La nutrita schiera di qAnoniani è il risultato di una brillante operazione di disinformazione condotta da agenti infiltrati sui social che hanno trasformato Trump nel liberatore dei popoli mentre la realtà geopolitica contemporanea si incarica, con crudele puntualità, di smentire ogni mitologia salvifica.

Il quadro internazionale, infatti, non è affatto roseo per l’oligarchia finanziaria che da decenni governa l’Occidente attraverso il doppio strumento del ricatto del debito e della clava militare statunitense.

L’Impero americano è in declino per una logica e prevedibile dinamica storica. L’emersione dei BRICS e il progressivo consolidarsi di un ordine multipolare stanno erodendo le fondamenta di un sistema che ha prosperato sull’unipolarismo e sulla sacralità del dollaro. Come ammoniva Tucidide, «i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono» — ma ogni forza, giunta all’apice, conosce la propria parabola discendente. Poiché l’esercito di Washington ha sempre rappresentato l’ariete dell’élite finanziaria per penetrare nei mercati refrattari alle multinazionali e ai signori della moneta, il mutato equilibrio globale imponeva una svolta: una strategia geopolitica ipersensibile, brutale, disperata, simile all’attacco del leone ferito che, con le spalle al muro, non può più permettersi l’attesa.

Trump, lungi dall’essere un’anomalia del sistema che governa l’occidente, incarna perfettamente questa fase terminale dell’impero.

Mentre il popolino si ingurgita a gargarozzo la fiaba dell’“esportazione della democrazia” e dei “diritti umani” con il martellamento quotidiano dei massmedia che pontifica l’occidente e dipinge i suoi nemici come mostri da abbattere con la solita retorica, gli Stati Uniti tentano di recidere le gambe ai BRICS appropriandosi delle risorse energetiche globali. Il Venezuela, che esporta petrolio verso la Cina e i Paesi non allineati, è un bersaglio naturale. L’Iran, colpevole di vendere energia fuori dal circuito del petrodollaro, un altro.

Se il petrolio cominciasse a essere pagato in yuan anziché in dollari, il ridimensionamento dell’impero sarebbe inevitabile — e con esso quello della sua aristocrazia parassitaria. Lo stesso discorso vale per le terre rare e le risorse strategiche della Groenlandia, che Trump tenta di sottrarre tanto ai BRICS quanto all’Europa, già scientemente isolata dopo essere stata spinta contro la Russia e resa strutturalmente dipendente dall’energia americana. Un continente vassallo, non un alleato. È spiacevole dirlo per chi ha creduto alla favola del Trump liberatore dei popoli, ma agli Stati Uniti non è mai importato nulla della democrazia. Essa è sempre stata un pretesto retorico, una vernice morale per legittimare colpi di Stato, cambi di regime e governi fantoccio. La storia — quella vera, non quella raccontata nei talk show — lo dimostra senza ambiguità. Gli Stati Uniti rovesciarono Salvador Allende, presidente democraticamente eletto del Cile, per installare il regime sanguinario di Augusto Pinochet, fedele servo dell’impero. Come scriveva Machiavelli, «gli uomini offendono o per paura o per odio»: Allende faceva entrambe le cose, perché osava sottrarre il proprio Paese al saccheggio. In Iran, nel 1953, Washington e Londra orchestrarono il colpo di Stato contro Mohammad Mossadeq, primo ministro democraticamente eletto e colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera. L’operazione — Boot per il Regno Unito, Ajax (TP-AJAX) per gli Stati Uniti — restaurò il potere assoluto dello Scià Mohammad Reza Pahlavi.
Il Regno Unito mirava a recuperare il controllo sui giacimenti; gli Stati Uniti temevano che la crisi iraniana aprisse la porta all’influenza sovietica nel pieno della guerra di Corea. La democrazia, come sempre, era solo un dettaglio sacrificabile.

Eppure la storia resta indigesta ai qua qua ra qua del mondo qAnon, che hanno frantumato la controinformazione inseguendo ciarlatani, profeti da social network e agenti di disinformazione travestiti da ribelli.

La realtà è molto più semplice e molto più cinica: gli Stati Uniti non sono cambiati moralmente, hanno solo cambiato strategia perché costretti dalla nuova configurazione del potere globale.

Chi si attendeva Trump come salvatore dei popoli resterà dunque inevitabilmente deluso. Egli non sta demolendo l’impero: sta tentando di salvarlo. E dietro il suo trono, come sempre, siedono invisibili i re della finanza, «quel potere senza volto», per dirla con Ezra Pound, che governa non con le leggi, ma con il debito.