Ma davvero siamo andati sulla Luna nel 1969?

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video a cura di Altrainformazione.it

LE OBIEZIONI DI FONDO


di

Massimo Mazzucco

Il quadro storico


Nel 1962 la tensione fra America e Russia era giunta ai massimi livelli. All’apice della guerra fredda, c’era stata la crisi dei missili di Cuba, che aveva portato Kruschev e Kennedy a giocarsi la partita su un bluff e contro-bluff a livello mondiale, vinto dal secondo a rischio di uno scontro atomico.

Russia e America, semplicemente, stavano cercando di dividersi il mondo.

In tutto questo, l’America era partita nettamente in ritardo nella corsa allo spazio, e mentre loro erano appena riusciti a mettere in orbita uno scimpanzè, sulle loro teste passava beffardo il “cosmonauta” Yuri Gagarin, che diventava così il primo essere umano ad essere uscito dall’atmosfera terrestre.Qualche mese dopo, Kennedy rilanciava a sorpresa, annunciando che l’America avrebbe “messo un uomo sulla Luna prima della fine del decennio”. Quello che accadde dopo, fra lui e i dirigenti NASA, ha cominciato ad emergere soltanto negli ultimi anni, ma pare che sia stato un vero e proprio putiferio. Sarebbe infatti impossibile, a detta di ogni scienziato che si rispetti, che un qualunque essere vivente attraversi addirittura le Fasce di Van Allen, altrochè arrivare sulla Luna. (Le F. sono una stretta e poderosa cintura di radiazioni, che va da un polo all’altro della Terra, e che a sua volta protegge la Terra dalle radiazioni cosmiche, ma alla quale è impensabile per noi anche solo avvicinarsi. Ci hanno provato, negli ultimi anni, gli astronauti dello Shuttle, con risultati ben poco confortanti).
Non sappiamo quindi in che momento esatto possa esser nata l’idea di “fingere il tutto”, ma fra quel giorno e il fatidico 1969 – scadenza dell’impegno preso pubblicamente da Kennedy- qualcuno deve di sicuro averci almeno pensato.


Curiosamente, fu proprio l’assassinio di Kennedy a fare da pietra miliare nella storia della comunicazione, nel senso che molti oggi fanno risalire a quell’evento l’inizio della cosiddetta “era mediatica”, nella quale – come avrebbe poi puntualizzatio Mac Luhan – “il mezzo è il messaggio”.  Ovvero, la TV “diventa” la realtà.


In assenza di piazze, nelle quali convergere nei momenti di crisi, per la prima volta in quel Novembre del ’63 gli americani, schoccati dall’assassinio del presidente, si erano riuniti attorno al “focolare elettronico”, che da quel momento divenne per tutti la nuova “realtà”.Fu così che quando, nel ’69, la TV ci mostrò degli uomini sulla Luna, divenne automaticamente “vero” per tutto il mondo che l’uomo fosse andato sulla Luna. Lo aveva detto la TV.


Prima obiezione – il “grande segreto”

Prima di tutto, non è affatto vero che sia necessario coinvolgere “migliaia”, o anche solo “centinaia” di persone, nella colossale bugia. Anzi, molti degli addetti ai lavori sarebbero stati proprio le prime vittime di questo mastodontico inganno: a differenza di quello che si crede, le comunicazioni in diretta fra Apollo 11 e “Houston” erano avvenute soltanto per i primi dieci/quindici minuti dopo il lancio del Saturno. Dopodichè, per qualche motivo non chiaro, il ponte radio era stato rilevato da una misteriosa “stazione secondaria”, lontana da Houston, che rimandava a sua volta le comunicazioni alla sala di controllo. Ovvero, le centinaia di persone che abbiamo visto alzarsi e applaudire all’unisono, al “touchdown” lunare di Apollo, in tutta probabilità stavano guardando lo stesso nastro registrato che abbiamo visto tutti noi.

(L’ipotesi più diffusa è che gli astronauti siano partiti davvero con il Saturno, e abbiano poi passato una settimana in orbita terrestre – mentre noi vedevamo lo spettacolo preregistrato dalla Luna- per poi riprendere la commedia “in diretta”, al momento dell’ammaraggio nel Pacifico. E’ noto al proposito l’episodio di un radioamatore australiano che avrebbe sentito chiaramente delle conversazioni fra astronauti e personale di terra, in un momento in cui la navicella doveva trovarsi addirittura dietro al lato coperto della Luna. L’altra ipotesi è che invece non fossero mai partiti con il Saturno, e che al momento del rientro siano stati trasportati in quota da un C-130, che li avrebbe sganciati sul Pacifico all’interno della loro navicella).

In ogni caso, diventa più facile spiegare quella strana espressione “agrodolce” che si nota spesso su tutti i “terzetti” di ritorno dalla missioni lunari. Il più delle volte, sembra più che altro che gli sia morto il gatto.



Questi sono Armstrong, Aldrin e Collins (in “quarantena”, dopo l’ammaraggio), che vengono ricevuti e complimentati nientedimeno che da Nixon in persona. D’accordo, saranno anche stanchi, ma capita davvero tutti i giorni di tornare dalla Luna, e di incontrare il tuo presidente, per fare quella faccia?

Al di lì di quale sia il numero esatto di persone al corrente della messinscena, vi è un meccanismo, che si può definire “bugia nella bugia”, che permette di salvaguardare un segreto di questo genere per lungo tempo, e nonostante le molte persone coinvolte. Bisogna che ciascuno di loro sia convinto che dalla salvaguardia di quel segeto derivi, ad esempio, la sicurezza nazionale (“se non fingiamo di arrivare per primi sulla Luna, i russi ci batteranno e domineranno il mondo”), ed ecco che i migliori difensori della bugia diventano proprio coloro che ne sono stati le prime vittime.

Certo, non sempre funziona, e non con tutti, specialmente quando di mezzo ci siano l’orgoglio, la passione, l’integrità e la professionalità di gente che ha dedicato la vita inseguendo un sogno, che di colpo gli si rivela impossibile. Ma la storia della NASA è anche costellata di strani “incidenti”, nei quali hanno perso la vita astronauti che, casualmente, avrebbero manifestato un certo fastidio nell’essere stati “incastrati” in un meccanismo dal quale, ovviamente, non potevano più uscire.

Un pò come la mafia: quando ne conosci i segreti, ne fai parte anche tu per sempre.

Nelle immagini a lato, forse l’episodio più significativo di tutti. Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee erano i primi tre astronauti che avrebbero dovuto inaugurare il ciclo delle missioni Apollo.

Ma Apollo 1 non si levò mai da terra, poichè i tre morirono carbonizzati in uno stranissimo incidente durante una simulazione, nel quale nessuno dei mille tecnici presenti riuscì ad aprire il portello della capsula, mentre i tre soffocavano tragicamente al suo interno. Le cause effettive dell’incidente non furono mai chiarite.

Altri astronauti sono morti in circostanze non chiare, e fra questi anche due dei dodici che fecero ritorno dalla Luna. Ma questa non vuole essere un’indagine di carattere criminale, e ci accontentiamo di aver detto che vi sono molti casi sospetti, nell’arco dell’intera storia del progetto Apollo. LA NASA è in realtà un braccio militare “travestito” da civile, e non ci è quindi difficile credere che, di fronte ad interessi di queste dimensioni, non si stia a guardare troppo per il sottile per garantirne la realizzazione.

Approfittiamo per suggerire un’ulteriore, eventuale “vantaggio” che sarebbe derivato alla NASA dalla finzione dei viaggi lunari. Come già detto, stiamo parlando in realtà del braccio spaziale della difesa americana, ed i miliardi di dollari che il Congresso ha erogato in quel periodo, per andare sulla Luna, furono veri. Se quindi fu necessario spenderne solo una minima parte, per “andare” sulla Luna, qualche altro buon uso, “in nero” oltretutto, per i finanziamenti rimanenti lo avranno certo trovato. Al Pentagono la fantasia non è mai mancata, in quel senso.



Seconda obiezione – il silenzio dei russi

Anche qui, ovviamente, possiamo fare solo ipotesi. La prima è quella di immaginare che reazione ci sarebbe stata, nel mondo, se davvero al ritorno di Armstrong dalla Luna i russi avessero detto “non è vero!” Gli avremmo davvero creduto, nel momento in cui i veri sconfitti nella corsa allo spazio diventavano proprio loro?
Non ci avrebbero fatto invece la figura della volpe con l’uva?

Ma il vero motivo del loro silenzio probabilmente è molto più profonodo, e molto più realistico. Una volta resisi conto di essere stati “fregati” dal bluff di Kennedy, per il rischio che correvano nel denunciarlo dalla loro particolarissima posizione, perchè non cercare invece un “compromesso” utile, come ad esempio un programma spaziale congiunto, in cui loro avrebbero avuto solo da guadagnare? (Dopo la partenza folgorante, il programma spaziale russo si era completamente arenato, probabilmente per mancanza di fondi).

Sarò un caso, ma nasce proprio in quegli anni il programma Apollo-Soyuz, che si è poi evoluto fino a portare insieme astronauti russi e americani nello spazio. Non fosse stato per la navicella di emergenza russa, dopo il recente disastro dello Shuttle Columbia, i tre astronauti americani che erano rimasti nella stazione orbitante non avrebbero avuto modo di rientrare sulla terra.

E così, mentre il popolo americano festeggiava la vittoria sul quello russo, i veri sconfitti erano le popolazioni di ambedue i continenti, alle quali fu fatta trangugiare una bugia storica di dimensioni colossali. Come sempre, i potenti si mettono d’accordo sopra le nostre teste, e i fessi restiamo comunque noi.

II PARTE: GIORNATA LUNARE, LUNGHEZZA DELLE OMBRE, ESCURSIONE TERMICA

Qualche nozione generale, che verrà utile nell’esaminare da vicino le fotografie.

La giornata lunareUna cosa fondamentale da tenere sempre presente, è che sulla Luna non ci sono le “giornate” come da noi, dove nell’arco di 12 ore ore si passa dal giorno alla notte piena, e poi di nuovo al giorno in altre 12 ore. Un intero giorno lunare, cioè il tempo che passa fra un’alba e l’altra sul nostro satellite, sulla Luna dura circa un mese (un giro intero intorno alla Terra). Quindi, se sulla Luna il sole sorge ad un qualunque punto dell’orizzonte, dopo 24 ore si sarà mosso, lungo il suo arco di rotazione, di soli 12° circa (12° x 30 giorni fa 360°, cioè un giro completo). Si è quindi in una specie di “tempo sospeso”, dal momento dell’arrivo a quello della partenza, in cui la luce rimane praticamente immutata.

Vediamo ora il giornale di bordo di Apollo 11. Il LM (modulo lunare), chiamato Eagle, è allunato, secondo i dati ufficiali della NASA, alle ore 102:45:48. (Nella cronologia delle missioni la NASA usa il conteggio delle ore, dal momento della partenza dalla Terra, e non i giorni, proprio per il motivo visto sopra). Ecco l’estratto dell’Apollo Lunar Journal che riporta il momento in cui Armstrong ha comunicato che l’allunaggio era avvenuto. (Cliccare sull’immagine per la pagina originale, sul sito NASA).

Veniamo ora alla storica sortita sul suolo lunare dei primi due astronauti, avvenuta circa 7 ore dopo. L’Apollo Lunar Journal indica l’uscita di Armstrong sul portello esterno alle 109:19:16.

Quindi, una volta arrivati, gli astronauti hanno trascorso circa sette ore all’interno del LM, per poi scendere a calpestare il suolo lunare. Qui hanno svolto varie attività, fra cui la storica posa della bandiera, le foto-ricordo, le riprese video dei primi passi a gravità ridotta, le immagini dell’impronta umana sulla luna, ed infine una serie di esperimenti scientifici (ALSEP).

Sono quindi rientrati nel LM, ed alle 111:39:13 Alrdrin ha comunicato a Houston che il portello era stato richiuso e sigillato.

Sono quindi passate, dal momento dell’uscita, due ore abbondanti, e dopo altre due ore circa il Lem è ripartito alla volta della Terra. Questo porta quindi il totale di permanenza sulla Luna di Apollo 11 a circa 12 ore complessive, durante le quali il sole non dovrebbe aver cambiato posizione, sull’orizzonte, di più di 5-6° al massimo. Praticamente fermo.


Lunghezza delle ombre

Più in generale, i sei viaggi sono stati effettuati – ci dice sempre la NASA – in modo da far allunare il Lem, ogni volta, vicino alla “linea d’ombra” fra giorno e notte lunari, cioè con il sole appena sopra l’orizzonte. Questo spiega perchè, nella stragrande maggioranza delle foto, le ombre degli astronauti risultino particolarmente lunghe, proprio come quelle che si registrano sulla Terra col sole basso sull’orizzonte, subito dopo l’alba o subito prima del tramonto.

Teniamo presente questi elementi generali, perchè ci serviranno più avanti da supporto, nel corso dell’analisi delle fotografie.

TEMPERATURE E RADIAZIONI COSMICHE

Per ignoranza, o per abitudine, noi siamo abituati a considerare lo spazio cosmico come un “vuoto” assoluto. In realtà questo spazio è attraversato costantemente da poderose radiazioni solari, milioni di volte più forti di quelle che noi rivceviamo, filtrate dall’atmosfera, sulla Terra. Basti pensare alla differenza che si registra sulla nostra pelle se passiamo un’ora al sole nel tardo pomeriggio (quando i raggi solari ci arrivano in diagonale, e sono quindi maggiormennte filtrati dall’atmostera), e un’ora passata al sole a mezzogiorno (quando invece i raggi ci colpiscono in perpendicolare, ed attraversano uno strato più sottile di atmosfera).

Questo signore deve aver protratto un pò troppo a lungo la sua permanenza al sole, in alta montagna. E’ bastato lo scarto di densità atmosferica che c’è con i livello del mare, per ridurlo in quelle condizioni.

Pensiamo ora di togliere del tutto il filtro atmosferico, e di passare un paio d’ore con il volto esposto ai raggi solari, protetti soltanto dallo schermo del casco. Per quanto filtrante possa essere il suo materiale trasparente, non è certo pensabile di poter passare più di un paio di secondi alla diretta luce del sole, senza friggere come cotechini. Al di là della radiazioni cosmiche, infatti, la superficie lunare raggiunge al sole delle temperature medie fra i cento e i duecento gradi centigradi, mentre all’ombra le temperature si abbattono drasticamente sotto i meno-cento gradi centigradi.

Come fa quindi questo astronauta a prendersi direttamente in faccia quei poderosi raggi solari, infischiandosene altamente? La NASA ci racconta che all’interno le tute sarebbero “refrigerate”, ma la pelle è la pelle, e i raggi solari li riceve direttamente in faccia. Gli astronauti inoltre passano continuamente dalla luce all’ombra, subendo ogni volta uno scarto di irradiazione termica di quasi duecento gradi. Duecento, non venti. Se le tute fossero davvero “refrigerate”, non appena gli astonauti passano all’ombra dovrebbero congelare come merluzzi del supermercato.

(Ad oggi inoltre non si conosce nessuna tecnologia in grado di raffreddare l’interno di una tuta, chiusa ermeticamente, senza un qualunque compressore/decompressore che si preoccupi di trasformare e disperdere il calore. Bisognerebbe infine spiegare come sia possiblie disperdere calore direttamente nel vuoto atmosferico.)

Ecco infatti una tabella, che mostra con chiarezza l’escursione termica a cui sarebbero soggetti degli astronauti sulla superficie lunare.




Escursione termica

Sulla Luna, non essendici atmosfera (che la avviluppa e “trattiene” il calore), gli oggetti si scaldano solo per irradiazione (o riflessione), ma non per diffusione.

Questo fa sì che lo scarto di temperatura fra luce e ombra sulla Luna sia molto più forte che non sulla Terra. Nel diagramma si vede la differenza fra l’escursione termica media (“mean”) sulla Terra (in celeste), al Polo Sud (bianco), sulla Luna (in grigio), e su Marte (rosso). Come vedete, sulla Terra si può andare da circa 60° centigradi a meno 90°, mentre sulla Luna si possono raggiungere i 100° al sole, con una brutale caduta, all’ombra, di 140° sotto zero.

Se pensiamo a cosa si prova d’estate, usendo dall’acqua bagnati, nel passare dal sole all’ombra (dove lo scarto sarà al massimo di 10-15° centigradi), diventa difficile immaginare come abbiano potuto gli astronauti passare continuamente dal sole all’ombra, sulla Luna, senza accusare nessun problema.



LE MAGICHE HASSELBLAD

Un’altro problema, creato dal forte scarto termico, è quello delle condizioni fisiche della pellicola, che a quanto ci è detto era un’ emulsione particolarmente sottile (per ottenere più scatti) del famoso Ektachrome 160. (L’unica alternativa valida, in quegli anni, era il Kodachrome 25, di definizione molto maggiore, ma probabilmente troppo lento per fotografare senza cavalletto).

Ora, a molti di voi sarà capitato di dimenticare la macchina fotografica sul cruscotto della macchina, al sole d’estate, con risultati sulla pellicola molto simili agli effetti speciali dei filmacci horror televisivi. Per quanto sulla Luna, come già detto, non vi sia diffusione del calore, le parti, all’interno della macchina, si toccano tutte, ed è quindi impensabile che l’involucro esterno raggiunga anche solo i cento gradi, ma la pellicola rimanga sotto i 30 gradi necessari per non iniziare a decomporsi.


Ma veniamo ora ai problemi veri e propri che si riscontrano nella fotografie scattate sulla Luna.

“Le foto sulla Luna? Se le avessero chieste a me, le avrei fatte molto meglio.”
Oliviero Toscani
IL PROBLEMA DEL CONTROLUCE


Introduzione

Il “problema del controluce” è uno dei problemi fondamentali che ricorrono un pò dovunqe, nelle foto delle varie spedizioni lunari. Vale quindi la pena di capirne a fondo i termini, per poter apprezzare meglio i difetti – vistosissimi all’occhio dell’esperto – delle fotografie lunari. (Questa spiegazione tecnica è soprattutto per chi non sia molto esperto di fotografia. Chi è già pratico può anche saltare direttamente alle foto incriminate).

Realizzare foto in controluce è da sempre stato un piacere e una dannazione insieme, per qualunque fotografo al mondo. Piacere, perchò di solito una persona risulta molto piu “bella” quando il suo volto non riceve direttamente in faccia i raggi solari (che creano brutte ombre sotto mento, naso, bocca ecc.), dannazione perchè il controluce ti obbliga sempre ad un compromesso, nel quale devi
scegliere se esporre* per il soggetto in primo piano, che è in ombra – cioè illuminato solo dalla rifrazione della luce circostante – oppure per lo sfondo, che è invece illuminato direttamente dal sole.

* Esposizione: Con qualunque tipo di macchina fotografica – automatica o manuale, a pellicola o digitale – prima di ogni scatto bisogna determinare la giusta quantità di luce che andrà a colpire la pellicola (o il sensore elettronico). Questo lo si fa regolando l’apertura del diaframma, ovvero il “buco” effettivo attraverso cui passa la luce. Troppa luce renderebbe la foto “bruciata” (slavata), troppo poca la renderebbe scura, o quasi nera. In gergo si dicono anche foto sovresposta e foto sottoesposta. “Esporre” quindi, significa determinare la quantità di luce che andrà a colpire la pellicola/sensore LCD.

Il diaframma degli obbiettivi fotografici funziona esattamemte come la pupilla dell’occhio umano, della quale in realtà è solo una rudimentale imitazione meccanica: aprendosi o chiudendosi a seconda delle situazioni, esso lascia passare la giusta quantità di luce che ci permetta sempre di vedere, senza per questo restare abbagliati.

Quando noi passiamo dall’ombra al sole forte, inizialmente restiamo abbagliati, ma dopo un pò ci  abituiamo. E’ la nostra pupilla che nel frattempo si è chiusa, lasciando passare meno luce. Lo stesso accade quando passiamo dalla luce forte alla penombra: all’inizio è tutto buio, poi, man mano che la pupilla si apre, si comincia a vedere meglio.Il diaframma delle macchine fotografiche funziona nello stesso identico modo. Ma lo scatto fotografico è unico, e nelle situazioni di controluce – dove hai troppa luce “dietro”, e troppo poca “davanti” – è praticamente impossibile trovare un compromesso che non sacrifichi o il soggetto in ombra, o lo sfondo illuminato dal sole.


Il compromesso impossibile


Ecco un classico esempio, in cui il fotografo ha eseguito due scatti, alla ricerca del miglior compromesso fra luce e ombra.

In ambedue i casi, i risultati sono insoddisfacenti. A sinistra, col diaframma più chiuso, lo sfondo è giusto, ma il soggetto è troppo scuro (in questo caso si dice che il fotografo “ha esposto per le luci”, cioè ha dato la corretta impostazione al diaframma rispetto alle parti più luminose dell’immagine. A destra, aprendo invece il diaframma (esponendo “per le ombre”), il soggetto diventa accettabile, ma lo sfondo risulta troppo chiaro. Se si aprisse ancora il diaframma, per vedere ancora meglio il soggetto in ombra, lo sfondo diventerebbe completamente bianco.

Ecco altri due esempi di fotografie in controluce, esposte “per le luci”.

Nonostante il gruppo di ragazzi abbia davanti la sabbia illuminata dal sole, e l’orso stia addirittura sulla neve, il terreno circostante non è in grado di riflettere luce a sufficienza per schiarire la parte in ombra delle loro figure (anche perchè la luce “rimbalza via” lontano da loro).

Come già detto però, per la figura umana i risultati sono mille volte migliori in controluce, poichè il soggetto è illuminato in maniera uniforme, e si evitano le profonde ombre che la luce del sole disegna impietosamente sul volto delle persone.

I PROFESSIONISTI

Per poter quindi fotografare la modella in controluce, i professionisti della moda ricorrono a diverse soluzioni tecniche, che implicano un equipaggiamento supplementare, una certa esperienza, e soprattutto degli aiutanti sul campo. Il metodo più comune è quello di usare dei grandi pannelli riflettenti, da posizionare accanto alla macchina fotografica, che rimandino verso il soggetto abbastanza luce solare da poterne pareggiare la luminosità con quella dello sfondo. (Importante: tali pannelli, per illuminare a sufficienza il soggetto, devono essere grandi almeno quanto il soggetto stesso). Ecco uno schema grafico, visto dall’alto:


Ecco a destra un esempio pratico: la modella è fotografata in controluce (il sole è dietro di lei, sulla sua spalla destra). Se alla destra del fotografo non ci fosse un assistente, che tiene un grande pannello riflettente rivolto verso la modella, i dettagli e i colori dell’abito non si apprezzerebbero a sufficienza. (Confrontate questa immagine con le foto-ricordo più sopra, e capite subito che qui ci deve essere “qualcosa in più” che schiarisce il corpo in ombra della modella).Così infatti si vede bene il vestito in controluce, ma si vede bene anche lo sfondo, che non è stato più necessario sacrificare “esponendo per le ombre”.Sulla Luna però non si possono portare pannelli riflettenti, nè altre sorgenti di luce artificiale, se non altro perchè non ci sarebbe nessun assistente per manovrarli mentre si scattano le foto.

E purtroppo sulla Luna la luce diffusa attorno all’astronauta è ancora minore di quella della Terra, poichè non c’è l’atmosfera, le cui particella rifrangono i raggi solari tutto intorno all’astronauta.


Ed infatti, nella maggioranza dei casi, le foto degli astronauti sono così:

Quando le zone il luce sono esposte correttamente, quelle in ombra risultano praticamente nere. Come possiamo vedere quindi, Terra o Luna non fa una gran differenza, anche perchè il sole che ci illumina è lo stesso. (Queste foto in realtà sono state scattate sulla Terra, ma di notte – oppure in studio – e senza l’ausilio di pannelli riflettenti. Risultano quindi “giuste”, ovvero come dovrebbero venire se fossero scattate sulla Luna).

Ma come si spiegano, a questo punto, altre foto lunari in cui di colpo le zone d’ombra sono leggibilissime, pur restando leggibile anche lo sfondo illuminato dal sole? Ecco alcuni degli esempi più eclatanti:

PRIMO  PROBLEMA – CONTROLUCE E ZONE D’OMBRA

In una situazione lunare, con i contrasti forti e le ombre nette che abbiamo descritto, diventa praticamente impossibile spiegare da che cosa possa essere illuminata una qualunque zona d’ombra, come avviene in queste foto (Apollo 14), o in tante altre molto simili.

C’ è pochissima differenza di esposizione fra la tuta dell’astronauta e il terreno retrostante (ovvero, qui magicamente sarebbe stato risolto il “compromesso impossibile”, senza assistenti e senza pannelli riflettenti), e ci sono addirittura, in piena ombra, dei forti riflessi sulle parti metalliche, che non possono in nessun modo originare dalla luce “diffusa” circostante. Ricordiamo infatti che sulla Luna non c’è atmosfera, e non c’è quindi nemmeno quell’effetto di rifrazione atmosferica che troviamo sulla Terra.

Anche qui (Apollo 15) non c’erano oggetto voluminosi, in vicinanza del LEM, che potessero riflettere così tanta luce sulla parte in ombra. Non si spiegano quindi la luminosità, nè il contrasto, nè soprattutto quei forti riflessi nella protezione di alluminio. Che cosa genera quei riflessi? Che si tratti del terreno stesso, come abbiamo già visto con l’esempio dell’orso sulla neve, è tassativamente da escludere: qui non solo non c’è rifrazione nelle particelle di atmosfera, ma la luce è addirittura più radente ancora, e quindi “rimbalza” più lontano dal LEM (cioè verso di noi).

Richiamiamo infine l’attenzione su quello che dovrebbe essere il sole. A parte le dimensioni particolarmente striminzite (molto più vicine a quelle di un “bruto” da cinema, in realtà), puntare un obiettivo Leitz direttamente verso il sole, in mancanza inoltre di filtro atmosferico, equivale a “bruciare” completamente la pellicola in sovraespoisizione, a meno di chiudere il diaframma praticamente a zero. Ma in quel caso non si dovrebbe vedere assolutamente nulla delle zone in ombra del LEM. Provate a scattare una qualunque fotografia, che inquadri direttamente il sole, e poi osservate cosa si riesce a vedere nelle zone d’ombra degli oggetti compresi nell’inquadratura (sempre a causa del famoso “compromesso impossibile”, spiegato più sopra).


Questi sono solo due esempi, fra i tantissimni che si riscontrano nelle serie fotografiche delle varie missioni lunari. La tentazione di “aiutare” l’immagine, schiarendo le zone in ombra senza sacrificare l’esposizione dello sfondo, illuminato dal sole, ha spesso tradito gli autori di questi evidenti falsi fotografici.

 

IL PROBLEMA DELLO SFONDO, E IL PROBLEMA DEI CONI DI LUCE

Esistono, nella fotografia di moda, svariati sistemi per “andare alle Maldive” senza dover ogni voltra andare alle Maldive. Eccone alcuni esempi, che funzionano in maniera diversa. Il primo a sinistra è un semplice fotomontaggio digitale, ovvero la foto della modella, fatta in studio, è sovrapposta ad un altra, scattata al mare. Il secondo è una plancia di supporto, su cui siede la modella (sempre in studio), mentre alle sue spalle viene proiettata una diapositiva. Il terzo infine è un semplice fondale colorato, che ricorda uno spazio aperto senza pretendere di ingannare nessuno.

Ma in ciascun caso è ovvio che si tratti di sistemi limitati, nei quali comunque il trucco, ovvero “la giunta” fra l’immagine in primo piano e l’ambiente sullo sfondo, si vede chiaramente.

E se è difficile oggi, con le tecnologie più moderne, riuscire a spacciare una foto in studio per una in esterni, figuriamoci trent’anni fa, quando gli unici strumenti a disposizione, oltre alle mani dello stampatore sotto l’ingranditore, erano le forbici e il cartoncino.



COME E’ POSSIBILE REALIZZARE SULLA TERRA DELLE FOTO “LUNARI”


Per produrre sulla Terra foto simili a quelle che si otterrebbero sulla Luna, si possono usare almeno tre metodi diversi:

Il primo è quello di fotografare gli astronauti in studio con luce artificiale (i potenti “spot” da cinema), che imitino la luce del sole, in un ambiente ricreato appositamente. Come nei film di Fellini, dove la spiaggia di Rimini stava tutta dentro lo studio 5 di Cinecittà. (Nella foto accanto, la “palestra” originale degli astronauti, ricreata in studio).

Il secondo è quello di fotografarli sempre con potenti spot da cinema, ma in esterni, di notte, in situazioni desertiche somiglianti a quelle lunari (es. più sotto).

Il terzo infine è quello di fotografarli sempre in esterni, nelle stesse situazioni desertiche, ma di giorno, ritagliando poi in sede di stampa la parte di cielo e nuvole, e sostituendola con del nero qualunque (es. più sotto).

Ma in ciascun caso, indipendentemente dal metodo usato, va poi aggiunto in sede di stampa uno sfondo di tipo lunare “lontano” (la famosa diapositiva dei tropici, alle spalle delle modelle), che ovviamente non può essere presente nè in studio, nè in eventuali scorci di deserto che si siano trovati sulla Terra.

Qui scatta

IL PROBLEMA DELLO SFONDO: IL  “DAVANTI”, E IL “DIETRO”

Lasciamo la parola alle immagini.

Nella stragrande maggioranza delle foto lunari, la linea di giunta attraversa tutto il fotogramma, da parte a parte, e così le foto risultano la somma evidente di due metà ben distinte, senza nessuna zona di continuità che leghi i due piani. Si noti infine la differenza di colorazione fra i due terreni giustapposti.

Vi sono molti casi in cui gli astronauti hanno voluto documentare l’intera zona in cui si trovavano, con una panoramica a 360 gradi (fatta giustapponendo diversi scatti singoli). Il problema a questo punto diventa macroscopico, poichè di colpo ci si accorge di essere allunati …



… su uno stranissimo plateau rialzato, separato dal mondo circostante da una vallata circolare, che però sulle mappe degli allunaggi non appare affatto!

Per vedere l’immagine panoramica in dimensioni reali andate qui (180  kb). (ATTENZIONE: Internet Explorer spesso riduce automaticamente le dimensioni di un’immagine che sia più larga dello schermo. Accertarsi di stare vedendo l’originale, che è largo almeno 5 volte la schermata del computer).


IL PROBLEMA DEL CONO DI LUCE

Questo è forse, fra tutti, il problema che condanna le foto lunari senza possibilità di scampo. Se si utilizzano gli spot da cinema di notte, sia in studio che in esterni, bisogna avere l’accortezza di usarne uno solo, per evitare doppie ombre. Questa purtroppo è una limitazione che ti permette di illuminare una zona di terreno limitata.

Tutto intorno al cono di luce proiettato dallo spot, infatti, si verificherà una zona di ombra progressiva, fino al buio assoluto. Ed ecco cosa succede, in tali condizioni, se si allarga un pò troppo l’inquadratura.

La parte di terreno più lontana dal soggetto risulta degradare verso l’ombra, mentre, se davvero ad illuminare fosse il sole, tutto il terreno dovrebbe risultare illuminato in maniera uniforme. Come ad esempio in questa immagine, a noi molto piu familiare, della pianura padana:

Come spiegare allora quell’ombra tutto intorno?

Ecco sotto la corrispondente panoramica a 360 gradi, che mostra l’intera zona di allunaggio di Apollo 11. E’ praticamente piatta. Non vi erano quindi nelle vicinanze del LEM ostacoli o colline di alcun genere, che potessero proiettare ombre di quel tipo sul terreno circostante.

Ecco altri esempi, presi da missioni diverse, con il “cono di luce” chiaramente visibile.
A Perchè mai il sole dovrebbe “dimenticarsi” di illuminare la zona di terreno indicata dalla freccia?B

La foto sotto ci dà la possibilità di vedere sia davanti che dietro al fotografo
(poichè questo è riflesso nel visore dell’astronauta).
C

Sotto vedete lo schema, visto dall’alto, della foto C, che si ottiene sommando quello che si vede alle spalle dell’astronauta a quello che si vede riflesso nel suo visore. Potete vedere chiaramente il “cono di luce”, che inizia proprio sotto il gomito sinistro dell’astronauta, mentre sia il soggetto che il fotografo sono circondati da una penombra inspiegabile.

L’effetto che vedete in queste foto, oltretutto, è curiosamente identico a quello che si otterrebbe fotografando gli astronauti proprio con gli spot da cinema, sia in studio che in esterni, di notte (quello sotto è chiaramente un fotomontaggio).

Accortisi probabilmente del difetto clamoroso, gli stessi responsabili NASA devono aver deciso di correggere il tiro, poichè da un certo punto in poi hanno iniziato a comparire sempre più foto fatte con il terzo metodo,  quello delle foto scattate di giorno in esterni, con il cielo rimosso in seguito. Qui finalmente il terreno risulta tutto illuminato uniformemente, come dovrebbe essere.

La foto originale probabilmente era qualcosa di molto simile all’immagine sotto (noi abbiamo fatto il percorso inverso, aggiungendo un cielo qualunque a quella “lunare” sopra:

Sotto un altro esempio del procedimento che si userebbe scattando nel deserto di giorno, per rimpiazzare poi lo sfondo terrestre con il “buio” spaziale. Si scatta la foto “dietro casa”…

… e poi in camera oscura si cancella il cielo. (Noi qui abbiamo nuovamente fatto il percorso inverso, aggiungendo un cielo qualunque alla foto “lunare” della NASA). In fondo, il trucco è semplice.

Il problema è che ormai le prime foto, quelle con il “cono di luce”, avevano fatto il giro del mondo.

NOTA: Una della accuse che viene invece rivolta erroneamente alla NASA, è quella di aver “dimenticato” di mostrare le stelle nel cielo lunare. E’ invece corretto che non compaiano, poichè il diaframma imposto dalla luce solare, non filtrata dall’atmostefa, dovrebbe tranquillamente raggiungere valori tali per cui le stelle, più deboli e lontane, non si vedrebbero comunque.


Ecco infine un’altra immagine, che riassume almeno tre degli errori visti finora. Potete provate a vederli da soli, prima di continuare a leggere:

1) Sole particolarmente “anemico” (che ti permette addirittura un diaframma sufficiente a leggere le ombre, pur inquadrandolo direttamente!), 2) La zona in ombra illuminata da riflessi del tutto ingiustificati (il “compromesso impossibile” del controluce), e 3) il vistoso cono di luce al centro dell’immagine, dove il terreno risulta molto più chiaro che non ai lati (frecce gialle).

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La prova più indecente: la Nasa si sarebbe persa il nastro originale dello sbarco!

Si fa sempre più ardua la strada per coloro che vogliono continuare a credere ai viaggi dell’uomo sulla Luna.

Alle mille obiezioni che sono state opposte nel tempo a questa improbabile avventura spaziale – dai limiti oggettivi della scienza (di allora come di oggi) per difendersi dalle radiazioni cosmiche, a quelli più squisitamente tecnici di realizzabilità in generale, e infine ad una montagna di fotografie e filmati clamorosamente falsi – si viene ora ad aggiungere un ostacolo tanto imprevisto quanto significativo: è semplicemente scomparso il filmato originale della prima passeggiata lunare di Neil Armstrong.

Lo hanno perso!

Per capire quale grossolana imbecillità rappresenti tale affermazione, bisogna sapere prima alcune cose: secondo la NASA, le prime immagini televisive dell’uomo sulla Luna vennero trasmesse a terra da un “sistema televisivo non convenzionale”, ovvero non compatibile con il normale sistema NTSC (che viene tutt’ora usato in America). Fu quindi necessario, ci dicono, riprendere con una seconda telecamera …

… lo schermo televisivo “speciale” sul quale apparivano – nitidissime, pare, per chi le vedeva – le immagini in arrivo dalla Luna.

Ecco come noi avremmo finito per vedere quelle immagini offuscate e un pò “spettrali” – ma non per questo meno affascinanti – che tutti ricordiamo.

(Il maligno qui può suggerire che ci sia invece un motivo tecnico molto preciso, per cui sarebbe stata scelta l’opzione della “doppia ripresa”. Riprendendo delle immagini pre-registrate da un monitor de-interlacciato, se ne raddoppia la durata, e si ottiene quindi quell’effetto di “rallentatore” che caratterizza tutti i filmati “lunari”, e che siamo invece istintivamente portati ad attribuire alla minore gravità del satellite. Basta infatti prendere un qualunque filmato lunare, e proiettarlo a doppia velocità, per veder scomparire quel “magico” effetto di leggerezza di cui sembrano godere tutti gl astronauti della NASA.)

Naturalmente, sempre secondo la NASA, quelle preziose immagini in arrivo dalla Luna vennero comunque catturate su nastro magnetico, e messe da parte a futura memoria. In quel periodo in effetti si iniziavano ad usare i primi nastri magnetici da due pollici, detti “ampex”, per registrare le trasmissioni televisive, che fino a quel giorno erano state solo in diretta.

Ma è proprio qui che la storia comincia a fare acqua da più parti. Prima di tutto, non si capisce bene perchè la NASA abbia voluto sviluppare addirittura un sistema televisivo apposito, “non compatibile” con le TV di tutto il mondo, quando, da una parte, c’erano già le riprese a 16 mm. a garantire le immagini “di qualità”, mentre per la diretta TV una normalissima immagine a 525 linee avrebbe soddisfatto la platea mondiale molto di più di ciò che abbiamo visto tutti quella notte.

(Sempre per il maligno, diventa invece facile suggerire come questo “escamotage” spieghi perchè nessun altro osservatorio al mondo sia mai stato in grado di ricevere un solo fotogramma di quelli provenienti dalla Luna).

Ma la cosa più clamorosa è la faccenda della “perdita” del nastro originale. Questo tipo di materiale infatti, per essere conservato nel tempo, va protetto e mantenuto in un ambiente sterile, a temperatura e umidità costanti, in modo da rallentarne al massimo il naturale processo di degrado. E’ anche buona regola, nel caso di riprese di valore storico eccezionale come queste, farne un certo numero di copie, da conservare saggiamente in luoghi ben distanti l’uno dall’altro. Se un terremoto dovesse distruggere l’originale che sta nel Maryland, ad esempio, c’è sempre la copia che era conservata a Langley, o viceversa.

Ma la cosa più saggia di tutte – obbligatoria, anzi, in questo caso – sarebbe stata quella di procedere appena possibile a digitalizzare il nastro, trasformando in permanenti tutte quelle informazioni che sono invece destinate al deperimento naturale, trattandosi di nastro analogico. E’ un’operazione che si sarebbe potuta, e dovuta, fare in tutta tranquillità gia da oltre dieci anni. Invece, nessuno pare ci abbia pensato.

In ultimo, non avrebbe guastato usare all’umanità la cortesia di mostrarci, anche soltanto una volta, queste famose immagini lunari “di altissima qualità”, la cui memoria invece pare destinata a scomparire insieme a quei pochissimi che sono ancora vivi fra quei pochi che le videro al momento degli allunaggi.

In altre parole, è scomparso il nastro più importante della storia umana, senza che nessuno lo abbia mai visto. E la cosa più paradossale è che una notizia del genere non faccia in realtà notizia!

A proposito, lo sapevate che l’uomo era stato anche su Mercurio, vero? Come no? Era accaduto già negli anni ’50. Ci eravamo andati travestiti da zolfanelli, per ingannare i potenti raggi solari, e c’era pure il filmato originale, uno splendido Super-8 dai colori smaglianti e impeccabili. Lo teneva mia zia nel tinello, insieme agli attrezzi del cucito, ma deve averlo buttato via per sbaglio quando ha comperato la taglia-e-cuci elettronica.

Maledetto progresso, ci porta sempre via le cose più belle.

Fonte:www.luogocomune.net

Gli ufficialisti si arrampicano letteralmente sugli specchi. La loro prova inconfutabile è la ciliegina sulla torta…

Gli ufficialisti più agguerriti liquidano tutte le oggettive “anomalie” tecniche riscontrate nella versione ufficiale trincerandosi dietro ciò che a loro parere sarebbe la prova inconfutabile dello sbarco sulla Luna, ovvero  la presenza  degli specchi per uso scientifico sul suolo lunare. In realtà per installare degli specchi sul nostro satellite non serve affatto un astronauta ma è sufficiente una sonda robotizzata come hanno già fatto i sovietici nel 1970 con il loro specchio del Rover Lunokhod .

Forse è andata più o meno così?

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