La chiave di volta

joblosspercentjune2009-1

(Andamento della disoccupazione negli Stati Uniti, nelle recessioni dalla seconda guerra mondiale ad oggi; via Calculated Risk)

I media italioti continuano a trastullarsi con i soliti remake della solita commedia all’italiana (per la cronaca: ieri erano di scena le ennesime polemiche sull’ennesimo decreto sicurezza targato Berlusconi). Epperò il mondo va avanti. Di male, in peggio. E infatti: sempre ieri, sono arrivati sul desk di tutti i giornali i dati del dipartimento del lavoro americano. Ed è stata l’ennesima doccia gelata. A giugno, gli Stati Uniti hanno sfornato la bellezza di 467mila disoccupati nuovi di zecca. Risultato finale: dall’inizio della crisi – cioè dall’ormai lontano dicembre 2007 – gli Usa hanno bruciato, in tutto, 6 milioni e mezzo di posti di lavoro.

Cifre nerissime. Che certo non si possono prendere come una buona notizia. Ma che almeno hanno avuto il pregio – negli Stati Uniti, s’intende – di far finalmente vacillare l’inguaribile partito degli ottimisti. Ottimisti che evidentemente non stanno di casa soltanto a Roma, in zona Palazzo Grazioli-Palazzo Chigi. Ma anche a Washington. E infatti e per chi non se lo ricordasse: a marzo, il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke era stato il primo – tra i banchieri centrali – a parlare di segnali di ripresa (con un’espressione destinata probabilmente a passare alla storia, “green shoots”). E di lì a poco anche il neopresidente Usa, Barack Obama si era accodato. Dicendo in sostanza che la crisi non era finita, ma poco ci mancava per riveder le stelle. Da allora le litanie del peggio è passato si sono sprecate, da un capo all’altro dell’Oceano (lo hanno ripetuto a pappagallo il premier britannico Gordon Brown, come pure il nostrano “Papi”). I segnali di miglioramento – invece – no. Di quelli se ne è visti davvero pochini.

E così – di “peggio è passato” in “peggio è passato” – siamo arrivati fino a oggi. E abbiamo scoperto che, no, il peggio non è passato manco per niente. E la caduta libera non è terminata. Perchè, a maggio, lo tsunami disoccupazione aveva rallentato (solo 322mila nuovi disoccupati contro i 504mila di aprile). Ma questo mese l’onda anomala di licenziamenti è tornata a spingere sull’acceleratore. E i nodi, ora, stanno venendo al pettine.

Quell’indefinibile guazzabuglio di misure messe a punto dalla squadra di Obama, infatti, poggiava e poggia su tanti mattoncini. In primis i provvedimenti salva-banche (Tarp e quel che resta del Ppip). Poi il maxi-pacchetto di stimolo per l’economia reale (aziende e famiglie) da 700 e passa miliardi di dollari. E infine quegli stress test che hanno certificato che le banche salvate erano effettivamente in buona salute (senza per altro che molti degli addetti ai lavori ci abbiano creduto più di tanto). Ma a tenere in piedi tutto – come una chiave di volta – erano alcuni numeri. Tra cui, appunto, quelli – previsti – sulla disoccupazione. Che si sono rivelati  – assolutamente – sballati.

In pratica: la squadra economica di Obama – quando ha messo a punto le dimensioni dello “stimolone” (i 700 e passa miliardi di dollari di cui sopra) e ha fatto gli stress test per verificare la solidità delle banche – ha anche detto: tutto questo funziona, se il tasso di disoccupazione quest’anno si ferma all’incirca al 9%; e arriva – esagerando – al 10 e rotto per cento l’anno prossimo. Sfortunatamente per loro, però – già oggi, a giugno 2009 – la percentuale di chi il lavoro l’ha perso per davvero è arrivata al 9,5%. In pratica – e come ha osservato anche il New York Times – lo “stimolone” – che secondo Obama dovrebbe creare 4,1 milioni di posti di lavoro – non ha stimolato abbastanza. Oppure: chi ha fatto i conti, ha guardato alla realtà con gli occhiali rosa dell’ottimismo.

E adesso? E adesso sono – già – iniziati i primi guai. Sempre a giugno le perdite sulle carte di credito – negli Stati Uniti – hanno raggiunto un livello record. Con una percentuale di insolvenza per il credito circolante pari al 10%. Mentre i pignoramenti di case – causa inquilini che non riescono a pagare il mutuo – sono continuati al ritmo folle di inizio 2009: 300 mila ogni 30 giorni. Per il resto si vedrà. Ma a questo punto è lecito aspettarsi altre cattive sorprese. Sul fronte delle banche. E non solo. Domanda peregrina: se un americano su dieci è disoccupato, chi pagherà – con le tasse – il costo dello “stimolone” e di tutti i salvataggi vari che ammontano, secondo la Cnn, a 10mila e rotti migliaia di dollari?

Di qui, appunto, lo scorno del New York Times. Che – per mano di uno dei suoi commentatori di punta, David Lehonardt – se l’è presa col partito degli ottimisti al potere:

It’s not fair to expect Mr. Obama’s economists to be clairvoyant. But they did make one avoidable mistake that led directly to their overoptimism. They relied on the same forecasting models that had completely failed to see the crisis coming. These models, which are also used by Wall Street and various research firms, do a decent job most of the time. But they are notoriously bad at forecasting turning points because they are based on an assumption that the recent past will more or less repeat itself.

Non è giusto chiedere agli esperti economici di Obama di essere dei chiaroveggenti. Ma hanno fatto un errore che si poteva assolutamente evitare e che è dovuto al loro iper-ottimismo. Si sono basati sugli stessi modelli di previsione che hanno completamente fallito nel vedere la crisi arrivare. Questi modelli, che sono usati anche da Wall Street e da diverse società di ricerca, nella maggior parte dei casi fanno un buon lavoro. Ma notoriamente funzionano poco per prevedere delle svolte, perchè sono basate sul passato che il passato recente si ripete più o meno sempre uguale.

Un’analisi elegante. Quasi filosofica. Ma che manca di alcuni dettagli molto terra terra. E molto utili. Chi ha fatto le solite previsioni sbagliate? Beh, tra gli altri il capo dei consiglieri economici di Obama, ovvero Larry Summers. Che da ministro del Tesoro di Bill Clinton, negli anni Novanta, aveva contribuito ad abolire il Glass Steagal act, la norma approvata ai tempi della Grande depressione per evitare che banche e banchieri facessero maneggi pericolosi. Maneggi che infatti – in questi anni – si sono puntualmente ripetuti e hanno portato alla crisi che stiamo vivendo. E chi è che ha avvallato tutte queste previsioni sballate? L’attuale ministro del Tesoro, Timothy Geitner. Che fino a qualche mese fa, faceva il presidente della Federal Reserve di New York. E da lì, in teoria, doveva vigilare su quello che succedeva a Wall Street. Ma che – inspiegabilmente – non si era accorto che le più grandi banche del Paese stavano fallendo.

Ergo: a loro – due dei maggiori responsabili della crisi – non si poteva chiedere di più. Semmai si poteva e si doveva pretendere di più dal presidente degli Stati Uniti. Che non si capisce perchè – dopo che si era fatto eleggere con lo slogan “change” – si sia circondato da questi ferrivecchi dell’economia e delle lobby della Finanza americana. Ma questa è un’altra storia (di cui abbiamo, per altro, parlato qui)

Fin qui la disoccupazione in Usa. E la debacle del partito degli ottimisti a stelle e strisce. E in Italia? E in Italia, Berlusconi che si è sempre definito il trait-d’union tra Russia e Stati Uniti ha giustamente deciso di fare un po’ alla Obama e un po’ alla Putin. Spande ottimismo. E cerca di tappare la bocca a tutti quelli che la filosofia dell’ottimismo non la vogliono accettare. Cosa che – va detto – gli sta risucendo abbastanza bene. Grazie all’Istat che fornisce i dati sulla crisi con il contagocce (quelli sulla disoccupazione sono fermi a marzo). E grazie al fatto che qui non c’è nessun New York Times – e nessuna opposizione – capace, per volontà o cattiva coscienza, di criticarlo sul suo vero tallone di Achille. Che è una situazione economica che si fa – di giorno in giorno – sempre più drammatica. E su una politica, quella dell’ottimismo integralista, che non sta portando da nessuna parte.

 

Link