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Archive for maggio 2011

LA CIA IPOTIZZA UN COLPO DI STATO IN GRECIA SE LE PROTESTE E L’AUSTERITY CONTINUERANNO AD AUMENTARE

mag 31st, 2011 | By admin | Category: News

DI

TYLER DURDEN

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quotidiano turco Hurriyet, che cita il tedesco Bild, che a sua volta si riferisce a un report della CIA, avverte che la Grecia potrebbe dover affrontare un colpo di stato militare se le "severe misure di austerità e la disperazione" dovessero ancora aumentare.
Si può comunque evitare questa catena ipertestuale troppo elaborata e guardare semplicemente a quello che succede tutti i giorni in piazza Syntagma dove stiamo tuttora assistendo a un numero incredibile di persone che manifestano contro quello che tutti oramai identificano come un regime alla canna del gas (fortunatamente, in modo pacifico, per ora).
Sentiamo ancora le grida dalla Fiera dell’Ovvio (grazie Grant Williams) da Hurriyet: "Secondo il report della CIA, le proteste di strada che hanno investito la Grecia in crisi profonda possono infuocarsi in un’escalation di violenza e nella ribellione e il governo greco potrebbe perdere il controllo, riferisce la Bild. Il giornale ha detto che il report della CIA parla di un possibile colpo di stato se la situazione dovesse diventare più seria e se andasse fuori controllo." Fortunatamente, avendo assistito agli scontri lampo di Atene nello scorso anno e alle rivoluzioni del Medio Oriente e del Nord Africa 2011, il mercato si sta desensibilizzando a questo genere di cose, e ci vorrebbe almeno un’invasione della Grecia da parte della Turchia dovuta a un errore di battitura, con l’idea umanitaria di re-insediare l’Impero ottomano 2.0, per smuovere il rapporto tra euro e dollaro di più dello 0,01%.

Ancora:

I partiti dell’opposizione hanno per la maggior parte rifiutato di sostenere il governo nel proposito di tagliare la spesa per mettere in ordine il sovradimensionato settore pubblico; l’aumento delle privatizzazioni annunciate questa settimana ha provocato ancora maggiori proteste.

Nel frattempo, il Ministro delle Finanze olandese ha riferito che il suo paese, la Germania, la Finlandia e altri membri dell’UE non daranno altri fondi di salvataggio alla Grecia, se questa nazione oberata dal debito fallirà nell’adozione di ulteriori misure di contenimento della spesa.
Jan Kees de Jager ha detto sabato che "è vitale che la Grecia rispetti pienamente" le condizioni fissate dal Fondo Monetario Internazionale così da poter ricevere la prossima
tranche del prestito di salvataggio di 110 miliardi di euro accordata lo scorso anno, come riportato dall’Associated Press.
Lo scorso anno, mentre la crisi finanziaria colpiva la Grecia, la
Bild riuscì a pubblicare il suggerimento di un politico conservatore secondo cui Atene avrebbe potuto vendere alcune delle sue tante isole per pagare il debito.

Cosa potrà ancora succedere: un report della CIA che suggerisce alle autorità monetarie di far schizzare in alto i prezzi del cibo per provocare le rivolte nel Nord Africa?

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Fonte: http://www.zerohedge.com/article/cia-warns-greek-military-coup-rebellion-if-austerity-intensifies

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



PERCHE’ I FORCAIOLI DI MLADIC SBAGLIANO SU TUTTA LA LINEA

mag 31st, 2011 | By admin | Category: News

DI

GABRIELE ADINOLFI
noreporter.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il generale Mladic – dicono in molti – non avrà ucciso a Srebrenica tutte le persone di cui lo hanno accusato, le prove del massacro saranno pure una messa in scena del team Clinton, come è ormai palese, ma egli non è uno stinco di santo e di sicuro qualcuno avrà ammazzato. Quindi, dicono gli stessi, poco male se viene sequestrato, estradato e sicuramente condannato da una corte internazionale. In fin dei conti se lo merita. D’altronde è uno slavo, quindi feroce; e figurarsi quanto può essere stato cattivo in una guerra civile che è stata anche scontro etnico e religioso. Dunque ora che paghi il fio! Prove di colpevolezza? Cosa contano mai. In fin dei conti era un uomo di guerra e in guerra si uccide di sicuro.
Non appartiene ai buoni, ergo i civili, le donne, gli anziani, i bambini che siano stati vittime eventuali delle sue truppe non sono “effetti collaterali di interventi umanitari” come quelle che la Nato continua a mietere in tutti gli scenari possibili e che non hanno, loro, lo status di vittime.
Perché questo accade nel mondo globalizzato dalla democrazia biblica in salsa americana, fatta di eletti e di sottouomini: ci sono vittime da vendicare e vittime da dimenticare, ci sono massacri di serie A e massacri che non debbono avere alcuna eco.
Non conta se si è o meno
Ma quelli che “qualcosa avrà pur fatto” si sono posti almeno uno dei quesiti principali?
Il primo riguarda il diritto in assoluto, ovvero il diritto del “mostro”.
Ha massacrato? Ha ordinato massacri? Ha comandato o effettuato pulizie etniche? Non ce lo si chiede neppure più. L’accusa è stata formalizzata con un falso, il falso è comprovato ma questo, lo sappiamo, non interessa il Tribunale dell’Aja e men che meno i nostri pacifici giustizieri di salotto.
Siamo oramai giunti a questo. Non conta definire se qualcuno è colpevole di qualcosa: è sufficiente che il “mostro” abbia il profilo adatto. E, chiaramente, che sia un vinto.
In tal caso non ha e non deve avere alcuna garanzia. Può essere processato più e più volte, calpestando ogni codice, come accadde al capitano Priebke, condannato infine per responsabilità che non gli potevano assolutamente competere, o al funzionario francese Bosquet, condannato per “collaborazione” e segregato ottuagenario con tanto di revoca della grazia presidenziale.
E puoi persino essere giudicato come criminale nazista in Israele ed essere colà assolto da un tribunale ebraico e poi ti arresta qualcun altro, com’è accaduto al vecchio Demianiuk.
Se sei vinto, e dalla parte dannata, le regole del codice non esistono. E se poco poco le accuse pretestuose si rivelassero così deboli e il processo così imbarazzante per l’accusa, ecco che al vinto può sempre accadere di morire provvidenzialmente in detenzione, come è accaduto a Milošević.
Chi processa Mladić?
La giustizia dovrebbe essere fine di ogni uomo degno e libero; la giustizia a prescindere dalla simpatia per l’individuo o per la causa di chi ne viene privato: è la ragione per cui mi sono sempre schierato per costui, anche se mio avversario, che si trattasse degli arrestati del 7 aprile, della Baraldini o di Strauss-Kahn, o anche se non vi fossero implicazioni politiche dirette, come nei casi di Parlanti e Busco. Non si può perseguire l’utopia iniqua di una giustizia di parte, come fanno certi giurati salottieri nostrani: o c’è o non c’è, e quando non c’è non esiste società in cui valga vivere.
L’ingiustizia è ancor più insopportabile quando viene scientemente commessa sui vinti, che siano italiani, tedeschi o giapponesi o che si chiamino piuttosto Ceauşescu o Mladić anziché Papadopulos.
Non esiste uomo libero e degno che non sia disposto a difendere i diritti dei vinti.
Non perché si sia dalla parte loro, che non è indispensabile, non perché si preferisca obbligatoriamente la loro causa a quella dei loro nemici. Rammento Maître Vergès, avvocato di sinistra, quando assunse la difesa disperata del tedesco Barbie, anch’egli processato e condannato cinquant’anni dopo – e senza prove di delitto – per aver militato dalla parte sbagliata. Vergès contestò ai tribunali francesi il diritto di giudicare qualcuno per “crimini contro l’umanità”, visto che allo stesso tempo in cui esercitava Barbie, i francesi gettavano vivi negli altiforni i nazionalisti algerini.
E qui c’è da porsi la seconda domanda. Chi osa processare Mladić? Gli uomini e le istituzioni dei “bombardamenti umanitari”, dei genocidi in America, della rapina intensiva di braccia e di vite africane, della duplice strage atomica in Giappone, dei bombardamenti al fosforo e al napalm?
Chi osa? E in nome di che? E come sceglie chi processare e chi no?
Perché mai l’eccidio probabilmente inesistente di Srebrenica, se avesse avuto luogo sarebbe un crimine contro l’umanità e non lo sono invece quelli dei kosovari sui serbi? Perché non si processano i narcopadrini del Kosovo che, protetti dalla cintura dei militari europei, hanno strangolato migliaia di civili, li hanno sezionati e hanno fatto commercio dei loro organi?
Chiedersi perché è pura retorica. Conta solo da che parte si sta e su che gradino della scala del crimine organizzato.
Chi sì e chi no
Si replicherà che quello non giustifica questo. Che i crimini degli altri non riscattano i tuoi. Che è giusto e necessario che chi ha commesso crimini su popolazioni inermi sia processato e condannato.
In linea di principio diciamo di sì. Ma allora che si processino anche i crimini dei vincitori, come ebbe a dire chiaramente Léon Degrelle. E che si processino innanzitutto i propri.
Ora io sarò forse in possesso di dati limitati, ma mi risulta che a processare e a condannare a morte propri uomini per crimini di guerra siano stati solo i tedeschi, che hanno impiccato alcuni soldati per esazioni sul fronte dell’est e hanno persino fucilato, sul fronte dell’ovest, due SS sospettate di aver abusato sessualmente di una contadina. Il che mentre i buoni avanzavano per marocchinate da sud e per genocidi da est. Marocchinate e genocidi che hanno avuto in premio non corde o pallottole, ma decorazioni e brillanti carriere.
Rammento anche lo scandalo di una strage compiuta da una pattuglia americana in un villaggio viet.
Il sergente che si macchiò del crimine – vari assassinati tra cui una contadina cui fece esplodere l’utero – fu condannato alla degradazione e alla sospensione e trascorse qualche mese ai domiciliari.
E sono quelli che trattano così i propri uomini a decidere chi processare e chi no.
Così come decidono quali popolazioni bombardare “umanitariamente” semplicemente perché i loro leader, che si chiamino Gheddafi o Milošević, hanno osato reagire a insurrezioni armate mentre, per le stesse ragioni, aiutano invece un Karzai, magari assassinando migliaia di civili per “effetti collaterali”.
La logica di Norimberga
D’altronde questa logica, che si ripercuote su L’Aja, fu formalizzata nell’immediato dopoguerra durante il Processo di Norimberga.
Lì molti imputati vennero giudicati per delitti retroattivamente concepiti. Vale a dire per reati che non erano tali quando furono o sarebbero stati commessi.
Senpre lì fu definito in modo disinvolto che le responsabilità individuali potevano essere attrbuite anche a chi non ne aveva per gerarchia o per grado.
Ma ciò che più fa urlare allo scandalo è l’introduzione del principio di non reciprocità.
Che significa semplicemente questo: i tedeschi non potevano invocare a propria difesa l’esistenza di crimini nemici analoghi o identici a quelli imputati loro, né per giustificare una propria reazione, né per richiedere che fossero processati anche i nemici.
I quali, en passant, addebitarono loro anche alcune delle loro stragi, come quella di Katyn.
Insomma definirono ufficialmente il diritto del vincitore di processare e di condannare il vinto, a prescindere dai diritti del vinto, senza che il vincitore avesse o abbia a rispondere del suo operato.
E da Norimberga a L’Aja non è cambiato nulla, solo il colore politico e la nazionalità dei processati.
Il verbo dell’attualità
Una grande e violenta ipocrisia.
Mladic sarà dunque capro espiatorio; lo sarà perché i suoi se lo sono venduto: l’otto settembre non è prerogativa italica. Se lo sono venduto in cambio dell’accettazione nell’Unione Europea che in questi anni non ha fatto altro che alzare i paletti nelle trattative con la Serbia che, a differenza del narcostato dei sanguinari kosovari, doveva e deve sempre dimostrarci qualcosa.
Come se dodici anni fa non avessimo bombardato noi Belgrado, ma fossero stati loro a bombardare noi. Come se non avessimo ancora le mani lorde del loro sangue, della loro strage, per giustificare la quale venne utilizzata proprio la montatura poi smascherata del “massacro” di Srebrenica.
E quando dico noi, intendo proprio noi, perché fornimmo le basi – e anche qualche pilota – per quella prolungata carneficina, esattamente con il medesimo servilismo sanguinario con cui le stiamo lasciando utilizzare per sterminare la popolazione libica.
Mi rendo conto che nessun politico avrebbe avuto più il coraggio di rifiutarle dopo che la loro non concessione ai terroristi alati di stampo atlantico in occasione della guerra del Kippur costò le vite di Carrero Blanco prima e di Moro poi.
Io servo, tu servi, egli bombarda, noi ci pieghiamo, voi applaudite, essi rapinano.
Così si coniuga il verbo dell’attualità politica che però, poi, pretende di sublimarsi in una parodia satanica di giustizia.
Che diritto internazionale?
Accuse costruite e architettate, assenza di garanzie giuridiche per il “mostro” designato, iniquità di trattamento tra delitto e delitto, indegnità storica e morale di chi impone il giudizio.
Questi argomenti sono già più che sufficienti per prendere partito. Ma ce n’è ancora un altro.
Cos’è questa corte internazionale? Che autorità giuridica e morale ha – essa – di giudicare chicchessia? In nome di quale diritto parla? In nome di una globalizzazione di diritto WASP. Globale perché? Globale per chi? Ma dove sta scritto che gli americani e quelli che li imitano abbiano il diritto di definire leggi e costumi per tutto il mondo, stritolando e rigettando tutte le specificità latine, germaniche, slave, ottomane, saracene, cinesi, giapponesi,mongole, amerinde, vichinghe? Rispetto alle quali, tutte, perdono il confronto in modo imbarazzante.
Sta scritto sì, ma nei rapporti di forza. E’ la forza dei gangsters che fa gli USsA.
Alla forza ci si può anche piegare e si può allora accogliere serenamente il famoso monito "Vae Victis". Ma non si contrabbandi la prepotenza con lo ius che con questo non c’entra affatto.
Liberissimi – quelli che vogliono – d’inginocchiarsi davanti ai potenti e di scodinzolarci intorno sperando che gettino loro qualche osso da spolpare. Ma non siano ipocriti, non ci provino a mistificare la realtà e soprattutto non ci vengano a dare lezioni.
I criminali, innocenti ma anche colpevoli, di fronte al loro spettacolo sono giganti.
Il loro modello internazionale, invece, nella sua feroce e ipocrita mediocrità, nella sua meschina vigliaccheria, è pura oscenità.
E nella sua oscena parodia di giustizia è satanismo allo stato puro.

Gabriele Adinolfi
Fonte: http://www.noreporter.org/



L’ESPANSIONE MILITARE AMERICANA FINANZIATA DALLE BANCHE CENTRALI STRANIERE

mag 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

MICHAEL HUDSON
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una grande quantità di surplus di dollari si sta riversando nel resto del mondo. Le banche centrali hanno riciclato questo afflusso di dollari per l’acquisto di titoli del Tesoro americano, che servono a finanziare il deficit di bilancio federale degli Stati Uniti. Alla base di questo processo è il carattere militare del deficit dei pagamenti Usa e il disavanzo del bilancio federale nazionale. Per quanto strano possa sembrare e irrazionale, come lo sarebbe in un sistema più logico della diplomazia mondiale, l’ "eccedenza di dollari" è ciò che finanzia la solidità globale militare americana. Essa costringe le banche centrali straniere a sostenere i costi di un impero militare americano in espansione: una reale "taxation without representation".
Mantenere delle riserve internazionali in "dollari" indica il riciclaggio degli afflussi di dollari per comprare buoni del Tesoro USA, vale a dire, il debito pubblico USA che è emesso in gran parte per finanziare l’esercito.
Ad oggi, i Paesi sono assoggettati in uno stato d’impotenza nel difendersi contro il fatto che questo finanziamento obbligatorio della spesa militare degli Stati Uniti è integrato nel sistema finanziario globale. Gli economisti neoliberali plaudono a questo come ad un "equilibrio", come parte della natura economica e del "libero mercato", invece della diplomazia a mani nude brandita con crescente aggressività da parte dei funzionari degli Stati Uniti.
I mass media fanno eco, spacciando il riciclaggio dell’eccesso di dollari per finanziare la spesa militare degli Stati Uniti come dimostrazione della loro fede nella forza economica degli Stati Uniti con l’invio dei "loro" dollari quì per "investire". È come se si trattasse di una scelta e non di una costrizione finanziaria e diplomatica per scegliere solo tra "Sì" (dalla Cina, a malincuore), "Sì, per favore" (dal Giappone e Unione Europea) e "Sì, grazie" (da Gran Bretagna, Georgia e Australia).
Non è "la fede straniera nell’economia degli Stati Uniti" che porta gli stranieri a "mettere i loro soldi quì". Questa è una stupida foto antropomorfa di una più sinistra dinamica. Gli "stranieri" in questione non sono i consumatori che acquistano le esportazioni degli Stati Uniti, né sono "investitori" del settore privato che comprano azioni e obbligazioni USA. I soggetti stranieri più grandi e importanti che mettono "i loro soldi" quì sono le banche centrali e non sono assolutamente "i loro soldi". Rimandano solo indietro i dollari che gli esportatori esteri e altri destinatari consegnano alle loro banche centrali in cambio della valuta nazionale.
Quando il deficit di pagamenti degli Stati Uniti pompa dollari nelle economie estere, a queste banche non viene data molta scelta se non comprare buoni del Tesoro USA e le obbligazioni che il Tesoro spende per finanziare un enorme, ostile apparato militare per circondare i principali riciclatori di dollari: la Cina, il Giappone e gli arabi produttori di petrolio dell’OPEC. Eppure questi governi sono costretti a riciclare gli afflussi di dollari in modo da finanziare le politiche militari statunitensi nella cui formulazione non hanno alcuna voce in capitolo e che si fanno sempre più bellicose.
Per questo la Cina e la Russia ha assunto la guida nel formare la Shanghai Cooperation Organization (SCO) alcuni anni fa.
In Europa vi è una chiara consapevolezza che il disavanzo dei pagamenti degli Stati Uniti è molto più grande del solo deficit commerciale. Il deficit non deriva soltanto dai consumatori che acquistano beni importati più di quanto esportano gli Stati Uniti in conseguenza della deindustrializzazione della sua economia da parte del settore finanziario. Le importazioni statunitensi ora precipitano contraendo l’economia, e i consumatori si trovano obbligati a pagare il debito che hanno contratto.
Il Congresso ha detto agli investitori stranieri del più grande possessore di dollari, la Cina, di non comprare nulla, tranne forse concessionarie di auto usate e probabilmente più pacchetti di mutui confezionati e azioni Fannie Mae [Federal National Mortgage Association, FNMA, nota comunemente come Fannie Mae, è un’impresa privata con status di public company con supporto governativo. È specializzata nell'emissione di mutui e nella loro rivendita nel mercato secondario. NdT]. Questo è l’equivalente degli investitori giapponesi che sono guidati nello spendere un miliardo di dollari per il Rockefeller Center, su cui successivamente hanno subìto un cento per cento di perdita, e gli investimenti sauditi in Citigroup. Questo è il tipo di "equilibrio internazionale" che i funzionari americani amano vedere. "CNOOK go home" è il motto quando si tratta di seri tentativi da parte dei governi stranieri e dei loro fondi sovrani (e i servizi della banca centrale che cercano di capire cosa fare con il loro eccesso di dollari) per effettuare investimenti diretti nel settore industriale americano.
Così ci ritroviamo con la misura in cui il deficit dei pagamenti Usa deriva dalla spesa militare. Il problema non è solo la guerra in Iraq, ora estesa a Afghanistan e Pakistan. E ‘il dispendioso accumulo di basi militari americane in Asia, Europa, Paesi post-sovietici e del Terzo Mondo. L’amministrazione Obama ha promesso di rendere l’importo effettivo di questa spesa militare più trasparente. Ciò significa, presumibilmente, la pubblicazione di una nuova serie di cifre della bilancia dei pagamenti e delle statistiche del bilancio federale interno.
La spesa militare è molto simile a un sovraccarico di debito, che assorbe le entrate provenienti dalla economia. In questo caso a pagare è il complesso militare-industriale, non solo le banche di Wall Street e altre istituzioni finanziarie. Il deficit del bilancio federale nazionale non deriva solo da un "traino” che dà via somme enormi per creare una nuova oligarchia finanziaria, esso racchiude una enorme componente militare in rapida crescita.
Così gli europei e gli asiatici vedono le aziende statunitensi pompare dollari sempre più nelle loro economie, non solo per comprare le loro esportazioni in eccesso fornendo loro prodotti e servizi in cambio, e non solo per acquistare le loro aziende e i "ponti di comando" delle imprese pubbliche privatizzate senza dar loro diritti reciproci di acquistare importanti aziende statunitensi (ricordiamo il rigetto degli Stati Uniti del tentativo della Cina di entrare nel business della distribuzione di petrolio degli Stati Uniti), e non solo per comprare azioni estere, obbligazioni e immobili.
I media statunitensi in qualche modo trascurano di dire che il governo americano sta spendendo centinaia di miliardi di dollari all’estero, non solo in Medio Oriente per il combattimento diretto, ma per costruire enormi basi militari tese a circondare il resto del mondo, per installare sistemi radar, sistemi missilistici guidati e altre forme di coercizione militare, compreso le "rivoluzioni colorate" che sono state e sono ancora finanziate in tutta l’ex Unione Sovietica. Quelle di bancali confezionati pieni di biglietti da cento dollari, raggiungendo fino a decine di milioni di dollari alla volta, sono diventate "immagini" familiari su alcune trasmissioni televisive, ma il loro nesso non è fatto con la spesa militare e diplomatica degli Stati Uniti e le riserve in dollari delle banche centrali straniere, bensì semplicemente con la "fede meravigliosa nella ripresa economica degli Stati Uniti" e, presumibilmente, la "magia monetaria" in fase di elaborazione da parte della Wall Street di Tim Geithner al Tesoro e di "Helicopter Ben" Bernanke alla Federal Reserve.
Ecco il problema: la Coca-Cola Company ha recentemente tentato di acquistare il più grande produttore e distributore di succhi di frutta in Cina. La Cina detiene già quasi duemila miliardi di dollari in titoli americani, molto più di quanto ha bisogno o può utilizzare in quanto il governo degli Stati Uniti rifiuta di farle acquistare società statunitensi di una certa importanza. Se all’acquisizione degli Stati Uniti fosse stato permesso di essere conclusa, questo avrebbe posto la Cina di fronte a un dilemma:

La scelta n° 1 sarebbe di consentire la vendita e accettare il pagamento in dollari, reinvestendoli in ciò che il Tesoro degli Stati Uniti dice di fare. Con i buoni del Tesoro Usa che cedono circa l’uno per cento, la Cina subirebbe una perdita di capitale quando i tassi di interesse negli Stati Uniti aumentano o quando il dollaro scende, in quanto solo gli Stati Uniti stanno portando avanti politiche keynesiane espansive nel tentativo di consentire alla propria economia di contenere il suo debito generale.
La scelta n° 2 sarebbe quella di non riciclare l’afflusso di dollari. Ciò porterebbe il Renminbi a salire nei confronti del dollaro, erodendo la competitività delle esportazioni cinesi sui mercati mondiali.

Così la Cina ha scelto una terza via, che ha sollevato le proteste degli Stati Uniti. Ha bloccato la vendita della sua tangibile società in cambio solo di dollari "di carta", che andava bene con la "scelta" di finanziare ulteriormente l’accerchiamento militare statunitense della SCO. Le uniche persone che sembrano non accorgersi di questa connessione sono i mass media americani, e quindi l’opinione pubblica degli USA. Vi posso assicurare per esperienza personale, che essa è invece compresa in Europa. (Ecco una buona domanda diplomatica da discutere: quale sarà il primo Paese europeo oltre alla Russia ad aderire alla SCO?)
I libri di testo accademici non hanno nulla da dire su come l’"equilibrio" nei movimenti di capitali esteri, così speculativo come gli investimenti diretti, sia infinito quando vi è interessata l’economia americana. Essa può creare liberamente dollari, ora che essi non sono più convertibili in oro o in acquisti di aziende statunitensi, in quanto l’America rimane l’economia più protetta del mondo. Soltanto l’economia americana si è permessa di proteggere la sua agricoltura contingentando l’importazione, continuando ad applicare delle vecchie "clausole di salvaguardia" del commercio mondiale di mezzo secolo fa.
Il Congresso rifiuta di lasciare che fondi "sovrani" investano in importanti settori degli Stati Uniti. Quindi siamo di fronte al fatto che il Tesoro degli Stati Uniti preferisce che le banche centrali straniere mantengano il finanziamento del disavanzo di bilancio nazionale, il che significa finanziare il costo della guerra americana in Medio Oriente e l’accerchiamento dei Paesi stranieri con anelli di basi militari. I maggiori investitori statunitensi di "capitale in uscita" spendono per acquistare nei settori più redditizi delle economie straniere, dove i nuovi proprietari americani sono in grado di trarre le più alte rendite monopolistiche, la cui maggior parte finisce nelle banche centrali estere per sostenere l’espansione militare globale dell’America.
Nessun libro di testo di teoria politica e relazioni internazionali ha suggerito assiomi per spiegare come le nazioni agiscono in un modo così avverso per i propri interessi politici, militari ed economici. Eppure questo è proprio ciò che è accaduto per la generazione passata.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24267
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI
Anteprima di un capitolo di Michael Hudson nell’ultimo libro di Global Research, "La crisi economica globale: La grande depressione del XXI secolo"



IL BOMBARDAMENTO DI MISURATA CON LE BOMBE CLUSTER È STATO COMPIUTO DALLE FORZE ARMATE USA E NON DA GHEDDAFI

mag 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

HUMAN RIGHT INVESTIGATIONS
Global Research

L’indagine in corso dall’HRI sui bombardamenti dell’11 aprile su Misurata con le bombe a grappolo ha trovato prove convincenti del fatto che il bombardamento è stato compiuto dalle forze navali USA.
Il bombardamento di Misurata

Il 15 aprile del 2011, durante il giorno, a Misurata sono state mostrate agli uomini di Human Rights Watch (HRW) e a C.J. Chivers, un giornalista del New York Times, alcune sotto-munizioni di una bomba a grappolo MAT-120.
In quel pomeriggio, durante gli scontri tra i ribelli e le forze lealiste, il personale di Human Rights Watch ha assistito all’atterraggio di un gruppo di 3 o 4 ordigni nelle aree residenziali di Misurata. HRW ha assistito agli effetti di quei bombardamenti.

In questi attacchi sono stati uccisi dei civili e l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha condannato “il ripetuto utilizzo delle bombe a grappolo e degli armamenti pesanti da parte delle forze del governo libico nel loro tentativo di riguadagnare il controllo della città assediata di Misurata.”

Ha anche riportato che una bomba a grappolo potrebbe essere esplosa a un centinaio di metri dall’ospedale di Misurata dove altri due pazienti sembravano essere stati colpiti da proiettili di mortaio o dal fuoco dei cecchini: “Usare armamenti imprecisi come sono le bombe a grappolo, i lanciarazzi multipli, i mortai e altri tipi di armamento pesante nelle aree urbane affollate ha come conseguenza inevitabile il ferimento dei civili.”

La corsa nel giudicare

Sia HRW che C.J. Chivers hanno subito attribuito questi attacchi al regime di Gheddafi e la notizia è andata su tutte le prime pagine dei giornali e dei notiziari televisivi in tutto il mondo.

Ecco la copertura della notizia data da HRW e del New York Times:

Il report di Human Rights Watch del 15 aprile durante il quale le forze di Gheddafi hanno sparato armamenti a grappolo è stato verificato

Il report di CJ Chivers del 15 aprile, ‘Le truppe di Gheddafi sparano le bombe a grappolo nelle zone abitate’

Fred Abrahams sul programma della BBC, Radio 4 Today, del 16 Aprile del 2011

In risposta alla domanda del perché quelle munizioni, che fanno parte dell’arsenale NATO, fossero state sparate dai libici invece che dalle forze NATO, Fred Abrahams ha detto: "Perché il MAT-120 è sparato dal mortaio e la NATO non ha truppe sul terreno."

Quando è stata informata del fatto che le bombe a grappolo erano state rinvenute a Misurata, la reazione di Hillary Clinton è stata: “È una notizia preoccupante. Ed è uno dei motivi per cui la battaglia di Misurata è così impegnativa, perché è uno scontro ravvicinato, si svolge in un’area urbana e ciò crea molti problemi alla NATO e all’opposizione.”

La bomba a grappolo MAT-120 può essere sparata dalle forze navali

L’armamento MAT-120 viene in effetti lanciato da un mortaio, ma è un armamento pesante di un tipo che può essere usato anche in specifici sistemi d’arma che sono montati su una torretta.

Ecco un sistema AMOS su un CB-90 in azione:

Armi scelte per le Operazioni Speciali

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=LqsxrNexjkY

La combinazione del munizionamento del MAT-120 col Combat Boat 90H viene considerato ideale per il sostegno del fuoco negli ambienti urbani e l’unico tra i sistemi d’armamento in dotazione alla coalizione che può essere usato in queste operazioni.

Come ha riferito nel giugno del 2007 il capitano Evin H. Thompson, Comandante del Gruppo Speciale Navale da Combattimento Four, in relazione alla specifica domanda sull’utilizzo della marina USA dei sistemi d’armamento CB90-H e AMOS (che sparano il MAT-120), “gli Amos o armamenti simili – installati nelle mie imbarcazioni a segnale ridotto – offrono alle operazioni speciali e alla nostra marina la possibilità di essere clandestinamente in un luogo offrendo la capacità di agire se le circostanze lo permettono.”

La Squadra Speciale di Soldati da Combattimento del Gruppo Speciale della Marina USA è specificamente addestrata alle scorrerie notturne e al supporto ravvicinato per le unità SEALS nelle acque costiere e inoltre possiede una flotta di CB-90.

La NATO ammette il bombardamento di Misurata

Nel periodo in cui questi ordigni sono state utilizzati era in corso un aspro combattimento tra le forze ribelli e quelle lealiste, mentre le forze della coalizione stavano fornendo il fuoco di sostegno e altri servizi speciali ai ribelli per prevenire che i lealisti riprendessero il controllo della città, cosa che veniva considerata come la fine dell’ultimo caposaldo dei ribelli nella Libia occidentale.

Il nostro aggiornamento sul bombardamento di Misurata ci mostra che la NATO ha ammesso di aver bombardato usando “alcuni armamenti” all’interno della città di Misurata.

Le informazioni scorrette della vendita dei MAT-120 alla Libia da parte della Spagna

Abbiamo scoperto che l’informativa secondo cui Instalaza, il produttore spagnolo del MAT-120, avrebbe ammesso di aver venduto queste armi alla Libia era priva di fondamento. Infatti Instalaza ha negato di averle vendute alla Libia.

Le munizioni rinvenute a Misurata erano datate 2007 (lotti 02/07 e 03/07) e il governo spagnolo ha interrotto le concessioni per le esportazioni di armi l’11 giugno del 2008.

I falsi report secondo cui queste munizioni erano state vendute alla Libia sono sbagliati a causa di un errore di lettura dei dati delle esportazioni che sono elencate nel documento emesso dal governo spagnolo, e questo errore è stato riportato dai media fino alla pubblicazione di un articolo apparso su Solidaridad il 15 settembre del 2008. È probabile che gli organizzatori del bombardamento di Misurata conoscessero questi report e hanno così creduto che la Libia possedesse i MAT-120.

I documenti del governo spagnolo mostrano le licenze concesse dalla Spagna nel 2007 per l’esportazione in Libia di armi della categoria 4, che comprende bombe e missili, e un’esportazione fu in effetti conclusa per questa categoria nel 2008. L’ammontare del valore delle tre licenze del 2007 era di 3,823,500 euro e le effettive esportazioni hanno riguardato due licenze per 3,839,210 euro nel 2008. Non ci sono dettagli in questi report su queste spedizioni e da cosa erano composte o su quali fossero le compagnie (anche se i dettagli sono stati forniti separatamente per gli equipaggiamenti bi-uso nel 2008, radar e materiale di laboratorio).

Delle nazioni a cui la Spagna ha venduto munizioni di categoria 4 nel 2007 e nel 2008, solamente tre sono coinvolte nel conflitto libico e non hanno aderito al trattato sulle bombe a grappolo: queste nazioni sono la Libia, il Qatar e gli Stati Uniti. Ma tutti si sono precipitati ad incolpare la Libia in base agli errori di lettura di questo report.

Comunque, l’analisi dei documenti ufficiali del governo spagnolo dimostra che la compagnia spagnola Instalaza non ha esportato armamenti a grappolo in Libia nel 2007/08.

Infatti il MAT-120, essendo un proiettile di un mortaio, è un armamento di categoria 3 (munizione), non una categoria 4 (bomba) e la Spagna non ha esportato armamenti di categoria 3 in Libia nel 2007 o nel 2008. Quindi le bombe esportate dalla Spagna in Libia nel 2008 non erano i MAT-120 ma qualcos’altro. La Spagna ha invece esportato armamenti di categoria 3 negli Stati Uniti.

Qui sotto abbiamo un estratto da un Documento Ufficiale del Ministero spagnolo sulle esportazioni del 2007 che mostra come siano suddivisi i vari articoli:

DESCRIZIONE DEI 22 ARTICOLI PRESENTI NELLA LISTA DEL MATERIALE PER LA DIFESA (DECRETO REALE 1782/2004 DEL 30 LUGLIO)

2 Armi leggere senza elica in canna con un calibro di 20 mm o superiore:
Armi da fuoco (inclusi pezzi d’artiglieria), fucili, howitzers, cannoni, mortai, armi anti-carro, lancia proiettili, lanciafiamme, fucili senza rinculo, attrezzature per la riduzione dei segnali, fumo militare, proiettori o generatori di gas o pirotecnici e strumenti per la visibilità.

3 Armamenti, ordigni e componenti
Munizioni per le armi soggette al controllo degli articoli 1, 2 o 12. Congegni per la regolazione delle micce che includono custodie, collegamenti, bandelle, erogatori di potenza dalla forte uscita, sensori, sottomunizioni.

4 Bombe, siluri, razzi, missili
Bombe, siluri, granate, candelotti fumogeni, razzi, mine, missili, bombe anti-sommergibili, cariche per le demolizioni, ordigni “pirotecnici”, cartucce e simulatori, granate fumogene, bombe incendiarie, ugelli per i missili, ogive per i veicoli da rientro.

Queste categorie, usate nello documento ministeriale sono in linea con quelle elencate nell’Elenco Comune delle Attrezzature Militari dell’Unione Europea.

Questo significa che l’affermazione secondo cui il MAT-120, l’armamento sparato dal mortaio, era stato esportato in Libia dalla Spagna si è basata su un errore di lettura del documento. Infatti, seguendo il Report, la Libia non poteva essere fornita di MAT-120.

Dei paesi a cui sono stati effettivamente esportati armamenti di categoria 3 nel 2007 e nel 2008 (dopo la data di produzione delle bombe rinvenute a Misurata e prima che il governo spagnolo non vietasse l’esportazione) solo il seguente paese non ha firmato la Convenzione contro le Bombe a Grappolo ed è coinvolto nel conflitto in Libia: gli Stati Uniti d’America.

Le tracce dei sistemi d’armamento

Un numero limitato di sistemi d’arma può essere utilizzato per sparare il MAT-120 e tra questi c’è il Combat Boat 90H (CB-90), costruito negli USA, con il sistema AMOS a bordo che è prodotto su licenza negli Stati Uniti da AAI Corp.

La leadership degli Stati Uniti approva in pieno gli armamenti a grappolo

Gli USA si sono rifiutati di firmare la Convenzione contro gli Armamenti a Grappolo e queste armi fanno solitamente parte del loro arsenale in cui è presente una dotazione veramente consistente di queste bombe.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha detto che le bombe a grappolo sono considerate dagli USA “armi legittime con un’evidente utilità militare.”

Infatti, il Segretario Gates ha firmato il 9 luglio del 2008 la specifica secondo cui tutte le bombe a grappolo nell’arsenale USA devono essere del tipo simile alle M-120 entro il 2018.

Mentre Richard Kidd, Direttore dell’Ufficio per la Diminuzione e la Rimozione degli Armamenti del Dipartimento di Stato, ha scritto il 28 aprile del 2008 in “Is There a Strategy for Responsible U.S. Engagement on Cluster Munitions?”:

“Gli armamenti a grappolo sono presenti nell’inventario degli USA per essere a disposizione per l’utilizzo di tutti i velivoli da combattimento, fanno parte integrante di ogni elemento di manovra della Marina o dell’Esercito e in qualche caso costituiscono più del 50 per cento di sostegno al fuoco tattico indiretto.”

E ancora, il presunto crimine di guerra del bombardamento di Misurata è stato anche usato dal Segretario di Stato Hillary Clinton e da altre autorità per giustificare l’escalation del conflitto in Libia.

Le operazioni della coalizione a Misurata

Il 14 aprile, il Segretario Generale della NATO, Rasmussen, ha confermato che l’Ammiraglio Stavridis aveva riferito ai ministri degli esteri che le forze di Gheddafi erano all’interno dei aree abitate e che “per evitare il ferimento dei civili c’era bisogno di equipaggiamento molto sofisticato.”

Il Combat Boat 90 degli Stati Uniti o qualcosa di simile può essere velocemente traslato usando un velivolo da trasporto USA in qualsiasi parte del mondo o nelle regioni vicine usando un nave di supporto.

Le navi principali della Marina USA coinvolte – che ad esempio, il 14 e il 15 aprile nel “supportare l’Operazione Protettore Unificato al largo delle coste libiche” erano attaccate al Gruppo Anfibio Kearsarge, Kearsarge (LHD-3) – erano nel porto della baia di Augusta in Sicilia durante le notti in cui Misurata è stata oggetto di bombardamento con le cluster bomb.

La prima nave è la USS Barry (DG-52), un cacciatorpediniere e con tutta probabilità proprio quello segnalato da CJ Chivers al largo di Misurata.

Qui abbiamo un USS Barry che già prima aveva sparato missili Tomahawk nelle operazioni in Libia:

Da notare che l’ufficiale al comando dell’USS Barry è di solito l’Ammiraglio James G Stavridis, particolarmente incline alla guerra informativa e al controllo di Internet.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=2UCt6To1n4U

L’USS Barry ha partecipato ad un’esercitazione (FLEETEX 2-94) che ha eseguito un’estrazione segreta da parte di una squadra dei SEAL nelle acque poco profonde al largo della costa della Carolina. L’USS Barry ha la sua base alla Stazione Navale di Norfolk in Virginia, che è anche la base di Eva H. Thompson, il comandante dell’Unità Speciale da Combattimento Four, che abbiamo già citato prima nell’apprezzamento dell’utilità del Combat Boat 90 e del sistema AMOS.

La seconda nave che ci interessa è il USS Ponce (LPD-15), una nave anfibia da trasporto Austin-class. Una nave anfibia da trasporto è un natante di guerra che imbarca, trasporta e sbarca sul terreno elementi delle forze armate per missioni e spedizioni di guerra. Quest’imbarcazione ha a bordo 851 uomini di servizio arruolati e 72 ufficiali.

Poco dopo l’operazione di Misurata, sia lo skipper che l’ufficiale al comando del USS Ponce, il Comandante Etta Jones e il Tenente Comandante Kurt Boenisch, sono stati sollevati dall’incarico.

La terza nave d’interesse è la USS Carter Hall (LSD-50), una landing ship dock che ha attraversato il canale di Suez il 13 aprile, per unirsi alle altre, il giorno prima del bombardamento di Misurata. Una landing ship dock è un tipo di imbarcazione anfibia progettata per supportare operazioni di questo tipo. Trasportano e lanciano natanti anfibi e veicoli con i loro equipaggi e il personale imbarcato. Generalmente questo personale è composto da marines e/o da forze speciali.

C’erano alcune unità che erano imbarcate su questi natanti, tra cui il 26th Marine Expeditionary Unit (Special Operations Capable) (26MEU) e il Naval Beach Group Two (NBG2), TACRON 21, Four and Helicopter Sea Combat Squadron TWO TWO (HSC-22).

Il comandante della task force era il Capitano Dan Shaffer, che era anche comandante della Task Force 65 (CTF-65) e del Destroyer Squadron 60 (DESRON60). È sotto il comando dell’Ammiraglio Stavridis.

Operando da un’imbarcazione anfibia per il trasporto, le forze coinvolte nelle operazioni notturne possono avere la sicurezza di non essere scoperte nell’usare queste armi.

Le forze che avrebbero confidato sull’uso di queste armi hanno incolpato il regime di Gheddafi, mentre la ricerca di chi ha organizzato quest’operazione ha dimostrato (in modo sbagliato) che il MAT-120 era un’arma posseduta dalla Libia.

Human Rights Investigations richiede:

1) una piena indagine sul possesso e l’uso di tutti gli armamenti a grappolo di tutte le forze coinvolte nel conflitto libico senza impunità per nessuno;

2) la sospensione del personale militare coinvolto durante le investigazioni e il procedimento per crimini di guerra;

3) una piena indagine delle autorità statunitensi;

4) che vengano svolte indagini anche dalle Nazioni Unite e da tutte le nazioni che partecipano alla coalizione dato che l’uso di queste armi nelle zone residenziali è una chiara violazione della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite e che “le persone che ritenute responsabili o complici degli attacchi contro la popolazione civile, anche con attacchi aerei e navali, dovranno risponderne”;

5) che tutti i membri della coalizione, inclusi gli USA, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti dichiarino l’utilizzo delle munizioni a grappolo e devono firmare la Convenzione sulle Munizioni a Grappolo;

6) la fine della "guerra delle informazioni" e della distorsione militare nel dibattito pubblico;

7) la fine dei continui bombardamenti in Libia che sono contrari allo spirito e agli intenti della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che aveva lo scopo di proteggere i civili e non quello di giustificare il bombardamento di aree residenziali, tanto meno quello di giustificare i crimini di guerra e il bombardamento con le bombe a grappolo delle città libiche.

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Fonte: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25004

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



NIENTE NUCLEARE, NIENTE PROBLEMI

mag 30th, 2011 | By admin | Category: News

LA GERMANIA DIMOSTRA CHE UN RAPIDO PASSAGGIO ALLE FONTI DI ENERGIA RINNOVABILE È POSSIBILE

di

Wilson Rickerson e Arne Jungjohann  

Entro quarant’anni, una delle maggiori economie mondiali sarà alimentata quasi interamente da energia eolica, solare, idroelettrica, geotermica e biomasse.

Stephen Lacey: Come dimostra la Germania, è assolutamente possibile avviare un’ampia penetrazione di energie rinnovabili eliminando gradualmente il nucleare. Con un deciso sostegno politico e sociale, un solido piano di incentivi per gli investimenti nelle energie pulite e un po’ di ‘creative thinking’ su come distribuire le risorse sul territorio, la Germania ha avviato un’importante trasformazione del settore energetico.
Di seguito, due profondi conoscitori dell’esperienza tedesca, Wilson Rickerson di Meister Consultants e Arne Jungjohann della Fondazione Heinrich Böll, spiegano come la Germania riuscirà a “ridurre, entro il 2020, le emissioni di carbonio del 40% rispetto ai livelli del 1990 (e dell’80% entro il 2050)”, facendo a meno del nucleare.

Nel corso degli ultimi anni, si è fatto un gran parlare di una ‘rinascita dell’energia nucleare’ a livello globale. Questo fino a ieri. Oggi, il tragico disastro di Fukushima ha suscitato preoccupati interrogativi circa gli standard di sicurezza delle centrali nucleari esistenti. In tutto il mondo sono state intraprese analisi sulla sicurezza dei reattori operativi. Negli Stati Uniti, la Nuclear Regulatory Commission (NRC) [agenzia indipendente del governo USA, si occupa di monitorare la sicurezza e la gestione delle centrali, ndt] pubblicherà entro tre mesi una valutazione sui 104 reattori attualmente in funzione. Nel frattempo, la Cina ha interrotto i processi per l’approvazione di nuove centrali e la Svizzera ha abbandonato i suoi piani di espansione nel campo del nucleare.

Tuttavia, allo stato attuale, la sicurezza non rappresenta l’unica preoccupazione legata al nucleare. L’aumento dei costi e la percezione del rischio, a livello finanziario, sono forti barriere per gli investimenti. Obama sostiene l’energia nucleare, tanto da averla inclusa nei suoi piani per il raggiungimento dell’80% di energia pulita entro il 2035. L’amministrazione USA ha anche triplicato i prestiti garantiti per il nucleare durante la presidenza Bush, portandoli a 54,3 miliardi di dollari. Eppure, nonostante queste forme di sostegno ‘federali’, le prospettive finanziarie sono cupe e numerosi progetti negli Stati Uniti sono stati rimandati o annullati. Le analisi suggeriscono come, anche prima della crisi di Fukushima, in uno scenario economico di libero mercato, senza un solido sostegno da parte del governo l’energia nucleare non fosse più competitiva.

Transizione o trasformazione? Benchmarking contro la Germania

I paesi di tutto il mondo hanno bisogno di energia rinnovabile e pulita. I cambiamenti climatici richiederanno, entro i prossimi decenni, un passaggio da un’economia caratterizzata da basse emissioni di carbonio. Sulla scia di quanto avvenuto a Fukushima, la domanda fondamentale è: “se non il nucleare, cosa?” Dal momento che i politici e gli operatori del settore in tutto il mondo continuano a prendere in considerazione il nucleare come possibile motore della transizione energetica, sarà utile che gli Stati Uniti definiscano le strategie che opporranno agli altri paesi.

La Germania, in particolare, sta seguendo un percorso che si distacca significativamente dalla consueta gestione delle politiche energetiche propria degli USA e delle altre nazioni. Invece che dedicarsi allo sviluppo dell’energia nucleare, il paese sta puntando con decisione sulle energie rinnovabili, combinate con nuove, innovative strategie per la gestione della rete elettrica. È interessante osservare come la Germania dipendesse dall’energia nucleare in misura molto maggiore di quanto non facciano ora gli Stati Uniti (circa il 30% del fabbisogno energetico nazionale, contro circa il 20% degli USA).

La portata dei cambiamenti che la Germania dovrà affrontare per raggiungere i suoi obiettivi sulle energie rinnovabili è senza precedenti. Nel settembre 2010, il governo conservatore guidato da Angela Merkel ha pubblicato il suo Energy Concept [linee guida sulle politiche energetiche nazionali, ndt], nel quale viene messo in evidenza il progetto di ridurre le emissioni di carbonio, entro il 2020, del 40% rispetto ai livelli del 1990 (e dell’80% entro il 2050), in parte grazie all’aumento della quota nazionale di elettricità rinnovabile, che supererà il 35% nel 2020 e arriverà all’80% entro il 2050. Entro quarant’anni, una delle maggiori economie mondiali sarà alimentata quasi interamente da energia eolica, solare, idroelettrica, geotermica e biomasse.

In concomitanza con lo slancio verso le energie rinnovabili, il governo tedesco si sta rapidamente ritirando dalle attività avviate nel settore del nucleare. In seguito al disastro di Fukushima, Berlino ha infatti annunciato uno shutdown di tre mesi per sette delle diciassette centrali del paese e una profonda revisione della sua strategia sul nucleare. Alcuni analisti ritengono che una graduale riduzione del nucleare in Germania impedirebbe al paese di raggiungere i suoi obiettivi climatici ed energetici a lungo termine. In realtà, La Germania è già ben avviata nel percorso di transizione da combustibili fossili ed energia nucleare alle energie rinnovabili, ed è verosimile che il disastro nucleare giapponese non faccia che accelerare il raggiungimento di questi obiettivi.

Entro il prossimo decennio: la progressiva eliminazione del nucleare in Germania

In Germania, a partire dall’incidente di Chernobyl, nel 1986, si è sviluppato un forte sentimento anti-nuclearista, che si è riflesso in a serie di limitazioni alle normative per l’introduzione dell’energia nucleare. Nel 2002 è stata approvata una legge che sancisce la cessazione dell’utilizzo di energia nucleare entro il 2022. Nel 2010, il governo Merkel ha confermato questa decisione in linea generale, estendendo però la durata della vita delle centrali di otto/dieci anni. Questa proroga, definita come una misura ‘ponte’, necessaria per un futuro di energie rinnovabili, non ha ottenuto molta popolarità presso il pubblico. Poco dopo l’incidente di Fukushima, il partito della Merkel (L’Unione Cristiano Democratica, CDU) ha perso una tornata elettorale ‘strategica’ nella regione del Baden-Württemberg. Molti hanno visto queste storiche elezioni come una sorta di referendum sull’energia nucleare, che ha sancito il passaggio del governo della regione, uno dei Land tedeschi più estesi e più importanti economicamente, nelle mani dei Verdi, dopo oltre sessant’anni di domino incontrastato della CDU.

A livello nazionale, i vari partiti tedeschi sono ora concordi sul fatto che si debba nuovamente accelerare il processo di eliminazione del nucleare. La domanda non è più se la Germania si libererà del nucleare, ma in quanto tempo ci riuscirà. Invece di disattivare le centrali poco dopo il 2030, le attuali proposte suggeriscono che lo shutdown venga completato tra il 2015 e il 2025.

Energia rinnovabile in Germania: la messa in atto di una rapida trasformazione

In vista della revisione definitiva sulle misure per l’eliminazione del nucleare, il Cancelliere Merkel si è incontrato con i governatori di 16 Land nell’aprile di quest’anno, per mettere a punto un piano per accelerare il passaggio del paese dal combustibile fossile e dall’energia nucleare alle fonti rinnovabili. Si tratta un evento di notevole portata, dato che il mercato delle energie rinnovabili in Germania è caratterizzato da una delle più rapide crescite al mondo.

Negli ultimo dieci anni, la Germania ha trasformato radicalmente il suo modo di produrre elettricità: dal 2000 al 2010, il paese ha incrementato la percentuale di elettricità rinnovabile dal 5 al 17%. I parametri definiti per legge sono stati raggiunti in anticipo sulle scadenze prefissate e il paese sembra avviato a superare nuovamente il proprio record entro pochi anni. Il precedente obiettivo energetico (30% di energie rinnovabili entro il 2020) è stato recentemente aggiornato dal National Renewable Energy Action Plan (NREAP) [programmi nazionali definiti in accordo con la Commissione Europea, ndt] ufficiale. Secondo il NREAP, la Germania prevede di poter soddisfare il 38% del suo fabbisogno di elettricità tramite le energie rinnovabili entro il 2020.

Sebbene l’energia idroelettrica e geotermica e il biogas giochino un ruolo importante nel ‘pacchetto rinnovabile’, le fonti di energia che verranno potenziate più rapidamente saranno quella solare e eolica. Secondo i progetti, il vento e il sole forniranno rispettivamente il 18% e il 7% dell’elettricità nazionale entro la fine di questa decade. Nonostante la Germania abbia ricevuto delle critiche per il sostegno ai sistemi fotovoltaici (PV), relativamente più costosi, il governo ha confermato il suo impegno nell’accrescere questo tipo di mercato ed è verosimile che, entro i prossimi due o tre anni, il fotovoltaico rappresenterà un’alternativa vantaggiosa rispetto all’acquisto di elettricità al dettaglio.

In Europa, numerosi mercati del fotovoltaico (Repubblica Ceca, Francia e Spagna) sono stati ridimensionati in seguito alla rapida crescita del biennio 2008-2010. Alcuni analisti ipotizzano che la Germania sarà il prossimo, grande mercato del fotovoltaico ad essere ridotto. A oggi, i tedeschi hanno istallato impianti fotovoltaici per 17.000 megawatt, più di metà del totale mondiale, compresi i nuovi impianti per oltre 7.400 megawatt nel solo 2010. Le proiezioni ufficiali prevedono che il fotovoltaico si espanderà fino a superare i 50.000 megawatt entro il 2020. Data l’eliminazione del nucleare messa ora in atto, è probabile che le proiezioni possano essere ulteriormente aggiornate e superate nel momento in cui l’economia legata alle fonti di energia rinnovabili dovesse subire una rapida accelerazione.

Ripensare al nostro modo di fare business

La maggior parte delle reti elettriche non è stata pensata per il passaggio di energia a generazione intermittente (come quella eolica o solare) come quella che verrà utilizzata in Germania. Quando è stato sollevato il problema, il governo tedesco ha risposto ufficialmente che “senza problemi non ci sarebbero soluzioni”. Invece che vedere la ristrutturazione dell’attuale rete elettrica come un problema insormontabile, la Germania raccoglie questa sfida come un’opportunità per un’innovazione necessaria a raggiungere, nel futuro, un sistema energetico pulito, affidabile e decentralizzato. Come ha recentemente dichiarato il Ministro dell’Ambiente tedesco:

“A livello economico, è un non senso quello di seguire allo stesso tempo due strategie, per una fornitura energetica centralizzata e per una decentralizzata, dal momento che entrambe richiedono enormi investimenti. Personalmente sono convinto che, in termini economici, investire nelle energie rinnovabili sia il progetto più promettente..”

Per il futuro del settore dell’elettricità in Germania sarà necessario un ripensamento sul modo di acquistare, vendere e distribuire l’energia. Nel definire il suo Energy Concept e nel presentare il recente programma di sei punti per la transizione energetica accelerata, il governo Merkel ha identificato una serie di azioni chiave per riorganizzare la rete elettrica:

  • Ottimizzare le attuali opzioni di stoccaggio e agevolare la diffusione di batterie di ultima generazione
  • Affidarsi sempre di più a impianti energetici flessibili, come quelli a biomasse, biogas e gas naturale, in grado di equilibrare e compensare la produzione energetica intermittente delle fonti eolica e solare.
  • Rafforzare e ampliare le infrastrutture già esistenti della rete elettrica, con la costruzione di ‘autostrade’ per la trasmissione in grado di spostare l’energia tra il nord del paese, dove il vento non manca, e il sud, dove sono invece maggiori le risorse solari.
  • Introduzione massiccia di ‘contatori intelligenti’ e smart grid [rete ‘intelligente’ di distribuzione elettrica, in grado di gestire e ridistribuire i surplus evitando sprechi, ndt]
  • Riorganizzazione accelerata dell’efficienza energetica

Se l’energia nucleare centralizzata e le energie rinnovabili sono in rotta di collisione, il governo tedesco si sta adoperando affinché queste ultime non solo resistano all’impatto, ma assumano anche un’importanza sempre maggiore.

Il percorso della Germania

L’esperienza tedesca rappresenta un ottimo caso di studio per valutare come il mondo intero, dopo il disastro di Fukushima, stia cercando nuovi metodi per rispondere alle necessità energetiche. La Germania sta perseguendo con decisione una strategia di allontanamento sia dall’energia nucleare che dai combustibili fossili tradizionali ed è verosimile che, prima degli altri paesi, si troverà ad affrontare le sfide (e sfruttare i benefici) legate a queste decisioni. Alcuni analisti hanno ipotizzato che questo percorso ventennale di sostegno alle energie rinnovabili potrebbe rallentare lo sviluppo economico del paese. Eppure la Germania si è ripresa dalla crisi finanziaria prima di altri paesi e sta attualmente attraversando il suo periodo di massima crescita economica (e minore tasso di disoccupazione) dai tempi della riunificazione, vent’anni fa. Nel paese, il settore delle energie rinnovabili impiega attualmente 340.000 persone, rispetto ai 50.000 dell’industria del carbone (dai minatori agli operatori degli impianti energetici) e si prevede che le esportazioni di tecnologie e competenze per la gestione delle energie pulite proseguiranno e aumenteranno nel futuro. Se la scelta, operata dalla Germania, di investire nelle energie rinnovabili dovesse pagare, è altamente probabile che il paese manterrà il suo ruolo di traino economico per tutta l’Europa nei prossimi decenni.

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Fonte: “No nukes, No problem. Germany is proving a rapid transition to renewable energy is possible”

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GU



BENVENUTI NEL MONDO VIOLENTO DEL SIGNOR BELLE SPERANZE

mag 29th, 2011 | By admin | Category: News

DI

JOHN PILGER
johnpilger.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando la Gran Bretagna perse il controllo dell’Egitto nel 1956, il primo ministro Anthony Eden disse che voleva il presidente nazionalista Gamal Abdel Nasser "distrutto [...] ammazzato [...] non m’importa niente se c’è anarchia e caos in Egitto". Quegli arabi insolenti dovevano essere ricacciati "nei bassifondi da cui non sarebbero mai dovuti uscire", aveva invece già sostenuto Winston Churchill nel 1951.
Il linguaggio del colonialismo avrà subito modifiche, ma lo spirito e l’ipocrisia sono identici. Come risposta mirata alle sommosse arabe iniziate a gennaio che hanno sbigottito Washington e l’Europa – causando un panico come se fossero stati cacciati dall’Eden -, sta emergendo una nuova fase imperialista. Perdere il tiranno egiziano Mubarak è stato doloroso, ma non fatale. Una contro-rivoluzione, sostenuta dagli americani, è tuttora in corso, dato che il regime militare del Cairo è sedotto da una nuova corruzione e dallo spostamento di potere dal basso ai gruppi politici che non hanno partecipato alla rivoluzione. L’obiettivo dell’Occidente, come sempre, è quello di bloccare la democrazia autentica e di riprendere il controllo.
La Libia è arrivata al momento propizio. L’attacco della Nato alla Libia con il pretestuoso mandato della “no-fly zone” assegnato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per “proteggere i civili” è singolarmente simile alla definitiva distruzione della Jugoslavia nel 1999. Non c’era un avallo vero e proprio delle Nazioni Unite per bombardare la Serbia e per “salvare” il Kossovo, eppure quella propaganda echeggia ancora. Al pari di Slobodan Milosevic, Muammar Gheddafi è dipinto come “un nuovo Hitler” che ordisce il “genocidio” della sua stessa gente. Di questo non c’è alcuna prova, come non c’era alcuna prova del genocidio in Kossovo. In Libia c’è una guerra tribale civile, e la rivolta armata contro Gheddafi è stata da tempo pianificata da americani, francesi e inglesi con i loro aerei che attaccano la zona residenziale di Tripoli usando missili all’uranio e col sommergibile HMS Triumph che spara missili Tomahawk, ripetendo la tattica “shock and awe”, “sconvolgi e terrorizza”, usata in Iraq, che ha causato migliaia di morti e mutilati tra la popolazione civile. E come in Iraq, le vittime, tra cui innumerevoli soldati di leva carbonizzati dell’esercito libico, per i media sono non-persone.
Nel “ribelle” Est, terrorizzare e uccidere immigrati neri africani non fa notizia. In un raro articolo il Washington Post del 22 maggio ha descritto la repressione, l’anarchia e gli squadroni della morte nelle cosiddette “zone liberate” proprio mentre Catherine Ashton, a capo della politica estera dell’UE, dichiarava di avervi trovato solo “grandi aspirazioni” e “qualità dirigenziali”.
Nel dimostrare tali qualità, Mustafa Abdel Jalil, il “capo dei ribelli” ed ex ministro della Giustizia di Gheddafi fino al febbraio scorso, ha promesso: “I nostri amici [...] avranno le migliori opportunità nei futuri contratti con la Libia”. Ad est del paese c’è la maggior parte del petrolio libico, la più grande riserva dell’Africa. A marzo i ribelli, sotto la guida di esperti stranieri, hanno “trasferito” a Bengasi la Banca Centrale Libica, un ente interamente di proprietà statale. una cosa senza precedenti. Al tempo stesso gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno “congelato” quasi 100 mliardi di dollari in fondi libici, “la più grande somma mai bloccata” secondo le fonti ufficiali. È la più grande rapina bancaria della storia.
Le élite francesi sono costituite da ladri e bombaroli entusiasti. Il grandioso disegno di Sarkozy è di formare un’Unione Mediterranea (UM) dominata dai francesi, che permetterebbe al paese di “ritornare” nelle sue ex colonie in Nord Africa, approfittando così di investimenti privilegiati e manodopera a basso costo. Gheddafi ha bollato il piano di Sarkozy “un insulto” perché “ci prende per stupidi”. Il governo della Merkel a Berlino annuisce, pensando che il vecchio nemico potrebbe ridurre il prestigio della Germania in Europa, per cui si è astenuta dalla votazione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia.
Come per l’aggressione alla Jugoslavia e per il processo-farsa a Milosevic, la Corte Penale Internazionale è stata usata dagli USA, Francia e Gran Bretagna per perseguire Gheddafi, mentre i suoi ripetuti inviti ad un "cessate il fuoco" sono stati ignorati. Gheddafi è un Arabo Cattivo. Il governo di Cameron, con i suoi prolissi generali di Stato Maggiore, vogliono eliminare questo Arabo Cattivo, proprio come l’amministrazione Obama ha eliminato un famoso Arabo Cattivo in Pakistan di recente. D’altra parte, il principe ereditario del Bahrein è un Arabo Buono.
Il 19 maggio è stato accolto calorosamente da Cameron in Gran Bretagna con tanto di servizio fotografico davanti al numero 10 di Downing Street. Lo stesso principe ereditario, il marzo scorso, ha macellato diversi manifestanti disarmati e ha lasciato che l’esercito saudita distruggesse il movimento democratico nel suo paese. L’amministrazione Obama ha premiato l’Arabia Saudita, uno dei regimi più repressivi al mondo, con un affare del valore di 60 miliardi di dollari americani in armamenti. I sauditi hanno la maggior parte del petrolio. Loro sono gli Arabi Migliori.
L’aggressione alla Libia, un crimine secondo la norma di Norimberga, è il 46° “intervento” militare della Gran Bretagna in Medio Oriente dal 1945. Come per i suoi partners imperiali, l’intento della Gran Bretagna è quello di controllare il petrolio africano. Cameron non è Anthony Eden, ma quasi. Stessa scuola, stessi valori. Nei media le parole colonialismo e imperialismo non sono più usate, così i cinici e i creduloni possono celebrare le violenze di Stato nella loro forma più accettabile.
E mentre “Mister Hopey Changey” (nome appioppato a Barack Obama da Ted Rall, il grande fumettista americano) è adulato dalla élite inglese e lancia un’altra insopportabile campagna presidenziale, il regno anglo-americano continua in Afghanistan e altrove, con l’assassinio di persone fatto con aerei senza pilota – un’innovazione israelo-americana sostenuta da Obama. Per la cronaca, in un’ipotetica e miserabile classifica, dai processi segreti alle carceri, alla caccia agli informatori, alla criminalizzazione del dissenso, alla reclusione e all’impoverimento del suo stesso popolo, per lo più di colore, Obama non è meglio di George Bush.
I palestinesi capiscono tutto ciò. Mentre i loro giovani affrontano con coraggio la violenza e il razzismo sanguinario di Israele, portando le chiavi delle case sequestrate ai loro nonni [pochi giorni fa c'è stato il 63° anniversario della Nakba, la Catastrofe, quando Israele invase la Palestina il 15 maggio 1948. La sagoma di una chiave, simbolo spesso usato nelle manifestazioni palestinesi, indica la confisca delle loro case da parte degli israeliani, n.d.t.], essi non sono neppure inclusi nell’elenco di Mr Hopey Changey dei popoli in Medio Oriente la cui liberazione è da tempo dovuta. Il 19 maggio ha detto che ciò di cui hanno bisogno i popoli oppressi è una dose di “interessamento americano a loro essenziale”.
Sta insultandoci tutti.

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John Pilger
Fonte: http://www.johnpilger.com/articles/welcome-to-the-violent-world-of-mr-hopey-changey/
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA