Dopo le mire sul petrolio venezuelano con il pretesto del narcotraffico ora il Pentagono punta il mirino anche sul petrolio della Nigeria con la scusa delle persecuzioni ai cristiani
di
Marco Pizzuti
l’infinita guerra per l’oro nero alla faccia del green deal
Negli ultimi mesi, il dibattito internazionale si è riacceso sulla Nigeria, in particolare sulle violenze religiose che affliggono alcune regioni del Paese. Le cronache parlano di massacri contro le comunità cristiane, di attentati, di persecuzioni. I commentatori occidentali evocano l’ennesima “crisi dei diritti umani” e invocano un’azione decisa della comunità internazionale.
Ma sotto la superficie morale di queste prese di posizione si muovono dinamiche geopolitiche ben più concrete: quelle del petrolio e del potere.
La Nigeria è uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali del pianeta. Con oltre 37 miliardi di barili di petrolio provato e immense riserve di gas, è il principale produttore africano e uno dei fornitori strategici dell’Occidente.
Eppure, da decenni, la sua ricchezza è una condanna. Il Delta del Niger — cuore dell’estrazione petrolifera — è una delle aree più inquinate del mondo: interi villaggi devastati da fuoriuscite di greggio, acqua potabile contaminata, e comunità locali escluse dai profitti di un settore dominato da multinazionali straniere come Shell, ExxonMobil, Chevron e TotalEnergies.
L’espressione “maledizione delle risorse” in Nigeria non è una metafora, ma un dato di realtà.
Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa è cambiato.
Il governo di Bola Ahmed Tinubu, succeduto a Muhammadu Buhari, ha introdotto una serie di riforme strutturali per restituire allo Stato un ruolo centrale nella gestione del proprio patrimonio energetico. Il Petroleum Industry Act (PIA) — approvato nel 2021 ma attuato con vigore solo dal 2023 — ridefinisce la governance del settore, impone nuovi vincoli fiscali e ambientali alle compagnie straniere e prevede la creazione di fondi obbligatori per le comunità locali.
A ciò si aggiungono gli ordini esecutivi del 2025, che legano gli incentivi fiscali all’efficienza e introducono la regola del “drill or drop”: chi non sviluppa le concessioni rischia di perderle.
Un messaggio chiaro: la Nigeria non è più disposta a essere una colonia energetica.
È in questo contesto che tornano a intensificarsi le dichiarazioni di Washington sulla “preoccupante situazione dei cristiani in Nigeria”.
Una denuncia che, se da un lato fotografa un dramma reale — le violenze interreligiose sono purtroppo croniche — dall’altro solleva interrogativi sulla tempistica e sugli obiettivi.
Negli ultimi vent’anni, la retorica umanitaria è stata spesso la premessa per interventi politici o militari finalizzati a ristrutturare governi scomodi o a proteggere interessi economici occidentali. Dall’Iraq alla Libia, la storia recente offre numerosi esempi in cui la “difesa dei diritti umani” ha coinciso con la riapertura di contratti petroliferi o con la stabilizzazione di regimi favorevoli alle grandi compagnie.
Non è quindi azzardato ipotizzare che l’attenzione americana verso la Nigeria risponda anche a una logica di pressione economica e diplomatica.
Un Paese africano che tenta di sottrarsi all’influenza delle multinazionali occidentali, diversificando i propri partner e affermando la propria sovranità energetica, tende rapidamente a diventare “un caso umanitario”.
La narrativa morale si intreccia così con la geopolitica: chi controlla la narrazione dei diritti, spesso controlla anche il flusso del petrolio.
La vera battaglia che si combatte oggi in Nigeria non è solo tra gruppi religiosi, ma tra due modelli di potere:
da un lato quello delle corporazioni globali che considerano il sottosuolo africano una proprietà di fatto; dall’altro, quello di uno Stato che tenta, tra mille contraddizioni, di riaffermare la propria sovranità economica.
E in questo scontro silenzioso, la bandiera dei diritti rischia di diventare ancora una volta il paravento morale di interessi energetici.


