FRANCO BERARDI BIFO
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Sulla Repubblica di sabato 4 settembre, Giulio Tremonti dimostra come, nonostante la nebbia fitta del delirio politico italiano, ci sia qualcuno che sa dove bisogna andare. Bisogna andare nella direzione che indica l’Europa, dice serafico il Ministro. D’altronde i giochi sono fatti. Negli ultimi sei mesi, in seguito alla drammatizzazione della crisi greca, in Europa si è creata l’unanimità basata sul terrore finanziario.
Saltando con un balzo tutte le lentezze e le contraddizioni che si erano manifestate di fronte alle proposte di revisione della Carta costituzionale europea, con il no olandese e francese del 2005, il triumvirato franco tedesco Merkel Sarkozy Trichet ha imposto una innovazione costituzionale basata su una linea di rigore monetarista e di riduzione del costo del lavoro. La politica economica che ha guidato le scelte della Banca centrale europea e ha condotto alla crisi finanziaria, viene così irrigidita, trasformata in vero e proprio pilastro costituzionale d’Europa, come spiega Tremonti, finalmente convertito a un europeismo integrale.
A seguito, " Tremonti: 8 punti per amministrare il declino" (Pino Cabras, megachipdue.info);
L’intervistatore Massimo Giannini balbetta domande banali e alla fine incita il Ministro ad andare avanti così, anzi a procedere più speditamente. Con linguaggio da automa, Tremonti spiega quello che adesso è importante: “E’ suonato il gong sull’Europa: il passaggio rivoluzionario dal G7 al G20, drammaticamente evidenziato dalla crisi,m ha segnato la fine di un’epoca, la fine della rendita coloniale europea: prima potevamo piazzare le nostre merci e i nostri titoli dove e come volevamo, adesso non possiamo più farlo. Più che di politica industriale forse si deve parlare di competitività”.
Nell’intervista tremontiana la rissa italiana è totalmente assente, e si intravvede la consapevolezza del fatto che ciò che accadrà del governo italiano non ha molta importanza, perché tanto la politica, quella che conta, quella che determina la vita quotidiana, il salario il tempo di lavoro, i livelli di sfruttamento e di miseria, il rapporto tra salario e profitto non si fa più a Roma, ma in Europa.
Il Ministro spiega che finalmente l’Europa è entrata nell’era dell’unità politica. Infatti da quest’anno le politiche finanziarie ed economiche dei diversi paesi europei verranno giudicate, approvate o respinte da un vero e proprio direttorio le cui linee direttrici sono a tutti ben note: riduzione del costo del lavoro, riduzione della spesa pubblica, subordinazione della ricerca alla competizione economica.
“Fine delle politiche National oriented.” dice Tremonti “Ogni anno da gennaio a aprile tutto ruoterà per tutti gli stati intorno alla sessione di bilancio europea. Con la sessione di bilancio prenderà forma un nuovo luogo politico. Una fondamentale devoluzione di potere.”
Che resta da fare nei diversi stati nazionali, per esempio in Italia?
“re-ingegnerizzare il paese in termini di competitività europea.” dice Tremonti.
Dietro la fascinosa re-ingegnerizzazione cosa c’è? Lo sappiamo. C’è la definitiva eliminazione di ogni possibile forma di resistenza del lavoro, la cancellazione dei diritti che la modernità ha sancito, e la totale libertà di azione dell’impresa, senza più vincoli di tipo etico, legislativo o sindacale.
L’intervistatore Giannini incalza il prode Tremonti a una revisione dell’articolo 41 della Costituzione.
E Tremonti non si tira indietro. “Lo faremo, risponde, ci stiamo lavorando a Palazzo Chigi.”
Ma naturale, se lo scopo supremo è essere competitivi con paesi in cui il salario medio è di duecento euro e l’orario di lavoro è illimitato, come possiamo difendere delle piccolezze come il diritto al riposo, alla pensione, alla libertà di organizzazione e di sciopero, insomma all’habeas corpus della società? La civiltà è finita, mettiamola così.
Il salto politico europeo di quest’anno 2010 consiste nell’imposizione dell’omogeneità di politiche che cancellano ogni autonomia del corpo sociale in nome di una perfetta aderenza allo scopo comune: aumentare la competitività dell’industria europea, cioè rendere possibile un aumento dei profitti delle corporation europee che le renda competitive con i colossi dell’economia globalizzata.
Una partita persa fin da principio, questo lo sanno tutti. L’Europa nel suo complesso non riuscirà mai a imporre un immiserimento così drastico senza provocare reazioni sanguinose (razziste, dementi, aggressive in quali forme vedremo). Forse l’area tedesca depurata dell’Europa latina potrà presto provarci. Ma nelle condizioni attuali non riusciremo a fermare il declino della potenza europea, ma perseguire questo scopo paranoico servirà per ridurre il salario reale, per deregolare completamente l’orario di lavoro, per distruggere la vita quotidiana di milioni di persone.
Lo dice del resto anche Chiamparino, in un’intervista che troviamo su La Repubblica di domenica. Marchionne ha ragione, dice colui che si candida a riformare il partito democratico per portarlo all’altezza dei tempi. I tempi sono questi, dice Chiamparino, non è più tempo di illudersi. Lo schiavismo è la sola maniera per salvare l’Europa, dice il democratico riformatore.
In Italia tutti si appassionano alla faida che potrebbe far sdrucciolare Berlusconi. Il povero vecchio appare stanco, circondato da lupi che si ribellano contro il loro addomesticatore perché non riesce più a soddisfare tutti gli appetiti. Sembra che dovremo scegliere tra la mafia, i nazi-nordisti in camicia verde, o un nuovo polo clerico-fascista.
Una nobile gara nella quale sarebbe meglio non immischiarsi (anche perché nel medio periodo potrebbe avere risvolti non proprio pacifici).
Poltiglia.
Le cose importanti sono quelle di cui parla Tremonti, perché l’attacco più distruttivo contro la società viene oggi dal gruppo dirigente europeo, dalle scelte criminali che la classe finanziaria sta imponendo a un ceto politico privo di qualsiasi autonomia. L’Europa ha smesso di sentirsi depositaria di una (sia pur sbiadita) civiltà sociale, o erede della civiltà umanistica. Basta con queste fantasie, dice con chiarezza il cinismo europeo contemporaneo, preparando la grande regressione. L’umanesimo che per cinque secoli ha guidato la civiltà europea, almeno in linea di principio, è oggi riconosciuto come un ostacolo al pieno dispiegamento dell’ipercapitalismo globale competitivo.
Il mondo è quello che è. E il compito degli schiavisti è frustare gli schiavi.
Fin che subiscono.

Franco Berardi Bifo
Fonte: www.facebook.com