di

Marco Pizzuti

C’era una volta, in un regno non molto lontano dal nostro, un popolo libero e curioso, che amava il cielo, i racconti dei vecchi e la compagnia degli amici. Le parole viaggiavano di bocca in bocca, come semi portati dal vento e ognuno custodiva il senso del dialogo come un dono fragile e sacro.

Un giorno, però, i Signori del Regno annunciarono al popolo una meravigliosa invenzione: una Scatola Magica capace di mostrare immagini e suoni, di portare il mondo intero dentro ogni casa.

«Guardate!», dissero i Signori. «Non dovrete più faticare per capire: vi diremo noi ciò che serve sapere!»

Il popolo applaudì, grato e curioso. All’inizio la Scatola sembrò un dono: narrava storie, istruiva, faceva ridere e commuovere. Poi, giorno dopo giorno, la Scatola iniziò a parlare sempre di più e il popolo ad ascoltare sempre di meno gli uni con gli altri. Conquistò la sua fiducia che divenne incondizionata come il dogma di una religione monolitica.

Le piazze si svuotarono, i dialoghi si spensero e ognuno si rinchiuse nella propria stanza a fissare le meraviglie dello schermo lucente.

Fu allora che i Signori compresero di aver scoperto il più formidabile degli strumenti: non la spada, né la catena, ma la proiezione di immagini e di voci capaci di insinuarsi docilmente nelle coscienze fino a piegarle con la persuasione.

Così cominciarono a tessere, dentro la Scatola, un mondo a misura dei loro interessi: falsi eroi, falsi nemici, falsi valori, falsi idoli e menzogne spacciate per verità.

Tra un notiziario e un ballo, tra un talk show e un canto, le menti del popolo vennero addormentate dolcemente, come bambini cullati da una ninna nanna ipnotica.

Fu così che, senza accorgersene, i cittadini divennero telebeti: occhi fissi, mente chiusa e cuore commosso o indifferente a comando .

La Scatola divenne il loro amico, il loro confessore, il loro oracolo.

E quando qualcuno osava dire che forse la realtà fuori dalla Scatola era diversa, veniva deriso:

«Taci, complottista! Lo ha detto la Scatola!».

Passarono gli anni. I Signori, sorridenti, governavano sereni, perché non c’era bisogno di catene quando il popolo amava le proprie.