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Archive for dicembre 2011

Gheddafi e Chavez, due “cattivi” con qualcosa in comune

dic 31st, 2011 | By admin | Category: News

Gheddafi senza essere mai stato un genio della Bocconi trasformò la Libia nella nazione più benestante del suo continente, l’Africa. Per molto tempo però venne considerato una pecora nera dagli alleati dell’occidente e nonostante molti volessero sbarazzarsi di lui, sopravvisse a diversi attentati. Alla fine però, “l’inarrestabile desiderio popolare libico” di conquistare finalmente le libertà e i progressi sociali delle democrazie rappresentative occidentali spinse il popolo alla rivoluzione, e lui, accusato delle peggiori malefatte contro l’umanità, fu giustiziato davanti all’occhio vigile di una telecamera. Le immagini del decoroso e civile processo che gli tolse la vita vennero poi trasmesse a tambur battente nei telegiornali di tutto il mondo per la gioia di adulti e piccini che amano il genere pulp, soprattutto all’ora di pranzo. Nel frattempo i nuovi signori democratici della Libia, al momento di amministrare le risorse petrolifere del paese, si ricordarono dei loro amici occidentali che per motivi squisitamente umanitari, li avevano aiutati a togliere di mezzo il malefico tiranno. Il petrolio libico divenne così un bene comune da condividere insieme ai nuovi soci delle grandi multinazionali . La “polizia del mondo”  occidentale però non è ancora riuscita a liquidare un altra “pericolosa canaglia” che minaccia i diritti democratici del suo popolo, l’indio Chavez. Anche lui infatti, proprio come aveva fatto Gheddafi ha trasformato impunemente il Venezuela nel paese più ricco del suo continente, il sud America. In tempi di crisi, lacrime e sangue ha addirittura osato alzare gli stipendi del popolo del 30%. Come minimo Keynes si sarà rivoltato nella tomba…. Alla notizia ovviamente non venne dato risalto dagli organi d’informazione mainstream perché la prima mission dei giornalisti occidentali democratici è quella di tutelare i popoli evitando di fuorviarne le labili menti con teorie economiche completamente sbagliate…Inoltre, l’attenzione dei mass-media era giustamente già fin troppo impegnata a seguire le notizie di cronaca nera e le partite di coppa…



LA CASTA HA FATTO PUTSCH

dic 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

MAURIZIO BLONDET
rischiocalcolato.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Che le misure per la famosa «crescita» debbano assolutamente cominciare dalla liberalizzazione dei taxisti e dei farmacisti, è cosa che sfida il ridicolo e offende l’intelligenza. Eppure è questo che il governo Monti, detto «dei tecnici», sta facendo. Ci dicono che il taxi costerebbe meno a noi risparmiatori: ma anche fosse, quanto incide la spesa dei taxi nel bilancio di una famiglia? Quanto farebbe crescere l’economia, un risparmio di questo genere? Certo, per le persone normali i caro-taxi incide assai meno che i raddoppio dell’ICI, il rincaro dei carburanti e l’aumento dell’IVA, che si riflette duramente in rincari di tutte le merci. Lo stesso vale per la liberalizzazione degli avvocati o delle farmacie: d’accordo, vanno fatte, ma non sono certo queste le misure che innescheranno il «rilancio» e faranno tornare l’economia a crescere.

Molto più efficace sarebbe, poniamo:

O ridurre i cosiddetti «rimborsi elettorali ai partiti» che in realtà sono finanziamento pubblico (vietato da un referendum del ‘93, quindi illegale) e che oggi superano enormemente le spese effettivamente sostenute, tanto più che i partiti stessi se li aumentano ad ogni elezione. E costano miliardi, come mostra la tabella estratta dalla Corte dei Conti:

casta parassita 1 La Casta ha Fatto Putsch

casta parassita La Casta ha Fatto Putsch

In queste tabelle sono riportati i contributi statali attribuiti al complesso dei partiti a partire dal 1994, nelle varie tornate elettorali

O ridurre i sussidi pubblici per le energie rinnovabili (che spesso nascondono favori fatti ad amici degli amici) e che ci costano circa 8 miliardi l’anno. Solo il sussidio ai «produttori di energia elettrica a metano» è costato ai cittadini, fino ad oggi, 40 miliardi di euro. Quanti taxisti, avvocati e commercialisti bisogna liberalizzare, per compensare un simile spreco?

Per un vero rilancio dell’economia, più che disciplinare i taxisti, servirebbe la tempestività dei pagamenti che il settore pubblico deve ai privati: in Germania e Francia Stato, comuni, enti pubblici in genere devono pagare i fornitori, obbligatoriamente, a 30 giorni. In Italia, dopo 9-18 mesi che gli imprenditori non vedono i soldi dovuti, pressati dalle banche e da Equitalia (che esige l’IVA su quei pagamenti ancora non realizzati) finisce che si suicidano. È un danno per la famosa crescita.

Piuttosto che frustare i privati perchè siano «più competitivi», il governo dovrebbe porsi il problema della «competività» della Regione Sicilia: pagare 22 mila euro mensili netti ogni deputato siciliano rende la Sicilia più o meno «concorrenziale sui mercati globali»? Regalargli una pensione di 3 mila euro mensili a 50 anni dopo una sola legislatura, e – se non viene rieletto – un 90 mila euro per «il reinserimento nella vita civile» quasi fosse un carcerato, rappresenta o no un peso sulla famosa «crescita»?

D’accordo «liberalizzare le professioni». Ma che ne dite di ridurre le spese per auto-blu a Brindisi, dove costano mezzo milione di euro l’anno? O liberalizzare Potenza, dove per le 2 auto-blù sono stati assunti 95 addetti? O i 500 mila che in Italia campano direttamente di cosiddetta politica, ossia di parassitismo pubblico, senza contare i milioni di dipendenti pubblici, un certo numero dei quali sono sicuramente parassiti?

Dopotutto, se in trent’anni la quota di spesa pubblica sul PIL è passata dal 29% al 54%, pare che proprio lì – più che nella liberalizzazione degli avvocati – si potrebbe tagliare e alleggerire, in nome della competitività, dell’efficienza e dei minori costi. Secondo la Corte dei Conti (strapagata anche quella: 450 mila euro di stipendio per ogni consigliere) la corruzione della pubblica amministrazione costa agli italiani 60 miliardi di euro l’anno: quanto due o tre finanziarie. Perchè non stroncare – con le cattive, con licenziamenti in tronco – questo «costo», sicuramente non-competitivo?

Vedete, la materia c’è. Materia per di più nelle dirette competenze di un governo, che ha le mani sulle leve della funzione pubblica. Lì c’è sicuramente il grasso in sovrappiù, il grasso che cola da tagliare. Perchè il governo Monti invece sente così urgente privatizzare i privati? La cosa sembra assurda.

Ma l’assurdità viene meno, quando si prende atto della seguente, folgorante verità: che col governo Monti, sono le Caste pubbliche che hanno preso il potere. Non il Bilderberg, non Goldman Sachs – o meglio, «anche» quelle entità – ma soprattutto, i parassiti pubblici come corpo sociale, come blocco unitario. Quando si dice che l’attuale governo configura una sospensione della democrazia, si prenda coscienza di questo: che è la Casta ad avere fatto il putsch. Per mantenere i suoi innumerevoli privilegi.

Allora tutto diventa più chiaro, tutto si spiega. Il governo «dei tecnici» è stato voluto e selezionato dal primo membro della Casta, quell’inquilino del Quirinale che ci costa (a noi contribuenti) 12 volte di più di quanto la monarchia britannica costa ai contribuenti inglesi. I nuovi ministri sono per lo più professori universitari, ossia dipendenti pubblici che in tutta la loro vita non si sono mai esposti al «mercato». Non replicate che alcuni vengono da università formalmente private, come Monti presidente della Bocconi: il Monti suddetto – come appare da una ricerca sul web – ha al suo attivo solo 13 pubblicazioni nella sua intera vita, e solo una volta (1 volta) le sue produzioni sono state citate da una rivista internazionale. Un caso unico, un economista di chiara fama, che nessuno dei suoi pari nel mondo riconosce come tale. «Com’è che è diventato rettore della Bocconi? Come ha fatto a passare il concorso a cattedra?» se lo chiede il professor Giuseppe Sandro Mela (medico, con 352 citazioni, di cui 141 su Lancet) autore dello spulciamento.

Le competenze del professor Monti non stanno nel suo spessore come economista (inesistente) ma in qualche altra cosa: quella cosa in cui le Caste parassitarie sono magistrali. Chiamatele raccomandazioni, conoscenze e cooptazioni da parte di altri parassiti di potere. Chiamatele «ammanicamenti» e «maniglie». Anche internazionali, s’intende. Lo stesso dicasi per gli altri ministri, alcuni della Cattolica, o dirigenti pubblici (un generale alla Difesa, un ambasciatore agli Esteri): in ogni caso, esponenti e rappresentanti di qualche Casta.

E chi sostiene questo governo? La casta dei parlamentari, destra e sinistra unite in un sol blocco, i quali hanno un solo scopo evidente: evitare il voto, perchè molti non sarebbero rieletti, ed in ogni caso con elezioni anticipate perderebbero lo stipendio da parassiti di 15 mila euro al mese. Questi parlamentari si sono ribellati persino a qualche loro capo-partito, pur di non perdere il seggio («Ho il mutuo da pagare», ha anche detto qualcuno). Alcuni di questi partiti, poi, esistono solo come rappresentanti di qualche clientela pubblica. E non parliamo dei sindacati e dei sindacalisti, che per lo più difendono solo i pubblici dipendenti, avendo abbandonato gli operai (che infatti sono i meno pagati d’Europa). Un blocco che vale, con le famiglie, almeno 10 milioni di elettori.

Gente che i soldi dallo Stato li prende (e tanti) e che per questo è avversa alla popolazione che i soldi allo Stato li dà, perchè a suo giudizio non ne dà mai abbastanza.

Il nucleo della «lotta politica» in Italia è tutto qui. Rozzo, semplificato, ma reale. È una lotta di classe sui generis – sfruttatori contro sfruttati – di cui però la popolazione generale, i produttori, quelli che aumentano la ricchezza del Paese, non si rende conto. Il che vuol dire: gli sfruttati sono divisi su questioni «politiche» spesso false, indotti a combattere per scopi diversi e divisivi in ordine sparso, mentre gli sfruttatori agiscono come blocco sociale unitario, per uno scopo che a loro è ben chiaro: mantenere i loro privilegi, eternizzare i loro stipendi indebiti.

Ecco perchè abbiamo il «governo tecnico». Posti di fronte alla necessità di ridurre la spesa e il debito pubblici, dunque di ridurre i loro emolumenti e privilegi, gli esponenti delle Caste hanno – semplicemente e puramente – preso il potere per scongiurare la loro epurazione, anche parziale.

Cominciate a pensare in questi termini, e tutto vi diventerà chiaro. Anche le decisioni apparentemente assurde di questo governo di cosiddetta emergenza.

L’ipertassazione, invece del taglio degli sprechi. La fantomatica «lotta all’evasione fiscale» anzichè alla corruzione e allo spreco pubblico. La mano pesante contro i tassisti e i notai, contro i pensionati e i commercianti (hanno liberalizzato il piccolo commercio al dettaglio) contro i coltivatori (per i quali l’aumento dell’ICI rappresenta un costo quadruplicato, dal momento che dispongono di immobili di grandi dimensioni, le case coloniche che devono avere grandi spazi per immagazzinare ed allevare animali) e la mano leggerissima contro i sostenitori pubblici di questo governo: basti dire che il Parlamento s’è rivoltato alla sola ipotesi di tagli «Spetta a noi, siamo sovrani!») e il Senato s’è tagliato da solo le spese di 3,6 milioni: un po’ pochino, dato che il Senato ci costa ogni anno 700 milioni. Il Senato si taglia senza farsi male – lo 0,5% della spesa. La famiglie, i pensionati e i privati in genere sono richiesti di tagliarsi il 10%, il 15%.

Così si spiega perchè si eccita una campagna contro la Chiesa perchè paghi l’ICI, ma si tace che anche i sindacati non pagano l’ICI, nè nessun’altra imposta, dato che loro possono evitare di pubblicare i bilanci, insomma possono evita di spiegare come spendono il miliardo annuo che estraggono da buste-paga e pensioni.

Si spiega come mai, alla minima proposta di eliminare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (un fantasma che non interessa nè i milioni di dipendenti di piccole imprese, nè i 5 milioni di lavoratori a contratto, precari o partite IVA) sono scesi in sciopero non lavoratori del privato, ma i dipendenti pubblici, anzitutto di bus e metropolitane – ossia di coloro che hanno il privilegio del posto fisso, e salari superiori del 15% ai pari-grado privati: l’articolo 18 garantisce l’illicenziabilità dei fancazzisti, e alla peggio l’obbligo di reintegro del fancazzista licenziato, per ordine della Casta giudiziaria.

Tutto diventa chiaro. Siccome si tratta di ridurre un poco l’immane debito pubblico che l’ha nutrita e ingrassata, la casta ha preso il potere totale per far pagare la riduzione del debito ai normali cittadini: oltre le tasse di prima, mettendo più tasse per il «risanamento».

Naturalmente, non viene intrapresa l’altra strada, quella di un taglio agli emolumenti pubblici intrapresa in Spagna e Portogallo. I mercati si sono accorti del trucco, e difatti con Monti il nostro spread s’è alzato oltre i 500 punti, mentre col nuovo governo spagnolo lo spread dei bonos è sceso vistosamente. Ma la Casta se ne frega, perchè a non accorgersi del trucco è l’opinione pubblica interna, quella degli sfruttati.

Questi piegano la testa: «sacrifici», fate più sacrifici!, ordina il Quirinale (che sacrifici non ne ha fatti). Se ci sono tagli pubblici da fare, vengono tagliati gli appalti: e le aziende appaltatrici, private, devono licenziare camerieri (al Senato) e personale viaggiante (vagoni letto). Sono sempre i privati a pagare il conto, anche dei «risparmi» della spesa pubblica.

La austerità e l’iper-tassazione mostruosa del settore privato provoca recessione; la recessione rende meno sostenibile la pretesa di poter servire il debito pubblico. Ma alla Casta non importa. Per «rilanciare l’economia», frusta i privati, onde producano più reddito da surtassare. Esige ed impone per legge «trasparenza», da loro e non da se stessa.

Uno dei più ridicoli provvedimenti della finanziaria che siamo obbligati a chiamare «Salva-Italia» (invece che salva-parassiti) è la liberalizzazione del piccolo commercio al dettaglio: adesso si può aprire una panetteria a 50 metri da una panetteria già esistente. Così, secondo l’economista senza-pubblicazioni Monti, si dovrebbe creare la «competizione» travolgente che rimetterà a galla l’economia? Con i supermercati e iper-mercati che nascono dappertutto, e targati Auchan, Carrefour e Lidl tedesca?

Fateci caso: tagli ai sussidi alla stampa di partito, ed è giusto. I giornalisti vanno liberalizzati, i loro stipendi tagliati. Ma il nuovo governo ha rinnovato il regalo da 7 milioni annui a Radio Radicale, un regali mascherato da «servizio pubblico», in quanto la Radio di Pannella manda in onda le sedute parlamentari. C’è un piccolo conflitto di interessi: una radio di partito non può fare «servizio pubblico». Di fatto, se volete sentire una diretta parlamentare, vi tocca sorbirvi tonnellate di propaganda radicale e di sproloqui di Pannella, soggetto di deplorevole longevità. Ma la Casta riconosce i suoi; sa chi punire, e chi premiare. Sa quali parassiti devono morire, e quali devono trionfare.

L’aggravio strangolatore dell’ICI devasta la piccola proprietà, e soprattutto ha paralizzato il mercato immobiliare, già messo alle corde dal fatto che le banche non concedono mutui: di fatto, i piccoli proprietari dovranno pagare la supertassa su «valori» che hanno perso valore. Ma le Caste non pagano nulla, non pagano mai.

La strana ossessione contro i taxisti, a ben pensarci, deriva dallo stesso blocco di potere. Chi usa molto i taxi? Le Caste, quando non dispongono di auto-blu (come i parlamentari, ad esempio). È ovvio che si accorgano che in Italia i taxi «costano troppo», e vogliano pagar meno questo servizio. Vogliono far diventare i taxi come in America, dove i taxisti sono guidati da nigeriani e congolesi di prima emigrazione, che sperano nelle mance perché la paga non la ricevono. Sono loro, sono le Caste.

Le caste hanno preso il potere. Prendiamone atto. Hanno vinto loro: gli sfruttatori. È il loro governo quello che si arrroga di fare «trasparenza, competitività, equità» e per giunta «crescita». Ed adesso ci tolgono anche la pelle, a noi sfruttati. E abbiamo la colpa di non capire qual è la vera lotta di classe, la vera primordiale realtà politica in Italia: quelli che i soldi dallo Stato li prendono, contro quelli che allo Stato li danno, i produttori sottopagati.)

Maurizio Blondet
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2011/12/la-casta-ha-fatto-putsch.html



HORMUZ: IL BOTTONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE ?

dic 30th, 2011 | By admin | Category: News

DI

ALDO GIANNULI
cadoinpiedi.it/
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una portaerei Usa nello Stretto di Hormuz. La minaccia iraniana di impedire il passaggio delle navi, che trasportano da un terzo a un sesto del petrolio mondiale. Una battaglia navale potrebbe innescare una profonda crisi e produrre un’impennata del prezzo del greggio. Guerra nucleare? Potrebbe finire così…
"La chiusura dello Stretto di Hormuz è una minaccia che l’Iran ha fatto abbastanza frequentemente negli ultimi 30 anni, già per esempio ai tempi della guerra con l’Iraq. Ma sinora non è stata mai attuata, perché sarebbe come schiacciare il pulsante di una guerra nucleare, da cui non si torna indietro…
Per adesso, secondo me, le dichiarazioni dell’Iran volevano ottenere un effetto di guerra psicologica per sondare quale fosse la reazione dei mercati in termini di prezzo del petrolio di fronte a una minaccia del genere. Per la verità, il prezzo del barile di petrolio era anche lievemente sceso, c’era stata una dichiarazione dell’Arabia Saudita che si era detta pronta ad aumentare la produzione per riequilibrare la situazione. Certo, adesso il rischio è che la vicinanza di due flotte, come quella americana e quella iraniana, che non hanno azioni diplomatiche reciproche nei rispettivi Stati, può provocare l’incidente. Tuttavia mi sembra remota la possibilità che scoppi una terza guerra mondiale, anche perché in questo caso la Cina e gli Stati Uniti hanno un interesse convergente. E’ difficile immaginare che l’incidente possa scoppiare tra cinesi e americani, è piuttosto probabile che invece possa accadere, se accade, tra americani e iraniani."
Qual è l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz? Che succederebbe se l’Iran effettivamente decidesse di chiuderlo?
"Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare abbastanza angusto, come dice lo stesso nome, e non profondissimo, per cui è facilmente ostruibile. Basterebbe ad esempio affondare alcuni mercantili e la situazione diventerebbe non superabile. Dunque la minacciata chiusura non significa schierare la flotta e risolvere la questione con una battaglia navale. Si può anche operare in questa maniera.
Il problema maggiore è che dallo Stretto di Hormuz passa qualcosa come un terzo del petrolio per via marittima a livello mondiale e un sesto in assoluto del petrolio commerciale nel mondo, quindi l’effetto immediato, soprattutto se dovesse esserci una situazione permanente non risolvibile solo con una battaglia navale, come nel caso di un’ostruzione dovuta ad affondamento di mercantili, sarebbe probabilmente un’impennata violentissima del prezzo del petrolio che, secondo alcune stime, potrebbe superare i 180 dollari al barile da un giorno all’altro. Questo sarebbe l’impatto principale, e gli iraniani ieri volevano capire se la loro minaccia avrebbe sortito un effetto del genere."
In caso di guerra nucleare, quando durerebbe e chi la vincerebbe?
"Premesso che allo stato attuale non sembra che l’Iran disponga già di ordigni nucleari, in ogni caso è evidente che bisognerebbe valutare lo sviluppo di una cosa del genere, se, ad esempio, a un primo scambio di bombardamenti nucleari facesse seguito una guerra convenzionale oppure una guerra al massacro…Certo, l’Iran potrebbe avere dei vettori sufficienti a colpire Israele e anche a colpire l’Arabia Saudita, ma sicuramente non gli Stati Uniti. Israele dal canto suo, sebbene smentisca di avere armamenti nucleari, in realtà come tutti sanno possiede dei sommergibili armati con missili a testata nucleare proprio a largo dell’Arabia Saudita, per cui potrebbe reagire con un bombardamento nucleare ad un attacco iraniano improvviso dal mare, e quindi vincere… Tuttavia, una simile catastrofe sarebbe tale per cui non si potrebbe parlare di ‘vincitori’; peraltro, non credo sia un’ipotesi particolarmente vicina."

Aldo Giannuli
Fonte: www.cadoinpiedi.it/
Link: http://www.cadoinpiedi.it/2011/12/29/hormuz_il_bottone_di_una_terza_guerra_mondiale.html#anchor



Rigore? No, sovranità: così l’Argentina ha fatto il miracolo

dic 28th, 2011 | By admin | Category: News

 

Esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

 

La protesta argentina, esplosa all'inizio del 2002

 

Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’Fmi era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo.

Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano. In quei giorni, in quello che per decenni il Fmi aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere, ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e

 

Buenos Aires saccheggiata dalla folla

 

d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: «Que se vayan todos», che vadano via tutti.

Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti. I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava – anche in Italia – sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro.

Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ‘70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di Nestor Kirchner tra Hugo Chàvez e Inacio Lula

povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque, l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.

La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date-chiave di tale processo sono due: nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’Alca di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi, mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. E nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col Fmi: «Non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati», dissero, mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata.

Per anni, i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’Fmi. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali – quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo – avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, Cristina Kirchnerdescrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.

Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista, dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.

A dieci anni dal crollo, l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e, dall’acqua alle poste alle aerolinee, molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del Pil e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: «Meglio, molto meglio, là».

(Gennaro Carotenuto, “L’Argentina in 10 anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fmi” e vivere felici, dal blog di Carotenuto del 19 dicembre 2011).

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I MEDIA E LA CRISI DELL’EURO: INESAURIBILE PENSIERO UNICO

dic 28th, 2011 | By admin | Category: News

DI

GREGORY MAUZÉ
Michelcollon.info

 

 

 

 

 

 

 

 

Sotto la copertura della crisi, un’offensiva senza precedenti contro le esperienze sociali minaccia i cittadini europei. Per ogni risposta, la stampa generalista sembra optare per un tono compiacente e fatalistico. Una linea di condotta che solleva importanti domande sul ruolo che deve rivestire l’informazione nella società.

Questi ultimi decenni sono stati quelli della scomparsa progressiva della stampa di opinione, a beneficio di informazioni più consensuali destinate a toccare un maggior numero di persone. Spesso si attribuisce questa tendenza alla fine delle ideologie e al trionfo di un consenso intorno ai valori della democrazia liberale. Nessuno sembra preoccuparsene:se la stampa ritiene di dover essere il riflesso dell’opinione pubblica, l’impoverimento della diversità dei punti di vista nei media non manifesta l’erosione del pluralismo sul quale si basa il nostro sistema politico?
Questa domanda è di una bruciante attualità. E la copertura mediatica della crisi nella zona Euro ce ne offre un esempio eloquente. La maggioranza delle redazioni sembra navigare a gonfie vele nella direzione delle raccomandazioni antisociali delle istanze europee e dei governi nazionali, assumendo le posizioni degli attori economici dominanti. Questo scenario si rivelerebbe in situazioni normali in tutta la sua banalità [1] se non si verificasse in un periodo determinante, quando potrebbe essere superata una soglia critica di separazione tra i popoli e le sue élite.

Inquietanti unanimità

L’annuncio di un referendum in Grecia, rara opportunità per una popolazione colpita dai piani di austerità per potersi esprimere, ha rivelato l’ampiezza del malessere. E la difficoltà per la gran parte dei quotidiani nazionali di analizzare seriamente le strategie che si allontanerebbero dalle ricette neoliberiste. Anche se probabilmente tutto si è basato solamente su un calcolo politico del primo ministro Papandreou, questo annuncio di una consultazione popolare ha avuto comunque il merito di rimettere al centro i cittadini, fino a quel momento emarginati dal centro dell’azione politica. Ma è stata presentata dalla schiacciante maggioranza delle redazioni con un taglio ben differente: "pericoloso tentativo di poker politico", "minaccia per l’Europa e la Borsa", "panico per I mercati" [2]. Un’unanimità tanto più inquietante quanto sembra ricalcata sulla reazione dei decisionisti politici ed economici, ulcerati all’idea che una strategia elaborata in alto sia "prendere in ostaggio" per un fattore tanto triviale che il rinnegamento del popolo.

Il metodo è spesso lo stesso: dopo essere sparsi si sulla legittimità di principio che ha il popolo greco a pronunciarsi sull’avvenire del suo paese, si giudica, come un giornalista del quotidiano belga La Sera, " inammissibile che la pratica della democrazia possa rompere la macchina europea tutta intera" [3]. Il piano proposto non rispondendo ad una scelta politica ma a " semplici considerazioni economiche" [4], inutile di rievocare altre piste che queste raccomandate per le istituzioni europee ed il FMI. Riflettere alle piste di finanziamento che risparmierebbero più sguarniti, prime vittime delle economie imposte da questi piani, (per esempio aumentando le ricette vicino alla chiesa, primo proprietario terriero del paese, o dagli armatori navali, tutti due attualmente esonerati di tasse, o ancora tagliando nel bilancio dell’esercito – il 4% del PIL, o proporzionalmente il secondo al mondo – di cui i primi fornitori sono peraltro delle imprese che appartengono ai paesi che hanno imposto il contenuto delle diverse cure di austerità [5]) è dunque fuori proposito.

La reazione della stampa all’arrivo di personalità proveniente dal mondo degli affari alla testa del governo greco, poi di quello italiano, parla da sola. Certo, in molti hanno evidenziato rialzato i legami che uniscono Papademos e Monti a Goldman Sachs – un’associazione peraltro difficile da eludere – e manifestato alcune inquietudini sulle derive che può generare questa sostituzione della politica con il mercato. Ma si è cercato solitamente di sottolineare come un male necessario “questa sospensione della democrazia", vista l’incapacità degli eletti a prendere le "decisioni necessarie, nell’interesse generale" [6]. Il fatto che la popolazione greca e quella italiana rifiutino con decisione le cure di austerità applicate da questi "tecnocrati indipendenti" non sembrano disturbare oltre misura: dopotutto, come ha evidenziato un editorialista di Le Monde, "un paese che ha perso la sovranità di bilancio non ha perso la sua libera scelta?"

"Propagandisti del sistema"

Del resto, quando si tratta di spiegare le ragioni profonde della crisi, la stampa riserva particolare attenzione alle posizioni degli economisti ortodossi. Come riportato da Bertrand Rothé del settimanale Marianne, la maggior parte delle analisi proposte dai quotidiani di riferimento a proposito della crisi finanziaria fa spesso appello agli stessi uomini di finanza: "In agosto dieci articoli di Le Monde hanno parlato delle cause del problema nelle pagine di analisi. In questi dieci articoli, sedici provengono da individui legati alle istituzioni finanziarie e sei da individui non legati direttamente alla finanza" [7]. Sfruttando abilmente le carenze dei fondi assegnati dalle redazioni ai giornalisti, gli economisti legati alle banche si fanno in quattro per comunicare le loro analisi ai giornalisti precari, messi sotto pressione per produrre sempre di più, rapidamente e al minor costo possibile. È quindi meno stupefacente leggere nelle colonne di Le Monde che la crisi "non risulta da un eccesso speculativi dei mercati, ma dell’impotenza della politica e dalla mancanza di leadership" [8].

Si potrebbe obiettare che i media hanno avuto, nella quasi totalità, parole molto dure riguardo al ruolo nefasto rivestito dall’alta finanza e dagli speculatori nello scoppio della crisi. Nessuno lo può contestare. Si può comunque manifestare dei dubbi quando alla pertinenza del livello di analisi. L’economista Federico Lordon rivela invece che questa posizione centrata sulle responsabilità individuali fa deviare lo sguardo dalle vere ragioni della crisi: "Oltre ad essere il mezzo più sicuro per non comprendere della crisi, questo procedimento elude l’attribuzione di responsabilità a quelli che hanno reso questo sistema possibile, e a coloro che ne hanno beneficiato” [9]. Per questo specialista della crisi, puntare il dito contro i responsabili palesi (traders e banchieri) consente ai media di scaricarsi dalle proprie responsabilità parlando di quello che ha portato alla crisi: "Mentre i poteri politici hanno sostenuto il ruolo degli architetti delle strutture della mondializzazione finanziaria, gli esperti e i media che hanno dato loro la versione ne hanno svolto il ruolo della propaganda". Questa denuncia nei confronti della gran parte dei media si può rivelare tuttavia insufficiente per farci dimenticare il lavoro di trincea che hanno svolto da una trentina di anni contro le posizioni e i progetti politici troppo critici verso la deregolamentazione finanziaria e la concorrenza generalizzata.

Certo, sarebbe assurdo generalizzare o considerare le redazioni come blocchi monolitici. Non si può rimproverare allo stampa generalista di aver lasciato spazio al dibattito, perché talvolta alcune acerbe critiche contro i piani di austerità introdotti a livello europeo, e in senso più allargato al sistema politico ed economico, si sono talvolta inserite nella vulgata dominante. Resta il fatto che questi punti di vista, spesso relegati nelle rubriche sulle "idee", sulle "controversie", sono spesso annegati nel flusso delle false evidenze sostenute dai poteri politici nazionali ed europei che inondano questi giornali. E, alla fine, sono quest’ultime che contribuiranno a forgiare l’opinione pubblica sulla questione.

Silenzio di connivenza

Così, alla subordinazione del mondo politico agli imperativi economici dettati dal mondo degli affari, i media rispondono con queste segnalazioni ripetute che liberano l’immaginario collettivo da ogni alternativa ai piani di austerità. Ciò contribuisce a legittimare questi ultimi, perché diventano l’unica soluzione ragionevole. Questa apatia rivela una visione politica dove la nozione di "governance" si è imposto a poco a poco e ha preso il posto di quella di "governo" [10]. Detto in altro modo, il potere non fonda più la sua legittimità sul consenso popolare, ma sull’ efficacia delle proprie azioni, senza interrogarsi sulle sue questioni politiche (a cominciare dal carattere democratico). Non è da allora esagerato dire che, per il loro silenzio o quanto meno per la loro compiacenza nei confronti delle spiegazioni ufficiali su aspetti essenziali come l’austerità, il debito o l’euro, i media a grande diffusione danno supporto alla versione dei poteri politici ed economici dominanti che verrà così ritenuta vera. Partecipano quindi a una gigantesca offensiva contro le esperienze democratiche, e questo sia a livello politico che economico.

Una politica, ora quanto mai, dove i dirigenti si sono liberati dall’esigenza fondante della democrazia secondo cui l’azione pubblica deve basarsi sulla sovranità popolare. La gestione efficace delle domande economiche sociali – e quindi politiche – viene considerata un campo troppo importante che lasciarla confinata alla scelta democratica. Al cittadino, percepito come irresponsabile, si privilegiano gli agenti economici e i noti esperti indipendenti. La nomina di due personalità provenienti dell’alta finanza alla testa di governi di unione nazionale incaricati di applicare le riforme necessarie è in questo caso davvero eloquente.

Postulando che queste riforme non rispondano a una scelta ma a una necessità, questo visione manageriale della gestione pubblica non lascia spazio ad altri modi possibili per uscire dalla crisi, dissuadendo le persone dall’interrogarsi sugli interessi che soddisfano. Ben lontane dall’essere neutre, queste riforme derivano in realtà da scelte politiche e corrispondono agli interessi ben identificati di una élite economica che si rifiuta di vedersi toccare i propri privilegi. Non c’è bisogno di precisare che questi interessi non si sovrappongono a quelli della maggioranza dei cittadini. Da qui la volontà di allontanare questi ultimi dalle istanze che sono state da loro decise. Poteri economici, perché i piani di austerità presentata dai media e dai governanti come misure necessarie alla creazione di un ambiente stabile, generatore di crescita e di lavoro, toccano la questione essenziale della ripartizione delle ricchezze. Questi piani si inseriscono in un’offensiva più allargata, e di molto anteriore alla crisi, contro le conquiste sociali ottenute dalle società occidentali per una ripartizione della ricchezza relativamente soddisfacente per i salariati. Dal dopoguerra fino agli anni ‘70 il rapporto tra capitale e lavoro ha permesso di raggiungere importanti conquiste sociali che hanno preservato il salario dai rischi del mercato: sicurezza sociale, ferie pagate, redistribuzione dei proventi della crescita sotto forma di aumenti dello stipendio, eccetera (11). In questa ottica, le crisi sono viste come una manna poiché l’ipotetica necessità di riguadagnare la fiducia dei mercati giustifica l’attacco a queste esperienze sociali (12). E permette alle élite economiche di assicurarsi una ripartizione delle ricchezze a loro più favorevole.

Deviando il dibattito o attribuendo a tale questione un posto marginale, i media screditano agli occhi dell’opinione pubblica ogni soluzione che esce dalla cornice di riferimento promossa da Bruxelles e dal FMI, a cominciare dall’introduzione di una fiscalità più equa e di una tassazione più forte per il capitale finanziario. Tutto questo provoca la rassegnazione della maggioranza, convinta che bisognerà pagare presto o tardi, indipendentemente dalle responsabilità di ognuno in nome del principio di realtà. Con grande soddisfazione dei mercati e del grande capitale che, di fatto, preserveranno nei loro privilegi.

L’atteggiamento dei media riguardo al potere resta un argomento di ricerca vasto e complesso. È difficile valutare la loro influenza con esattezza, così come il loro grado di indipendenza dal potere. È comunque certo che nei periodi di svolta nella storia hanno sempre svolto, positivamente o negativamente, un ruolo negativo nella piega presa dagli avvenimenti. Nel momento in cui le esperienze sociali e politiche sono sempre più minacciate, non sarebbe il caso che la stampa ripristinasse il suo ruolo illuminante di contropotere, essenziale al funzionamento di una società democratica? Altrimenti rischia di farsi carico di una pesante responsabilità.

Note:

1. I media nazionali non sono stati unanimi a proposito della necessità della riforma delle pensioni nel 2010 o di quella del "Sì" al referendum sul trattato costituzionale europeo nel 2005?

2. Per un panorama delle reazioni dei media nazionali francesi all’indomani dell’annuncio del referendum, vedi Frederic Lemaire, “Consulter le peuple grec ? Les gardiens autoproclamés de la démocratie s’insurgent", 4 novembre 2011.

3. Martin, Pascal, "Papandréou et la fragilité des Européens", 4 novembre 2011.

4. Thomas, Pierre-Henri, "It’s the economy : la Grèce n’a pas le choix", Le Soir, 3 novembre 2011.

5. Chavigné, Jean-Jacques, e Filoche, Gerard, "Crise grecque : pour un audit public de la dette", Marianne, 13 giugno 2011.

6. Bourton, William, "11h02 : « La démocratie n’est pas encore en danger »", Le Soir, 16 novembre 2011

7. Rothé, Bertrand, "Comment la finance contrôle le débat économique", Marianne, 16 novembre 2011.

8. Baverez, Nicolas, "Fin de partie", Le Monde, 28 novembre 2011.

9. Lordon, Frederic, « Les médias et la crise », par Frédéric Lordon (« Jeudi d’Acrimed », vidéo)", Jeudì de Acrimed, Conferenza tenuta alla Borsa del Lavoro, Parigi, 2009.

10. Durand, Pascal, “Les nouveaux mots du pouvoir. Abécédaire critique”, ed. Aden, Bruxelles, 2007.

11. Gobin, Corinne, “Les politiques de réforme de la Sécurité sociale au sein de l’Union européenne : La sécurité collective démocratique en péril” , in “L’homme et la société”, n° 155, L’harmattan, 2005,

12. Sull’argomento, vedi Klein, Naomi, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007.

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Fonte: Les médias et la crise de l’Euro : inépuisable pensée unique

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



Bilderberg 2011: le foto e la lista dei partecipanti

dic 27th, 2011 | By admin | Category: News

 

Grazie al coraggioso lavoro di alcuni giornalisti investigativi (il valore commerciale di queste foto è scarso poiché non vengono pubblicate dai grandi mass-media) è stato immortalato l’arrivo dei membri del gruppo Bilderberg all’aeroporto. La conferenza del 2011 ha avuto luogo in Svizzera tra il 9 e il 12 giugno scorso presso l’Hotel Suvretta House, di St. Moritz.

 

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Si tratta probabilmente del presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz

L’arrivo di David Rockefeller

Altra foto di David Rockefeller

Doris Leuthard

Bill Gates

Lista dei partecipanti:

Messi al potere dalla popolazione mondiale, che va a votare…

BELGIO
Coene, Luc, Governatore della Banca Nazionale del Belgio
Davignon, Etienne, Ministro di Stato
Leysen, Thomas, Presidente della Umicore

CINA
Fu, Ying, Vice Ministro degli Affari Esteri
Huang Yiping, Professore di Economia al Centro Cinese per la Ricerca Economica, Università di Pechino

DANIMARCA
Anders Rasmussen – Segretario generale della Nato (new!)
Eldrup, Anders, Amministratore Delegato, DONG Energy
Federspiel, Ulrik, Vice Presidente, Global Affairs, Haldor Topsoe A / S
Schütze, Peter, membro della direzione del gruppo della Nordea Bank AB

GERMANIA
Angela Merkel – Cancelliere Tedesco (new!)
Ackermann, Josef, presidente del consiglio di amministrazione e del Comitato Esecutivo del Gruppo, Deutsche Bank
Enders, Thomas, CEO di Airbus SAS
Löscher, Peter, Presidente e CEO di Siemens AG
Nass, Matthias, capo corrispondente internazionale, Die Zeit
Steinbrück, Peer, membro del Bundestag, ex Ministro delle Finanze

FINLANDIA
Apunen, Matti, Direttore del forum finlandese sulle politiche e sul Business EVA
Johansson, Ole, Presidente, Confederazione delle industrie finlandesi EK
Ollila, Jorma, presidente, Royal Dutch Shell
Pentikainen, Mikael, Publisher e Senior Editor-in-Chief della Helsingin Sanomat

FRANCIA
Baverez, Nicolas, Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
Bazire Nicolas, Managing Director gruppo Arnault / LVMH
Castries, Henri de, Presidente e CEO di AXA
Lévy, Maurice, Presidente e CEO di Publicis Groupe SA
Montbrial, Thierry de, Presidente, Istituto Francese delle Relazioni Internazionali
Roy, Olivier, professore di teoria sociale e politica, Istituto universitario europeo

GRAN BRETAGNA
Agius, Marcus, presidente di Barclays PLC
Flint, Douglas J., Presidente del Gruppo, HSBC Holdings
Kerr, John, membro della Camera dei Lord, Vice Presidente, Royal Dutch Shell
Lambert, Richard, amministratore indipendente non esecutivo, Ernst & Young
Mandelson, Peter, membro della Camera dei Lord, presidente, Counsel Global
Micklethwait, John, Editore capo, The Economist
Osborne, George, il Cancelliere dello Scacchiere
Stewart, Rory, membro del Parlamento
Taylor, J. Martin, presidente, Syngenta International AG

GRECIA
David, A. George, presidente, Coca-Cola H.B.C. S.A.
Hardouvelis, Gikas A., Capo Economista e Direttore della Ricerca, Eurobank EFG
Papaconstantinou, George, Ministro delle Finanze
Tsoukalis, Loukas, Presidente, ELIAMEP grisons

ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI
Almunia, Joaquín, Vice Presidente, Commissione Europea
Daele, Frans van, Capo di Stato Maggiore alla presidenza del consiglio europeo
Kroes, Neelie, Vice Presidente, Commissione europea, Commissario per l’Agenda sul digitale
Lamy, Pascal, Direttore Generale, Organizzazione mondiale del commercio
Rompuy, Herman van, Presidente, Consiglio europeo
Sheeran, Josette, Direttore Esecutivo, United Nations World Food Programme
Solana Madariaga, Javier, Presidente del Centro ESADEgeo per l’Economia Globale e Geopolitica
Trichet, Jean-Claude, Presidente, Banca centrale europea
Zoellick, Robert B., presidente, The World Bank Group

IRLANDA
Gallagher, Paul, Senior Counsel, ex avvocato generale
McDowell, Michael, Senior Counsel; ex Vice Ministro Primo
Sutherland, Peter D., presidente, Goldman Sachs International

ITALIA
Bernabè, Franco CEO, Telecom Italia SpA
Elkann, John, Presidente, Fiat S.p.A.
Monti, Mario, Presidente, Università Commerciale Luigi Bocconi
Scaroni, Paolo, CEO, Eni S.p.A.
Tremonti, Giulio, Ministro dell’Economia e delle Finanze

CANADA
Carney, J. Mark, Governatore della Banca del Canada
Clark, Edmund, Presidente e CEO di TD Bank financial group
McKenna, Frank, vicepresidente, TD Bank Financial Group
Orbinksi, James, professore di Medicina e Scienza Politica, Università di Toronto
Prichard, J. Robert S., presidente, Torys LLP
Reisman, Heather, presidente e CEO di Indigo Books & Music Inc. Center, Brookings Institution

PAESI BASSI
Bolland, Marc J., direttore esecutivo, Marks & Spencer Group plc
Chavannes, Marc E., giornalista politico, NRC Handelsblad, professore di giornalismo
Halberstadt, Victor, Professore di Economia, Università di Leiden, ex Segretario Generale Onorario dei Bilderberg Meetings
Sua Maestà la Regina dei Paesi Bassi
Rosenthal, Uri, Ministro degli Affari Esteri
Winter, W. Jaap, Partner, Brauw De Blackstone Westbroek

NORVEGIA
Myklebust, Egil, ex presidente del Consiglio di Amministrazione SAS, sk Hydro ASA
Il principe ereditario di Norvegia Haakon
Ottersen, Ole Petter, Rettore, Università di Oslo
Solberg, Erna, Leader del Partito Conservatore

AUSTRIA
Bronner, Oscar, CEO e Publisher, Medien AG Standard
Faymann, Werner, Cancelliere federale
Rothensteiner, Walter, presidente del consiglio di amministrazione della Raiffeisen Zentralbank Österreich AG
Scholten, Rudolf, membro del Consiglio di Amministrazione esecutivo, Oesterreichische Kontrollbank

PORTOGALLO
Balsemão, Francesco Pinto, Presidente e CEO di Impresa, SGPS, ex Primo Ministro
Ferreira Alves, Clara, Amministratore Delegato, Claref LDA; scrittore
Leite Nogueira, Antonio, membro del Consiglio, José de Mello Investimentos, SGPS, SA

SVEZIA
Mordashov, Alexey A., CEO di Severstal
Bildt, Carl, Ministro degli Affari Esteri
Björling, Ewa, Ministro del Commercio
Wallenberg, Jacob, Presidente di Investor AB

SVIZZERA
Peter Brabeck-Letmathe, presidente, Nestlé SA
Hans Groth, Senior Director, Healthcare Policy & Market Access, Business Unit Oncology, Pfizer Europe
Janom Steiner, Barbara, Capo del Dipartimento della Giustizia, sicurezza e salute, Canton
Kudelski, André, Presidente e Amministratore Delegato, Gruppo Kudelski SA
Leuthard, Doris, consigliere federale
Schmid, Martin, Presidente, Governo del Canton Grisons
Schweiger, Rolf, Ständerat
Soiron, Rolf, presidente del consiglio di amministrazione, Holcim Ltd., Lonza Ltd.
Vasella, Daniel L., presidente, Novartis AG
Witmer, Jürg, Presidente, SA Givaudan e Clariant AG

SPAGNA
Jose Luis Zapatero – Primo ministro spagnolo (new!)
Cebrian, Luis Juan, Amministratore Delegato, PRISA
Cospedal, María Dolores de, Segretario Generale, Partido Popular
León Gross, Bernardino, Segretario Generale della Presidenza spagnola
Nin Génova, Juan María, Presidente e CEO, La Caixa
La Regina Sofia di Spagna

TURCHIA
Ciliv, Süreyya, CEO di Turkcell Iletisim Hizmetleri AS
Gülek Domac, Tayyibe, ex ministro di Stato
Koç, Mustafa V., presidente, Koç Holding A.S.
Pekin, Sefika, socio fondatore, Pekin & Law Firm Bayar

STATI UNITI
Bill Gates – Ex Ceo Microsoft, Capo della fondazione Gates (new!)
Robert Gates – Segretario della difesa USA (new!)
Alexander, B. Keith, Comandante, USCYBERCOM, Direttore, Agenzia Nazionale di Sicurezza
Altman, C. Roger, presidente, Evercore Partners Inc.
Bezos, Jeff, Fondatore e CEO di Amazon.com
Collins, Timothy C., Amministratore Delegato, Ripplewood Holdings, LLC
Feldstein, Martin S., Professore di Economia, Università di Harvard
Hoffman, Reid, Co-fondatore e presidente esecutivo, LinkedIn
Hughes, Chris R., co-fondatore di Facebook
Jacobs, Kenneth M., Chairman & CEO di Lazard
Johnson, James A., Vice Presidente, Perseus, LLC
Jordan, Jr., Vernon E., Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Keane, John M., Senior Partner, Partner SCP; Generale dell’US Army, in pensione
Kissinger, Henry A., presidente, Kissinger Associates, Inc.
Kleinfeld, Klaus, Presidente e CEO di Alcoa
Kravis, R. Henry, co-presidente e co-CEO, Kohlberg, Roberts & Co.
Kravis, Marie-Josée, Senior Fellow, Hudson Institute, Inc.
Li Cheng, Senior Fellow e direttore della ricerca del John L. Thornton Cina Center, Brookings Institution
Mundie, Craig J., Chief Research e Strategy Officer, Microsoft Corporation
Orszag, Peter R., Vice Presidente, Citigroup Global Markets, Inc.
Perle, Richard N., Resident Fellow, American Enterprise Institute for Public Policy Research
Rockefeller, David, ex presidente, Chase Manhattan Bank
Rose, Charlie, Executive Editor e Anchor della Charlie Rose
Rubin, Robert E., Co-Presidente del Council on Foreign Relations, ex segretario del Tesoro
Schmidt, Eric, presidente esecutivo, Google Inc.
Steinberg, James B., Vice Segretario di Stato
Thiel, Peter A., presidente, Clarium Capital Management, LLC
Varney, A. Christine, assistente del procuratore generale per l’Antitrust
Vaupel, James W., direttore e fondatore, Istituto Max Planck per la ricerca demografica
Warsh, Kevin, ex governatore, Federal Reserve Board
Wolfensohn, James D., presidente, Wolfensohn & Company, LLC

Fonte: infowars.com