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Archive for novembre 2011

PRESTITO DEL FMI? PER L’ITALIA UN RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE

nov 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

GZ cobraf.com

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggere e mandare a memoria questa frase

("…Una volta accettata la linea di credito del Fmi per l’Italia si chiuderebbe la via di accesso al mercato,  perché tutti i prestiti effettuati dal Fondo sono ‘senior’ cioè hanno il diritto ad essere pagati prima di ogni altra obbligazione dello Stato debitore. Con questa condizione chi comprerebbe più un Btp?
Verstehst Du ? Avez-vous compris ? Did you understand ? Capisc’ ? E poi leggere e meditare anche questa:

(..Il Fondo Monetario costringerebbe l’Italia a privatizzare tutte le aziende e le infrastrutture pubbliche oltre che a varare a misure fiscali draconiane che deprimerebbero il paese per i prossimi dieci anni. Ma anche questo non servirebbe a tirarci fuori dai guai. Gli interventi del Fmi hanno avuto successo solo quando sono stati accompagnati da massicce svalutazioni della moneta del Paese in crisi, non si è mai verificato nella storia il salvataggio di un Paese a cambio fisso….)

Il meccanismo per cui un paese "viene salvato dal Fondo Monetario" perchè offre una linea di credito come adesso all’Italia al 4% invece che all’8%, è il copione classico utilizzato in Brasile, Messico, Argentina, Filippine ecc… in passato per succhiare la ricchezza di un paese. I passaggi sono sempre quelli, se leggi qualcosa sulla "Tequila Crisis" del Messico del 1992 e ci ritroviil copione della crisi dell’Italia del 2011 già scritto.

1) Scegli un paese che abbia accumulato molto debito verso l’estero e quando è il momento adatto affondi con rumors, report allarmistici e speculazione al ribasso i suoi bonds per cui i rendimenti schizzando dal 4 all’8% ad esempio per i BTP. Se il governo eletto non è malleabile (vedi Berlusconi che solo un mese aveva rifiutato il Fondo Monetaroi) spingi il "panico sui mercati" e sui media mondiali che chiedono tutti un nuovo governo e lo si ottiene perchè altrimenti "le banche falliscono" (di nazionalizzarle come ha fatto la Svezia nel 1992 non viene in mente a nessun "esperto" o mass media)

2) Dopo un altro momento o due di panico ancora, per fiaccare tutte le resistenze politiche e psicologiche, ecco il colpo di scena, arriva il Fondo Monetario (in combinazione con la FED o BCe o Banca Mondiale), che generosamente offre credito… agli stessi rendimenti che il paese pagava… solo tre mesi prima. Thank You ! Ma come siete buoni voi del Fondo a Washington ! Ovviamente i soldi del FMI hanno poi precedenza su qualunque altro credito, per cui d’ora in poi sai che in caso di crisi i tuoi titoli di stato sono passati di categoria, prima si rimborseranno i 600 miliardi del FMI e poi si penserà ai tuoi CCT o BOT. In questo modo nessuno (tra chi capisce di queste cose) compra più titoli di stato. Soprattutto ora comanda il Fondo Monetario, dato che ti ha dato generosamente soldi al 4%, quando come stato sovrano potresti finanziarti allo 0% stampando moneta come fanno gli inglesi, americani, giapponesi e cinesi. E quindi ti fa vendere a interessi finanziari esteri connessi al FMI beni, infrastrutture e società importanti dello stato in questione

3) Ma il Fondo Monetario non vuole assolutamente che tu invece svaluti, assolutamente no, devi tenere la tua valuta ancora al dollaro USa (se sei le filippine, messico, argentina..) oppure al marco/fiorino, non devi avere voce in capitolo sulla tua valuta. E vuole sacrifici ed austerità, la massa della popolazione deve ridurre il reddito per pgare gli interessi alle istituzioni finanziarie estere e stati esteri che finanziano il Fondo

4) Dato però che mantenere un tasso di cambio artificialmente elevato riduce le esportazioni che sono l’unica vera risorsa del paese, che pagare interessi e rate di debito in una valuta troppo cara ti strozza finanziariamente e l’austerità fiacca l’economia nazionale dopo un poco sei di nuovo in crisi perchè sei sempre più intrappolato. I conti del paese peggiorano, sia come bilancia commerciale che come reddito che come debito pubblico. E inizia la seconda crisi, quella vera e definitiva, in cui alla fine dai default e svaluti in modo secco dall’oggi al domani. Ma sempre mentendo al pubblico fino all’ultimo in modo che si fidi a tenere i soldi nelle banche locali fino all’ora X in cui arriva il crac

Fonte: http://www.cobraf.com/blog/



L’EUROPA BLOCCATA DAI BANCHIERI: AL COMANDO GOLDMAN SACHS

nov 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

PAUL CRAIG ROBERTS
Global Research

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 25 novembre, due giorni dopo un’asta fallimentare asta dei titoli di stato emessi dal governo tedesco in cui la Germania non è riuscita a vendere il 35% dell’offerta di titoli decennali, il Ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha detto che la Germania potrebbe ritirare la richiesta avanzata alle banche private detentrici del debito sovrano di Grecia, Italia e Spagna di accettare parte del costo del piano di salvataggio con l’estinzione di parte del valore dei titoli. Le banche private vogliono evitare perdite costringendo il governo greco, italiano e spagnolo a onorare le loro obbligazioni con l’imposizione di un’estrema austerità, oppure ottenendo dalla BCE l’emissione di Euro con cui acquistare il debito pubblico dalle banche private. Emettere valuta per risanare il debito è in contrasto con lo statuto della BCE e spaventa soprattutto i tedeschi, per l’esperienza di iperinflazione subìta durante la repubblica di Weimar.
Ovviamente il governo tedesco ha recepito il messaggio dall’architettato fallimento dell’asta dei titoli di stato. Come ho scritto a suo tempo, per la Germania, con il suo rapporto debito/PIL relativamente basso rispetto ai paesi in fase critica, non esiste alcun motivo per non essere in grado di vendere i propri titoli di stato.

Se la solvibilità della Germania è messa in dubbio, come si può presumere che possa salvare gli altri paesi? La prova che il fallimento dell’asta dei titoli tedeschi è stata architettata, ci viene fornita dalla riuscita asta dei titoli statali della squinternata Italia, due giorni dopo.

Non è strano. L’Italia, il più grande paese dell’Unione Europea a necessitare di un piano di salvataggio per il proprio debito, riesce ancora a vendere i suoi titoli, eppure la Germania, che non ha bisogno di interventi e dovrebbe pure farsi carico dello sproporzionato costo del salvataggio di Italia, Grecia e Spagna, non è riuscita a farlo.

A mio parere, il fiasco dell’asta tedesca è stato architettato dal Ministero del Tesoro americano, dalla BCE assieme alle istituzioni europee e dalle banche private che posseggono il debito sovrano dei paesi in difficoltà.

La mia opinione si basa sui seguenti fatti. Goldman Sachs e le banche degli Stati Uniti hanno garantito probabilmente 1000 miliardi o più di dollari del debito pubblico europeo, vendendo swap e assicurazioni per cui non hanno copertura. Le commissioni che hanno ricevuto le banche statunitensi per garantire il valore degli strumenti di debito sovrano dei paesi europei è finito negli utili e nei premi destinati ai dirigenti. Naturalmente è stato questo a mandare in rovina il gigante delle assicurazioni americano AIG, che ha portato al TARP [piano di soccorso per le attività in dissesto, a seguito delle leggi ‘salvabanche ‘. NdT] a spese dei contribuenti americani e agli enormi utili di Goldman Sachs.

Se uno qualsiasi dei debiti sovrani europei dovesse andare in fallimento, gli istituti finanziari americani che hanno emesso swap o garanzie a fronte del debito senza copertura sarebbero nei guai per dover sborsare un’enormità di somme che non hanno. La reputazione del sistema finanziario statunitense probabilmente non potrebbe sopravvivere all’insolvenza per gli swap emessi. Pertanto il naufragio del debito pubblico europeo risveglierebbe la crisi finanziaria negli USA, con l’esigenza di una nuova serie di piani di salvataggio e/o di “alleggerimenti quantitativi”, ossia iniezione di valuta per rimediare a strumenti finanziari scriteriati, la cui emissione ha arricchito un esiguo numero di dirigenti.

Certamente il presidente Obama non vuole entrare nell’anno elettorale affrontando l’esaltante prospettiva del fallimento finanziario americano. Così, senza alcun dubbio il Tesoro degli Stati Uniti vuole la Germania alla larga dal piano di salvataggio europeo.

Le banche private francesi, tedesche e olandesi, che sembrano possedere la maggior parte del debito dei paesi in crisi, non vogliono sostenere perdite. I loro bilanci, già dissestati dai fraudolenti derivati di Wall Street, non riusciranno a sopportare ulteriori perdite, altrimenti subiranno un ulteriore calo delle loro azioni, come conseguenza della contrazione degli utili dovuta alla svalutazione dei titoli del debito pubblico. In altri termini, per queste banche ci sono di mezzi i grandi poteri finanziari, che offrono loro un enorme impulso a togliere di mezzo il governo tedesco dai loro bilanci.

Alla BCE non piace essere un soggetto inferiore alla Federal Reserve o alla Banca d’Inghilterra. La BCE vuole i poteri per procedere con propri “alleggerimenti quantitativi”. La BCE è frustrata dai limiti posti ai suoi poteri dalle condizioni volute dalla Germania per privarsi della propria valuta e del controllo della Banca Centrale tedesca sulla massa monetaria del paese. Le autorità dell’UE vogliono più “unità”, ossia una minore sovranità dei paesi membri dell’UE. La Germania, essendo il più forte membro, si trova sulla strada di quei poteri che le istituzioni europee vogliono esercitare.

Per questo si è verificato il fallimetno dell’asta dei titoli tedeschi, un evento pianificato per punire la Germania e avvertire il suo governo di non ostacolare l’“unità”. In caso contrario potrebbe perdere la propria sovranità.

La Germania, intimidita sin dalla propria sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, è stata resa costituzionalmente incapace di una forte leadership. Ogni segno di leadership tedesca è stato subito soffocato, rievocando il ricordo del Terzo Reich. Di conseguenza la Germania è stata spinta in un’Unione Europea che vuole distruggere la sovranità politica dei governi membri, proprio come Abraham Lincoln distrusse la sovranità degli stati americani.

Chi governerà la nuova Europa? Ovviamente le banche private europee e Goldman Sachs.

Il nuovo presidente della Banca Centrale Europea è Mario Draghi. Questa persona è stata vicepresidente e amministratore delegato di Goldman Sachs International e membro del Comitato Amministrativo di Goldman Sachs. Draghi è stato anche direttore esecutivo italiano della Banca Mondiale, governatore della Banca d’Italia, membro del consiglio direttivo della BCE, membro dei consigli d’amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) e dell’Asian Development Bank (AsDB), come pure presidente del Financial Stability Board (FSB).

Ovvio che Draghi tutelerà i poteri dei banchieri.

Il nuovo Presidente del Consiglio italiano, nominato senza elezioni, è stato membro del Collegio dei Consulenti Internazionali di Goldman Sachs. Mario Monti è stato designato alla Commissione Europea, uno degli organi direttivi dell’UE. Monti è presidente europeo della Commissione Trilaterale, un’organizzazione americana che promuove l’egemonia americana nel mondo. Monti è membro del gruppo Bilderberg e membro fondatore del gruppo Spinelli, un organo creato nel settembre 2010 per agevolare l’integrazione all’interno dell’ UE.

Nello stesso modo in cui un banchiere non eletto è diventato Presidente del Consiglio in Italia, un’altro banchiere non eletto è stato nominato Primo Ministro in Grecia. Evidentemente sono incaricati di mettere a punto la soluzione delle banche alla crisi del debito pubblico.

Il Primo Ministro della Grecia appena insediato, Lucas Papademos, è stato governatore della Banca di Grecia. Dal 2002 al 2010. È stato vicepresidente della BCE. Anche lui è membro della Commissione Trilaterale americana.

Jacques Delors, uno dei fondatori dell’UE, nel 1988 promise alla Federazione Sindacale inglese che la Commissione Europea avrebbe preteso dai governi l’introduzione di leggi a favore dei lavoratori. Al contrario, sappiamo che questa Commissione Europea controllata dai banchieri esige dai lavoratori europei il salvataggio delle banche private, accettando stipendi più bassi, minori politiche sociali e un pensionamento ritardato.

L’Unione Europea, proprio come ogni altro gruppo, è semplicemente un altro disegno creato per concentrare la ricchezza nelle mani dei pochi, a scapito dei cittadini europei, che sono destinati, come gli americani, a diventare i servi della gleba del XXI secolo.

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Fonte: Bankers have seized Europe: Goldman Sachs Has Taken Over

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GABRIELE P.



Risveglio Islandese

nov 30th, 2011 | By admin | Category: News

Sono tornati a percuotere il ferro dei bidoni, nella nordica Islanda, dove una seconda rivoluzione è dovuta ripartire.
La seconda rivoluzione d’Islanda.

Viaggio nella terra islandese, dove la crisi ha colpito duro e dove i cittadini erano riusciti a ‘far pagare’ chi aveva causato il default. ma quella rivoluzione non è stata compiuta.
Di Nicola Sessa, regia e montaggio Claudia Pozzoli.
Il reportage completo su E- il mensile di dicembre.



I PARADISI FISCALI: VISITA GUIDATA

nov 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

THOMAS VENDRYES
www.laviedesidees.fr

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali somme sono nascoste nei paradisi fiscali? Da chi? E come? Con l’aiuto di un metodo originale e di dati finora poco sfruttati, Gabriel Zucman fa piena luce su questi problemi, sperando che ciò possa aiutare a migliorare la lotta contro i paradisi fiscali.

Avete svolto un importante lavoro su quello che lei chiama la "ricchezza mancante delle nazioni", ossia il patrimonio delle famiglie che non appare nelle statistiche nazionali e mondiali, perché nascosto nei paradisi fiscali. Vorremmo chiederle di fornirci un ordine di grandezza: quale sarebbe l’importo di questa ricchezza? La sua struttura? Quali i principali detentori? Quali sono i principali paradisi fiscali?
Gabriele Zucman: Lo studio che ho realizzato suggerisce che circa il 8% del patrimonio finanziario è detenuto nei paradisi fiscali di tutto il mondo. Alla fine del 2008, il patrimonio finanziario delle famiglie – ossia i depositi bancari, i portafogli azionari, le quote dei fondi di investimenti e i contratti di assicurazione sulla vita detenuti dalle famiglie di tutto il mondo – arrivavano a 75 trilioni di dollari. Quindi le famiglie detenevano circa 6 trilioni di dollari nei paradisi fiscali.

Si immagina spesso che avere un conto in Svizzera corrisponda a detenere del denaro che rimane fermo, in una cassaforte o su un conto corrente. In realtà, le famiglie agiate non vanno in Svizzera per mettere dei milioni su conti che fruttano l’1% l’anno. Dai propri conti svizzeri, fanno investimenti relativamente sofisticati. La grande parte delle fortune offshore viene investita in titoli finanziari: azioni, quote di fondi di investimento, obbligazioni. Tra questi titoli finanziari, le quote dei fondi di investimento giocano un ruolo preponderante. Non c’è niente di cui sorprendersi: investire in un fondo, che investe a sua volta in obbligazioni americane, in azioni brasiliane, eccetera, può portare a un risultato ben maggiore dell’accumulo di liquidità su un conto corrente.

È assai più difficile sapere a chi appartengono le fortune nei paradisi fiscali, conoscere l’importo totale dei capitali fortune offshore e la loro composizione. In effetti, abbiamo a disposizione solamente i dati che vengono dalla Svizzera. Le banche svizzere gestiscono circa un terzo delle fortune offshore, dunque circa 2 trilioni alla fine del 2008. Ciò fa della Svizzera il più importante paradiso fiscale per la gestione di capitali transfrontalieri.

Di questi 2 trilioni, più del 60% appartiene agli europei, particolarmente a italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi e greci. In seconda battuta vengono i paesi del Golfo – le ricche famiglie del Golfo sono fin dagli anni ‘70 clienti molto importanti delle banche svizzere e londinesi – e non c’è da stupirsi, visto il debole sviluppo del sistema finanziario dei paesi del Golfo.

Diversamente dall’opinione comune, le fortune dei dittatori africani o degli oligarchi russi costituiscono solo una piccola frazione delle fortune gestite dalle banche svizzere. La gran parte del denaro in Svizzera appartiene ancora agli europei, in genere ai residenti dei paesi ricchi, Giappone escluso. Ultimamente sembra che la parte relativa ai paesi emergenti sia in crescita, mentre quella degli europei e degli americani stia declinando.

Non si sa ciò avviene negli altri paradisi fiscali. Alcuni resoconti realizzati sulla base di interviste avute con i gestori dei capitali suggeriscono che la maggioranza delle fortune gestite nei paradisi fiscali europei (Svizzera, Lussemburgo, Jersey, Guernsey, Lichtenstein, ecc.) appartengano agli europei, la gran parte di quelle presente nei Caraibi (isole Cayman, Bahamas, Bermuda, ecc.) agli americani (del Nord e del Sud) e di quelle gestite nei paradisi fiscali asiatici (Singapore e Hong Kong) agli asiatici. Ma non ci sono dati certi come per la Svizzera.

È comunque chiaro che una parte sostanziale dei capitali offshore appartenga necessariamemte agli europei, poiché possiedono la maggioranza delle ricchezze gestite dal maggiore paradiso fiscale, la Svizzera.

Perché il Giappone viene distinto dagli altri paesi ricchi, forse perché, contrariamente agli europei e agli americani, i giapponesi benestanti non rifugiano il proprio patrimonio nei paradisi fiscali?

Gabriele Zucman: Bisogna essere prudenti, perché non si dispongono di dati eccetto che per la Svizzera. Ma è vero che i giapponesi non sembrano essere grossi clienti delle banche svizzere. Le ricerche che cercano di stabilire ciò che spinge le persone a convogliare il denaro nei paradisi fiscali non hanno conclusione univoca. Sembra molto plausibile, tuttavia, che i livelli di tassazione rivestano un ruolo importante: in Giappone, i dividendi percepiti sono tassati solo al 10%, contro il 21% degli Stati Uniti, il 24% della Germania e più del 30% in Francia [1].

Come vengono mascherati patrimonio e redditi

Ci potrebbe dare un’idea delle iniziative tipiche, ad esempio di una famiglia europea, per mascherare il patrimonio e i redditi alle autorità fiscali? Come funziona la cosa?

Gabriele Zucman: Bisogna distinguere due fasi: l’invio del denaro in Svizzera, per esempio, e la gestione del denaro che è stato mandato in Svizzera. Cominciamo dalla seconda fase. Se disponete di un milione di euro su un conto svizzero, il fisco francese non ha nessun modo per venirlo a sapere, perché le banche svizzere non scambiano informazioni col fisco francese, è il principio basilare del segreto bancario. Questo milione genera dei redditi (interessi, dividendi) di cui il fisco francese non viene a conoscenza; quindi, avere un conto in Svizzera permette di evitare al tempo stesso l’imposta sui redditi, la tassa di solidarietà sui capitali e la tassa sulle successioni.

In genere, le persone che trasferiscono il denaro in Svizzera prendono alcune precauzioni supplementari. Ad esempio, sono pochi i conti intestati direttamente alle famiglie; la maggior parte delle fortune offshore sono detenute tramite società di comodo, trust o fondazioni, in modo da rendere più opaco il legame tra un conto e i beneficiari effettivi.

Nello schema-tipo, una famiglia francese possiede un conto in Svizzera attraverso una società di comodo domiciliata in Panama (tutto ciò è puramente formale, non accade niente a Panama: la società di comodo viene creata direttamente in Svizzera). Il denaro viene investito, per una larga fetta, nei fondi di investimento che operano nel Lussemburgo (che sono, alla fine, solo filiali delle banche svizzere). Il Lussemburgo non tassa i versamenti transfrontalieri: la nostra famiglia riceve sul suo conto svizzero il 100% dei dividendi ottenuti dai fondi. Il fisco francese non ha modo per venire a conoscenza dei redditi generati offshore, dunque se la nostra famiglia non dichiara i propri introiti nella denuncia dei redditi, non paga tasse in Francia. Se anche il fisco avesse dei sospetti, può opinare il fatto che il conto appartiene a una società panamense, e non a una famiglia francese con un indirizzo di Parigi. Quando si riesce a interpretare – ossia quando si comprende come vengono costruiti – i dati ufficiali della Banca centrale Svizzera, accessibili a tutti, apparire molto chiaramente questo schema-tipo, Francia-(Panama)-Svizzera-Lussemburgo. Non si tratta di un brutto poliziesco.

Veniamo ne alla prima tappa: come arriva il denaro in Svizzera? Nell’immaginario collettivo ogni passaggio avviene con le valigie piene di banconote; ma così è difficile trasportare molto denaro, ed è molto rischioso. In realtà, la gran parte dei trasferimenti avviene con versamenti elettronici assolutamente banali. Per esempio, una società controllata da una famiglia francese accredita un conto svizzero per l’acquisto di un servizio fittizio. Altro meccanismo: già oggi molti impiegati del settore finanziario londinese ricevono direttamente lo stipendio su un conto in Jersey. È anche usuale che gli impiegati delle multinazionali ricevano il loro stipendio su un conto collocato a Cipro, ad esempio. Una volta che il denaro è in un paradiso fiscale, può circolare facilmente verso un altro paradiso fiscale.

Perché alcune società pagano i propri dipendenti su conti offshore? Perché realizzano una gran parte dei propri profitti nei paradisi fiscali. I profitti realizzati da una società americana in un paradiso fiscale non sono tassati negli Stati Uniti finché non vengono rimpatriati. Invece di rimpatriare i profitti negli Stati Uniti, le multinazionali hanno tutto l’interesse a pagare direttamente i loro impiegati a partire dalle posizioni che accumulano nei paradisi fiscali.

Come si misura il denaro presente nei paradisi fiscali?

Vista la complessità e l’anonimato di questi strumenti, che vengono scelti proprio per sfuggire alla sorveglianza degli Stati, come fate per misurarli e studiarli, e quale fiducia accordate ai risultati?

Gabriele Zucman: Quando una famiglia francese detiene su un conto in Svizzera una quota di fondi di investimento del Lussemburgo, la Francia non registra nessun attivo (i contabili francesi non hanno modo di determinarlo). La Svizzera non registra né attività né passività, perché tutto questo, dal punto di vista della contabilità internazionale, non riguarda la Svizzera: si tratta di un investimento realizzato da un francese in Lussemburgo. Ma il Lussemburgo registra invece una passività: più precisamente, i contabili del Lussemburgo osservano che ci sono stranieri che possiedono delle quote dei fondi di investimento lussemburghesi, e ciò costituisce un passivo del Lussemburgo verso il resto del mondo. Fatalmente, sono registrati più passivi che attivi su scala mondiale; i passivi registrati dal Lussemburgo sono, in particolare, molto più alti del totale delle attività contabilizzate da tutti i paesi del mondo verso il Lussemburgo (in questo caso, la differenza nel 2008 era pari a un trilione di dollari).

Per mettere in evidenza queste anomalie ho utilizzato una ricerca, realizzata sotto la direzione del FMI dal 2001, il Coordinated Portfolio Investment Survey (CPIS). Questa inchiesta, di una qualità eccezionale, è stata realizzata per risolvere le anomalie, che da decenni vengono osservate dagli statistici del FMI, presenti nella bilancia dei pagamenti mondiale, e in modo particolare lo squilibrio aberrante tra attivi e passivi. Questa inchiesta ha permesso di armonizzare i dati tra le varie nazioni, di diffondere nel mondo le migliori pratiche, ha fatto risolvere quasi tutti i problemi dei conti internazionali, tranne uno: i contabili francesi, malgrado la loro buona volontà, non possono registrare, come dovrebbero, gli averi detenuti dai francesi in Svizzera. Quindi, le anomalie che ancora persistono nel CPIS, dopo il notevole lavoro di armonizzazione eseguito dal FMI e dai periti del mondo intero, riflettono largamente l’utilizzo dei paradisi fiscali da parte delle famiglie.

Certamente, il metodo che utilizzo è indiretto. È impossibile quantificare al miliardo il denaro presente nei paradisi fiscali. È impossibile sapere esattamente chi sono i detentori dei conti offshore. Il mio studio fornisce solamente degli ordini di grandezza. Penso che l’8% del patrimonio finanziario mondiale sia un livello ragionevole. Tutti gli studi esistenti, che siano state realizzati da commissioni a partire dalle interviste o da ONG specializzate nei paradisi fiscali, danno delle cifre più alte, talvolta molto più alte. Non voglio esagerare il problema. Mi interesso poi solo a un aspetto delle attività dei paradisi fiscali, la gestione dei capitali transfrontalieri per conto di persone fisiche. Succedono molte altre cose nei paradisi fiscali, su cui abbiamo molto da imparare.

Lo studio che ho realizzato si appoggia su dati che esistono solamente da poco, ma che sono totalmente pubblici e facilmente accessibili. Tutti quelli che lo desiderano possono rifare i calcoli che ho realizzato, potendo partire dall’allegato del mio lavoro che descrive punto per punto il modo che ho adottato, le fonti utilizzate, sperando che questo possa migliorare le mie valutazioni. È certo che la comparsa di nuove informazioni potrà migliorare il calcolo.

Le somme che lei ha riscontrato per questa ricchezza nascosta sembrano notevoli. Come potrebbero modificare l’apprensione che si prova per i grandi equilibri economici e finanziari mondiali?

Gabriele Zucman: La valutazione dei capitali offshore detenuti dai privati ha un forte impatto sugli squilibri finanziari internazionali. In base ai dati ufficiali, la zona euro ha una posizione negativa nei confronti il resto del mondo: sembra che il resto del mondo possieda più di attivi sulla zona euro di quanto la zona euro non ne possieda sul resto del mondo. È abbastanza stupefacente per la teoria economica, perché l’Europa, come il Giappone, è una regione che ha una debole crescita, è in fase di invecchiamento e ha un tasso di risparmio elevato; la teoria economica suggerisce invece che dovrebbe essere una creditrice netta nei confronti del resto del mondo.

Il prendere in considerazioni i patrimoni non registrati nei paesi europei permette di risolvere questo paradosso: è probabile che, una volta sommati i capitali offshore detenuti dagli europei, la posizione con l’estero dell’eurozona passi in terreno positivo.

Allo stesso modo, il mondo ricco nel suo insieme è, secondo le statistiche ufficiali, indebitato con il mondo in via di sviluppo. La teoria economica ci suggerisce che il mondo ricco dovrebbe essere invece un creditore, o almeno in equilibrio. Sommare anche i capitali non registrati presenti nei paradisi fiscali consente in parte di riconciliare la teoria con i fatti.

Lottare contro i paradisi fiscali

Questi dati suggeriscono che le famiglie ricche sono ancora più ricche di quanto non appaia nelle statistiche nazionali, e dunque le disuguaglianze, almeno in termini di patrimonio, sono più elevate? Ciò significa anche che questi privati riescono a ben dissimulare il proprio patrimonio, e che ogni tentativo di tassare questi capitali sia quanto meno inutile, se non controproducente?

Gabriele Zucman: I capitali offshore, per la gran parte, sfuggono a tutte le fonti di dati a disposizione, sia per la contabilità nazionale, per i dati fiscali, le indagini. Siccome i capitali presenti nei paradisi fiscali appartengono probabilmente a persone molto ricche, è probabile che le disuguaglianze di ricchezza siano ancora più marcate di quello che viene di solito misurato. Ma i paradisi fiscali non modificano di molto la conoscenza che abbiamo sulla ripartizione della ricchezza all’interno dei paesi. I dati disponibili dimostrano che i patrimoni sono estremamente concentrati: in Francia, i 10% più ricchi possiedono più del 60% del patrimonio nazionale. Potrebbero forse possedere il 65% o il 70%, ma in ogni caso le ricchezze sono comunque fortemente concentrate.

Per le conseguenze che i paradisi fiscali hanno sulla tassazione dei patrimoni, bisogna essere chiari. È perfettamente legale, in Francia almeno, avere un conto in Svizzera o alle Bahamas. Ma è perfettamente illegale non dichiarare gli introiti accreditati su un conto offshore. I paradisi fiscali permettono alle persone che li aprono di infrangere la legge. Gli Stati Uniti e l’Europa devono impadronirsi del problema in modo coordinato. Se ne avessero la volontà, le grandi nazioni potrebbero porre fine con facilità alla frode fiscale dei privati nei paradisi fiscali. Basta costringere i paradisi fiscali a scambiare in automaticamente le notizie in loro possesso. Ogni volta che una famiglia francese percepisce un dividendo su un conto in Svizzera posseduto grazie a una società di comodo panamense, la Svizzera dovrebbe inviare l’informazione alla Francia. L’Unione Europea, se parlasse con una sola voce, avrebbe la capacità di costringere tutti i paradisi fiscali a concedere questo scambio automatico di notizie. È lo scopo definitivo della direttiva sul risparmio emessa dall’Unione Europea nel 2005. È quindi plausibile che la frode fiscale nei paradisi fiscali venga sradicata nel giro di alcuni anni. Tutto dipenderà dall’unità dei paesi europei e della volontà degli Stati Uniti.

Se la cosa non è così difficile, perché le nazioni europee o gli Stati Uniti hanno tardato tanto a lottare contro i paradisi fiscali? E da dove provengono le forze che resistono alle richieste della comunità internazionale?

Gabriele Zucman: Malgrado gli sforzi lodevoli di parecchie ONG e di alcuni ricercatori che hanno affrontato l’argomento, c’è una forte carenza di notizie sui paradisi fiscali. Questa mancanza di notizie lascia campo libero ai gruppi di pressione che vogliono che niente cambia in concreto. Ed è difficile realizzare buone politiche quando non si comprende esattamente quello che accade e la sua dimensione. Si tratta di un argomento molto tecnico, dove i dettagli contano enormemente. Ad esempio, nella sua formulazione attuale, la direttiva sul risparmio dell’Unione Europea non colpisce i conti offshore che appartengono agli europei tramite società di comodo non europee. Fino a poco tempo fa, a Bruxelles nessuno era a conoscenza del fatto che la gran parte dei conti offshore era sostenuto su questo sistema. Di colpo, la direttiva sul risparmio non andava più bene. Gli economisti hanno la loro parte di responsabilità: il loro interesse per i paradisi fiscali è sempre stato molto scarso. Ma le cose si stanno muovendo, e questo può aiutare i decisori a realizzare strumenti più adeguati.

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Fonte: Les paradis fiscaux : visite guidée

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



Ancora sul mercurio nei pesci (grossi)

nov 28th, 2011 | By admin | Category: News

 

Abbiamo già esposto in un precedente articolo numerose prove della preoccupante presenza di mercurio nel pesce (soprattutto di grossa taglia), smentendo così il negazionista Massima della Schiava.

Come piccola appendice, ad ulteriore conferma di quanto già scritto, citiamo il contenuto di due articoli apparsi sulla stampa nazionale a riguardo della questione.

Il primo è Tonno al mercurio: sequestri e allarme pubblicato sul sito del quotidiano La Stampa il 24  aprile 200.

Da tale articolo traiamo la stima di Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr di Rende (CS), di circa 25 tonnellate di mercurio che si riversano nei nostri mari a causa dell’attività umana.

Citiamo adesso alcuni passagi significativi dell’articolo:

Il mercurio è particolarmente pericoloso perchè non viene espulso dall’organismo, ma si accumula nei tessuti. Questo fa sì che risalendo nella catena alimentare la quantità presente negli organismi marini aumenti progressivamente. (…) questo metallo rimane nell’organismo, e i suoi effetti si manifestano a lungo termine. "L’esposizione al mercurio causa demenza, disordini neurologici e problemi ai reni e al sistema cardiocircolatorio – spiega ancora Perrone – se si mangia molto pesce è meglio preferire quelli di taglia piccola, dove ce n’è meno".

Il secondo articolo è  Il pesce nuota in un mare di mercurio , di Antonella De Gregorio, pubblicato il 13 novembre 2002 sul sito del quotidiano Il Corriere della Sera. In esso si riferisce di uno studio condotto a San Francisco, dalla dottoressa Jane Hightower la quale:

ha riscontrato alte concentrazioni della forma più tossica di mercurio, il mercurio di metile, nel sangue di pazienti, bambini e adulti, accomunati solo dalla passione per il pesce. I sintomi – capelli che cadono, fatica, depressione, mal di testa, difficoltà di concentrazione – scomparivano eliminando il pesce dalla dieta. Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Health Perspective periodico online dell’Istituto nazionale dei servizi per la salute ambientale, concludeva che chi mangia grandi quantità di pesce, specie se grossi tranci di squalo o pesce spada, potrebbe essere a rischio di vari sindromi provocate da avvelenamento da mercurio. (…)

Attualmente la Fda raccomanda alle donne incinte di limitare il consumo di pesce a meno di tre etti a settimana (…) Un altro studio, condotto questa volta a Hong Kong, fra gli studenti di liceo, ha rilevato che il 10% dei ragazzi supererebbe le dosi-limite di pesce, esponendosi al rischio di ingerire quantità eccessive di mercurio. (…)

E guardate un po’ cosa suggerisce il famigerato CDC (che pur consiglia i vaccini anti-influenzali al mercurio e allo squalene e che quindi non è certo da considerarsi un ente di per sé allarmista nei confronti dell’inquinamento da mercurio):

(…) Intanto, i Centri americani per il controllo delle malattie e le prevenzione suggeriscono che le donne che intendono avere un figlio dovrebbero smettere di mangiare pesce almeno da sei mesi a un anno prima della gravidanza. Nel complesso, calcolano che circa l’8% delle donne in età fertile ha troppo metallo nell’organismo, una vera minaccia per la salute di eventuali bebè.

Nell’articolo si ricorda che i mercurio presente nel mare viene metabolizzato da alcuni batteri e trasformato in metil-mercurio il quale:

Per l’organismo umano è difficile da eliminare e, ad alte concentrazioni, attacca il sistema nervoso, provocando danni permanenti al cervello, ai reni e allo sviluppo dei feti. A breve termine, l’esposizione a mercurio provoca danni ai polmoni, nausea, vomito, aumento della pressione sanguigna, irritazioni agli occhi.

 

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LE BANCHE SI PREPARANO ALL’EVENTUALITÀ DELLA FINE DELL’EURO

nov 28th, 2011 | By admin | Category: News

DI

LIZ ALDERMAN
New York Times

 

 

 

 

 

 

 

 

Per il coro sempre più fitto degli osservatori timorosi di una prossima fine dell’eurozona, la Cancelliera Angela Merkel ha un duro rimprovero: “Non avverrà mai.”

Ma alcune banche non ne sono così certe, specialmente quando la crisi del debito sovrano ha minacciato di ingabbiare anche la stessa Germania questa settimana, quando gli investitori hanno cominciato a interrogarsi sulla statura di questa nazione per ricoprire il ruolo di pilastro dell’Europa.
Venerdì Standard & Poor’s ha abbassato il rating del Belgio da AA a AA+, riportando che non sarà in grado di tagliare l’accumulo del suo debito a breve. Questa settimana le agenzie di rating hanno avvisato che la Francia potrebbe perdere la tripla A se la crisi aumentasse. Giovedì le agenzie hanno abbassato quelli di Portogallo e Ungheria a junk.

Mentre i dirigenti europei ancora affermano che non c’è alcun bisogno di fissare un Piano B, alcune delle maggiori banche mondiale, e dei suoi supervisori, lo stanno già facendo.

Non possiamo, e non saremo, noncuranti di questo”, ha detto questa settimana Andrew Bailey, un regolare della Financial Services Authority britannica: “Non dobbiamo ignorare l’eventualità di un’uscita disordinata di alcune nazioni dall’eurozona.”

Questa settimana le banche – tra cui Merrill Lynch, Barclays Capital e Nomura – hanno pubblicato una serie di resoconti che analizzano la possibilità di una rottura dell’eurozona. “La crisi finanziaria dell’eurozona è entrata in una fase ancora più pericolosa”, hanno scritto venerdì gli analisti di Nomura. Se la Banca Centrale Europea non dovesse fare quello in cui i politici hanno fallito, “una rottura dell’euro sarebbe, non tanto possibile, quanto probabile”, ha affermato la banca.

Le maggiori istituzioni finanziarie britanniche, come la Royal Bank of Scotland, stanno elaborando piani per l’eventualità che l’impensabile diventi realtà, hanno affermato i supervisori della banca questo giovedì. I regolatori degli Stati Uniti hanno spinto le banca americane come Citigroup e altre a ridurre l’esposizione sull’eurozona. In Asia le autorità di Hong Kong hanno incrementato il controllo dell’esposizione internazionale delle banche locali e straniere alla luce della crisi europea.

Ma le banche nelle grandi nazioni dell’eurozona che solo di recente sono state infettate dalla crisi sembrano non essere granché agitate.

Le banche in Francia e Italia in particolare non stanno creando piani di salvataggio, dicono in banchieri, per la semplice ragione che hanno concluso che è impossibile una frattura dell’euro. Anche se banche come BNP Paribas, Société Générale, UniCredit e altre hanno recentemente scaricato debito sovrano europeo per decine di miliardi di euro, si è convinti che non sia necessario fare di più.

Mentre negli Stati Uniti c’è chiaramente l’idea che l’Europa possa subire una rottura, noi crediamo che invece debba rimanere così com’è”, ha detto un banchiere francese, riassumendo le convinzioni delle banche francesi. “Nessuno sta dicendo, ‘Abbiamo bisogno di una soluzione di ripiego’”, ha detto il banchiere, che non era autorizzato a parlare in pubblico.

Quando Intesa Sanpaolo, la seconda banca italiana, ha valutato nello scorso marzo le differenti contingenze in preparazione del suo piano strategico per il 2011-13, nessuna di queste si basava sulla possibile frattura dell’euro, e “anche se la situazione si è evoluta, non abbiamo ritenuto di dover considerare questa possibilità”, ha detto Andrea Beltratti, direttore del consiglio di amministrazione della banca.

Beltratti ha detto che le banche sarebbero il primo campanello di allarme dei guai in caso di maggiori pressioni sull’euro, e che Intesa Sanpaolo è stata “molto attenta” per quanto riguarda liquidità e capitale. Nella scorsa primavera, la banca ha innalzato il capitale di cinque miliardi di euro, uno dei maggiori incrementi in tutta l’Europa.

Beltratti ha affermato che l’Italia, come l’Unione Europea, può adottare una serie di iniziative politiche per tenere lontana la rottura dell’euro. “Ero sicuramente più fiducioso alcuni mesi fa, ma sono ancora ottimista”, ha detto.

Questa settimana i dirigenti europei hanno riferito di essere più determinati che mai a tenere in vita la moneta unica, specialmente in vista delle elezioni in Francia il prossimo anno e in Germania nel 2013. A conferma, la Merkel ha detto che avrebbe raddoppiato gli sforzi per spingere l’unione verso una maggiore unità fiscale e politica.

Questo compito ora sembra leggermente più semplice per il fatto che la crisi ha sfrattato i leader deboli dai paesi inguaiati dell’eurozona come Italia e Spagna. Ma è ancora una strada in salita, visto che la signora Merkel anche questa settimana ha continuato a opporsi alla creazione di obbligazioni sostenute dall’eurozona.

Politicamente, persino l’ipotesi dell’allontanamento della Grecia è sempre più considerato un anatema. Malgrado le aspettative che la Grecia – e le banche che le hanno prestato fondi – possano ricevere salvataggi dai contribuenti europei fino a nove anni, i funzionari temono che questa fuoriuscita possa aprire un vaso di Pandora degli orrori come una seconda Lehman, o addirittura l’uscita di altri paesi dalla moneta unica.

L’unione monetaria dell’Europa fu formata più di un decennio fa e comprende 17 membri dell’Unione Europea, creando un potente blocco economico con l’obbiettivo di cementare la stabilità in tutto il continente. Dette il via ad anni di prosperità per i suoi membri, specialmente per la Germania, mentre i tassi di interesse calavano e i soldi affluivano nell’unione, fino a quando, tre anni fa, la bancarotta di Lehman Brothers fece piombare i mercati globali del credito nel caos e la crisi finanziaria si ravvivò con il quasi default della Grecia nello scorso anno. La creazione dell’eurozona comporta una serie infinita di contratti e di beni interdipendenti, ma nessun meccanismo per l’abbandono di un paese.

Ma, mentre la crisi sopraggiunge nel ricco nord dell’Europa, le banche hanno incrementato la preparazione per qualsiasi esito. Ad esempio, anche se è legalmente, finanziariamente e politicamente complicato per la Grecia uscire dall’eurozona, alcune banche stanno comunque annotando come gli euro si possono convertire nelle dracme, come possono essere eseguiti i contratti e se un tale evento possa causare un grippaggio dei mercati globali del credito.

La Royal Bank of Scotland è una delle più grandi banche che stanno testando la sua capacità di affrontare una rottura dell’euro. “Facciamo molti stress test su quello che potrebbe succedere se l’euro si dovesse frantumare o se alcune cose dovessero verificarsi, come l’espulsione di alcune nazioni dall’euro”, ha detto Bruce van Saun, direttore della finanza della RBS. Ma, ha aggiunto: “Non vogliono farla sembrare più grave di quanto lo sia.”

Alcune imprese stanno prendendo precauzioni simili. Il gigantesco operatore turistico tedesco TUI ha di recente fatto sensazione in Grecia, dopo aver inviato lettere agli albergatori greci chiedendo che i contratti vengano rinegoziati in dracme per proteggersi dalle perdite se la Grecia dovesse uscire dall’euro.

TUI ha preso questa iniziativa pochi giorni dopo che la Cancelliera Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy avevano riconosciuto, nel corso di una riunione dei leader del G-20 tenuta all’inizio di questo mese a Cannes, che la Grecia avrebbe potuto lasciare l’unione monetaria. Giovedì la banca centrale greca ha avvisato che se la nazione non riuscirà a migliorare rapidamente le sue finanze, la domanda sarà “se il paese debba rimanere o meno nell’area euro”.

In un sondaggio pubblicato mercoledì su circa 1.000 dei suoi clienti, Barclays Capital ha detto che circa la metà si aspettano che almeno uno dei paesi esca dall’eurozona; il 35 per cento che la rottura sia limitata alla Grecia, e uno su 20 si aspetta l’uscita di tutti i paesi periferici entro il prossimo anno.

Alcune banche stanno ora guardando ben oltre i confini del proprio paese. Venerdì Merrill Lynch è stata l’ultima a emettere un report in cui si analizza cosa accadrebbe se alcuni paesi dovessero lasciare l’eurozona e ritornare alle loro vecchie monete. Se Spagna, Italia, Portogallo e Francia dovessero oggi ripartire a stampare le loro divise, queste probabilmente si indebolirebbero contro il dollaro, riflettendo la relativa debolezza delle loro economie, è il calcolo di Merrill Lynch.

Le monete delle economie più forti di Germania, Paesi Bassi e Irlanda probabilmente si rafforzerebbero sul dollaro, secondo l’analisi.

In Asia le banche e i regolatori osservano la situazione con sempre maggiore allarme. Norman Chan, il direttore esecutivo della Hong Kong Monetary Authority, ha affermato mercoledì che i regolatori hanno incrementato la sorveglianza sull’esposizione delle banche con l’Europa.

Questi stanno lavorando con i manager delle banche sugli stress test per determinare come la stabilità finanziaria delle banche possa essere colpita da un maggiore dissesto finanziario in Europa, ha detto un banchiere di Hong Kong che vuole rimanere anonimo.

Il pericolo principale di una rottura dell’euro breakup – afferma Stephen Jen, collaboratore di gestione con la SLJ Macro Partners di Londra, è il “rischio della ridenominazione”, l’effetto imprevedibile che la rottura dell’euro avrà sui titoli finanziari mentre le nuove monete cercano il proprio livello sul mercato e i valori dei contratti stipulati in euro vengono rivalutati.

La maggior parte delle persone spera che questo non accadrà. “Ricordate quando Lehman andò in bancarotta, nessuno poteva anticipare cosa sarebbe successo dopo”, ha affermato il banchiere francese che non era autorizzato a parlare in pubblico. “E quella era una compagnia, non una nazione. Se un paese lasciasse l’euro, moltiplicate l’effetto Lehman per 10”, ha detto.

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Fonte: Banks Build Contingency for Breakup of the Euro

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE