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THOMAS S. HARRINGTON

 

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counterpunch.org
La Catalogna Grida per l’Indipendenza
Lo scorso martedì, più di un milione di persone sono scese in strada in una città europea che, negli ultimi anni, è diventata una delle più ambite mete turistiche del mondo.
E chiunque abbia assistito alla preparazione dell’evento negli scorsi mesi e settimane sa che questo non è stato un mero esercizio di routine per sfogarsi.
No, questa è stata una marcia in cui quasi un quinto della popolazione della Regione Autonoma della Catalogna – guidata da una élite politica molto cauta e decisamente non radicale – è sceso in strada per esprimere il suo sostegno alla causa della secessione dal resto della Spagna.
Gli europei e gli americani meglio ben informati sono consapevoli del fatto che una parte notevole della popolazione dei Paesi Baschi – che si estendono dal confine con la Francia sulla parte atlantica dei Pirenei – non si considerano spagnoli o francesi e sarebbero quindi piuttosto contenti di avere un loro stato.
Quello che la maggior parte di queste persone non sa, tuttavia, è che in Catalogna, che si estende dallo stesso confine, ma dal lato mediterraneo, il senso di appartenenza della popolazione ad una società è abbastanza diverso da quello del resto della Spagna – nella lingua, nella cultura e nelle maniere di base del comportamento sociale – ed è probabilmente condiviso ampiamente tanto quanto dei Paesi Baschi.
La grande differenza in questo gioco di percezioni è il ruolo che una stridente retorica e, con essa, atti di violenza attentamente pianificati hanno giocato all’interno della brama di ogni paese per la conquista di maggiori poteri politici.
Sin dalla fine degli anni ’50, una piccola ma importante fazione del movimento nazionalista basco ha parlato apertamente di indipendenza e di come l’uso della violenza sia giustificato per raggiungerla.
Sebbene la maggior parte del gruppo abbia rinunciato ad usare la forza, i loro 50 anni di bombe ed omicidi sono difficili da superare, specialmente per un sistema di media che desidera ardentemente storie macchiate di sangue.
Nello stesso periodo, né la retorica dell’indipendenza, né la mitologia e la pratica della lotta armata sono mai stati elementi fondamentali del movimento nazionalista catalano.
Fedeli alla loro più profondamente radicata tradizione (forgiata nel corso della loro millenaria esperienza come commercianti in tutto il bacino del Mediterraneo) nel risolvere i conflitti sociali attraverso la negoziazione piuttosto che con la violenza, i catalani hanno sempre cercato di perseguire i loro interessi nazionali tramite accordi con il governo centrale di Madrid.
Tutto ciò malgrado il fatto che Madrid non ha mai mostrato molta reticenza nell’usare la violenza per reprimere le aspirazioni nazionali catalane quando sentiva ce ne fosse il bisogno, come ad esempio nel 1714, nel 1923 e, più recentemente, durante i 40 anni di dittatura franchista (1939 – 1975).
In parole povere, se i baschi sono i figli selvaggi del mix di nazionalità iberiche, allora i catalani sono gli zii prudenti, sempre attenti nello scegliere le loro parole ed evitare l’eventualità di accendere inutili tensioni con il resto della Spagna.
A tal proposito, possiamo parlare di Jordi Pujol, l’uomo che ha guidato il governo autonomo catalano dal suo inizio nel 1980 fino al 2003, figura emblematica all’interno del paese. Dottore di formazione e banchiere per vocazione prima di entrare in politica, questo cattolico, padre di sette figli, viene ammirato per aver costruito l’infrastruttura politica e culturale moderna della regione (o della sua nazione, come dice lui).
Il suo lungo mandato è stato segnato, con sua frequente delusione per le critiche sia in Catalogna che a Madrid, da infiniti offuscamenti e triangolazioni riguardo il ruolo passato e futuro della regione all’interno dello stato spagnolo.
Inutile a dirsi, non si è mai avvicinato al discorso dell’indipendenza nel corso di più di vent’anni in carica.
Bene, indovina chi era fieramente in prima fila nella manifestazione dello scorso martedì a Barcellona?
Esatto, Jordi Pujol.
E quasi tutte le figure più importanti dello spettro politico catalano di oggi erano proprio lì con lui.
Dopo aver visto Walter Cronkite esprimere la sua opinione sulla futilità della Guerra del Vietnam, si dice che Lyndon Johnson abbia esclamato ai suoi assistenti: “Se ho perso Cronkite, ho perso il Centro America”.
Orbene, la Spagna sta avendo il suo momento Cronkite con la Catalogna.
Negli ultimi mesi, ho parlato con centinaia di catalani (alcuni dei quali sono membri di spicco dei settori accademico, politico e giornalistico della società) sul loro rapporto con la Spagna. In queste conversazioni, ho ascoltato gente che non più tardi di due anni fa non si era mai sognata di appoggiare l’indipendenza e che ora dichiara forte e chiaro che è l’unico destino veramente sensato per la Catalogna.
Una gran cosa, vero?
Già mi immagino i titoli di testa:
“In Milioni Marciano per l’Indipendenza della Regione Più Ricca della Spagna”;
o se preferite l’approccio per interessi personali:
“Nel Paese dai Modi Gentili, Molti Non Ce La fanno più. Intenzionati a chiedere il divorzio dopo anni di trascuratezze ed abusi”.
Beh, non è esattamente così che è andata.
Il notiziario della sera sulla rete spagnola pubblica (da moltissimi vista come un giocattolo nelle mani del partito conservatore e di profondo centro al potere) ha trasmesso la notizia al 22° minuto di una trasmissione da 30!
Ed il madrileno El País, a cui piace considerarsi come il New York Times del mondo spagnolo (ed il suo compiacente e confortevole legame con la burocrazia lo prova), ha riservato un trattamento minimo alla marcia ed alle importanti notizie ad essa correlate.
Vedendo come i cugini spagnoli hanno affrontato l’evento, il New York Times li ha diligentemente seguiti, pubblicando brevi rapporti che evitavano scientificamente di spiegare qualsiasi precedente storico alla presente insoddisfazione catalana. Piuttosto, hanno cercato di presentarla – come ha fatto il Partito Popolare al potere e la TV statale che esso controlla – come una fastidiosa e molto insignificante attrazione nel quadro della più grande crisi economica spagnola.
E come tutti sappiamo, se il New York Times decide che qualcosa all’estero non è niente di nuovo, raramente qualcuno nel sistema giornalistico americano si azzarderà mai a provare il contrario.
Questo comporterebbe del vero lavoro e, forse più importante, esporrebbe coloro che vogliono seguire il sentiero della corroborazione all’eventualità di essere visti come outlier, l’ennesima stigma per i giornalisti in carriera nell’America di oggi.
Il quasi milione di catalani che l’altro giorno ha marciato per le vie di Barcellona sa ciò che ha fatto e perché lo ha fatto. Sembra, comunque, che il resto del mondo, prendendo lo spunto dai grandi media, è deciso a far finta che non sia veramente successo o che, se è successo, non era poi così importante.
Sarà interessante vedere chi avrà l’ultima parola in questa lotta per il controllo delle opinioni del mondo sul grido della Catalogna per l’indipendenza.

Thomas S. Harrington insegna al Dipartimento di Studi Ispanici del Trinity College
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/09/17/catalonias-shouts-for-freedom/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO