INCLUDE_DATA

Archive for agosto 2011

Bronchiolite costrittiva: impennata di casi tra i militari di ritorno da Iraq ed Afghanistan

ago 31st, 2011 | By admin | Category: News

di

Ilaria Vacca

L’articolo che proponiamo si incentra sull’insorgenza della bronchiolite costrittiva, una patologia respiratoria, fra i veterani statunitensi, di ritorno dai teatri di guerra in Medio Oriente. L’affezione è collegata all’inalazione di nanopolveri costituite da diossido di azoto ( Nitrogen dioxide), biossido di zolfo etc. e siamo inclini a ritenere che non sia circoscritta ai reduci: sempre più spesso, infatti, tra i civili si rilevano disturbi e malattie (anche tumori) dell’apparato respiratorio che si spiegano, considerando la massiccia diffusione di inquinanti in nanoparticelle, attraverso le mortale operazioni di "bio-geoingegneria clandestina". Si tratta di una malattia confrontabile con le serie patologie riscontrate fra i soccorritori che, intervenuti sul luogo in cui erano state demolite le Torri gemelle il giorno 11 settembre 2001, respirarono micidiali polveri generate dalle esplosioni e dall’incendio. Anche il linfoma non Hodgkin, un tempo "appannaggio" dei partecipanti alle missioni di "pace", è putroppo oggi diagnosticato fra persone (giovani ed adulti) che non si sono mai recate nel Kosovo, in Iraq, in Afghanistan etc. La sardegna e la Liguria sono le regioni più colpite.
Uno studio condotto su ottanta soldati statunitensi, rientrati dal Medio Oriente, ha evidenziato che più della metà dei militari presentava una dispnea da sforzo al rientro. La biopsia polmonare ha mostrato che quasi tutti i soldati rientrati dalle missioni con problemi respiratori sono affetti da bronchiolite costrittiva, patologia molto rara in pazienti adulti in condizioni di buona salute, invece molto comune in pazienti con problemi reumatologici o trapiantati, probabilmente dipendente dall’inalazione di sostanze tossiche o dannose. Lo studio suggerisce quindi che esiste una stretta correlazione tra la bronchiolite costrittiva e la diminuzione delle prestazioni fisiche dei soldati che hanno prestato servizio in Medio Oriente.
Lo studio in questione, pubblicato sul New England Journal Of Medicine è stato condotto dal Medical Center della Vanderbilt University su un gruppo di ottanta soldati provenienti da Fort Campell, in Kentucky, tra il febbraio 2004 ed il dicembre 2006.
Questi veterani, rientrati dall’Iraq o dall’Afghanistan, presentavano un’inspiegabile dispnea da sforzo (non erano in grado di portare a termine il normale esercizio fisico previsto dagli esercizi militari, ossia due miglia di corsa). Molti di questi combattenti sono stati esposti alle sostanze tossiche presenti nell’aria in seguito all’incendio della miniera sulfurea di Mosul (Iraq) durante l’estate 2003, ma non tutti.
Di questi soldati quarantanove sono stati sottoposti ad una biopsia polmonare toracoscopica, oltre ai controlli cardiopolmonari (spirometria e tutti gli altri esami previsti dalle linee guida dell’American Thoracic Society). Per ben trentotto dei soldati sottoposti a biopsia, la diagnosi è stata di bronchiolite costrittiva. In seguito gli stessi sono stati sottoposti a tomografia computerizzata elicale (CT) per ulteriori accertamenti.
Quasi tutti i campioni delle biopsie hanno mostrato materiale polarizzabile corrispondente ad inalazione di polveri sottili, nonostante la maggior parte dei soldati non sia mai stato fumatore. Le biopsie hanno anche mostrato ispessimenti delle pareti arteriolari o occlusioni di arterie adiacenti, solitamente causate da inalazioni di sostanze tossiche.
L’età media del soldati che hanno preso parte a questo studio è di trentatré anni, tutte persone in buono stato di salute, non affetti da patologie o sintomatologie respiratorie. Sarebbe stato semplice imputare la patologia all’esposizione inalatoria dell’incendio della miniera, ma solo ventotto dei soldati esaminati ne sono stati interessati. Quasi tutti hanno riferito di aver respirato durante le tempeste di sabbia (tipiche della zona) e di essere stati esposti all’incenerimento di rifiuti solidi in pozzi bruciati. La bronchiolite costrittiva è caratterizzata da una lesione infiammatoria e fibrosante della parete dei bronchioli che ne riduce il calibro, causando un’alterazione del flusso aereo. La patologia è anche connessa all’esposizione inalatoria a diossido di azoto , biossido di zolfo, rifiuti inorganici, ceneri e butanedione (usato nella manifattura dei pop corn per i forni a microonde). Non di rado il suo decorso comporta la necessità di sottoporsi a trapianto di polmoni (sic).
Fonte: osservatoriomalattierare

 

Link



IL MIO NOME È BOND, EUROBOND. IN RISPOSTA A TREMONTI E AI VENDITORI DI FUMO

ago 31st, 2011 | By admin | Category: News

DI

DANIEL GROS*

  FONTE: Sollevazione

Consigliamo ai lettori di leggere quest’articolo, senza farsi spaventare dai tecnicismi, inevitabili in questo genere di trattazioni. Gros non è certo un "anticapitalista", anzi. Questa degli Eurobond, spacciati come ancora di salvezza dell’Unione e dell’euro, spiega Gros, è una leggenda, anzi, fumo negli occhi. Segnaliamo che tra i sostenitori di questa "panacea" non ci sono soltanto i vampiri della finanza speculativa (uno su tutti: Warren Buffet), ma praticamente tutta la corazzata di fede "europeista" della sinistra ufficiale: Prodi ovviamente, il Pd, l’Idv, Sel, pezzi del Prc, mentre la CGIL della cornuta e mazziata Camusso ha pensato bene di metterli nella piattaforma per lo sciopero del 6 settembre.
Gli eurobond sono propagandati come la panacea per risolvere la crisi dell’euro. Questo articolo sostiene che la proposta degli eurobond non è valida per motivi giuridici, politici ed economici. Si dice che, qualunque sia la variante, gli eurobond hanno senso solo in un’unione politica e, in considerazione delle grandi differenze nei sistemi politici nazionali e nella loro qualità di governo, qualsiasi unione politica creata sulla carta nella pratica non funzionerebbe.

Col termine "Eurobond" di solito si intende un’obbligazione garantita "in solido" da tutti gli stati membri della zona euro (vedi, ad esempio, Manasse 2010 e Suarez 2011). La garanzia "in solido" implica che, se il paese emittente non può servire il proprio debito in "Eurobond", i creditori possono chiedere il pagamento a tutti gli altri paesi della zona euro. Ciò implicherebbe che in extremis i creditori potrebbero pretendere che l’Estonia o la Finlandia paghino per il debito accumulato, diciamo, dalla Grecia o dall’Italia, se gli altri grandi dell’eurozona non vogliono o non possono pagare.

Questo articolo si occupa solo dell’ipotesi che gli Stati membri possano essere in grado di emettere Eurobond per finanziare i loro deficit e convertire soltanto in parte il loro debito.

Perché gli investitori acquisterebbero gli Eurobond?

I fautori degli Eurobond affermano che potrebbero essere venduti a un rendimento molto basso, vicino a quello del benchmark tedesco "Bund". L’idea è che, poiché il debito complessivo e i livelli di disavanzo della zona euro reggono bene il confronto con quelli degli Stati Uniti, gli investitori presterebbero a tassi di interesse simili. Tale idea è, ovviamente, completamente diversa da quella di un’istituzione comune che dovrebbe essere in grado di finanziare compiti di interesse condiviso (vedi Gros e Micossi 2008).

Ma questa è una proposta che non è stata (e purtroppo non può essere) testata e la conclusione non è scontata, soprattutto se gli Eurobond dovessero coprire gran parte del debito esistente:

- gli investitori hanno notato che numerosi provvedimenti per affrontare la crisi del debito dell’Eurozona sono stati poi revocati dai politici e che quindi questi potrebbero non avere piena fiducia nella garanzia "in solido";

- gli investitori potrebbero anche avere una visione diversa dei rischi del debito sovrano nella zona euro e potrebbero non credere nelle garanzie date in solido;

- potrebbero anche avere un parere diverso sugli effetti di incentivazione che deriverebbero dagli Eurobond.

- gli operatori di mercato potrebbero aspettarsi che l’introduzione degli Eurobond porti a un aumento più rapido del debito complessivo.

- gli investitori potrebbero anche avere una visione diversa dei rischi di credito sovrano nella zona euro, dato il più alto livello d’indebitamento bancario (2,5% del PIL rispetto al "solo" 1,2% degli Stati Uniti).

È interessante notare che gli oppositori degli Eurobond tendono a essere molto più pessimisti per quanto riguarda il livello del tasso di interesse. Per esempio Ifo (2011), presuppone che il tasso di interesse sugli Eurobond sarebbe uguale alla media (ponderata) dei rendimenti sul debito pubblico in essere nella zona euro, che attualmente è di quasi 200 punti base più elevato del rendimento sul debito pubblico tedesco. Un altro argomento verte sul grado di liquidità di tali obbligazioni. Naturalmente, gli eurobond diventerebbero un asset ad alta liquidità, con un volume di debito disponibile paragonabile ai buoni del tesoro statunitensi. Tuttavia, i differenziali di rendimento tra piccole e grandi emittenti con rating AAA all’interno della zona euro (ad esempio la Germania contro l’Austria) sono nell’ordine di 30-50 punti base. Il miglioramento della liquidità, quindi, al massimo potrebbe rappresentare un beneficio minore.

Qual è il problema che gli Eurobond dovrebbero risolvere?

La proposta di introdurre gli Eurobond in questo momento, ovviamente, non vuole risolvere i problemi di lungo periodo, ma serve ad affrontare l’attuale crisi, dando l’accesso a un finanziamento più conveniente ai governi dei paesi che attualmente stanno pagando alti premi per il rischio.

- Per gli avversari degli eurobond, le differenze dei premi di rischio sono giustificate dalle differenze nella politica fiscale nazionale e costituiscono un utile segnale di mercato che costringe i governi a regolarsi.

- Per i sostenitori degli Eurobond, le differenze possono includere gli alti premi al rischio dovuti semplicemente al panico.

Qualsiasi paese con un livello del debito moderatamente elevato potrebbe essere portato all’insolvenza – anche se questo debito fosse perfettamente sostenibile a bassi tassi di interesse – perché quando i mercati svendono il debito del governo, l’economia ristagnerà e l’onere del debito aumenterà.

Gli economisti li chiamano "equilibri multipli". Se gli investitori ritengono che l’Italia è fondamentalmente solvente, acquisteranno titoli di Stato italiani a un tasso di interesse inferiore, diciamo, al 5%. In questo caso il servizio del debito sarà sostenibile e le banche italiane saranno in grado di rifinanziarsi senza problemi sul mercato interbancario. Ma se molti investitori hanno dubbi sulla solvibilità del paese, i tassi di interesse saranno spinti in alto e le banche del paese saranno tagliate fuori dal mercato interbancario. L’economia quindi andrà in riserva, riducendo le entrate pubbliche proprio nel momento in cui il governo deve affrontare maggiori costi del servizio del debito (vedi Gros 2011 sull’importanza della connessione banche-debito sovrano).

Questi dubbi sulla solvibilità di un paese possono chiaramente essere auto-avveranti e condurre a una veloce spirale verso il basso dei mercati finanziari, come ha dimostrato il panico di questa estate. Una serie di recenti contributi di VoxEU ha affrontato questo temi, più di recente de Grauwe (2011). Vedi anche Kopf (2011).

Ma quanto è importante questo fenomeno degli equilibri multipli?

Nei primi mesi del 2010, quando la Grecia ha iniziato ad affrontare delle difficoltà per vendere i suoi debiti sul mercato, molti hanno anche sostenuto che questo era solo un caso di panico auto-avverante presente sul mercato. È risultato, tuttavia, che gli scettici del 2010 avevano ragione sulla Grecia. Nonostante una massiccia dose di aiuti finanziari il paese non è stato in grado di riportare il suo bilancio sotto controllo. Non si dovrebbe quindi saltare alla conclusione che tutti gli aumenti dei differenziali di rischio costituiscano attacchi speculativi ingiustificati. Ma è difficile sfuggire all’impressione che, in un dato momento, questo meccanismo possa guidare i mercati.

I pericoli di introdurre l’unione politica senza legittimità democratica

"Niente tasse senza rappresentanza" è un principio fondamentale della democrazia, ma non è compatibile con la responsabilità solidale sul debito di altri paesi della zona euro, a meno che l’Europa (o meglio la zona euro) diventi un’unione politica. Rendere i contribuenti dei paesi parsimoniosi pienamente e incondizionatamente responsabili per le decisioni di spesa prese in altri paesi si trasformerebbe molto probabilmente in una pillola di veleno per l’UEM. La resistenza politica contro l’UEM aumenterebbe nei paesi più forti e condurrebbe a una sua probabile rottura.

Inoltre, se l’emissione di Eurobond fosse limitata a una parte del debito nazionale (ad esempio, solo il 40-60% del PIL, come proposto), i paesi fortemente indebitati sarebbero immediatamente costretti a una ristrutturazione del debito in quanto non potrebbero più trovare acquirenti per la parte garantita soltanto a livello nazionale. Per questo motivo il sistema di obbligazioni blu/rosse proposto da Delpla e Weizsäcker (2010) – The Blue Bond Proposal - non può funzionare se i paesi interessati hanno un eccesso di debito.

Le obiezioni legali agli eurobond sono ben note. Qualsiasi patto di responsabilità multipla solidale è in contrasto con la clausola del no-bailout (non salvataggio) del trattato di Lisbona (art. 125). Così, sarebbe necessaria una revisione del trattato che richiede la ratifica da parte di tutti i 27 membri. Il destino del Trattato di Lisbona, che è stata respinto quando sottoposto a referendum in Francia e nei Paesi Bassi, dovrebbe funzionare da avvertimento. Inoltre, la Corte Costituzionale Tedesca molto probabilmente potrebbe considerare incostituzionali gli Eurobond senza un’unione politica e potrebbe imporre al governo tedesco di lasciare la zona euro o ritirare la sua garanzia incondizionata agli Eurobond.

Mettere il carro davanti ai buoi? Creare un’unione politica per giustificare gli Eurobond?

I fautori degli Eurobond affermano che gli elementi necessari a una "unione politica" potrebbero essere creati, se necessario, modificando i Trattati dell’UE. È chiaro che la sorveglianza sovranazionale da parte della Commissione, del Consiglio (zona euro) e del Parlamento dovrebbe essere rafforzata al punto che quasi certamente interferirebbe con i principi costituzionali di ogni Stato membro per quanto riguarda l’autonomia di bilancio dei Parlamenti nazionali. Un maggiore coinvolgimento del Parlamento Europeo non sarebbe utile allo scopo, dato il "deficit democratico" (almeno ampiamente percepito) di questa istituzione, e il fatto che rappresenta i 27, non la zona euro.

La sorveglianza tra pari in Consiglio non ha funzionato bene in passato e potrebbe non funzionare nemmeno nel quadro rafforzato del Patto di Stabilità e di Crescita che è previsto in ogni caso. Le sanzioni (cioè non avere accesso a risorse del bilancio UE, subire penalità, e così via) non possono essere progettate in modo appropriato, perché non sono coerenti: quando sorge un problema reale il paese non è punito, ma bensì riceve aiuto.

