L’inarrestabile ascesa dell’astensionismo

Diciamolo senza veli: nelle ultime elezioni non hanno trionfato né le destre né le sinistre, bensì l’astensionismo, ossia la sfiducia strutturale e ormai cronica verso un impianto politico che sembra concepito più per tradire il mandato popolare che per rappresentarlo.

La presidente Meloni, per fare un esempio emblematico, non ha fatto eccezione al copione già recitato dai suoi predecessori: fiera tribuna quando stava all’opposizione, capace di evocare il miraggio di una rinascita sovranista e di una patria finalmente padrona del proprio destino non appena ha posato le natiche sulla sacra poltrona di governo, ha scoperto, qualora non ne fosse già edotta, di reggere le sorti non di uno Stato sovrano, ma di una colonia di rango medio-basso, le cui prerogative reali sono nulle su moneta, immigrazione, politica estera, alleanze e conflitti. Di qui la metamorfosi immediata nel cagnolino da compagnia di Washington: prima di Biden, poi di Trump e domani di chiunque altro.

La storia repubblicana è, del resto, istruttiva: chiunque, da Moro a Mattei, da Craxi in giù, abbia osato sollevare anche lievemente la testa, ha visto la propria parabola interrompersi in modo drammatico o quantomeno esemplare. Non sorprende dunque che nel vivaio politico attuale non si trovi più alcun temerario disposto a rischiare la pelle per difendere ciò che aveva promesso agli elettori.

E allora, quando i politici si accusano a vicenda di ogni nefandezza, hanno spesso ragione entrambi: ognuno ha tradito, tradisce e, salvo miracoli, continuerà a tradire. In un sistema parlamentare integralmente rappresentativo, privo di qualsivoglia meccanismo di controllo dal basso, il voto è ridotto a una pura formalità. Il massimo a cui questa classe dirigente, pavida e addomesticata può ambire è dispensare qualche elemosina cosmetica per mantenere la quiete pubblica. Nulla più….