di

Marco Pizzuti

Dal Minculpop al Minculpost: breve storia del controllo connesso

Nel remoto 1928, in piena era littoria, vide la luce l’Albo dei Giornalisti (R.D.L. 26 febbraio 1928, n. 384) e poi la democrazia postbellica, indignata, lo ha criticato per decenni. Ma, ironia della sorte, non solo non l’ha mai abrogato: lo ha persino imbalsamato nella Legge n. 69 del 1963, come una reliquia sacra del controllo mediatico.

Oggi la storia si ripete, solo in chiave digitale.

L’AGCOM, figlia moderna del Minculpop (L. 249/1997), ha deciso che anche gli influencer, questi nuovi tribuni digitali del popolo, meritano il loro albo professionale. Perché mai permettere che un video virale sfugga al recinto ideologico del pensiero autorizzato? Non sia mai che un ragazzo con uno smartphone possa fare più presa di un giornalista con tessera e cachet.

Dopo fact-checker, debunker, shadow ban, algoritmi poliziotto e cancellazioni preventive di pagine social al primo sgarro, mancava solo l’ultimo tassello del mosaico del controllo benevolo: un registro dei “buoni comunicatori”. Naturalmente, non per censurare, ci mancherebbe! ma solo per “regolare”, “armonizzare”, “coordinare” e, se necessario, sanzionare fino a 600.000 euro chi osa comunicare con troppa indipendenza.

Un piccolo promemoria in valuta corrente: la libertà d’espressione è gratuita soltanto finché non la si esercita.

E mentre il nuovo Minculpost prende forma, il vecchio faro del giornalismo “libero”, la BBC, si spegne tra le fiamme dell’ipocrisia. L’ente britannico, per decenni esempio di sobrietà e indipendenza, è stato travolto da un rapporto interno che ne svela la sistematica manipolazione ideologica. Risultato: il 9 novembre scorso, Tim Davie (direttore generale) e Deborah Turness (capo della sezione news) si sono dimessi dopo che un’inchiesta di Panorama aveva ritoccato ad arte il video del celebre discorso di Trump del 6 gennaio 2021, facendolo apparire come un arringatore di folle contro il Campidoglio. Un taglia-e-cuci degno della miglior propaganda di regime, ma con accento oxfordiano.

Il rapporto getta una luce impietosa sulle redazioni del mondo, dove l’autocensura su immigrazione, clima, vaccini, Ucraina, Israele, ideologia gender e pensiero critico è ormai più rigida di una circolare ministeriale. Non serviva un’inchiesta per capire ciò che milioni di persone avevano già intuito: i media tradizionali sono divenuti megafoni del potere globalista travestiti da difensori della verità. Non stupisce, dunque, che le folle si riversino dagli schermi televisivi a quelli degli influencer, colpevoli solo di non essere stipendiati dal sistema.

Ed ecco la soluzione: un albo, delle sanzioni, e il cerchio del controllo si richiude perfettamente. Dal Minculpop al Minculpost: cambia la tecnologia, ma il vizio del potere quello no, resta imperituro.