Accordo di pace Gaza 2025

L’accordo per una tregua a Gaza appare vicino ma restano ostacoli significativi che potrebbero compromettere tutto. Il diavolo si nasconde nei dettagli e in Medio Oriente quei dettagli sono spesso più esplosivi delle bombe. Una frase che ben descrive l’incertezza attorno alle trattative in corso a Sharm el-Sheikh, dove per la prima volta dal 2023 siedono allo stesso tavolo Israele, Egitto, Qatar e rappresentanti di Hamas.

Il piano di pace è ispirato alla visione di Donald Trump, che vuole consegnare alla storia un risultato mai ottenuto: una pace tra Israele e il mondo arabo sotto guida americana. Obiettivo simbolico, soprattutto in vista della sua ricandidatura, ma anche strategico: dopo il fallimento sul fronte ucraino, il Medio Oriente rappresenta per Trump uno scenario più gestibile, dove può ancora ottenere un successo diplomatico.

Le aperture reciproche non mancano. Hamas avrebbe accettato l’idea di rilasciare gli ostaggi israeliani in una sola soluzione e Trump ha annunciato l’intesa della prima fase di trattative e la firma entro oggi. I Paesi arabi, irritati dal massacro a Gaza e preoccupati per le pressioni delle loro opinioni pubbliche, sembrano disposti a finanziare la ricostruzione in cambio di garanzie.

Trump soddisfatto

Tuttavia, la guerra non si è fermata. Israele continua a colpire a Gaza e a espandere gli insediamenti in Cisgiordania. Questo rende complicata qualsiasi trattativa: si parla di pace mentre si continua a combattere. Hamas inoltre, con i suoi attacchi terroristici suicidi ha sempre agito nell’interesse d’Israele che non aspetta altro per avere il pretesto di occupare tutto il territorio palestinese e Netanyahu non ha sicuramente intenzione di rinunciare ai territori già pienamente sgomberati e sotto il controllo di Tel Aviv. Entrambe le parti restano scettiche, anche per l’assenza di un garante super partes: a Sharm sono presenti USA, Qatar ed Egitto, ma manca una figura neutrale credibile.

La figura di Tony Blair, proposta come amministratore del dopoguerra, è contestata da più fronti. In Medio Oriente è ancora molto forte il ricordo del suo ruolo nella guerra in Iraq e delle false prove sulle armi di distruzione di massa, che portarono al disastroso intervento anglo-americano. La sua nomina ha suscitato polemiche al punto che, secondo la giornalista Ash Sarkar, “l’hanno scelto perché Satana non era disponibile”. Un’iperbole che riflette comunque il sentimento diffuso.

Nonostante le scuse pubbliche per gli “errori” commessi, Blair ha continuato a costruirsi una carriera come mediatore internazionale, consulente e lobbista per governi e leader spesso autoritari. Dopo aver lasciato Downing Street, ha incassato milioni di sterline con consulenze attraverso Tony Blair Associates, ha negoziato in Palestina ma anche promosso interessi economici legati a società come JP Morgan e British Gas, con forti conflitti d’interesse. Spinge per il gasdotto Gaza Marine, un progetto di British Gas sempre legato a JP Morgan,

Un forte sostenitore di Netanyahu.

Oggi guida il Tony Blair Institute for Global Change, una fondazione no-profit da 800 dipendenti e un bilancio da 145 milioni di sterline l’anno. Il principale finanziatore è Larry Ellison, cofondatore ebreo americano del colosso informatico Oracle, che dal 2021 gli dona oltre 200 milioni di sterline. Sionista convinto, Ellison è anche il principale donatore privato alle Idf, tramite l’organizzazione di supporto Friends of Idf; amico stretto di Benjamin NetanyahuL’istituto promuove politiche di governance basate sull’intelligenza artificiale e sull’identità digitale, spesso in linea con gli interessi di Oracle. Per molti critici, si tratta di una lobby mascherata da think tank umanitario.

Blair ha anche consigliato il principe saudita Mohammed bin Salman nelle riforme di Vision 2030, nonostante il suo coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Tutto ciò contribuisce a rendere la sua figura ancora più divisiva e difficile da accettare come garante neutrale in una transizione tanto delicata.

Uno dei punti centrali del piano Trump è la ricostruzione di Gaza, ribattezzata “Gaza Riviera”. Il progetto prevede di trasformare la Striscia in un’area economica speciale, gestita e finanziata dai Paesi arabi, con la promessa del “diritto al ritorno” per i palestinesi evacuati. In sostanza, Gaza diventerebbe un grande cantiere arabo, non più controllato da Israele. L’idea è ambiziosa, ma senza un cessate il fuoco duraturo, irrealizzabile.

La Cisgiordania resta esclusa dagli attuali negoziati, ma rappresenta una delle aree più esplosive. Gli insediamenti israeliani hanno ormai spezzato la continuità del territorio palestinese, rendendo impossibile qualunque forma di Stato unitario. Se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) continuerà a essere esclusa dai colloqui, è quasi inevitabile che la tensione riesploda anche lì.

Parlare di pace in queste condizioni resta prematuro e la creazione di uno Stato palestinese, nonostante i riconoscimenti simbolici da parte di vari Paesi europei, sembra ancora più lontana.

Come stabilito dalla Convenzione di Montevideo, uno Stato deve avere un territorio definito, una popolazione stabile e un governo riconosciuto. Oggi la Palestina non ha nessuno di questi requisiti: Gaza è devastata, la Cisgiordania è spezzettata, e ci sono due governi rivali. Quello riconosciuto finora è solo un concetto, un’idea.