MUSULMANE IN MINIGONNA E CONSIDERAZIONI SU ISRAELE

di

Chiara Collizzolli

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Una foto di Rania di Giordania con il marito Abdullah II, durante una cerimonia ufficiale

Zahra è un’affascinante imprenditrice egiziana, sposata a un’italiano che vive tra Venezia, Dubai e Boston. La guardo mentre sorseggia il thé che le ho preparato: il viso leggermente truccato, i capelli lisci e neri legati a coda di cavallo, le lunghe gambe affusolate che escono dalla gonna appena sopra il ginocchio, scarpe, vestito e borsa di eleganza discreta e raffinata. Non potrebbe essere più lontana dallo stereotipo della donna araba grassoccia e velata.

Zahra è musulmana, il marito cattolico, eppure il loro matrimonio è solidissimo da più di vent’anni; evidentemente ci sono molte affinità elettive.

Le chiedo cosa ne pensa del velo, e mi risponde che il fondamentalismo secondo lei ha essenzialmente una matrice politica. In pratica, milioni di persone, perlopiù economicamente sfruttate e socialmente umiliate vengono spinte attraverso una martellante propaganda ad abbracciare un credo estremo e intollerante. Ci racconta di quanto sia difficile sottrarsi alla pressione psicologica e sociale in certi casi, e mi fa esempi come quello di suo cognato, ingegnere trasferitosi per lavoro in Arabia Saudita. L’aveva lasciato laico e liberale e dopo un paio d’anni l’ha incontrato con barba e turbante, la moglie un fantasma nero sotto il velo integrale. “Sai, se voglio continuare a lavorare mi devo adeguare…”.

In pratica, per amore o per forza, si è costretti al fondamentalismo.

Zahra però è un tipo tosto, e sostiene che, almeno nei paesi occidentali, il velo andrebbe fortemente scoraggiato, insieme alle altre dimostrazioni di fondamentalismo. “Le donne musulmane dovrebbero portare la minigonna! Io lo faccio spesso, anche se ormai sono un po’ vecchiotta (in realtà è una splendida cinquantenne e le sue ‘minigonne’ sono poco sopra il ginocchio)”.

Sorrido, e le chiedo cosa pensa di Israele.

Mi spiega il suo punto di vista, molto pratico, da imprenditrice qual è.

Israele è un territorio ridotto, tutto sommato, e in gran parte si tratta di deserto. Un vero e proprio scatolone di sabbia, tranne alcune strisce fertili.

Se solo ci fosse stata la volontà, la terra avrebbe potuto essere comprata a buon mercato. La maggior parte dei palestinesi arabi avrebbe venduto di buon grado oliveti e vigneti per acquistarne di più grandi e più belli in Giordania, Siria, Egitto ecc.

Il ragionamento è semplice ma non manca di logica.

Invece, al momento della costituzione di Israele, pare sia stato fatto tutto con la maggiore violenza e brutalità possibile: persino una fonte ufficiale come Wikipedia ammette che furono rasi al suolo centinaia di villaggi palestinesi in un tentativo nientemeno che di pulizia etnica.

Il discorso sarebbe lungo.

Faccio l’avvocato del diavolo, e osservo che in fondo Israele è ritenuto il paese più democratico del Medio Oriente. Perché allora gli arabi con nazionalità israeliana non dovrebbero essere contenti di vivere in uno stato democratico?

Zahra mi fa notare due cose: la prima, risaputa, è che i cittadini israeliani di etnia araba non godono degli stessi diritti degli ebrei, e questo indipendentemente dalla religione professata.

In pratica, che un arabo israeliano sia musulmano fondamentalista, laico o cristiano, questo non cambia nulla. Dal momento che nelle sue vene non scorre sangue ebreo, i suoi diritti politici e civili sono limitati. Addirittura, è vietato il matrimonio tra ebrei e non ebrei, come ai bei tempi dell’apartheid sudafricano.

Mi sembra incredibile e vado a controllare: Wikipedia conferma tutto.

A questo punto sono veramente perplessa, e Zahra allora abbassa la voce quasi a un sussurro: “In realtà molti israeliani ebrei vorrebbero cancellare gli israeliani arabi dalla faccia della terra”.

“E perché”, domando allibita.

“Perché sono terrorizzati”, risponde, e poi spiega: “La memoria dell’Olocausto fa sentire la maggioranza della popolazione terribilmente insicura e poi c’è il fattore demografico”.

“Cioè?”.

“E cioè che gli arabi israeliani sono meno del venti per cento della popolazione, ma hanno una crescita demografica esplosiva rispetto agli ebrei. Se continua così, Israele in un paio di generazioni sarebbe destinato a diventare una nazione a maggioranza araba musulmana”.

“Capisco: gli ebrei sarebbero di nuovo una minoranza perseguitata”.

“Esattamente: non vogliono che questo accada e sono disposti a qualunque cosa, anche a rendere le condizioni di vita degli arabi israeliani impossibili”.

La conversazione è stata illuminante: con queste premesse, è ovvio che Israele è e rimarrà sempre una polveriera.