circondata da quasi 100 carri armati posizionati agli ingressi e alle uscite. Il centro di Manama si è trasformato in una città fantasma.
L’opposizione sciita ha descritto la situazione come “vero e proprio terrorismo”. Reem Khalifa, redattore capo del giornale d’opposizione al-Wasat, dice “Le forze di regime sono arrivate e hanno massacrato la folla nel sonno”. Stavano “cantando insieme, urlando ‘né sunniti, né sciiti, solo cittadini del Bahrein’. Non si era mai visto prima. E ciò ha dato molto fastidio ai rappresentanti del governo, che fomentano continuamente divisioni all’interno della popolazione…E ora il regime sta diffondendo menzogne su di me e su altri giornalisti che cercano di descrivere cosa sta succedendo.”
Khalifa ha avuto il coraggio di alzarsi in piedi e confrontarsi duramente con il ministro degli Esteri del Bahrein durante una conferenza stampa, smontando completamente la sua versione degli eventi (in cui definiva “incresciose” le morti, ma insisteva sul fatto che i manifestanti erano parte di una setta e armati). Il Gulf Cooperation Council – lo scandalosamente ricco gruppo di regni locali che detiene più di 1 trilione di dollari nascosti in fondi esteri e circa il 50% dei giacimenti di petrolio del pianeta non sono ancora sfruttati – ha pronunciato blande parole di sostegno nei confronti del Bahrein.
Uccideteli, ma con guanti di velluto
Washington si è minimamente indignato per tutto ciò? Le affermazioni parlano da sé. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha espresso “forte preoccupazione”, secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato, e “ha incoraggiato misure per fronteggiare la situazione”. Il Pentagono ha affermato che il Bahrein è “un partner importante”; il Segretario alla Difesa Robert Gates ha poi chiamato il principe del Bahrein Salman – sicuramente per accertarsi che non ci fossero problemi per la 5a Flotta della Marina statunitense e i suoi 2250 uomini ospitati in un’area isolata di 24 ettari nel cuore di Manama.
Persino il New York Times ha dovuto riconoscere che il presidente statunitense Obama non “ha ancora espresso pubblicamente verso il governo del Bahrein le schiette critiche che aveva infine mosso nei confronti del presidente egiziano Hosni Mubarak – o che ha ripetutamente indirizzato ai mullah iraniani”. Ma non può; dopo tutto, il re del Bahrein, che fa sparare sul suo popolo, è un altro solito sospetto, un “pilastro dell’architettura per la sicurezza americana in Medio Oriente”, e “un fedele alleato di Washington nel suo confronto con la teocrazia sciita iraniana”.
In queste circostanze strategiche, è difficile respingere le affermazioni sul sito web Angry Arab di As’ad AbuKhalil, blogger libanese ed esperto di politica, quando sottolinea, “gli Stati Uniti devono sostenere nell’ombra la repressione del Bahrein per pacificare l’Arabia Saudita e altri tiranni arabi infuriati con Obama per il fatto che non ha difeso Mubarak fino in fondo.” Casualmente, il principe dell’Arabia Saudita Talal Bin Abdulaziz – padre del principe miliardario caro all’occidente Al Waleed bin Talal – ha affermato alla BBC che esiste il pericolo che le proteste in Bahrein si espandano anche all’Arabia Saudita.
Non si sottolinea mai abbastanza il fatto che il Bahrein sta proprio tra l’Iran e l’Arabia Saudita (vedi All about the Pearl roundabout Asia Times Online, 18 febbraio). La base navale americana a Manama è come un poliziotto nella zona di sorveglianza (del golfo Persico). Inoltre, il 15% della popolazione dell’Arabia Saudita è sciita e vive nelle province orientali dove c’è il petrolio. Ciò rende molto difficile per gli abitanti del Bahrein – sciiti e anche sunniti – minacciare la dinastia regnante sunnita al-Khalif, poiché la casa di Saud interverrebbe all’istante con ogni sorta di supporto logistico e militare. Per di più, l’Arabia Saudita ha una grande influenza per quanto riguarda il petrolio del Bahrein, che proviene dai giacimenti condivisi di Abu Saafa, esplorati dalla saudita Aramco e cogestiti da una raffineria del Bahrein. Il Bahrein è molto lontano dal nuotare nel petrolio.
Secondo il Fondo monetario Internazionale, nel 2010 l’Arabia Saudita ha prodotto 8,5 milioni di barili di greggio al giorno, gli Emirati Arabi Uniti 2,4 milioni, il Kuwait 2,3 milioni e il Bahrein solo 200.000 barili. Secondo Moody’s (società di analisi e ricerche finanziarie n.d.r.), per equilibrare il suo bilancio il governo del Bahrein dovrebbe vendere il petrolio a 80$ al barile, “uno dei più alti punti di pareggio di bilancio della regione”, afferma il Financial Times. Un rapporto della (banca n.d.r.) Barclay’s Capital traduce con il consueto contorsionismo corporativo “Gli annunci di proteste per le strade, concessioni dei governi a scapito di una difficile situazione fiscale e accese tensioni politiche hanno creato uno scenario che ha chiaramente indotto gli investitori a guardare al Bahrein con crescente cautela.” Quindi, se i manifestanti vogliono realmente colpire il punto debole degli al-Khalifa, dovranno mirare al nesso tra industria petrolifera e settore finanziario. Sarà una sfida terribilmente ardua contro un pericoloso stato di polizia pieno di mercenari – in particolare consulenti militari giordani (il ”capo degli aguzzini” del Mukhabarat è un giordano) – e che ora conta anche sull’”aiuto” di carri armati e truppe dall’Arabia Saudita. Per di più, le truppe antisommossa e le forze speciali non parlano l’idioma locale e, in particolare, i Balochi del Pakistan non parlano neppure Arabo.
Le prospettive sono incerte. Notizie ufficiose a Manama parlano di rotture all’interno della famiglia reale. Il temibile settario Khalid bin Ahmed, incaricato della politica di naturalizzazione dei sunniti “importati” per alterare la bilancia demografica e indebolire ancor più i diritti di voto della popolazione indigena sciita, da un lato; e il re e l’erede al trono principe Salman, dall’altro. Il re starebbe perdendo il controllo. E in questo caso l’Arabia Saudita farebbe pressioni su bin Ahmed per prendere il controllo e indurre uno dei figli del re, Nasir Bin Hamed, a diventare principe designato al trono. Ciò avrebbe senso dal punto di vista della brutale repressione.
Il momento di una svolta Ciò che gli sciiti del Bahrein possono sicuramente ottenere è indurre gli sciiti dell’Arabia Saudita a lottare per una maggiore uguaglianza a livello sociale, economico e religioso. E’ impensabile che la Casa di Saud avvii delle riforme – non mentre gode di uno straordinario benessere dovuto al petrolio e mantiene un vasto apparato per la repressione, più che sufficiente per comprare o dissuadere ogni forma di dissenso. Tuttavia potrebbe esserci motivo di sperare che l’Arabia Saudita segua i venti del nuovo Egitto.
L’età media del trio di principi regnanti della Casa di Saud è 83 anni. Dei 18,5 milioni di abitanti indigeni del paese il 47% è sotto i 18 anni. Tramite YouTube, Facebook e Twitter, una concezione medievale dell’Islam ed una corruzione dilagante vengono sempre maggiormente criticate. La classe media si sta contraendo. Il 40% della popolazione attuale vive sotto la soglia di povertà, non ha possibilità di accedere all’istruzione e risulta quindi inabile al lavoro (il 90% degli occupati sono sunniti “importati”). Persino l’attraversare la strada sopraelevata di Manama è sufficiente per dare spunti al popolo. Ancora una volta si parla di una lotta estremamente difficile, in un paese senza partiti politici, sindacati o organizzazioni studentesche; dove ogni tipo di opposizione è vietata dalla legge e i membri del consiglio della shura vengono scelti dal re.
In ogni caso, il giornale Arab News ha già messo in guardia sul fatto che i venti di libertà del nord Africa possano toccare l’Arabia Saudita. E potrebbe giocarsi tutto sulla disoccupazione giovanile, all’insostenibile tasso del 40%. Non può essere altrimenti: la grande rivolta nel mondo arabo del 2011 non può raggiungere il suo obiettivo storico se non scuote le fondamenta della Casa di Saud. Giovani sauditi, sciiti e sunniti: non avete nulla da perdere se non la vostra paura.
Pepe Escobar (autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e di Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. Il suo nuovo libro, appena pubblicato è Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.)

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MB19Ak01.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELENA