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Archive for luglio 2011

Una curiosa indiscrezione sugli attentati in Norvegia ed alcune strane coincidenze

lug 30th, 2011 | By admin | Category: News

di

Corrado Penna

 

Sui mass media è di recente trapelata una notizia che getta ombre inquietanti sui sanguinosi attentati compiuti pochi giorni fa in Norvegia. Sul corriere della sera di mercoledì 27 luglio di legge infatti che le forze dell’ordine norvegesi avrebbero indagato (la notizia viene data col condizionale, quindi si aspettano ancora conferme o smentite) su quel fertilizzante chimico che l’attentatore si è fatto spedire dalla Polonia. A quanto pare ci sarebbe stato qualche sospetto sull’ordine di tale merce, nota per il suo possibile uso come esplosivo; l’indagine però si sarebbe subito fermata, e d’altronde essendo l’acquisto di quella merce è del tutto legale.

Sarebbe quindi più che giustificato il sospetto che qualcuno, dall’interno delle stesse forze dell’ordine norvegesi, abbia lavorato per neutralizzare le normali difese antiterroristiche di una nazione. Ma per adesso si aspettano conferme ufficiali o altri dati che permettano di avvalorare la notizia dell’indagine abortita sull’ordine del pericoloso fertilizzante chimico.

Quanto alle coincidenze c’è l’ennesima esercitazione delle forze dell’ordine in concomitanza con l’attentato (come successo già in occasione sia degli attentati dell’11 settembre negli USA che in occasione degli attentati del 7 luglio a Londra). E’ notorio che con la scusa dell’esercitazione si può mettere off-limit una zona più o meno vasta e far sì che l’accesso a tale zona sia permesso solo a poche persone di fiducia (che con quella copertura potrebbero fare indisturbate tutto quello che vogliono, persino deporre degli ordigni).

Altra coincidenza è il fatto che la Norvegia non solo aveva preso posizione a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese contro l’oppressione sionista, ma aveva persino resistito alle pressioni per l’ingresso nell’Unione Europea, opponendo più di una volta il proprio rifiuto nel corso delle consultazioni popolari. Circa un anno fa in uno strano incidente aereo è stata decapitata l’élite dirigente della nazione polacca (vedi http://scienzamarcia.blogspot.com/search/label/polonia ), che aveva resistito alle pressioni per entrare nella zona dell’euro, oltre ad essersi opposta alla distribuzione del pericoloso vaccino per l’influenza suina. Il cosiddetto "incidente aereo" che forse sarebbe da considerarsi una spietata esecuzione, è capitato guarda caso nell’anniversario del massacro di Katyn; saranno davvero tutte coincidenze?

E sarà una coincidenza il fatto che l’ariano attentatore affiliato alla massoneria ostentasse simpatie per Israele? Mentre il legale di costui gioca la solita carta del fanatico isolato, c’è chi propende per ben altre ipotesi.

Link

Per approfondire la questione consiglio la lettura dei seguenti articoli:

http://vedosentoeparlo-bacab.blogspot.com/2011/07/attentato-oslo-un-avvertimento-al.html

http://tuttouno.blogspot.com/2011/07/oslo-come-l11-settembre-strage-dopo.html

http://ilsole24h.blogspot.com/2011/07/dal-1973-di-lillehammer-al-2011-di-oslo.html



GUERRA IN LIBIA: LE DIVISIONI NEL CONSIGLIO DI TRANSIZIONE E NELLE FORZE RIBELLI

lug 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY E MAHDI DARIUS NAZEMROAYA
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte del generale Abdel Fattah Al-Younes, Comandante in Capo delle forze è sta annunciata il 28 luglio. Younes era l’ex ministro degli Interni del colonnello Gheddafi che è passato ai ribelli. Younes era anche uno dei leader del Consiglio di Transizione Nazionale a Benghazi.

La sua morte ha creato un vuoto nella struttura di comando militare, che contribuirà inevitabilmente nel breve termine a indebolire la capacità militare dell’insurrezione. Avrà anche ripercussioni sulla tempistica delle operazioni della NATO.
Alcuni report non ancora confermati affermano che Younes è morto sul campo di battaglia in un combattimento contro le forze armate libiche. Già da giorni circolavano voci che Al-Younis fosse morto. Questi resoconti riportavano che stesse combattendo nelle montagne occidentali e che poteva esser stato ucciso in battaglia. Altre informative riportano che è stato ucciso dal Consiglio di Transizione.

Anche nella cerchia dei ribelli ci sono ipotesi che Al-Younes sia stato ucciso "perché era un traditore ".

La comunicazione ufficiale del Consiglio di Transizione afferma che giovedì 28 luglio il generale Al-Younes e due alti ufficiali sono stati uccisi da uomini armati:

"Il leader dell’opposizione Mustafa Abdul Jalil ha annunciato giovedì notte in una conferenza che Abdel Fattah Younes è stato ucciso dopo essere stato richiamato nella capitale dei ribelli Benghazi per essere sottoposto a un indagine giudiziaria."

Negoziazioni segrete con Tripoli?

Al-Younes forse stava tentando di tornare a Tripoli. Ci sono stati alcuni resoconti che riguardavano trattative segrete tra i membri del Consiglio di Transizione e il governo libico. Una fazione del Consiglio di Transizione potrebbe aver cercato di negoziare una soluzione con Tripoli.

Poco meno di due settimane prima, si era svolto un incontro a Bruxelles (mercoledì 13 luglio) tra una delegazione del Consiglio di Transizione Nazionale e il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. La delegazione ha anche incontrato il Consiglio Nord Atlantico, il corpo di governo della NATO. Fogh Rasmussen ha confermato che "la NATO continuerà la sua campagna di bombardamenti in Libia fino a che le forze di Gheddafi continueranno a minacciare i civili. […] Fino a che la minaccia esiste, dovremmo continuare a occuparcene."

Mentre era a Bruxelles, il leader del CNT dei ribelli Mustafa Abdel Jabril ha negato categoricamente i colloqui con Tripoli: "Tutte queste voci sulle trattative avute tra il regime e il Consiglio di Transizione Nazionale sono assolutamente false", The Associated Press: Rebels deny talks with Gadhafi, 13 luglio 2011)

Divisioni all’interno del Consiglio di Transizione e delle Forze Armate

La morte di Al-Younes ha provocato una lotta intestina nel Consiglio di Transizione. La leadership di Mustafa Abdel Jibril è stata messa in discussione, in modo particolare dai membri della tribù Obeide di Al-Younes. Jibril stava cercando di far intensificare la campagna di bombardamenti della NATO a sostegno di un’"avanzata militare" su Tripoli delle forze ribelli.

In seguito alla morte del generale Younes e di due dei comandanti più alti in grado, le forze ribelli sono nel caos. Si stanno sviluppando divisioni nelle forze ribelli.

La connessione con la CIA

Ci sono state anche accuse sul fatto che Younes sia stato assassinato da una fazione rivale dell’insurrezione capeggiata dal comandante militare Khalifa Hifter, che è noto come agente della CIA:

Il generale Hifter si è ritirato nella Virginia interna, e ha vissuto negli ultimi venti anni a Vienna (una cittadina) che si trova a cinque minuti dal quartier generale della CIA a Langley. […] Manipulations Africaines, un libro pubblicato da Le Monde Diplomatique nel 2001, traccia le connessioni di Hifter con la CIA fin dal 1987, riportando che allora era un colonnello nell’esercito di Gheddafi e che fu catturato mentre combatteva in Ciad contro il governo di Hissène Habré appoggiato dagli USA. Hifter ha disertato nel Fronte di Salvezza Nazionale Libico (LNSF), il principale gruppo anti-Gheddafi, anche questo sostenuto dalla CIA. Ha organizzato una propria milizia, che ha interrotto le operazioni una volta che Habré fu sconfitto da Idriss Déby (sostenuto dalla Francia) nel 1990.[…] La forza di Hifter, creata e finanziata dalla CIA in Ciad, di dissolse con l’aiuto della CIA poco dopo che il governo fu rovesciato da Idriss Déby." Il libro cita un report dell’U.S. Congressional Research Service datato 19 dicembre 1996 per testimoniare che "il governo statunitense stava fornendo aiuto militare e finanziario all’LNSF, e che alcuni membri dell’LNSF furono trasferiti negli Stati Uniti." (Asad Ismi The Middle East Revolution: The Empire Strikes Back: Libya Attacked by the US e NATO, Global Research, 18 maggio 2011)

Il comandante Khalifa Hifter tende a sostenere la fazione islamica della ribellione a cui si sono uniti membri del Gruppo di Combattenti Islamici della Libia (LIFG).

Sostenere la Jihad libica

Affiliato ad Al Qaeda, il LIFG (Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya) fu fondato in Afghanistan con il supporto della CIA dai mujahideen libici veterani del conflitto con l’Unione Sovietica.

Dai suoi inizi fino alla metà degli anni ’90, il Gruppo di Combattenti Islamici della Libia (LIFG) ha svolto il ruolo di "forza dell’intelligence" su mandato della CIA e del Secret Intelligence Service, l’MI6. A partire dal 1995, il LIFG si è attivato nello stipendiare una jihad islamica diretta contro il regime secolare libico, che provocò nel 1996 un tentativo di assassinio di Muammar Gheddafi. (Michel Chossudovsky, "Our Man in Tripoli": US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libia’s Pro-Democracy Opposition, Global Research, 30 luglio 2011.)

Gli jihadisti, sostenuto in modo segreto dalle intelligence occidentali sono ora sulla linea del fronte con gli insorti:

Al-Hasidi [un veterano dei mujahideen] ha ripetuto che i suoi combattenti “sono dei patrioti e dei buoni musulmani, non terroristi”, ma ha anche aggiunto che “anche i membri di al-Qaeda sono buoni musulmani e stanno combattendo contro l’invasore [le forze di Gheddafi]”. (Libian rebel commander admits his fighters have al-Qaeda links, Daily Telegraph, 25 marzo 2011, grassetto aggiunto)

Abdul Hakim Al-Hasadi è il leader dell’LIFG che ha ricevuto addestramento militare in un campo di guerriglia in Afghanistan. È a capo delle forze di sicurezza dell’opposizione in uno dei territori in mano ai ribelli con circa mille uomini a disposizione. (Libian rebels at pains to distance themselves from extremists, The Globe e-Mail, 12 marzo 2011)

La coalizione USA-NATO sta armando gli jihadisti. Le armi sono state veicolate all’LIFG dall’Arabia Saudita, che è storicamente, dall’avvio del conflitto sovietico-afghano, ha sostenuto segretamente Al Qaeda. I Sauditi stanno ora fornendo ai ribelli, assieme a Washington e Bruxelles, razzi anti-carro e missili terra-aria. (Michel Chossudovsky, "Our Man in Tripoli": US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libia’s Pro-Democracy Opposition, 3 aprile 2011)

Il modello del Kossovo

L’assassinio del generale Younes, oltre a creare divisione tra gli insorti, può rinforzare il controllo USA-NATO sulla fazione islamista nei ribelli, che è appoggiata dalla CIA e dall’MI6.

Quello che si sta prospettando in Libia è il "Modello del Kossovo". L’Armata di Liberazione del Kossovo (KLA) era integrata da brigate islamiche affiliate ad Al Qaeda, per non menzionare i suoi collegamenti al crimine organizzato. La KLA era sostenuta segretamente dalla CIA, dall’intelligence tedesca (BND) e dal britannico MI6.

A partire dal 1997, la KLA è stato responsabile di aver ucciso rappresentanti delle forze dell’opposizione nel Kossovo, tra cui alcuni membri della Lega Democratica del Kossovo capeggiata da Ibrahim Rugova. È stata poi utilizzata nel 1999 come strumento della NATO nella guerra contro la Yugoslavia. E nel 1999, dopo la fine della guerra, la KLA è stata innalzata, con il sostegno delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, fino a farle guidare un indipendente e “democratico" “stato mafioso".

La "Guerra al Terrorismo” che sostiene "La Guerra al Terrorismo "

Con un po’ di sarcasmo, la coalizione USA-NATO contro la Libia è “sui due fronti” della propria “guerra al terrorismo ".

Dicono di “combattere il terrorismo", quando in realtà stanno segretamente sostenendo e finanziando il terrorismo.

Stanno combattendo contro qualcuno, ma non contro i terroristi.

Sono su entrambe le sponde della "Grande Bugia". Finanziano una guerra santa contro il "terrorismo islamico", e nel frattempo sostengono le forze jihadisti affiliate ad Al Qaeda all’interno dell’”opposizione” libica".

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Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25827

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



LE FATICHE DI CIPRO, ISLANDA E GERMANIA PER I BAIL-OUT

lug 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

AMBROSE EVANS-PRITCHARD
Telegraph.co.uk

 

 

 

 

 

 

 

 

I Credit Default Swaps (CDS) sul debito di Cipro sono saliti a 674 punti base, il livello che ha preceduto i salvataggi dell’UE per Grecia, Irlanda e Portogallo. I CDS erano scambiati sui 300 all’inizio di questo mese, secondo Markit.

Il downgrade di ieri di due punti, fino a Baa1, da parte di Moody’s – per le “politiche recalcitranti” e l’esposizione con la Grecia – è giunto come una sorpresa spiacevole ai mercati e alle autorità dell’UE. Non avrebbe dovuto.
Cipro si è presa i suoi bei rischi per molti anni. Il deficit delle partite correnti ha raggiunto il 17,5 per cento del PIL nel 2008 (dati del FMI) ed è ancora alto. Il deficit di bilancio sta correndo quest’anno verso il 7 per cento.

Il paese ha perso competitività da quando ha ancorato la sua moneta per poi unirsi all’UEM, in modo molto simile alla Grecia. Ma c’è un altro aspetto. Il suo sistema bancario è “circa nove volte del PIL”, secondo Chris Pryce di Fitch Ratings.

Si parla di 157 miliardi di euro. Il dato scende a 96 miliardi di euro di PIL, o il 550 per cento, se si escludono le banche straniere. Circa il 40 per cento dell’esposizione delle più grandi banche cipriote è con la Grecia.

Non voglio fare qualche collegamento meccanico tra il rapporto banche su PIL e i rischi connessi (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi), ma questa crescita sproporzionata del settore bancario ha le sembianze di, esatto, dell’Islanda.

I russi hanno usato le banche cipriote come salvacondotto per entrare nell’UE. “Si è trattato di una fonte costante e affidabile per le banche cipriote, fino a questo momento”, ha detto il signor Pryce: “Se i depositi russi smettessero di arrivare, Cipro avrebbe ancora la BCE. Questa è la differenza tra Cipro e l’Islanda.”

L’esposizione delle banche cipriote con le obbligazioni del governo greco è pari al 33 per cento del PIL di Cipro. La più grossa preoccupazione è il groviglio delle banche cipriote con l’economia greca.

Oltretutto, un’esplosione ha devastato la principale centrale elettrica a Vasikilos e ha tagliato il 45 per cento della fornitura elettrica del paese, anche se alcuni generatori importati stanno limitando la carenza.
Cipro è naturalmente un moscerino con solo 870.000 abitanti e un PIL di 17 miliardi di euro. Chiaramente l’UE potrebbe aiutarla in caso di bisogno. Il rischio è politico.

Se dovesse emergere a bruciapelo un quarto paese dell’eurozona chiedendo un bail-out, metterebbe a dura prova la pazienza di Slovacchia, Finlandia, Paesi Bassi e Germania che è già vicina al punto di rottura. Dove stia esattamente questo punto di rottura non è ancora facile da capire.

Berlino non ha gran simpatia per Cipro. C’è stato un accordo verbale quando Cipro fu fatta entrare nell’UE nel 2004 che avrebbe dovuto risolvere la disputa con la parte turca dell’isola. (Potrei aggiungere che la Grecia fu molto irascibile a parole, minacciando di bloccare l’ingresso della Polonia nell’UE se Cipro non fosse stata ammessa).

Il nord turco ha votato per l’unità dell’isola, ma l’accordo è stato poi violato dal presidente Tassos Papadopoulos quando salì in carica. Cercò di far valere il suo potere per la campagna a favore del “No” della parte greca dell’isola e cercò di sabotare l’accordo. Questa cosa non è stata dimenticata nei corridoi dell’UE.

Questo tradimento potrebbe comunque non essere determinante se Cipro avesse bisogno dell’aiuto tedesco.

Per quanto riguarda la Grecia, è un’altra partita, temo.

La Commissione Europea ha pubblicato ulteriori dettagli sulla nuova introduzione del bail-out. Mostra che il debito della Grecia sarà tagliato di 26 miliardi di euro, l’11,6 per cento del PIL. Ma una colta introdotta una complicata “misura di rafforzamento del credito” del valore di 35 miliardi di euro per assicurare il rating AAA delle obbligazioni del salvataggio, il debito totale salirà ancora.

“Ci sarà un incremento del debito greco di 9 miliardi di euro (il 4% del PIL)”, ha detto Jürgen Michels di Citigroup: “Dopo tutto, l’impatto sulla solvibilità è abbastanza piccolo. Il debito sarà ancora vicino al 160 per cento il prossimo anno, secondo i nostri calcoli.”

Se così fosse, non vedo come la Grecia potrebbe riuscire a evitare un terzo salvataggio – che è stato categoricamente escluso dal capo dell’eurogruppo Jean-Claude Juncker –, un default ancora più grande o qualcosa di più drastico.

Un interessante sviluppo dell’ultimo downgrade greco di Standard & Poor – questa volta verso un ancora più basso CCC, per quanto possa valere – si trova in un paragrafo che inizia così: “Se la Grecia dovesse uscire dall’eurozona…”

Bene, bene.

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Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100011198/Cipro-iceland-and-german-bail-out-fatigue/

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



LA NORVEGIA HA AVUTO QUELLO CHE SI MERITA ? IL DIBATTITO DEGLI ISRAELIANI SUL WEB

lug 30th, 2011 | By admin | Category: News

 DI J.J. GOLDBERG

The Forward
Information Clearing House

 

 

 

 

 

 

 

Il massacro in Norvegia ha scatenato una sporca guerra di parole su Internet in Israele sul significato dell’evento e sulle implicazioni per Israele. E voglio dire veramente sporca: giudicando dalle sezioni dei commenti sui principali siti web ebraici, le questioni più dibattute era se i norvegesi si meritassero comprensione dagli israeliani per l’approccio a favore della Palestina di questa nazione, se il killer meritasse comprensione vista la sua dichiarata intenzione di combattere l’estremismo islamico , forse ironicamente, se porre l’attenzione sul fatto che tutto questo fosse anti-israeliano o antisemita.
Il dibattito sembra aver avuto luogo quasi interamente sui siti web di lingua ebraica. C’è un po’ di bile che esce anche dal Jerusalem Post in lingua inglese (ad esempio, ci sono una manciata di commenti del tipo “ora anche loro sanno cosa vuol dire” successivi a questo articolo del Post dove si parla dell’offerta ufficiale di Israele di aiuti e del rammarico per l’accaduto). Nei siti ebraici, comunque, vengono completamente mollate le redini. Ho tradotto qua sotto alcuni dei “botta e risposta” dai siti web Ynet e Maariv, per darvi un assaggio.

Il dibattito è salito di intensità il sabato dopo la pubblicazione su Ynet (solo in ebraico) di un articolo di commento da parte di Ziv Lenchner, un artista di sinistra che vive a Tel Aviv, uno della grande scuderia bipartisan dei giornalisti di questo sito. È chiamato “Ballare la Hora sul sangue dei norvegesi”. In questo articolo egli sostiene che le sezioni dei commenti sui notiziari web sono un ottimo barometro del sentire comune (una premessa discutibile) e la risposta più votata è stata quella di una schadenfreude, il piacere per il dolore dei norvegesi. Come mostrerò qui sotto, quel giudizio sembra abbastanza corretto.

Lenchner ha proseguito accusando il governo Netanyahu di attizzare un “costante clima di odio contro di noi”. In un passo successivo, afferma che un governo può riuscire ad aggravare un sentire, ma non lo può creare di sana pianta. Gli israeliani sono spaventati e arrabbiati per tutta una serie di ragioni da ben prima che questo governo sia salito in carica due anni e mezzo fa. Il governo non sta facendo granché per disperdere questo clima, ma non può essere incolpato per averlo creato. Alla fine, Lenchner afferma, su basi solide, che l’umore vendicativo riversato sul web è immorale e non ebraico, citando l’intimazione biblica, “Non gioire della caduta del tuo nemico”.

Il suo articolo ha avuto centinaia di risposte, molte più di quelle date per gli articoli di cui si è lamentato. Cadono tutte in quattro categorie fondamentali in proporzioni quasi uguali: 1) Alé, i norvegesi se la sono meritata; 2) Quello che è successo è orribile, ma forse ora capiranno contro chi stiamo combattendo; 3) Quello che è successo è orribile e le feste che ci sono qui sono sconvolgenti; 4) Questo articolo è pieno di bugie, Ziv Lenchner ha inventato la cosa della schadenfreude perché è un bugiardo di sinistra che vuole di struggere Israele.

Va notato che il sabato, a un certo punto, alcuni lettori hanno trovato dei link ai siti d’informazione norvegesi dove venivano mostrati alcuni dei ragazzi al campeggio, il luogo della sparatoria, che il giorno o due giorni prima stavano mostrando degli striscioni a favore del boicottaggio a Israele. Questi link sono stati postati (qui e qui) e l’atmosfera si è fetta subito più pesante, e la comprensione per le vittime è subito decaduta.

Lo sfondo di tutto questo, come riportato da un articolo, è stato fornito dal fatto che il ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Store, aveva visitato il campeggio di mercoledì, due giorni prima della sparatoria, come fa ogni anno (era un campeggiatore quando era un bambino) e che aveva parlato al gruppo. Gli era stato chiesto dagli auditori qualcosa sulla sovranità palestinese e aveva detto che la Norvegia si stava muovendo a favore della richiesta dei palestinesi alle Nazioni Unite, ma che non avrebbe riconosciuto lo stato palestinese prima di questo. Gli era anche stato chiesto del boicottaggio a Israele. Aveva risposto che era una cattiva idea e che avrebbe reso il conflitto ancora peggiore invece di portare la pace. A un certo punto durante il giorno, alcuni dei campeggiatori avevano preso gli striscioni che appaiono nelle foto. I lettori israeliani hanno così concluso che le foto dimostravano che il programma del campeggio fosse anti-israeliano e che per questo poteva essere attaccato.

Qui ci sono alcuni dei commenti all’articolo di Lenchner:

15. Almog, Beer Sheva: Se la sono meritata, punto. Il tuo articolo non ha senso. Tutti quelli che non hanno pietà verso di noi, non c’è alcuna ragione per cui debba provare pietà!!!! Lasciamoli continuare a rispettare e onorare i musulmani.

16. Gidon: Non ho mai sentito alcun sostegno dalla Norvegia in tutti questi anni quando ci sono stati attacchi terroristici in Israele dall’altro lato della barricata, e tu persona corrotta, fagli capire che il terrore non serve a niente, tu ebreo moralista

54. Roi, Bet Shemesh: Ziv Lenchner, sei di sinistra!! Se non lo avessi capito, sei di sinistra come tutti quelli nei media!!! Basta con le prediche della sinistra!!! Non c’è da sbagliarsi che la Norvegia è sempre stata contro lo stato di Israele, non da ora, e sempre lo sarà!! Non siamo a favore dell’attacco, ma diciamo che forse capiranno meglio dopo quello che gli è successo che è completamente legittimo!!!

103. Yossi, il nord: Oslo … Può darsi che a Oslo impareranno che non sono immuni, e che sentiranno quelli che tanti israeliani hanno provato e alcuni di loro non possono provare più niente per le attività degli israeliani e dei norvegesi a Oslo.

104. Ilan, sulla lapidazione dei gay [sic]: Anti-ebrei? Hai mai sentito di “occhio per occhio, dente per dente”? Improvvisamente ci sono un po’ di ragazzotti che se ne sono usciti e ci dicono di aver “inventato” una nuova Torah! Prima che per la morale, la Torah è serve prima di tutto per la sopravvivenza e per la distruzione dei nemici! Canto il Signore perché ha mirabilmente trionfato, ha scagliato il cavallo e il cavaliere nel mare [Esodo 17:21, dopo l’annegamento dell’esercito del Faraone]

303. Effie: Non provo alcuna pena!!!! Tutti quelli che non provano dolore per il mio popolo non dovrebbe chiedere comprensione per il suo.

392. Noi siamo più fortunati: Basta con la demagogia! I norvegesi e gli europei in genere sono ultra-antisemiti. E se cento persone sono morte, ce ne sono altri sette miliardi nel mondo. Non provo pietà per loro, sono i miei nemici, odiano Israele e hanno avuto quello che si meritano!!!

393. Il mondo danza sul sangue degli ebrei. L’Europa è la stessa Europa e forse ancora più antisemita. L’assassino ha ragione!!! L’Europa è sconfitta, i norvegesi stanno diventando una minoranza.

458. Mi dispiace molto: Con tutto il dovuto rammarico, stavano esponendo uno striscione sull’isola il giorno prima che incitava al boicottaggio contro di noi. Quindi non mi sento di avere alcuna comprensione. Mi dispiace. Se non mi credete, ecco il link a questa simpatica foto:

Quando venerdì è apparso il primo notiziario su Ynet, sul sito web Yediot Ahronot – quello con più traffico in Israele – i commenti erano schierati, a occhio, 3 a 1 o 4 a 1 a favore dell’ostilità nei confronti della comprensione. La conta dei morti a quel momento era a 11 e si pensava che gli attentatori fossero estremisti islamici. Ecco una serie di commenti esemplari:

181. Noam: Ha Ha Ha! Europei, questo è il vostro “liberalismo”

240. D.A.: I criminali di Oslo sono stati consegnati alla giustizia??

242. Sognatore Radicale: Che cuociano nel loro brodo.

243. Solo una persona: Pronto recupero per i feriti e condoglianze alle famiglie.

260. Shai, Tel Aviv: Rendete la Norvegia agli Arabi! Basta con l’occupazione della Norvegia!

268. Shimon: Buone notizie per Shabbat. Così potranno iniziare a usare le maniere forti.

285. Nir, Hasela Ha’adom: Consentitemi solo alcuni momenti di piacere.

315. Moshe, Haifa: Mi dispiace, non me ne frega niente. Dal mio punto di vista, lasciamoli affogare nel suo sangue.

Ynetnews, il sito web in inglese, ha pubblicato una traduzione in inglese della storia. I commenti erano molto più moderati: quasi nessuno ha manifestato un piacere categorico, e c’è un certo bilanciamento tra la comprensione e il sarcasmo.

Quando sabato è uscita la notizia che l’assassino non era un musulmano ma un nazionalista norvegese di destra infuriato con il multiculturalismo, il liberalismo e la tolleranza per l’Islam, il tone si è arroventato. Improvvisamente c’è stata una sequela di commenti secondo cui il killer aveva ragione e le vittime se lo erano meritato. Qui c’è la notizia di Maariv sul manifesto di 1.500 pagine dell’attentatore, che incitava una rivolta di tutta l’ Europa per “rivendicare” il continente (qui, per i lettori in lingua inglese, c’è il report della NPR dello stesso documento). I lettori di Maariv si sono accalcati nei commenti.

1. Y.: La cosa migliore per venirne fuori è che la Norvegia venga divisa.

12. Gandi: Il ragazzo voleva mandare un messaggio. Estremo, certo, ma non capiscono nient’altro.

13. Yossi: Per il commentatore no. 1: sei mentalmente instabile. Come puoi riuscire a vedere qualcosa di buono dall’assassinio depravato di ragazzi e ragazze; pensaci per un minuto (se ne sei capace) se ci fossero stati i tuoi parenti.

A Yossi il moralista: Prossimamente per tutti i norvegesi. E tutti gli Europei.

Y.: I miei parenti non sono musulmani. È l’ora che l’Europa sistemi la cosa con questi Arabi. Dal mio punto di vista potrebbero benissimo ammazzarne un milione, se volessero.

AA: Voi di sinistra dovreste essere eliminati. E avverrà presto. Quando il castello di carte economico verrà giù, di sinistra non vi rimarrà neanche una scarpa (diversamente dall’ultima volta)…

18. Anti-Sinistra: Naturalmente condanno questo terribile assassinio, ma in un senso più allargato aveva ragione!

19. Ron: Un combattente per la libertà per una Norvegia ripulita dagli stranieri …!!! Ma questa volta non sarà facile per voi […] i musulmani non sono ebrei, che vanno volentieri a morire!

Orribile ma vero, i musulmani vi insegneranno un bel po’ di lezioni. Non se ne andranno come pecore di fronte al massacro, ma oggi non lo faremmo neanche noi!

Ci siamo fatti pisciare addosso.

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Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/article28698.htm

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



POLITICI E BANCHIERI

lug 15th, 2011 | By admin | Category: News

DI

IDA MAGLI
italianiliberi.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sabato 9 luglio 2011 è una data che gli Italiani non debbono dimenticare. E’ il giorno, infatti, in cui il Ministro Tremonti, senza dare nessuna giustificazione del fatto che non paga l’affitto della casa dove abita, ha risposto ai giornalisti che gli domandavano se avesse intenzione di dimettersi, con una frase lapidaria: “Non mi dimetto perché sono io che garantisco l’Italia davanti all’Europa: se cado io, cade l’Italia e se cade l’Italia cade l’euro. E’ una catena.” In nessun periodo della storia d’Occidente un uomo politico, quale che fosse la sua importanza, ha mai potuto fare una simile affermazione. Né un conquistatore come Napoleone, né uno Zar come Pietro il Grande né un Re come Luigi XIV, né un Imperatore come Filippo di Spagna, perché essi rappresentavano l’immagine politica, non la dimensione concreta degli Stati, la forza dei popoli che vi vivono.
Quelle di Tremonti, invece, per quanto terribili, non sono parole vane. La situazione è proprio quella che lui ha riassunto nell’affermazione: se cado io cade l’Italia e cade l’euro. In altri termini, l’Europa va in rovina perché il potere è nelle mani di una decina di banchieri, e sono essi a quantificarne la forza, giocandola in Borsa. Giocatori che soltanto la penna di Dostojewski sarebbe in grado di descrivere, questi banchieri hanno messo sul tavolo da gioco le Nazioni e non si alzeranno fino a quando non le avranno giocate tutte, essendo loro ad avere in mano il banco.
Il dramma, dunque, è tutto qui. Firmando il trattato di Maastricht i politici hanno trasferito il proprio potere nelle mani dei banchieri. Oggi debbono riprenderselo, non possono fare altro che riprenderselo. Il che significa avere il coraggio di creare, senza indugio e senza discussioni, una nuova banca nazionale e stampare in proprio la moneta necessaria al bilancio dello Stato. I titoli dello Stato li compreranno esclusivamente i suoi cittadini (come avviene in Cina, in Russia e ovunque ci siano governi degni di questo nome) e non saranno collocati nella borsa mondiale alla mercé di chiunque voglia impadronirsene. Sono già pronti molti studi e molti progetti, elaborati da economisti italiani e stranieri di grande competenza, per la rinascita della moneta nazionale, e sono anche molti i politici, presenti in diversi Partiti, dal Pdl alla Lega, a Io amo l’Italia all’Italia dei Valori (con un’interpellanza parlamentare dell’on. Di Pietro sulla questione della sovranità monetaria) che sarebbero favorevoli a questa decisione e aspettano soltanto che qualcuno prenda la parola per primo. Si tratta di una decisione che comporterà moltissimi sacrifici, ma alla quale non c’è scelta perché uno Stato che intraprende la strada dei prestiti a interesse con la Banca centrale europea, non sarà mai in grado di restituirli e alla fine crollerà. Abbiamo la Grecia sotto gli occhi: dopo un orribile tira e molla, indegno di un qualsiasi concetto di civiltà, per concederle dei prestiti ad altissimo interesse, oggi la Bce dichiara che il fallimento della Grecia è inevitabile. Non è forse stato imposto pochi giorni fa all’Italia, di cui a sua volta si dice che stia per fallire, di contribuire per il 17% al totale dei miliardi prestati alla Grecia? Debitori sull’orlo della rovina costretti a prestare denaro a chi sta per fallire? C’è in Italia qualche politico che abbia conservato il minimo di buon senso necessario per rendersi conto della “follia” (se è follia e non rapina preordinata) di simili comportamenti?
E’ indispensabile abbandonare ladri e folli al loro destino. Nessuno si illuda che esistano alternative alla decisione di produrre in proprio la moneta. Il meccanismo che sta portando alla rovina gli Stati europei non è dovuto a un qualche imprevedibile incidente ma è intrinseco alla creazione dell’euro, cosa che è stata detta e ripetuta innumerevoli volte da economisti e monetaristi di ogni tendenza politica. Non può sussistere una moneta che non fa capo a uno Stato e che non risponde alle necessità di questo Stato, in quanto la moneta di per sé è stata inventata proprio per essere uno “strumento” e non un “fine”. In Europa, invece, gli Stati sono stati costretti a mettersi al servizio dell’euro, piegandosi a poco a poco a costruire un mercato adatto all’euro, limitando le possibilità di scambio delle merci, coltivando carote su misura, uccidendo mucche, distruggendo arance… Per gli storici di domani l’Europa dell’Unione costituirà l’esempio più evidente di una società che delira. Siamo però ancora in tempo a cercare di non morirne.

Ida Magli
Fonte: www.italianiliberi.it
Link: http://www.italianiliberi.it/Edito11/politici-e-banchieri.html



LA MORTE DEL GIORNALISMO

lug 15th, 2011 | By admin | Category: News

DI

CHRIS HEDGES
Truthdig

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho visitato la Hartford Courant quando ero uno studente liceale. Era la prima volta che mi trovavo in una sala stampa. La sala stampa del quotidiano del Connecticut, grande quanto un palazzo, era piena di file di scrivanie di metallo, in gran parte sovrastate da mucchi di giornali e di blocchi di appunti. I giornalisti battevano furiosamente sulle pesanti macchine da scrivere poste tra intrecciati cavi telefonici, portacenere traboccanti, tazze da caffè sporche e cumuli di carte, molte delle quali erano in mucchi che pendevano verso il pavimento.
Il chiasso e il clamore, i telefoni che suonavano incessantemente, la foschia di fumo di sigarette e pipe che aleggiava su questo febbricitante alveare, sulle urla rauche, l’andirivieni dei reporter, in gran parte con cappotti e cravatte in disordine, lo faceva sembrare un esotico organismo vivente. Ero inebriato. Sognavo di entrare in questa fraternità, ed infine l’ho fatto, per più di due decenni, scrivendo per il Dallas Morning News, il Washington Post, il Christian Science Monitor, ed infine per il New York Times, dove ho trascorso la gran parte della mia carriera come un corrispondente dall’estero.
Le sale stampa oggi sono deserti derelitti. Sono stato recentemente nella sala stampa del Philadelphia Inquirer e le varie parti del piano, anch’esse grandi quanto palazzi, erano spazio libero oppure occupati da file di scrivanie vuote. Queste istituzioni stanno facendo la fine delle enormi rotative che stavano nascoste come mostri sottomarini nelle viscere degli edifici dei quotidiani, risvegliandosi ruggendo la notte. Questi bestioni pesantemente oleati, che sputavano fuori fogli di giornale alla velocità di un lampo, hanno un tempo dato potere e ricchezza ai proprietari dei quotidiani, che per alcuni lucrativi decenni hanno avuto il monopolio nel mettere in contatto i venditori con gli acquirenti. Adesso che questo monopolio è finito, adesso che i venditori non hanno più bisogno della carta stampata per raggiungere gli acquirenti , le fortune dei quotidiani si stanno decimando tanto velocemente quanto il numero di pagine dei quotidiani.
I grandi quotidiani hanno sostenuto giornalisti leggendari come I.F.Stone, Murray Kempton e Homer Bigart, che hanno scritto articoli che hanno rovinato malversatori, imbroglioni, truffatori e mentitori, che hanno fatto la cronaca di guerre e conflitti, che ci hanno raccontato le carestie in Africa e le peculiarità dei Francesi, o cosa significasse essere povero e dimenticato nei nostri bassifondi urbani, e gli Appalachi. Queste stampatrici sfornavano elenchi non elaborati di dati, dai risultati delle partite ai prezzi delle azioni. I quotidiani ci hanno portato in parti della città o del mondo che non avremmo altrimenti mai visto o visitato. I giornalisti e i critici hanno fatto recensioni di film, libri, spettacoli di danza, teatro e musica e hanno fatto la cronaca degli eventi sportivi. I quotidiani stampavano il testo dei discorsi del presidente, mandavano gli inviati a fare la cronistoria degli ingranaggi interni del municipio e seguivano i tribunali e la polizia. I fotografi e i giornalisti correvano per fare il reportage del lurido e del macabro, dai colpi della Mafia ai delitti passionali.
Stiamo perdendo una cultura ed un’etica peculiari. Questa perdita sta impoverendo il nostro discorso civile e ci fa restare sempre meno in contatto con la città, la nazione e il mondo attorno a noi. La morte della carta stampata rappresenta la fine di un’era. E la raccolta delle notizie non sarà rimpiazzata da internet. Il giornalismo, per lo meno sulla larga scala delle vecchie sale stampa, non è più commercialmente possibile. Il giornalismo consuma tempo ed è un lavoro intensivo. Richiede di andare fuori e parlare alla gente. Vuol dire farlo tutti i giorni. Vuol dire cercare costantemente fonti, suggerimenti, tracce, documenti, informatori, persone che denuncino frodi, nuovi fatti e nuove informazioni, notizie e storie ancora non raccontate. I giornalisti spesso passano giorni a trovare poco o niente di significativo. Il lavoro può essere tedioso ed è costoso. E con la riduzione dei budget dei grandi quotidiani metropolitani, il mestiere stesso del reporter è in declino. La gran parte dei quotidiani cittadini al loro apice davano lavoro a molte centinaia di giornalisti ed editori ed avevano dei bugdet operativi sulle centinaia di milioni di dollari. Il costante declino dei quotidiani vuol dire che stiamo facendo sprofondare parti sempre più grandi della nostra società in buchi neri e stiamo aprendo la strada a maggiori opportunità di corruzione senza controlli, disinformazione e abuso di potere.
Una democrazia sopravvive quando i suoi cittadini hanno accesso a fonti di informazione affidabili e imparziali, quando può discernere le menzogne dalla verità, quando il discorso civico è fondato su fatti verificabili. E con la decimazione del giornalismo queste fonti di informazione stanno scomparendo. La crescente fusione tra le notizie e l‘intrattenimento, l’ascesa di una classe di giornalisti celebri in televisione che definiscono il giornalismo per mezzo del loro accesso ai famosi e ai potenti, la ritirata di molti lettori nei ghetti ideologici di internet e l’impeto spietato delle corporazioni di distruggere il sistema informativo tradizionale ci stanno lasciando sordi, muti e ciechi. L’assalto incessante alla “libera stampa” da parte di fonti propagandistiche di destra come la Fox News o la destra Cristiana è in effetti un assalto ad un sistema di informazione fondato su fatti verificabili. E quando questo fondamento di discorso civile sarà stato eradicato le persone saranno libere, come lo sono già in molte, di credere quello che vorranno credere, di scegliersi quali fatti e quali opinioni sono più congeniali al loro mondo e quali invece non lo sono. In questo nuovo mondo le menzogne diventeranno la verità.
Io come molti altri a cui importa più la verità che la notizia, sono stato costretto a lasciare il New York Times, specificamente per la mia espressa e pubblica opposizione alla guerra in Iraq. Non è una storia nuova. Quei giornalisti che sfidano persistentemente l’ortodossia del credere, che mettono in questione ed esaminano le regnanti passioni politiche, sempre tacitamente sposate dai media commerciali, sono spesso messi al bando. C’è una costante battaglia nelle sale stampa tra i direttori, quelli che servono gli interessi dell’istituzione e le esigenze dei pubblicitari , e i giornalisti la cui lealtà è ai lettori. Ho un grande affetto per per i giornalisti che nascondono il loro idealismo dietro un sottile velo di cinismo e mondanità. Nutro anche una profonda sfiducia e persino disprezzo per i carrieristi che salgono la catena alimentare fino a diventare direttori ed editori.
Sydney Schanberg per poco non è stato ucciso in Cambogia nel 1975, dopo essere stato lì per il New York Times per fare la cronaca della conquista di Phnom Penh da parte di Khmer Rouge, una cronaca per cui ha vinto il Premio Pulitzer. In seguito è tornato a New York dalla Cambogia e ha diretto la sede della città. Ha spinto i giornalisti a scrivere dei senzatetto, dei poveri e delle vittime dei costruttori che stavano costringendo le famiglie all’abbandono dei loro appartamenti controllati dall’affitto. Ma non era un buon momento per dare una voce ai deboli e ai poveri. I movimenti sociali costituitisi intorno all’opposizione contro la guerra del Vietnam si erano dissolti. Le pubblicazioni alternative, compresa la rivista Ramparts, che attraverso una serie di denunce aveva messo in imbarazzo le organizzazioni mediatiche consolidate, facendo del vero giornalismo, erano andate in bancarotta.
La stampa commerciale era diventata, ancora una volta, letargica. Aveva sempre meno incentivi a sfidare l’elite del potere. Molti editori vedevano le preoccupazioni di Schanberg come le reliquie di un’era passata. È stato licenziato come editore e gli è stata assegnata una rubrica su New York. Tuttavia, ha usato la rubrica per denunciare ancora l’abuso dei potenti, specialmente dei costruttori. L’allora editore del quotidiano, Abe Rosenthal, ha iniziato a riferirsi acidamente a Schanberg come al residente “comunista” e a chiamarlo “San Francesco”. Rosenthal, che incontrava William F. Buckley quasi settimanalmente a pranzo insieme al proprietario del quotidiano, Arthur “Punch” Sulzberger, è diventato sempre più insofferente verso Schanberg, che sfidava le attività dei suoi potenti amici. Schanberg è diventato un paria. Non è stato invitato alla tavola del quotidiano per due cene consecutive dell’Inner Circle organizzate per i reporter di New York. Gli editori più importanti e il proprietario del quotidiano non sono stati presenti alla prima del film “The Killing Field”, basato sull’esperienza di Schanberg in Cambogia. I suoi giorni al quotidiano erano contati.
La città che Schanberg descriveva nella sua rubrica non era affatto come le sgargianti pubblicità nelle sezioni di Rosenthal sul nuovo stile di vita, né come la rivista del Sunday New York Times. La città di Schanberg era una città in cui migliaia di cittadini dormivano per le strade. Una città in cui c’erano persone in fila alle mense dei poveri. Era una città in cui i malati mentali venivano gettati sulle griglie ardenti o nelle carceri come dei rifiuti umani. Ha scritto di persone che non potevano permettersi di avere una casa. Ha perso la sua rubrica e ha abbandonato il quotidiano per lavorare per il New York Newsday e, in seguito, per il The Village Voice.
Quella di Schanberg è come la storia di molti altri. I migliori reporter sono quasi sempre entrati in collisione con i mandarini sopra loro, uno scontro che li ha resi impotenti e degradati [scesi di grado] o costretti ad andarsene. Sono banditi da una classe di carrieristi che il corrispondente di guerra Homer Bigart ha definito “i pigmei”. Una sera a Bigart fu assegnata la cronaca di una rissa, prendendo spunto dalle informazioni fornite dai reporter presenti sulla scena. Mentre uno di loro, John Kifner, telefonava da una cabina telefonica i rivoltosi hanno iniziato ad agitarsi. Kifner ha riferito la cattiva notizia a Bigart che, stanco dei punzecchiamenti dei suoi editori, ha rassicurato Kifner con le parole: “per lo meno hai a che fare con gente sana di mente”.
Chi insiste a riportare verità scomode mette sempre alla prova la pazienza dei carrieristi che dirigono queste istituzioni. Se sono troppo persistenti, come la maggior parte dei bravi giornalisti, diventano “un problema”. Questa battaglia, che esiste in tutte le sale stampa, è stata riassunta per me dal giornalista del Los Angeles Times, Dial Torgeson, con cui ho lavorato in America Centrale finché non è stato ucciso da una mina anti uomo al confine tra l’Honduras e il Nicaragua. “Ricordati sempre” mi ha detto una volta sugli editori dei quotidiani, “sono il nemico”.
Quando ho incontrato Schanberg nel suo appartamento nella Upper West Side di Manhattan, mi ha detto, “negli anni ho sentito tutti i tipi di accuse che i ricchi patroni del Metropolitan Museum of Art spesso usano lo svincolo doganale fornito al museo per importare oggetti personali, compresi i gioielli, che non vanno a finire nel museo. Non lo posso provare, ma credo che sia vero. E il Times ci indagherebbe? Mai e poi mai. Il proprietario a quel tempo era presidente del consiglio di amministrazione del museo. Quelli erano i suoi amici”.
Ma Schanberg sostiene anche, come me, che i quotidiani rappresentano un baluardo vitale per uno stato democratico. È possibile lamentarne i numerosi fallimenti e compromessi con l’elite del potere e tuttavia onorarli, infine, come importanti per il mantenimento della democrazia. Tradizionalmente, se un reporter viene inviato a fare la cronaca di un fatto, l’informazione è solitamente affidabile e accurata. L’articolo potrà essere tendenzioso o di parte. Potrà omettere fatti vitali. Ma non sarà inventato. Il giorno in cui il New York Times ed altri grandi quotidiani cittadini moriranno, se un tale giorno verrà, sarà un giorno nero per la nazione.
I quotidiani “fanno più di chiunque altro, anche se hanno tralasciato molte cose”, ha detto Schanberg. “Ci sono storie nell’elenco della loro lista nera. Ma è importante che il quotidiano ci sia perché spendono denaro per quello che decidono di raccontare. Il maggior problema del giornalismo principale è quello che viene tralasciato. Ma a parte i soliti luoghi comuni, i comunicati stampa e via dicendo sono molto, molto importanti per il processo democratico”.
“I quotidiani fungono da guida per i nuovi arrivati, per gli immigrati, su quello che è l’ethos, sulle regole, su come ci si deve comportare”, ha aggiunto Schanberg. “Questo non è sempre positivo, ovviamente, perché rappresenta il consenso dell’establishment. Ma i quotidiani, probabilmente più negli anni passati che adesso, stampano testi di cose che la gente non vedrà mai in nessun altro posto. I quotidiani spiegano come si vota. Parlano di cose come l’afflusso di immigranti. Sono una forza positiva. Non credo che il New York Times sia mai stato un quotidiano pienamente impegnato sul fronte della responsabilità. Non sono sicuro che esista un tale quotidiano. Non so chi abbia coniato il termine Afghanistanismo, ma è appropriato per i quotidiani. Afghanistanismo vuol dire che puoi parlare di tutta la corruzione che c’è in Afghanistan, ma non di quella di casa tua. Il Washington Post non parla di Washington. Parla della Washington ufficiale. Il Times ignora molte omissioni e peggio ancora se da parte dei membri dell’establishment”. “I quotidiani non cancellano le brutte cose”, ha continuato Schanberg. “I quotidiani evitano che la palude diventi più profonda, che cresca. Lo facciamo con sforzi improvvisi. Scopriamo il movimento dei diritti civili. Scopriamo il movimento per i diritti delle donne. Lo facciamo accanitamente perché ora è autentico scrivere di chi è abbandonato e trattato come un mezzo cittadino. E quando le cose si calmano diventa facile non farlo più”.
La morte dei quotidiani significa, come indica Schanberg, che perderemo un altro baluardo che contiene la palude della corruzione delle corporazioni, gli abusi e le menzogne. Renderà più difficile per noi come società separare l’illusione dalla realtà, il fatto dall’opinione, la realtà dalla fantasia. Non c’è niente, certo, intrinsecamente buono nei quotidiani. Siamo stati per lungo tempo perseguitati dagli squallidi tabloid e dalle storie inventate della stampa da supermercato, che sono ora diventate la base del giornalismo televisivo. La stampa commerciale, in nome dell’equilibrio e dell’obiettività, aveva sempre abilmente messo a tacere o cancellato la verità. Ma la perdita dei grandi quotidiani, quotidiani che si occupano della comunità, significa la perdita di una delle pietre d’angolo del nostro stato aperto e democratico. Abbiamo di fronte la prospettiva, nel futuro prossimo, di maggiori città metropolitane senza un quotidiano cittadino. Questa perdita diminuirà la nostra capacità di autoriflessione e ci toglierà gli strumenti critici di cui abbiamo bisogno per monitorare quello che succede intorno a noi.
I leader del movimento per i diritti civili hanno compreso da principio che, senza una stampa pronta a partecipare alle loro marce e a fare una cronaca onesta dalle loro comunità sulle ingiustizie che denunciavano e sulla repressione che subivano, il movimento “sarebbe stato un uccello senza ali”, come ha detto il leader per i diritti civili e deputato repubblicano John Lewis.
“Senza la volontà dei media di opporsi al male e di rappresentare realisticamente gli eventi del movimento nel loro svolgersi, gli Americani potrebbero non aver mai capito o persino creduto agli orrori che gli Americani Africani hanno affrontato nel profondo Sud”, ha detto Lewis, un democratico della Georgia, nel 2005 quando la Casa Bianca ha festeggiato il quarantesimo anniversario del Voting Rights Act. “Quell’impegno a pubblicare la verità ha richiesto coraggio. Era incredibilmente pericoloso essere visti con un blocchetto, una penna, o una fotocamera nel Mississipi, in Alabama o in Georgia dove era il centro della lotta. C’era la violenta disperazione tra gli abitanti locali e i funzionari statali e i cittadini di mantenere l’ordine tradizionale. La gente voleva tenere segreta la loro ingiustizia. Voleva nascondersi dall’occhio critico di un mondo che disapprovava. Voleva scappare dalle accuse della propria coscienza. E voleva distruggere l’orribile riflessione che i protestanti non violenti e le immagini delle fotocamere mostravano così graficamente. Perciò quando i Freedom Riders sono scesi dall’autobus in Alabama nel 1961, ad esempio, ci sono stati dei reporter che sono stati colpiti a sangue prima di noi altri”.
Il nostro apparato politico e i nostri sistemi di informazione sono stati diminuiti e presi in ostaggio dalle corporazioni. Il nostro governo non risponde più alle esigenze o ai diritti dei cittadini. Siamo rimasti impotenti senza i tradizionali meccanismi per farci sentire. Coloro che combattono contro la distruzione da parte delle corporazioni dell’ecosistema e che cercano di proteggere quello che rimane della nostra società civile devono tornare di nuovo sulle strade. Devono impegnarsi in atti di disobbedienza civile. Ma questa volta i media e i sistemi di comunicazione sono cambiati drasticamente.
La morte del giornalismo, la perdita dei reporter, alla radio e sulla carta stampata, che credevano che la causa del comune cittadino dovesse essere riportata, significa che sarà più difficile per le voci comuni e per i dissidenti raggiungere il pubblico più ampio. La preoccupazione è che l’informazione come intrattenimento e la perdita di un giornalismo sostenuto margineralizzeranno effettivamente e metteranno a tacere coloro che cercano di essere ascoltati o che sfidano il potere costituito. Le proteste, contrariamente a quelle degli anni ’60, avranno difficoltà ad attrarre la cronaca nazionale quotidiana che ha caratterizzato la cronaca del movimento per i diritti civili e il movimento pacifista e che infine ha minacciato l’elite del potere. Gli atti di protesta, non più raccontati o a mala pena riportati, salteranno fuori come incendi sconnessi, più facilmente estinguibili o ignorabili. Sarà difficile, se non impossibile per i leader della resistenza di far amplificare la propria voce in tutta la nazione, per costruire un movimento per il cambiamento. I fallimenti dei quotidiani sono stati enormi, ma negli anni a venire, mentre l’ultima battaglia per la democrazia significa dissenso, disobbedienza civile e protesta, ce li perderemo.

Chris Hedges scrive rubriche settimanali per il Truthdig ed è membro del Nation Institute. Il suo ultimo libro si intitola “The World As It Is: Dispatches on the Myth of Human Progress”.
Titolo originale: "Gone With the Papers"
Fonte: http://www.truthdig.com
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI