DI

GIULIETTO CHIESA

 

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Le esplosioni, evidentemente di carattere terroristico, che si stanno moltiplicando in Ucraina in diverse zone, hanno avuto fino ad ora un carattere piuttosto univoco.

Saltano in aria cliniche, ospedali ambulatori, asili. L’ultimo in ordine di tempo è stato l’attentato della mattina del 2 aprile contro la farmacia all’incrocio tra la Via Garmatskaja e la via del cosmonauta Komarov.

Per trovare un nesso è forse sufficiente osservare che la farmacia in questione si trova molto vicina alla Cittadella della medicina della Clinica urbana numero 6 di Kiev. Quindi, anche in questo caso, si accaniscono contro i malati. Forse sì, forse no. Risulta infatti che il personale della cittadella “numero 6” ha recentemente partecipato a una grossa esercitazione per liquidare le conseguenze di una operazione antiterroristica.

Coincidenza singolare.

Che sembra indicare una qualche pianificazione, con l’evidente scopo non solo di terrorizzare i più deboli, ma di coprire d’infamia presso l’opinione pubblica i “sospetti” terroristi. E chi possono essere questi sospetti terroristi? I cosiddetti “separatisti” del Donbass.

Resta da scoprire quale scopo politico perseguono gli organizzatori e i mandanti di questa strategia. C’è, anche a Kiev, chi parla ormai apertamente di una “terza Euromaidan” imminente. Ne ha accennato quasi esplicitamente Dmitryj Jarosh, capo di Settore Destro, a sua volta collegato con Kolomoiskiy, ora in rotta di collisione con Petro Poroshenko.
Le stesse fonti ucraine, avanzano l’ipotesi che gli attentati contro le strutture sanitarie nell’Ucraina siano solo la prima tappa, si potrebbe dire sperimentale, in previsione di una seconda tappa: attacchi dinamitardi contro le caserme dell’esercito regolare ucraino.

Questa seconda tappa avrebbe due obiettivi: il primo quello di sollevare l’ira popolare contro i “separatisti”, ma anche quello di mostrare che l’esercito non è in grado di difendere il paese e, quindi, che le uniche forze disponibili per combattere i russi sono quelle della Guardia Nazionale e quelle dei battaglioni “privati” degli oligarchi che si stanno organizzando in funzione anti-Poroshenko.

Il presidente in carica avrebbe ora il torto, gravissimo, di essersi messo sotto la protezione della Germania, cioè di avere accettato di fatto la tregua  nel Donbass.

Kolomoisky non vuole quella tregua e punta al riarmo dell’Ucraina. Cioè si presenta ormai sulla scena come l’uomo dei falchi di Washington. In particolare con collegamenti diretti con John Brennan, il capo della CIA.

Da qui, tirando le fila, non è difficile capire cosa potrebbe accadere se prevalessero i neo-con, che sono poi gli stessi che si sono spellati le mani per acclamare Benyamin Netanyahu. Sono le stesse forze che agiscono a Washington, attorno al Pentagono e alla CIA, per non fare asciugare l’enorme fiume di denaro che il governo americano destina alle corporations private che gestiscono veri e propri eserciti di contractors sui campi di battaglia, incluso quello ucraino.  

S’innestano qui altre voci, tanto impossibili da verificare quanto insistenti, di forti contrasti anche all’interno della CIA, e precisamente nel Dipartimento di Langley che gestisce la “questione Ucraina”. Un dipartimento che conta una trentina di funzionari. Contrasti che avrebbero portato a qualche suicidio. Dipartimento che, per le ragioni appena qui accennate, sarebbe fortemente “influenzato” (ma è un eufemismo) proprio dalle corporations private. Insomma la domanda “chi comanda a Kiev”, riflette la domanda ben più importante: “chi comanda a Langley”?

 

Fonte: it.sputniknews.com

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