Le modalità del processo decisionale dell’organismo che dovrebbe supervisionare la politica fiscale nazionale (molto probabilmente il cosiddetto Eurogruppo) presumibilmente dovrebbero essere un qualche tipo di maggioranza qualificata. Ma come si potrebbe poi impedire a una maggioranza di paesi fiscalmente lassisti di concedere aumenti del disavanzo? Questo già è accaduto nel 2003/4. Alla fine, l’emissione di eurobond richiede l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa sulla politica di bilancio, per cui i cittadini di tutti i paesi membri concordano in anticipo che i pagamenti delle imposte potrebbero servire a sostenere altri Paesi e che i loro livelli di prestazioni potrebbero essere ridotti perché altri paesi hanno pagato troppo ai propri cittadini.

Tuttavia, anche così si può dubitare che anche i migliori incentivi a livello statale riescano a perseguire la solidità fiscale e una buona performance economica della zona euro. L’evoluzione della crisi del debito ha dimostrato che i paesi si muovono solo sotto il controllo dei mercati e l’aumento dei costi di rifinanziamento dell’Italia ne ha fornito la prova ultima.

È sufficiente l’unione politica?

Chi propone un’unione politica per rendere praticabili gli eurobond suppone che alcune modifiche del trattato e accordi politici di alto livello sarebbero sufficienti a garantire che i paesi membri attuino tutte le decisioni prese a livello europeo (o meglio della zona euro). Tuttavia, questa non è una conclusione scontata, come ha dimostrato l’esperienza di aggiustamento fiscale della Grecia. Anche il governo più determinato non è stato in grado di attuare le misure di austerità che si sapevano necessarie.

Ci sono profonde differenze tra i sistemi politici degli Stati membri e il modo in cui le amministrazioni in realtà lavorano. La Banca Mondiale fornisce un’utile banca dati di "indicatori di governance", che ci permette di confrontare i paesi in base alla qualità delle loro amministrazioni e alla misura in cui lo stato di diritto è realmente rispettato. Questi sono elementi chiave per il funzionamento di una unione politica dell’Eurozona. Tuttavia, anche una rapida occhiata a questi indicatori rivela che le differenze sono così grandi che un’unione politica è improbabile che funzioni.

La tabella 1 mostra i tre più rilevanti indicatori di governance, "efficacia del governo", "stato di diritto" e "controllo della corruzione". Un minimo standard comune su tutti e tre è necessario per garantire che le decisioni comuni in materia di disavanzo massimo ammissibile in ciascun paese siano effettivamente attuate, in modo che i contribuenti dei paesi più forti possano essere certi che i necessari meccanismi di applicazione effettivamente funzioneranno.

Tuttavia, i dati mostrano che c’è una grande differenza tra i paesi "Core" e il "Club Med" (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna). In particolare la Grecia e l’Italia mostrano delle performance particolarmente negative, anche rispetto a Portogallo e Spagna, i cui standard sono ancora nettamente sotto la media del centro dell’euro. Su quasi ogni indicatore, i dati sia per la Grecia che per l’Italia sono più di due deviazioni standard al di sotto della media dell’Eurozona.

Tabella 1. Indicatori di governance dell’Eurozona: Centro contro Club Med o Periferia Sud

Note: L’"efficacia del governo" rappresenta la percezione della qualità dei servizi pubblici, la qualità degli amministratori pubblici e il loro grado di indipendenza dalle pressioni politiche, la qualità della formulazione e attuazione delle politiche, e la credibilità dell’impegno del governo per queste politiche.

Il "Controllo della corruzione" rappresenta la percezione della misura in cui viene esercitato il potere pubblico per interessi privati, in entrambe le forme di piccola e grande corruzione, così come "l’idea" dello stato da parte delle élite e degli interessi privati.

Lo "Stato di diritto" rappresenta la percezione della misura in cui gli operatori hanno fiducia e rispettano le regole della società, e in particolare la qualità di esecuzione dei contratti, i diritti di proprietà, la polizia e i tribunali, così come la probabilità di reati e di violenza.

Fonte: WGI 2009, la Banca Mondiale

La figura sottostante fornisce una conferma visiva della differenza tra il Centro e i paesi del Sud dell’Eurozona.

Queste differenze nella qualità della governance, più di ogni problema tecnico, sono probabilmente la ragione per cui l’elettorato del Nord Europa è scettico circa gli Eurobond. Con queste differenze fondamentali nel funzionamento dei diversi paesi membri, sarebbe in pratica impossibile condurre una politica fiscale unitaria, anche se venisse creato un Ministro delle Finanze della zona euro.

Conclusioni

Qualunque sia la variante, gli Eurobond hanno senso solo in una unione politica, e anche allora solo quando i livelli del debito sono bassi [1]. Quando si parte da livelli di indebitamento così alti che i mercati sospettano un eccesso di debito, gli Eurobond equivarrebbero a un grande trasferimento di rischio e genererebbero forti aspettative che futuri accumuli di debito sarebbero trattati allo stesso modo.

Il sostegno politico agli Eurobond sembra essere in crescita anche negli Stati membri come la Germania (i Socialdemocratici e i Verdi hanno espresso il loro sostegno), ma solo perché l’idea suona bene a prima vista. Una volta che saranno discusse le implicazioni fiscali di una proposta specifica, il sostegno politico può svanire molto velocemente. Le probabilità che il Bundestag tedesco a maggioranza costituzionale sottoscriva implicitamente 6.700 miliardi in euro di debito pubblico dell’Eurozona quando il debito tedesco è "solo" circa 2.000 miliardi di euro sono davvero scarse.

Le differenze tra i sistemi politici nazionali e la loro qualità di governance sono così grandi che qualsiasi unione politica anche creata sulla carta in pratica non potrebbe funzionare.

Riferimenti:

Ifo, What will Eurobond cost?, Press release, 17 agosto 2011.

De Grauwe, Paul, The European Central Bank as a lender of last resort, VoxEU.org, 18 agosto 2011.

Delpa, Jacques E Jakob von Weizsäcker, The Blue Bond Proposal, Breugel.org, 11 maggio 2011.

Gros, Daniel, The seniority conundrum: Bail out countries but bail in private, short-term creditors?, VoxEU.org, 5 dicembre 2010.

Gros, Daniel, August 2011: The euro crisis reaches the core, VoxEU.org, 11 agosto 2011.

Gros, Daniel e Stefano Micossi, Crisis management tools for the euro-area, VoxEU.org, 30 settembre 2008.

Kopf, Christian, Restoring financial stability in the euro area, CEPS Policy Briefs, 2011.

Manasse, Paolo, My name is Bond, Euro Bond, VoxEU.org, 16 dicembre 2010.

Suarez, Javier, A three-pillar solution to the Eurozone crisis, VoxEU.org, 15 agosto 2011.

Note:

[1] Il governo federale degli Stati Uniti appena creato ha assunto il debito degli stati fondatori, perché il debito era stato contratto nella lotta per una causa comune. Non è certo questo il caso oggi in Europa.

* Questo lucido articolo è stato originariamente pubblicato in Voxeu.org e poi ripubblicato dagli amici di «Voci dall’estero», che ringraziamo per la traduzione, che abbiamo corretto qua e la.

* Daniel Gros is the Director of the Centre for European Policy Studies (CEPS) in Brussels. Originally from Germany, he attended university in Italy, where he obtained a Laurea in Economia e Commercio. He also studied in the United States, where he earned his M.A. and PhD (University of Chicago, 1984). He worked at the International Monetary Fund, in the European and Research Departments (1983-1986), then as an Economic Advisor to the Directorate General II of the European Commission (1988-1990). He has taught at the European College (Natolin) as well as at various universities across Europe, including the Catholic University of Leuven, the University of Frankfurt, the University of Basel, Bocconi University, the Kiel Institute of World Studies and the Central European University in Prague.

****************************************

Fonte: Il mio nome è Bond, Eurobond

Link



LA BATTAGLIA DEL VENEZUELA PER LA SOVRANITÀ ALIMENTARE

ago 31st, 2011 | By admin | Category: News

DI

FEDERICO FUENTES
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ho chiesto ad Alfredo, un produttore di latte e presidente della cooperativa di lavorazione del latte Prolesa nello stato di Tachira, cosa fosse la sovranità alimentare mi ha detto: “La sovranità alimentare non consiste solamente nella capacità di produrre abbastanza cibo per nutrirsi, ma anche capire dove si può esportare cibo all’estero.

“C’è una crisi alimentare globale e ogni giorno che passa sempre più persone patiscono a fame. Come campesinos venezuelani, dobbiamo comprendere che abbiamo un obbligo nei confronti dei popoli del mondo.”

Questo sentimento è condiviso da molti contadini che ho incontrato in una recente visita di tre giorni alle comunità rurali con una piccola delegazione del progetto Venezuela Food Sovereignt.
Alfredo ci ha detto che stava portando il suo piccolo contributo alla causa della sovranità alimentare del Venezuela.

Grazie a Prolesa, i produttori di latte locali hanno un’altra possibilità di vendere il loro prodotto per evitare di essere alla mercé dei prezzi fissati dalle multinazionali assetate di profitto che spesso esportano per ottenere prezzi più alti.

I contadini del posto ora possono guadagnare di più dal loro latte e produrre beni di qualità a prezzi equilibrati per la comunità locale e le aree circostanti.

Nello sforzo di tenere i prezzi più bassi possibile, i membri di Prolesa lavorano anche con altri agricoltori, con i consigli comunali e con gli impiegati del Ministero dell’Agricoltura e del Territorio (MAT) per promuovere un mercato campesino.

Questo permette ai produttori di vendere direttamente al consumatore, tagliando il costo degli intermediari.
I contadini venezuelani come Alfredo sono in una condizione più unica che rara, quella di poter contare sul sostegno del loro governo nella lotta per la sovranità alimentare.

L’obbiettivo della sovranità alimentare è tutelato dalla costituzione del Venezuela che fu adottata dopo il referendum del 1999.

Andando contro la prevalente ortodossia neoliberista, l’articolo 305 della costituzione stabilisce che la sicurezza alimentare può essere raggiunta “sviluppando e privilegiando la produzione agricola interna”.

La costituzione raccomanda che lo Stato “generi occupazione e garantisca alla popolazione contadina un adeguato tenore di vita”.

Considera i latifondi (vasti appezzamenti di proprietà di privati) “contrari agli interessi sociali”. La costituzione stabilisce la necessità di “trasformarli in unità economiche produttive”.

Quando il presidente Hugo Chavez fu eletto per la prima volta nel 1998 con una campagna elettorale a favore dei poveri, il Venezuela si stava incamminando nella direzione opposta.

I campesinos ci hanno detto che i governi prima di Chavez avevano trasformato li Venezuela in un “economia portuale”.

Mentre venivamo portati in giro nello stato di Yaracuay da Fray, un membro della cooperativa 3R e del Movimento dei Contadini Jirajara (MCJ) che ha preso il nome dai guerriglieri indigeni Jirajara che hanno combattuto i colonizzatori spagnoli, gli ho chiesto perché tutti quelli che avevamo incontrato ripetevano la stessa cosa.

“Chavez,” rispondevano.

“Chavez è come un maestro. Tutti lo vogliono far passare per un pazzo perché passa così tanto tempo a parlare alla televisione. Ma ogni volta che parla, ci dà una lezione di storia, di economia, di geografia e di politica.

“Tutto questo ha contribuito a innalzare la coscienza del popolo.”

Fray ha detto cha la crescita dell’industria petrolifera, avviata negli anni ’40, ha cambiato l’economia del Venezuela.

La classe capitalista parassitaria del Venezuela spostò le sue attenzioni dal settore agricolo che era orientato alle esportazioni per cercare il modo di ricevere una parte della rendita petrolifera.

E anche se la produzione agricola era in calo, i capitalisti importavano i prodotti dagli stessi porti da cui partivano le petroliere.

Questo ha avuto un effetto distorsivo sull’economia con effetti devastanti sui campesinos.

Le persone venivano sradicate dal sud rurale, lasciano le terre fertili disabitate per cercare lavoro nelle città costiere che si stavano espandendo nei pressi dei giacimenti petroliferi e dei porti.

I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (INE) ci mostrano una caduta nella popolazione impiegata in agricoltura, dal 68,6% del 1941 a solo il 12,3% nel 2001.

Le politiche neoliberiste degli anni ’90 hanno provocato una diminuzione delle terre coltivate da più di 2,3 milioni di ettari nel 1988 a circa 1,6 nel 1998 secondo i dati del precedente ministero dell’Agricoltura.

Il neoliberismo ha impoverito milioni di persone in tutto il Venezuela, ma le persone che vivevano nelle aree rurali sono state quelle colpite in modo più duro.

Non solo i lavoratori impiegati in agricoltura guadagnavano solo il 20-30% della media degli stipendi dei lavoratori degli altri settori, ma i dati del governo hanno descritto come tra il 1984 e il 1997 i loro redditi medi reali sono diminuiti del 73%, rispetto al 61% degli abitanti delle città.

Nel novembre del 2001 Chavez ha emesso un pacchetto di 49 decreti, tra cui una nuova legge sui terreni che aveva lo scopo di iniziare a mettere in pratica i principi della costituzione.

La legge consentiva l’esproprio delle terre inutilizzate dai latifondisti e la redistribuzione ai contadini per scopi produttivi, così come inteso dalla costituzione.

L’oligarchia dei grandi tenutari ha risposto cercando di far cadere il governo. La legge era, in larga parte, rinviata agli anni successivi proprio mentre il governo concentrava gli sforzi per combattere i tentativi di destabilizzazione delle opposizioni. Tra questi vanno segnalati un tentativo di colpo di Stato nell’aprile del 2002, una serrata dei padroni dell’industria petrolifera tra il dicembre del 2002 e il gennaio del 2003 e una proposta referendaria nell’agosto del 2004.

Il governo di Chavez è sopravvissuto, ma la destabilizzazione ha messo l’economia in crisi. La serrata ha provocato una contrazione dell’economia di circa il 25%.

I dati del governo mostrano che, dalla fine del 2003, il consumo di cibo pro capite era stato il più basso dagli anni ’60.

Nel mentre i latifondisti e gli imprenditori dell’agro-alimentare sabotavano la produzione e la distribuzione, saliva anche la dipendenza dalle importazioni. Nel 2003 hanno raggiunto quasi il 50% delle calorie consumate.

Comunque, i tentativi della destra di far cadere il governo sono stati sconfitti dalla mobilitazione di massa della maggioranza più povera. Il governo ne è uscito rafforzato.

Nel dicembre del 2003 Chavez ha avviato la sua “guerra al latifondo” con l’inaugurazione della Missione Zamora.

Lo scopo della missione era quello di colpire i latifondisti per favorire la redistribuzione del cibo e per fornire supporto tecnico e finanziario alle cooperative di agricoltori.

La debolezza del movimento dei campesinos e il fatto che le istituzioni statali supervisionavano la riforma delle terre ha comportato il fatto che la missione era inizialmente limitata a ridistribuire le terre inutilizzate che erano già in mano allo Stato.

Nel 2005 i dati del governo mostravano che, dei sei milioni di ettari identificati come latifondi, meno di 650.000 erano stati recuperati. Dall’altro lato, due milioni di ettari di proprietà statale erano stati redistribuiti dalla fine del 2004.

Nei tre anni successivi, 1,3 milioni di ettari di latifondi sono stati recuperati dal governo.

Anche il finanziamento all’agricoltura si è innalzato vertiginosamente. I fondi erano destinati per progetti agroindustriali, macchinari, per i sussidi ai produttori, per l’espansione delle infrastrutture nelle aree rurali e per il microcredito.

La terra coltivata è aumentata da 1,6 milioni di ettari nel 1998 a più di 2 milioni nel 2006. Comunque, la produzione agricola domestica non è stata in grado di mantenere il passo con l’incremento dei livelli di consumo provocato dal maggior potere d’acquisto dei poveri grazie alle politiche governative a loro favore.

Per compensare questa mancanza, il Venezuela ha incrementato le importazioni di cibo.

Nel 2004 fu istituita la Missione Mercal per contrastare il controllo del capitale sulla distribuzione degli alimenti e per ostacolare l’aumento dei prezzi. I punti vendita della catena alimentare sussidiata dallo Stato hanno velocemente raggiunto il 40% della distribuzione di generi alimentari.

Allo stesso tempo, stava prendendo campo il fenomeno delle cooperative. Il numero delle cooperative è salito da 10.000 nel 2003 a 74.200 alla metà del 2005. I dati del censimento dell’INE hanno registrato 121.000 persone che lavoravano nelle cooperative agricole, il 14% dei lavoratori del settore.

Leonardo, uno dei fondatori di Prolesa, ha detto che il rifiuto di Nestlè e di Leche Tachira di comprare il latte dai produttori locali nel corso della serrata è stato il catalizzatore della creazione delle cooperative.

“Portavano i veicoli nel mezzo della città e versavano il latte non lavorato nel mezzo della strada”, ci ha detto. “Questo mentre le madri non riuscivano a trovare il latte per i loro figli.”

Prolesa nacque nel 2004 con un prestito iniziale dal governo, con i risparmi dei membri della stessa cooperativa e l’impegno di alcuni caseifici del posto per venderle il latte.

Per assistere la creazione di cooperative, il governo ha fondato la Missione Vuelvan Caras.

Nella missione il 50% di scolarità offerta ai 650.000 partecipanti era fornita per l’addestramento agricolo con un’enfasi data alla cooperazione.

Anche se è stata una piccola operazione, Prolesa è vista come una minaccia dai caseifici. Dopo che si è formata, hanno iniziato a offrire agli agricoltori del posto prezzi più alti.

Più di 40 agricoltori locali hanno preferito continuare a rifornire Prolesa, anche se ciò ha significato guadagnare meno.

Le iniziative delle multinazionali per dividere la comunità non sono state capaci di distruggere i legami di solidarietà che erano stati creati in precedenza.

È forse questo il motivo per cui Prolesa, malgrado le difficoltà finanziarie e tecnologiche, è ancora in funzione come invece non sono riuscite a fare la maggior parte delle cooperative che si sono formate insieme a lei.

Spesso le cooperative venivano create solo per accedere ai prestiti. Il denaro veniva poi diviso tra i membri. In altri casi, le persone consideravano troppo impegnativo lavorare nelle cooperative e così tornavano alle proprie fattorie o si spostavano in città.

I dati dell’INE mostrano che il numero delle persone impiegate nelle attività agricole è calato dell’11% tra il 2005 e il 2008.

Ma questa non è stata la sola sfida che ha affrontato la campagna per la sovranità alimentare.

I programmi sociali del governo hanno contribuito in modo deciso a ridurre la povertà estrema nelle campagne, che è calata più del 20%. Il forte incremento nei finanziamenti non ha avuto simili riscontri nell’aumento della produzione, ma la produzione agricola è comunque salita del 18% tra il 2003 e il 2008.

Ma il maggiore incremento nel consumo ha aumentato la dipendenza del Venezuela dalle importazioni. Inoltre, l’incontro tra i prezzi e i controlli sulla moneta hanno agito come disincentivi per la produzione locale visto che l’importazione era più economica.

Questo tipo di pressioni ha visto un numero sempre maggiore di scaffali vuoti ai supermercati Mercal.

Nel corso del 2007 sono stati impiegate grosse somme per la produzione e la distribuzione per provocare carenze nell’offerta di cibo. Questo ha causato un aumento del sostegno governativo ed è stato un motivo della sconfitta del referendum sulle riforme costituzionali proposte da Chavez.

La caduta dei prezzi del petrolio e l’ascesa dei prezzi dei generi alimentari hanno forzato il governo a prendere misure più radicali, come ad esempio la nazionalizzazione delle compagnie di distribuzione che violano la legge e l’incremento delle pratiche di sequestro delle terre tenute improduttive dai grandi latifondisti

Tutto questo costituisce lo sfondo della nuova fase nella lotta per la sovranità alimentare nel Venezuela.

*******************************************

Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24910

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



UNDICI SETTEMBRE, UN DECENNIO DOPO: ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA?

ago 29th, 2011 | By admin | Category: News

DI

PAUL CRAIG ROBERTS
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fra pochi giorni ricorrerà il decimo anniversario dell’11 settembre 2001. Ha resistito bene il racconto ufficiale del governo di quegli eventi dopo un decennio?

Non molto bene. Il direttore, il vicedirettore e il primo consulente legale della Commissione sull’11 settembre hanno scritto testi in cui si dissociano parzialmente dal resoconto della commissione. Hanno riferito che l’amministrazione Bush ha posto ostacoli sul loro cammino, che le informazioni non erano condivise, che il Presidente Bush acconsentì a testimoniare solo se accompagnato dal vicepresidente Cheney e non fu mai posto sotto giuramento, che il Pentagono e i funzionari dell’FAA mentirono alla commissione e che la commissione stessa pensò di deferire con l’accusa di falsa testimonianza nel corso dell’indagine per ostruzione al corso della giustizia.
Nel loro libro il direttore e il vicedirettore, Thomas Kean e Lee Hamilton, hanno scritto che la Commissione sull’11 settembre era stata “formata per fallire”. Il primo consulente John Farmer Jr., ha riferito che il governo statunitense prese “la decisione di non dire la verità di quello che era successo” e che “i nastri del NORAD raccontavano una storia radicalmente diversa da quello che era stato riferito a noi e al pubblico.” Kean invece disse: “Fino a questo momento non sappiamo perché il NORAD ci ha detto quello che ci ha detto, che era davvero molto distante dalla verità.”

La gran parte delle domande poste dalle famiglie dell’11 settembre non sono state soddisfatte. Non sono stati convocati testimoni importanti. La commissione ha ascoltato solo quelli che sostenevano il racconto del governo. La commissione è stata un’operazione politica controllata, non un’indagine degli eventi e delle prove. I suoi membri erano tutti ex politici. Nessun esperto riconosciuto si è aggiunto alla commissione.

Un membro della Commissione sull’11 settembre, l’ex senatore Max Cleland, rispose ai limiti posti alla commissione dalla Casa Bianca: “Se questa rimarrà la decisione, io, in quanto membro della commissione, non potrò guardare nessun cittadino americano negli occhi, specialmente le famiglie delle vittime, e dire che la commissione sia stata esaustiva. Questa indagine è ormai menomata.” Cleland rassegnò le dimissioni per non vedere la sua integrità compromessa.

A dire il vero, né Cleland e neppure altri membri della commissione hanno suggerito che l’11 settembre sia stato un inside job per rafforzare l’agenda bellicista. Ciò malgrado, né il Congresso né i media si sono chiesti, almeno in modo non forte, perché il Presidente Bush non sia voluto apparire davanti alla commissione sotto giuramento o senza Cheney, perché il Pentagono e i funzionari dell’FAA abbiano mentito alla commissione o, se i funzionari non hanno mentito, perché la commissione avesse creduto diversamente, o perché la Casa Bianca si sia opposta così a lungo alla formazione di una commissione d’indagine di qualsiasi tipo, persino una sotto il suo controllo.

Si potrebbe pensare che se una manciata di arabi sia riuscita a sbaragliare non solo la CIA e l’FBI ma tutte le sedici agenzie di intelligence statunitensi, tutte le agenzie di intelligence dei nostri alleati – tra cui il Mossad – , la National Security Council, il Dipartimento di Stato, il NORAD, la sicurezza negli aeroporti per quattro volte in una mattinata, il controllo del traffico aereo, e così via il Presidente, il Congresso e i media si dovrebbero domandare come sia potuto accadere un evento del genere. Invece, la Casa Bianca ha eretto un muro per le indagini e il Congresso e i media hanno mostrato ben poco interesse.

Nel corso del decennio trascorso si sono formate numerose associazioni per la verità sull’11 settembre: Architects and Engineers for 9/11 Truth, Firefighters for 9/11 Truth, Pilots for 9/11 Truth, Scholars for 9/11 Truth, Remember Building 7.org e un nuovo gruppo di New York che comprende le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Questi gruppi chiedono una vera indagine.

David Ray Griffin ha scritto dieci libri di ricerca approfonditi documentando le problematiche presenti nel racconto del governo. Alcuni scienziati hanno evidenziato che il governo non ha spiegazione per l’acciaio fuso. Il NIST è stato costretto ad ammettere che il WTC 7 era in caduta libera per parte della sua discesa e una squadra scientifica guidata dal professore di nano-chimica all’Università di Copenhagen ha riferito di aver rintracciato nano-termite nella polvere degli edifici.

Larry Silverstein, che aveva l’affitto degli edifici del World Trade Center, disse nel corso di una trasmissione della PBS che nel tardo pomeriggio dell’11 settembre fu presa la decisione di “sgomberare” (ndt: il termine “pull” ha, tra gli altri significati, quello di “evacuare” e quello di “abbattere”) l’edificio 7. Gli alti ufficiali dei pompieri hanno riferito che non era stata fatta alcuna indagine forense sulla distruzione degli edifici e che l’assenza di indagini era una violazione di legge.

Sono stati fatti vari sforzi per dare forza ad alcune delle prove contrarie al racconto ufficiale, ma la gran parte di questi sono stati ignorati. Rimane il fatto che lo scetticismo di un gran numero di esperti riconosciuti non ha avuto alcun effetto sulla posizione del governo eccetto un membro dell’amministrazione Obama che ha suggerito che il governo avesse infiltrato le organizzazioni sulla verità dell’11 settembre per screditarle.

La pratica diffusa è stata quello di etichettare gli esperti non convinti della posizione del governo come “teorici della cospirazione”. Ma si può dire che la teoria del governo sia già una teoria cospiratrice, una ancor meno probabile una volta che si comprende l’implicazione dei fallimenti dell’intelligence e di tutte gli enti preposti. Gli insuccessi implicati sono incredibilmente numerosi; e di questo nessuno è stato ritenuto responsabile.

Inoltre, cosa hanno da guadagnare 1.500 architetti e ingegneri dall’essere ridicolizzati come teorici della cospirazione? Sicuramente non firmeranno mai più un contratto con il governo e molti hanno sicuramente perso lavori per il loro atteggiamento “anti-americano”. I loro concorrenti avranno sicuramente approfittato dei loro “dubbi anti-patriottici”. E devo dire che la mia ricompensa per aver parlato del punto in cui siamo dieci anni dopo l’evento saranno solamente alcune mail in cui mi si dirà che, siccome odio tanto l’America, dovrei trasferirmi a Cuba.

Gli scienziati hanno ancora meno incentivi a esprimere i propri dubbi, il che probabilmente spiega perché non esiste “1.500 Fisici per la Verità sull’11 settembre”. Pochi fisici hanno carriere indipendenti dai fondi o dai contratti governativi. È stato un insegnante di fisica alle superiori che costrinse il NIST ad abbandonare la propria versione del crollo dell’Edificio 7. Il fisico Steven Jones, che per primo riportò di aver trovato tracce di esplosivi, ha subito pressioni da parte del governo per primo ha riportato di aver scoperto tracce di esplosivi, si è visto sospendere l’incarico dalla BYU, che senza dubbio avrà ricevuto pressioni da parte del governo.

Potremmo ritenere le prove contrarie coincidenze e errori e concludere che solo il governo ci ha visto giusto, lo stesso governo che per il resto non ne ha combinato una buona.

A dire il vero, il governo non ha spiegato proprio niente. Il resoconto del NIST è solamente una simulazione di quello che potrebbe aver causato il crollo delle torri se le ipotesi del NIST programmate nel modello computerizzato fossero corrette. Ma il NIST non porta alcuna prova per evidenziare che le sue ipotesi siano corrette.

L’Edificio 7 non è stato menzionato nel 9/11 Commission Report e molti americani sono ancora ignari che tre edifici sono venuti giù l’11 settembre.

Fatemi chiarire il mio punto di vista. Non sto dicendo che qualche gruppo per le operazioni segrete dell’amministrazione neo-con di Bush abbia fatto saltare in aria gli edifici per poter promuovere l’agenda neoconservatrice della guerra in Medio Oriente. Se ci sono prove di un mascheramento, potrebbe essere che il governo stia mascherando la sua incompetenza e non la complicità nell’evento. E anche se ci fossero prove definite della complicità del governo, non sono sicuro che gli americani le accetterebbero. Gli architetti, gli ingegneri e gli scienziati vivono in una comunità che si basa sui fatti, ma per la gran parte delle persone i fatti non possono competere con le emozioni.

La mia domanda è perché i vari corpi dell’esecutivo, – comprese le agenzie di security – il Congresso, i media e gran parte della popolazione non siano stati avidi di indagare sull’evento determinante della nostra epoca.

Non ci sono dubbi che l’11 settembre sia un evento fondamentale. Ci ha portato un decennio di guerre sempre più allargate, una costituzione fatta a pezzi e uno stato di polizia. Il 22 agosto Justin Raimondo ha riportato che lui e il suo sito, Antiwar.com, erano monitorati dall’Electronic Communication Analysis Unit dell’FBI per determinare se Antiwar.com fosse “una minaccia alla Sicurezza Nazionale” che lavorasse “su mandato di una potenza straniera”.

Francis A. Boyle, un professore riconosciuto a livello internazionale e avvocato di legge internazionale, ha riferito che, quando rifiutò una richiesta congiunta FBI-CIA di violare le prerogative avvocato/cliente e diventare un informatore sui suoi clienti arabi-americani, fu messo nella lista nera dei terroristi del governo statunitense.

Boyle è stato critico con l’approccio del governo statunitense al mondo musulmano, ma Raimondo non ha mai sollevato, né consentito agli articolisti di sollevare, alcun sospetto sulla complicità del governo nell’11 settembre. Raimondo si oppone semplicemente alla guerra e questo per l’FBI è già sufficiente per decidere che sia necessario controllarlo in quanto possibile minaccia alla sicurezza nazionale.

Il racconto del governo sull’11 settembre è la base delle guerre infinite che stanno esaurendo le risorse degli Stati Uniti e distruggendo la sua reputazione e costituisce le fondamenta dello stato di polizia che alla fine taciterà tutte le opposizioni ai conflitti. Gli americani sono prossimi al racconto dell’attacco terroristico musulmano dell’11 settembre, perché è quello che giustifica il massacro delle popolazioni civili in molti paesi musulmani e lo stato di polizia come soli mezzi per mettersi al sicuro dai terroristi, che già si sono trasformati in “estremisti interni” come gli ambientalisti, i gruppi per i diritti degli animali e gli attivisti contro la guerra.

Oggi gli americani sono insicuri, non a causa dei terroristi e degli estremisti interni, ma perché hanno perso le loro libertà civili e non hanno protezione dall’incommensurabile potere del governo. Si potrebbe pensare che il come si sia arrivati a questo punto possa essere degno di un dibattito pubblico e di audizioni al Congresso.

************************************************

Fonte: 9/11 After A Decade: Have We Learned Anything?

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



STRAGE DI OSLO: CONFERMATE "ESERCITAZIONI" PRIMA DEGLI ATTENTATI

ago 28th, 2011 | By admin | Category: News

DI

GIANLUCA FREDA
blogghete.altervista.org

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo scorso 23 luglio, nell’articolo intitolato “Oslo: tutto quello che già sapete”, ipotizzavo che dietro alla strage di Utoya vi fosse la volontà dei servizi segreti americani ed israeliani di inviare un “avvertimento” al governo norvegese per l’atteggiamento di inottemperanza ai dettami statunitensi, manifestato in diverse occasioni, e per una sua certa avversione alla politica stragista portata avanti da Israele in Medio Oriente. Nell’articolo, tra le molte altre cose, scrivevo:

Quali metodi hanno utilizzato i servizi segreti per il doppio attentato? [...] Il primo sistema, piuttosto ben rodato, è quello di organizzare, contemporaneamente o a ridosso degli attentati, delle “esercitazioni militari” che seguiranno – guarda un po’ la coincidenza – la stessa falsariga di ciò che avverrà durante gli attentati “veri”.
Il sistema è stato messo a punto dai servizi segreti israeliani ed ha lo scopo di far circolare liberamente – col pretesto dell’”esercitazione” – gli uomini, i mezzi e i materiali che dovranno servire a portare a termine l’attacco. Questo sistema è stato utilizzato, com’è noto, per gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, quando il NORAD e il Consiglio di Stato Maggiore americano avevano in corso “esercitazioni” riguardanti il dirottamento di un aereo governativo e lo schianto di un velivolo contro un palazzo. Stesso discorso per gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, avvenuti “incidentalmente” proprio nel momento in cui governo e polizia stavano conducendo una “simulazione” di attentato nella metropolitana londinese. Qualcosa di simile è avvenuto per l’attacco “con autobomba” nel centro di Oslo [...] L’attacco era stato anticipato, mercoledì scorso, da una tipica “esercitazione” della polizia antiterrorismo proprio nel centro di Oslo, a 200 metri di distanza dalla Operahuset. La polizia – dice l’articolo – ha fatto esplodere delle cariche esplosive a scopo di “simulazione”, ma si è “dimenticata” di comunicare ai residenti di avere delle esercitazioni in corso, suscitando così spavento e allarme nella popolazione.

Nel citare l’esercitazione della polizia di Oslo vicino all’Operahuset, com’è stato fatto notare sia dai commentatori di questo sito, sia da quelli di altri siti che hanno ripreso il mio articolo, avevo commesso un errore. Mi ero infatti riferito ad un articolo del norvegese Aftenposten che risaliva al 17 marzo del 2010. L’errore (commesso, oltre che da me, da molti altri blogger del web) era stato provocato dal fatto che l’articolo dell’Aftenposten, alla voce “publisert” (data di pubblicazione) riporta invece la data del giorno in cui l’articolo viene consultato. Tanto è bastato per far stappare lo champagne a  molti mentecatti, ai quali non sembrava vero di avere un pelo a cui aggrapparsi per aprire bocca su questioni di cui non capiscono niente di niente. Alèèèè! Freda ha sbagliato a citare un articolo! Ora sì che possiamo dire che ha torto su tutto! Ora sì che siamo certi di vivere nel migliore dei mondi possibili! E’ chiaro che a simili individui non interessa minimamente capire perché accadono le cose. Tutto ciò che vogliono è proteggere dall’evidenza la loro puerile visione del mondo, anche a costo di aggrapparsi alle virgole fuori posto contenute nelle ricerche altrui. Non voglio infierire su persone che visibilmente sono affette da così gravi problemi di infantilismo terminale e auguro loro, anzi, di guarire e di crescere in fretta.

Il fatto è che se l’articolo da me citato era effettivamente un errore, l’ipotesi che facevo riguardo alle “esercitazioni” che precedono gli attentati veri (e che desumevo dall’osservazione di molti “attentati terroristici” precedenti a quello norvegese) era più che plausibile. E anzi, lasciando fare al tempo, che è sempre galantuomo, si è rivelata esatta anche in relazione all’attentato di Oslo. L’ha confermato ieri lo stesso Aftenposten, nell’articolo che traduco qui sotto. Ero stato anzi fin troppo ottimista nell’asserire che l’immancabile ”esercitazione” si fosse svolta due giorni prima degli attentati attribuiti a Breivik. In realtà, l’”esercitazione” in questione si era conclusa appena 26 minuti prima dell’esplosione dell’autobomba nel centro della capitale norvegese.

“Si trattava di qualcosa di molto simile a ciò che stava per accadere. Così ha voluto il caso”, ha dichiarato una fonte della polizia che ha chiesto di restare anonima.

UN’ESERCITAZIONE DEL 22 LUGLIO SULLO STESSO SCENARIO DI UTOYA
di Andreas Ground Foss
dal quotidiano norvegese Aftenposten
traduzione di Gianluca Freda
  A partire da quattro giorni prima e fino allo stesso venerdì in cui l’attacco [di Breivik] venne portato a termine, alcune unità speciali di polizia eseguirono operazioni di addestramento contro il terrorismo pressappoco identiche alla situazione che poche ore dopo, lo stesso 22 luglio, le squadre speciali di polizia si sarebbero trovate ad affrontare ad Utoya.
L’Aftenposten ha ricevuto conferma, da fonti attendibili nella direzione della polizia di Oslo, che tali esercitazioni ebbero termine alle ore 15 di quello stesso venerdì.
Tutti gli agenti delle squadre d’emergenza che intervennero presso i quartieri governativi dopo l’esplosione dell’autobomba e che più tardi sbarcarono ad Utoya per arrestare Anders Behring Breivik, in quella stessa giornata e nei giorni precedenti avevano partecipato ad un addestramento che contemplava uno scenario estremamente simile.
La polizia si limitò dunque a sospendere l’esercitazione per andarsi ad addestrare sulla realtà.
Le esercitazioni della polizia, secondo le informazioni ricevute dall’Aftenposten, si erano svolte quello stesso giorno nella zona di Tyrifjorden [lo stesso lago nel quale si trova l’isola di Utoya, NdT]: esse contemplavano l’attacco di unità terroriste mobili in cui uno o più esecutori agivano con l’unico scopo di sparare a quante più persone fosse possibile, prendendo poi di mira le unità di polizia al loro arrivo.
“Si trattava di qualcosa di molto simile a ciò che stava per accadere. Così ha voluto il caso”, ha dichiarato una fonte della polizia che ha chiesto di restare anonima.
Massacro
Lo scenario su cui la polizia si era addestrata non contemplava un numero di vittime elevato come quello poi registratosi ad Utoya.
Le unità speciali di polizia svolgono esercitazioni continue. Ma ogni tre mesi gli “schemi” su cui si allenano vedono variare gli scenari d’intervento.
Si tratta di diversi tipi di situazioni su cui la polizia prevede la possibilità di dover intervenire con le squadre d’emergenza. Possono essere esercitazioni svolte in luoghi chiusi, all’interno delle città o con altri tipi di ambientazione.
Secondo la polizia, [quello di Utoya] è uno scenario su cui gli agenti si addestrano diverse volte ogni anno e su cui si sono addestrati per molti anni, soprattutto in concomitanza con eventi verificatisi in altre nazioni.
26 minuti
Appena 26 minuti dopo la conclusione delle sessioni di addestramento per le squadre d’emergenza, esplose la bomba nei quartieri governativi. Le Squadre d’Emergenza vennero immediatamente mobilitate.
Alle 17.30 la polizia di Oslo ricevette la notizia di una sparatoria in corso ad Utoya. La notizia fu presa talmente sul serio che le squadre d’emergenza utilizzarono non soltanto le auto che avevano a disposizione per la loro attività, ma anche quelle fatte arrivare dalla stazione di polizia di Grønland, a Oslo.
Durante la strada, cercarono anche di contattare il distretto di polizia di Nordre Buskerud, e alle 18.02, sei minuti prima di arrivare ad Utoya, riuscirono ad avvertirlo e stabilirono di incontrarsi a Storøya.
C’erano sette agenti delle squadre d’emergenza e tre ufficiali di polizia di Nordre Buskerud in un unico canotto di 4.9 metri. Il canotto era talmente sovraccarico che iniziò a imbarcare acqua. La polizia venne aiutata da un’imbarcazione civile e proseguì il percorso verso Utoya.

Fonte: http://blogghete.altervista.org
Link: link



IL MASSACRO DEI NERI DA PARTE DEI RIBELLI “DEMOCRATICI"

ago 28th, 2011 | By admin | Category: News

 INVESTIG’ACTION SI ERA INCONTRATA CON LE VITTIME
FONTE: Michel Collon

L’Associated Press ha annunciato con freddezza il massacro di un gruppo di persone nere installate in un accampamento di fronte alla residenza presidenziale libica. Decine di corpi senza vita sono state ritrovati con le mani legate dietro la schiena. L’agenzia precisa che non erano dei combattenti. Michel Collon e la delegazione che si erano recate sul posto al mese di luglio avevano incontrato questi uomini che amavano la Libia. MICHEL COLLON :

"Ho incontrato queste persone all’epoca della mia missione a Tripoli. Ho potuto conversare con alcuni. Non erano per niente dei "mercenari" come pretendono di dire i "ribelli" e i media. Alcuni erano dei libici dalla pelle nera, una grande parte della popolazione è in effetti di tipo africano, gli altri erano cittadini giunti dai paesi dell’Africa nera e soggiornavano da molto in Libia. Sostenevano Gheddafi perché si opponeva al razzismo e perché trattava arabi e africani con uguaglianza.
Al contrario dei "ribelli" di Benghazi, noti per il loro razzismo contro i neri e che si sono resi colpevoli di atrocità spaventose e sistematiche fin dai primi giorni di guerra. Il paradosso è che la NATO pretende di portare la democrazia e che per questo si allea a una sezione libica di al Qaeda e ai razzisti sullo stile del Ku Klux Klan!" Tutta la squadra di Investig’Action è sconvolta da questa triste notizia.

Simon de Beer membro di Investig’Action nell’accampamento

Simon de Beer, storico, membro di Investig’Action:
"Alcune migliaia di africani neri vivono in Libia. Ho avuto l’opportunità di discutere con molti di loro, in particolare nel campo di Bab al-Aziziya. La maggior parte vedono in Gheddafi uno dei padri dell’Africa. Non esitano a paragonarlo a Lumumba e a Sankara. Ciò può sembrare stupefacente visto da uno straniero, ma non bisogna dimenticare mai che, nel più povero dei continenti, la Libia costituisce l’eccezione: la speranza di vita è di 75 anni; l’acqua, l’elettricità, le cure sanitarie e l’insegnamento sono gratuiti; un pieno costa appena più di un euro. Questo è il motivo per cui milioni di africani sostengono fortemente Gheddafi. Sono stato sconvolto dall’apprendere la notizia brutale della morte brutale di quelli che, in segno di solidarietà al regime, si erano accampati pacificamente davanti alla residenza di Gheddafi. Il loro assassinio è un atto barbaro e gratuito.

Come si può osare ancora definire i ribelli come forze "democratiche?"

L’indice di sviluppo umano secondo le Nazione Unite nel 2009.
In Africa, la Libia è l’unica che si avvicina ai livelli dei paesi sviluppati.
È la ragione per la quale molti africani vi emigrano per vivere e lavorare.


Mohamed Hassan, esperto dell’Africa con un capo africano.
Leggete la sua intervista a proposito della missione a Tripoli.

Tony Busselen, giornalista del Solidaire, partecipava alla stessa missione, qualche settimana fa:

"Le nostre foto mostrano che queste persone erano dei civili senza armi, c’erano anche molte donne e di bambini. Ho parlato con loro, erano davvero mobilitati contro la guerra e non comprendevano quello che voleva l’Europa.

Mi dicevano: "Ma qui, è un paese che funziona, le infrastrutture sono molto meglio che in Africa, è una cosa buona per noi, e l’Europa viene a bombardare! È incomprensibile. Erano molto motivati per difendere la Libia perché la potevano paragonare col loro paese di origine.

È veramente barbaro che si massacri queste persone disarmate legandole a due a due con le mani dietro la schiena; erano persone semplici, dei lavoratori venuti spontaneamente a difendere la loro nuova patria. Si tratta di terrore e ho visto delle foto degli stessi atti commessi a Bengasi dai "ribelli" che quindi lo praticamente diffusamente. Allora, quando vedo a Tripoli delle persone che "applaudono" i ribelli, penso che siano semplicemente terrorizzate. La Nato semina il terrore.

Un mercenario?

Dove sono adesso queste donne e questi bambini?

Ilse Grieten (INTAL):
"Quando vedo queste cose, non riesco a crederci. Avevamo sentito già tanti racconti di atrocità commessi dai ribelli, e queste sono le persone che sosteniamo e armiamo!?

Sono furiosa, ancora una volta, ogni giorno di più! Queste persone sono così oneste, centinaia di individui che rappresentano tanti paesi africani, tutti intorno alle loro tende, da mesi, convinti che bisogna sostenere Gheddafi e la Libia come un esempio per l’Africa. Li sento ancora dirci: "La Libia è la madre dell’Africa."

Ci mostravano concretamente l’unità africana. Volevano sempre prendere la parola per farci comprendere che si trattava di un attacco contro l’Africa e le sue materie prime. La Libia è la porta dell’Africa.

Spero che la loro voce alla fine verrà sentita. Perché la NATO e i ribelli hanno rifiutato questa proposta di pace dell’Unione Africana, composta da 53 paesi? Perché non ne abbiamo sentito parlare mai qui? Per loro, Gheddafi è un simbolo dell’unità africana, l’uomo che protegge dell’unità africana, l’uomo che la protegge dal saccheggio neocoloniale. L’uomo che ha fatto più per l’Africa che i dirigenti dei propri paesi. Pubblicheremo prossimamente le testimonianze di questi uomini e di queste donne.

Immagini dallo schermo di un video di Reuters che osa dire che non si sa ancora chi ha perpetrato questo massacro.

Le seguenti foto provengono da un account Facebook di sostenitori del CNT. I luoghi e date sono difficilmente definibili. Ma è certo che gli uomini arrestati non sono dei combattenti e vengono minacciati, assassinati addirittura proprio nel momento in cui pubblichiamo queste foto. Tutto grazie all’ONU, alla NATO, gli eletti europei e al loro sinistro inviato speciale, Bernard-Henri Levy, con il pretesto di proteggere la popolazione e di instaurare la democrazia.

Legittimazione del massacro da parte di Le Figaro:

Schiacciati verso la Porta Orientale, gli ultimi fedeli della Guida si sono sbarazzati della propria uniforme, hanno indossato abiti borghesi e sono scomparsi dentro Tripoli.
Alcuni sono stati fatti prigionieri, tra cui dei mercenari.

********************************************

Fonte: http://www.michelcollon.info/Massacre-de-Noirs-par-les-rebelles?lang=fr

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE