La flat tax si può introdurre in Italia?

di

Agostino Alberto Di Lapi

La Polonia, dopo avere introdotto la flat tax ha visto aumentare il PIL del 50% in pochissimi anni attestandosi come 7° potenza economica europea (note e grafici di altrainformazione.it).

 

La flat tax è una tassa proposta da due economisti statunitensi Alvin Rabushka e Robert Hall.

Essa consiste in un’unica aliquota fiscale, di solito molto bassa, su redditi di persone fisiche e società. La Polonia l’ha adottata nel 2004 e nel giro di nove anni ha avuto una crescita del Pil di quasi il 50%, diventando la settima economia dell’Unione Europea e prima al mondo per la crescita del numero di milionari negli ultimi dieci anni, abbandonando il suo sistema progressivo e così nella maggior parte dei paesi ex sovietici.

 

 

In Spagna il premier Rajoy l’ha introdotta sui contributi per ogni nuovo assunto a tempo indeterminato, riducendola ad appena 100 euro mensili. Sapete quale è stato il risultato? 110mila posti di lavoro in più nel giro di tre mesi.

Allora, è proponibile in Italia una tassa simile? Può, compatibilmente con la nostra Costituzione, essere introdotta?

Diciamo subito che, nei paesi occidentali, il sistema tributario è progressivo (In Italia ex art. 53 della Costituzione: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.) e quindi il passaggio sarebbe più difficile, tenendo conto anche che, se venisse introdotta in Italia, sarebbe necessaria la procedura di modifica della Costituzione, così come previsto dall’art.138 e tale iter richiederebbe almeno un anno e mezzo (abbastanza tempo, insomma).

(In realtà l’art. 53 non è un ostacolo poiché basterebbe prevedere solo 2 o 3 diversi scaglioni d’imposte progressive (tipo 15/20/25 %) comunque vantaggiosi per tutti).

Un vantaggio effettivamente, di tale imposta è che con un’unica aliquota piuttosto bassa per tutti, ognuno paga di meno, ma pagano così tutti, scoraggiando l’evasione fiscale, facendo aumentare la capacità contributiva di ognuno, aumentando  il gettito tributario, realizzando le condizioni della crescita ( che manca ancora in Europa). Con una tassazione così bassa, anche gli investimenti stranieri sarebbero più favoriti ed incentivati ( un problema dell’Italia è proprio questo infatti, l’incapacità sia al Sud che al Centro e in diverse aree del Nord, di attrarre investitori stranieri e quindi lavoro e produzione), i consumi ripartirebbero e il Pil tornerebbe a crescere.

Secondo il prof.Alvin Rabushka, in Italia sarebbe opportuna una flat tax al 15% sui redditi di persone fisiche e giuridiche, con esenzioni per i redditi sotto i 20mila euro, mantenendo comunque le altre imposte indirette e le accise e magari riducendo l’Iva ( per far riprendere i consumi). In questo modo i circa dieci milioni di ignoti al fisco, sempre secondo il professore, emergerebbero.

Sotto i punti di vista sopra analizzati, è vero che la flat tax procura efficienza al sistema economico nel suo complesso, avvantaggiando tutti senza quasi svantaggiare nessuno. Ma se vogliamo analizzarla dal punto di vista dell’equità, possiamo trovare qualche difetto. Ad esempio qualcuno potrebbe obiettare che sono avvantaggiate le fasce più ricche della popolazione. Ma il loro numero, sul totale della popolazione, è in generale, abbastanza esiguo e poi comunque, è vero che il ricco è più avvantaggiato, ma anche il piccolo e medio imprenditore o chi ha un reddito più basso trarrebbe vantaggio da questo regime fiscale.

Senza impresa, d’altronde, riprendendo anche la visione acuta di Don Luigi Sturzo, non c’è ripresa, non c’è crescita, non ci sono ne lavoro, ne investimenti. E la flat tax faciliterebbe la creazione di nuove imprese, in un paese, come l’Italia, dove molte start up sono costrette ad avviare la loro attività all’estero, perchè il nostro paese è meno competitivo per la troppa burocrazia, l’eccessivo statalismo e l’eccessivo carico fiscale (soprattutto a carico delle imprese). E anche qui ritorna l’originalità e l’attualità di Don Luigi Sturzo che aveva già capito tutto questo.

È meglio una pressione fiscale altissima o sarebbe meglio un’aliquota unica (o quasi) più bassa?

A voi la risposta.

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