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COME GLI SVEDESI E I NORVEGESI HANNO SCHIACCIATO IL POTERE DELL’1 PER CENTO

feb 4th, 2012 | By admin | Category: News

DI

GEORGE LAKEY
Waging Nonviolence

 

 

 

 

 

 

 

 

Se molti di noi stanno lavorando per assicurare che il movimento Occupy abbia un impatto durevole, vale la pena considerare altri paesi in cui masse di persone sono riuscite a instaurare in modo non violento un alto grado di democrazia e di giustizia economica. La Svezia e la Norvegia, ad esempio, hanno visto un drastico cambiamento di potere negli anni ’30 dopo una prolungata lotta non violenta. Hanno “licenziato” l’elite dell’1 per cento della popolazione che determinava la direzione della società e hanno creato la base per qualcosa di diverso.
I due stati avevano una storia di orrenda povertà. Quando l’1 per cento era al potere, centinaia di migliaia di persone emigravano per evitare la fame. Sotto la leadership della classe operaia, invece, entrambi i paesi hanno costruito economie robuste e di successo che hanno quasi eliminato la povertà, ampliato l’accesso all’istruzione universitaria gratuita, abolito i quartieri poveri, fornito un eccellente servizio sanitario accessibile a tutti e creato un sistema di pieno impiego. Contrariamente ai norvegesi, gli svedesi non hanno trovato il petrolio, ma questo non ha loro impedito di costruire quello che il più recente World Factbook della CIA definisce “un invidiabile standard di vita”.

Nessuno di questi paesi è un’utopia, come sapranno i lettori dei libri “crime” di Stieg Larsson, Kurt Wallender e Jo Nesbro. Gli autori critici di sinistra come loro cercano di spingere la Svezia e la Norvegia verso società ancor più giuste. Tuttavia, da attivista americano che ha visitato la Norvegia da studente per la prima volta nel 1959 imparandone parte della lingua e della cultura, i risultati che ho visto mi hanno stupito. Ricordo, per esempio, di essere andato in bicicletta per ore attraverso una piccola città industriale, cercando invano delle abitazioni sotto standard. A volte resistendo alla prova di ciò che vedevano i miei occhi, ho inventato storie che “giustificassero” le differenze che vedevo: “piccolo stato”, “omogeneo”, “un consenso di valore”. Ho infine rinunciato a imporre i miei schemi a questi stati, imparando la vera ragione: le loro storie.

Poi ho cominciato ad apprendere che gli svedesi e i norvegesi hanno pagato un prezzo per il loro tenore di vita attraverso la lotta non violenta. C’è stato un periodo in cui i lavoratori scandinavi non si aspettavano che l’arena elettorale potesse portare ai cambiamenti in cui credevano. Compresero che, con l’1 per cento al potere, la “democrazia” elettorale era diretta contro di loro, quindi serviva un’azione diretta non violenta per esercitare il potere di cambiamento.

In entrambi gli stati le truppe furono schierate per difendere l’1 per cento; morirono delle persone. Il premiato regista svedese Bo Widerberg ha raccontato vividamente la storia della Svezia nel film Adalen 31, che narra dei lavoratori uccisi nel 1931 e dell’inizio di uno sciopero generale in tutta la nazione. (Sull’argomento, lette anche un articolo di Max Rennebohm nel Global Nonviolent Action Database).

I norvegesi hanno avuto vita più dura nell’organizzare un movimento popolare coeso, perché la scarsa popolazione della Norvegia – circa tre milioni di persone– era sparsa su un territorio grande quanto la Gran Bretagna. Le persone erano separate da fiordi e montagne, e parlavano dialetti regionali nelle valli isolate. Nel diciannovesimo secolo la Norvegia era sotto il governo della Danimarca, poi sotto quello della Svezia; nel contesto europeo i norvegesi erano i “provincialotti di campagna”, gente di poca importanza. La Norvegia non è diventata indipendente fino al 1905.

Quando i lavoratori dettero vita ai sindacati all’inizio del ‘900, si rivolsero in gran parte al Marxismo, organizzandosi per la rivoluzione oltre che per risultati immediati. Gioirono per il rovesciamento del regime dello zar di Russia, e il Partito Laburista Norvegese si affiliò all’Internazionale Comunista organizzata da Lenin. Ma i laburisti non ci rimasero a lungo. Una ragione per cui la maggior parte dei norvegesi divergeva dalla strategia leninista era l’approccio alla violenza: i norvegesi volevano vincere la loro rivoluzione con una lotta collettiva non violenta, oltre ad instaurare cooperative e a utilizzare l’arena elettorale.

Negli anni ’20 l’intensità degli scioperi aumentò. La città di Hammerfest formò una comune nel 1921, guidata da consigli di lavoratori; intervenne l’esercito per annientarla. La risposta dei lavoratori si spostò verso uno sciopero generale nazionale. I datori di lavoro, con il sostegno dello stato, combatterono lo sciopero, ma i lavoratori intrapresero nuovamente lo sciopero degli operai metallurgici del 1923-24.

L’1 per cento norvegese decise di non fare affidamento solo sull’esercito; nel 1926 formò un movimento sociale chiamato la Lega Patriottica che reclutò principalmente gli appartenenti al ceto medio. A partire dagli anni ’30, la Lega contava nientemeno che centomila persone per la protezione armata degli oppositori agli scioperi, e si parla di un paese di appena tre milioni di persone!

Il Partito Laburista, nel frattempo, aprì le iscrizioni a tutti, sia che fossero o meno in un posto di lavoro sindacalizzato. I marxisti del ceto medio e alcuni riformisti si iscrissero al partito. Molti lavoratori delle fattorie rurali si associarono al Partito Laburista, come pure alcuni piccoli proprietari terrieri. La dirigenza laburista comprese che, in una lotta protratta, erano necessarie una costante solidarietà e un’organizzazione per una campagna non violenta. Nel mezzo di una crescente polarizzazione, i lavoratori norvegesi lanciarono un’altra ondata di scioperi e boicottaggi nel 1928.

La depressione toccò il fondo nel 1931. C’erano più persone disoccupate che qualsiasi altro stato nordico. Contrariamente agli Stati Uniti, il movimento sindacale norvegese mantenne come soci le persone che avevano perso il lavoro, anche se non potevano pagare le quote. Tale decisione portò come risultato a mobilitazioni di massa. Quando la federazione dei datori di lavoro chiuse gli operai fuori dalle fabbriche per cercare di costringerli a una riduzione degli stipendi, i lavoratori risposero con massicce dimostrazioni.

Molte persone scoprirono allora che i propri mutui erano a repentaglio (suona familiare?) La crisi proseguì mentre gli agricoltori non erano più in grado di continuare a ripagare i propri debiti. Quando la turbolenza colpì il settore rurale, si riunirono gruppi non violenti per scongiurare lo sfratto delle famiglie dalle loro fattorie. Il Partito Agrario, che comprendeva i grandi agricoltori ed era stato precedentemente un alleato del Partito Conservatore, iniziò a distanziarsi dall’1 per cento; qualcuno poté intravedere che l’abilità dei pochi di governare i molti era in dubbio.

Nel 1935 la Norvegia era sull’orlo del crollo. Il governo guidato dai Conservatori perdeva legittimità di giorno in giorno; l’1 per cento diventava sempre più disperato mentre cresceva l’attivismo tra lavoratori e agricoltori. Un completo rovesciamento sarebbe potuto avvenire in un paio d’anni appena, pensarono i lavoratori radicali. Tuttavia, la miseria degli indigenti divenne quotidianamente più urgente e il Partito Laburista sentì crescere la pressione da parte dei suoi membri per alleviarne le sofferenze, cosa che poteva fare solamente se avesse preso le redini del governo in un accordo di compromesso con la controparte.

E così fece. Con una trattativa che consentì ai proprietari di conservare il diritto di possedere e gestire le proprie ditte, la sinistra nel 1935 salì al governo in coalizione col Partito Agrario. Ampliarono l’economia e avviarono progetti di spesa pubblica per favorire una politica del pieno impiego che era diventata la pietra di volta della politica economica norvegese. Il successo del Partito Laburista e il protratto attivismo dei lavoratori permisero regolari incursioni contro i privilegi dell’1 per cento, fino al punto che la maggioranza delle proprietà delle grandi aziende fu rilevata nell’interesse pubblico. (C’è un articolo anche su questo argomento nel Global Nonviolent Action Database).

L’1 per cento perse pertanto il potere storico di dominio sull’economia e sulla società. Solo tre decenni più tardi i Conservatori poterono tornare in un governo di coalizione, avendo accettato le nuove regole del gioco, una quota elevata della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, una tassazione estremamente progressista, una forte regolamentazione dell’economia per il bene comune e la letterale abolizione della povertà. Quando i Conservatori tentarono alla fine un flirt con le politiche neoliberiste, l’economia generò una bolla, dirigendosi verso il disastro. (Suona familiare?)

I Laburisti sono quindi entrati in campo, hanno preso le tre banche più grandi, licenziato i top manager, lasciato gli azionisti senza un centesimo e si sono rifiutati di salvare alcuna delle banche più piccole. Il purificato settore finanziario norvegese non è stato uno di quelli che hanno vacillato nella crisi del 2008; attentamente regolato e in gran parte nazionalizzato, il settore era solido.

Sebbene i norvegesi non ve lo diranno la prima volta che li incontrerete, rimane il fatto che l’alto livello di libertà e di prosperità ampiamente condivisa della loro società è iniziato quando i lavoratori e gli agricoltori, insieme agli alleati della classe borghese, hanno intrapreso una lotta non violenta che ha dato potere alla gente di governare per il bene comune.

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Fonte: How Swedes and Norwegians broke the power of the ‘1 percent’

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI



LETTERA APERTA ALLA GRECIA

feb 4th, 2012 | By admin | Category: News

DI

JOHN TAYLOR
Chief Investment Officer di FX Concepts
Zero Hedge

 

 

 

 

 

 

 

 

Esci, Grecia! Esci ora! Saresti dovuta fuggire due anni fa; hai mancato quest’opportunità, ma meglio ora che dopo. Mentre parliamo, si stanno programmando le vacanze estive, e potresti godere di grandi vantaggi fuori dalla camicia di costrizione dell’euro. Non lasciare che la prossima recessione globale ti mostri i denti. Gli investitori hanno ancora soldi e sono interessati a comprare le tue ricchezze quando i prezzi saranno a terra, e ogni giorno che farai passare, il loro valore calerà sempre più e avrai lo sguardo sempre più disperato.
Ancor più importante: non ascoltare quelli che a Bruxelles dicono sempre “no”, che ti allarmano per i disastri che patirai fuori dalla “coperta protettiva dell’euro”. Fuori le cose sono molto migliori, anche i turchi lo sanno. Date retta ad Angela Merkel e Wolfgang Schäuble; vi stanno dicendo la verità, non c’è speranza per voi nell’euro. Anche se l’ultimo progetto tedesco per portare via la vostra libertà finanziaria è stato bloccato, l’accordo per il coinvolgimento dei privati nel debito (PSI) è altrettanto tossico.

Abbiamo letto sulla stampa che circa il 94% del debito statale è stilato sotto la legge greca, e ciò significa che ne avete il controllo, ma se verrà firmata la trattativa con i creditori privati tutto questo debito sarà scritto sotto la legge britannica. Il vostro parlamento e i vostri giudici diventeranno insignificanti.

Ora hai ancora il controllo sulla valuta del tuo debito, come ogni altro paese, ma dopo il PSI diventerai una provincia della grande Eurozona, incapace di modificare le condizioni del tuo debito. Che sia Bruxelles, Berlino, Washington oppure Londra a tenere il timone, puoi essere sicura che quando questi accordi e la prossima tranche della Troika saranno attive, Atene sarà senza forza. Adesso hai il potere di rimpicciolire il carico del debito uscendo dalla nave dell’euro e valutando la nuova dracma a circa il 50% del valore corrente dell’euro. Facendo questo, avrete alleggerito il peso verso il settore privato e i possessori del debito pubblico: è un grande vantaggio anche senza fare default per il 94% del debito redatto sotto la legge greca.

Non fare la timida, valuta la dracma aggressivamente al ribasso, al di sotto di quanto pensi che debba essere, e poi la stabilizzi. Gli Euro circoleranno insieme alla nuova dracma per alcuni giorni, ma la Legge di Gresham garantisce che non rimarranno a lungo. Quando gli euro saranno andati, molla l’osso. Il sistema finanziario sarà un casino e le banche saranno totalmente in bancarotta. Comunque, si stanno comportando come se lo fossero già, non concedendo prestiti e non assistono l’economia in alcun modo; così non ci perderai troppo, a e alla fine dovrai nazionalizzare le banche comunque. Sarebbe meraviglioso se la BCE vi aiutasse sostenendo la nuova dracma per un anno o anche più, ma non ci contare, l’Eurozona è troppo inguaiata per concedere aiuti. Ricorda, chi esce per primo è il vincitore e la pressione si sposterà su quelli che rimangono.

La cacofonia egoistica degli eurofunzionari e dei politici dell’Eurozona, che ti dicono che starai molto peggio fuori dell’euro, sta solo promuovendo i loro interessi, non i tuoi. Nell’ultimo decennio la Grecia è stato un bel posto dove vendere prodotti, e la Grecia non è più stata un concorrente nei mercati, dovendo vendere a prezzi troppo alti in Europa. Gli altri stanno facendo una fortuna, proprio quando la produzione greca è crollata.

Per di più, la Grecia è stata posta fuori mercato anche dal turismo. I visitatori dell’Egeo ora puntano alla Turchia e nell’Adriatico alla Croazia. Con la nuova dracma che abbassa i prezzi, TUI, Thomson Travel e gli altri pacchetti delle agenzie di viaggio faranno la fila sulle vostre spiagge, avviando una rapida espansione. Il lato negativo è quelle BMW diventeranno molto care, come tutti gli altri prodotti importati, ci saranno privazioni e inflazione. Anche quando ci saranno pesanti richieste di adeguamento dei salari, non le dovrai accontentare. Diventerai di nuovo libera scegliendo la tua strada.

Il tenore di vita calerà per tutti, ma la compensazione verrà dalla nuova vita del turismo, fabbricare sarà di nuovo remunerativo e il mercato dei beni immobili si rafforzerà. All’improvviso, la Grecia sarà un paese dove è possibile farsi una vita. La Turchia è stata chiusa a chiave fuori dall’Europa e gli è andato proprio bene.

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Fonte: John Taylor’s Open Letter To Greece: "Get Out Greece! Get Out Right Now!"

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



CENTINAIA DI CIVILI MASSACRATI NON È UN “NUMERO ENORME” PER OBAMA

feb 2nd, 2012 | By admin | Category: News

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì pomeriggio, Barack Obama è diventato il primo presidente a partecipare a una riunione virtuale on line su Internet.

Anche se potrebbe trattarsi di un atto degno di apparire sui libri dei primati, il Presidente Obama ha fatto anche qualcos’altro durante il suo discorso a cui l’America si è oramai abituata: ha mentito al mondo intero.
Parlando lunedì in una web-chat ospitata da Google, il presidente si è pronunciato su una serie di domande poste dalla gente americana. Nel giro di quarantacinque 45 minuti, il Presidente Obama ha giustificato lo Stop Online Piracy Act rifiutandosi di parlare della questione a 360° gradi, ha ammesso al mondo che non è poi un gran ballerino e che ha preso lezioni da un mimo professionale. Nel frattempo, ignorando i veri problemi o mancando di proporre una qualsiasi soluzione solida ai gravi problemi della nazione, ha detto un qualcosa di abbastanza importante che tutti dovrebbero ben ponderare: le missioni in corso dei droni statunitensi non sono tutto quest’inferno.

Se fate la stessa domanda a una persona che sia al di fuori dello Studio Ovale – soprattutto fuori dagli Stati Uniti -, è probabile vi dia una risposta diversa.

Cercando di contrastare una domanda sui bombardamenti dei droni, lunedì il Presidente Obama ha difeso le missioni attuali, dicendo che sono necessarie per individuare i terroristi in un modo più efficace. "Se li dovessimo rintracciare con un altro sistema, questo potrebbe comportare un’azione militare molto più intrusiva rispetto a quelle che stiamo intraprendendo”, ha asserito il presidente parlando dei droni. Mentre un argomento potrebbe essere fatto facilmente che conduzione parli in modo confuso missioni al posto di mettendo stivali sulla terra è migliore per le Forze Armate Stati Uniti, il presidente porsi molto la linea lunedì quando lui sottovalutò il risultato degli scioperi.

Gli attacchi dei droni, realizzati da velivoli privi di personale, controllati a distanza di migliaia di chilometri, non fanno grandi danni. Secondo Obama, i droni non “hanno causato un numero enorme di vittime civili" e ha aggiunto che è "importante sapere che questa cosa viene tenuta con un guinzaglio molto stretto".

Quanto è piccolo questo numero non così enorme? Se chiedete a qualcuno al di fuori della comunità di intelligence americana, vi dirà che è nell’ordine delle centinaia.

Ma cosa sono alcune centinaia di vittime civili, allora?

Obama ha suggerito che continuare il programma dei droni non sarebbe stato dannoso per la sicurezza dei cittadini stranieri, ma le ricerche condotte al fuori degli Stati Uniti dicono altrimenti. L’estate scorsa, il Bureau of Investigative Journalism britannico ha asserito che, dall’inizio dei bombardamenti dei droni statunitensi, almeno 385 civili stati stati uccisi negli attacchi guidati dagli Stati Uniti. Di questi, il Bureau considera che circa la metà siano bambini al si dotto dei 18 anni.

Se non credete alle parole dei giornalisti stranieri, persino l’intelligence americana può confermare che il dato di “un numero non enorme" potrebbe essere un’affermazione un po’ esagerata. Un esperto funzionario statunitense, che ha parlato sotto anonimato, ha comunicato l’anno scorso alla CNN che i bombardamenti dei droni avevano tolto la vita a 50 civili in tutto. Siccome le missioni dei droni non vengono riportate e le morti non vengono contate, il numero effettivo, sfortunatamente, potrebbe essere molto più alto di quanto possano dirci la CIA o il Bureau of Investigative Journalism. In un solo bombardamento del marzo scorso, ventisei pakistani sono stati uccisi nel corso di una missione statunitense su Islamabad. Una volta contate le vittime, fu rivelato che più di una dozzina delle morti di quella sola incursione riguardavano civili innocenti.

Nella pubblicazione delle proprie scoperte avvenuta lo scorso anno, il "Bureau of Investigative Journalism ha asserito che il numero dei civili uccisi nei bombardamenti dei droni degli USA probabilmente era del 40 per cento superiore a quanto riportato sempre dagli Stati Uniti. Tra il 2004 e il 2011, hanno ponderato una stima di circa 385 vittime civili, ma hanno aggiunto nella ricerca che il conteggio poteva raggiungere i 775 feriti.

Che, se chiederete al Presidente Obama, non è un numero enorme.

Se 775 non è un numero enorme, allora 56 sarà sicuramente una frazione. Si tratta del numero di bambini uccisi dai droni statunitensi nei primi venti mesi dell’amministrazione di Obama.

"Che sia una morte causata dai missili dei droni o da un attentato suicida, è sempre una morte di un bambino di troppo", Unicef ha così replicato alla notizia.

Solo nel 2009 quasi 600 civili sono stati uccisi in Afghanistan, e le Nazioni Unite considerano che il 60 per cento sia il risultato diretto di bombardamenti, effettuato con i droni o con un altro sistema. In Pakistan, i civili dicono di essere terrorizzati degli aerei automatizzati e dai danni che già hanno fatto. “Non c’era un solo talebano militante in Pakistan prima dell’11 settembre, ma da quando noi ci siamo uniti a questa guerra, dobbiamo subire atti di terrorismo, bombardamenti e le missioni dei droni”, ha detto alla stampa nel 2011 il leader del Movimento per la Giustizia Imran Khan.

In Libia, dove gli Stati Uniti non hanno mai preso parte ufficialmente al conflitto, secondo Obama le truppe americane hanno lanciato 145 bombardamenti con i droni nel tentativo di cacciare il regime di Muammar Gheddafi nel giro di qualche mese. Come per la gran parte delle missioni dei droni, il Dipartimento della Difesa non ha rilasciato alcuna statistica ufficiale sulle vittime provocate dai bombardamenti.

Indipendentemente dal danno che un bombardamento dei droni può infliggere agli insorti nemici, gli esperti dicono che prezzo pagato dai civili è molte volte superiore a quello patito dai militanti. In un rapporto del 2009 del Brookings Institute, Daniel L. Byman scrisse che "per ogni militante ucciso, sono morti dieci o più civili".

In Pakistan, dove i bombardamenti dei droni sono diventati una pratica quotidiana, i borghesi sono terrorizzati dal poter diventare il prossimo obiettivo fortuito di un aereo americano. Saadullah, un adolescente che l’anno scorso parlò con un reporter della BBC, ha perso le due gambe nel corso di una missione. Tre dei suoi parenti, tutti civili, sono stati uccisi dai bombardamenti americani. Asghar Khan, un anziano di Islamabad che parlò anche lui con la BBC, ha riferito che anche tre suoi parenti sono stati colpiti dai bombardamenti.

"Mio fratello, mio nipote e un altro parente sono stati uccisi da un drone nel 2008", ha detto Khan: "Erano seduti assieme a questo uomo ammalato quando ci fu l’attacco. Non c’erano talebani in giro".

Un decennio dopo che gli Stati Uniti hanno avviato la cosiddetta cooperazione con l’intelligence pakistana, i sentimenti antiamericani continuano a crescere visto il numero degli incidenti. "Quando interveniamo in questi paesi per inseguire le piccole celle di nemici, finiamo per alienarci il paese intero, che si schiera contro di noi", sono le parole dette da David Kilcullen, esperto di controterrorismo, al Brookings Institute.

Ora che gli Stati Uniti lanciano i droni di sorveglianza sul cielo dell’Iraq anche se la guerra è terminata ufficialmente, c’è un altro paese che si sta preoccupando del fatto che i droni possano sganciare bombe sui civili. "Sentiamo a volte che i droni hanno sterminato metà di un villaggio in Pakistan e in Afghanistan col pretesto di combattere i terroristi", ha detto il trentasettenne proprietario di un caffè, Hisham Mohammed Salah, al New York Times solo questa settimana: “La nostra paura è che tutto questo accadrà in Iraq con un pretesto differente".

In base al nuovo budget del Pentagono, gli Stati Uniti elimineranno gradualmente circa 100.000 membri del personale militare, mentre aggiungeranno stormi di droni al suo arsenale già dotato di aerei robotici. I droni diventeranno presto l’arma non-tanto-segreta degli Stati Uniti e faranno fuori per intero gli elementi delle Forze Armate? Non è da escludersi. Dopo tutto, un bombardamento di un drone autorizzato lo scorso anno da Obama ha portato alla morte di due cittadini americani che, a quanto pare, indossavano gli abiti dei terroristi.

Non preoccupatevi, comunque. Obama ci ha detto che queste cose sono tenute a guinzaglio stretto. Chi è che lo tiene così stretto è una cosa ancora non troppo chiara. A novembre il Wall Street Journal ha scritto che le “firme” per autorizzare i bombardamenti che riguardano la gran parte delle missioni dei droni della CIA finiscono sulla scrivania del presidente solo dopo che sono stati portati a termine. Gli Stati Uniti devono dare notizia al Pakistan di questi bombardamenti, a proposito, solo se ritengono che possano superare le venti vittime.

Che, poi, non è comunque un gran numero.

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Fonte: Hundreds of slaughtered civilians isn’t a ‘huge number’ for Obama

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE



GRECIA. IL TERZO MONDO E’ SEMPRE PIU’ VICINO

feb 1st, 2012 | By admin | Category: News

DI

ARGIRIS PANAGOPOULOS
ilmanifesto.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli speculatori tornano in borsa e a scuola bambini a stomaco vuoto

Nella foto: un bambino riceve cibo da una Chiesa Ortodossa ad Atene

La Grecia precipita nel terzo mondo: i suoi bambini restano con lo stomaco vuoto, mentre i turisti che visitano il paese possono godersi a basso prezzo i souvlaki e le insalate greche al suono dei bouzouki. Le politiche di Papandreou, Papadimos e della troika hanno fatto si che migliaia di bambini delle scuole elementari di Atene si ritrovano a stare in classe senza poter mangiare niente. In centinaia poi sarebbero costretti a restano a volte fino alla fine dell’orario prolungato, alle quattro di pomeriggio, con lo stomaco vuoto.
Dopo le pressioni dei presidi delle scuole, delle associazioni di genitori e dei media, il ministero della Pubblica istruzione ha riconosciuto i casi di bambini malnutriti e ha annunciato ieri che dalla settimana prossima comincerà la distribuzione di «piccoli pasti» a 18 istituti che hanno sede nei quartieri più disagiati di Atene e nel suo hinterland. Il programma si estenderà in seguito ad altri quartieri abitati storicamente da operai e popolazione con bassi redditi, immigrati e zingari. I bambini vanno alle elementari dalle 8 fino alle 13 o alle 14. Ma possono fermarsi fino alle 16 su richiesta dei genitori. Solo che non sono previsti servizi di mensa. I bambini sono costretti così a portarsi il pranzo da casa.
Ogni pasto costerà al ministero tra 1 e 2 euro, mentre i ministeri della Sanità e della Pubblica Istruzione stanno tardivamente pensando di assistere direttamente le famiglie disagiate che lamentano problemi di malnutrizione per i loro bambini. La ministra della Pubblica istruzione ed ex Commissaria Europea Anna Diamantopoulou aveva negato ripetutamente che in Grecia potessero esserci bambini malnutriti, però i presidi di tante scuole hanno smentito l’esponente socialista, chiedendo l’intervento delle autorità pubbliche.
Intanto, l’ondata di freddo che in questi giorni sta colpendo anche la Grecia, ha costretto molte scuole prive di riscaldamento a chiudere i battenti e a lasciare i bambini a casa. Tre senzatetto e un immigrato sono morti assiderati nelle strade. L’aeronautica militare ha mandato ieri delle coperte ai senzatetto di Atene. Nel frattempo gli speculatori sono tornati nelle borse, aspettando la conclusione delle trattative per il taglio del debito greco. O, meglio, del salvataggio delle banche. La borsa di Atene ha guadagnato ieri il 6,13%, grazie alle banche che hanno guadagnato il 17,25%.

Argiris Panagopoulos
Fonte: www.ilmanifesto.it



IN FAVORE DEL PROTEZIONISMO

feb 1st, 2012 | By admin | Category: News

DI

MAURIZIO BLONDET
rischiocalcolato.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Apple delocalizza ancor di più, e finalmente il New York Times si inquieta di ciò che la globalizzazione ha fatto agli esseri umani americani. Praticamente tutti i 70 milioni di iPhone e i 30 milioni di iPad sono fabbricati fuori dagli USA. Apple ha ancora 43 mila dipendenti negli Stati Uniti; ma paga altri 700 mila lavoratori non americani che dipendono da sub-fornitori, contractors e progettisti. (How the U.S. Lost Out on iPhone Work)

Ora, altri posti di lavoro nell’industria più famosa del mondo stanno per emigrare, e non tornare più, piange il New York Times. Dalla sua inchiesta emergono alcune realtà sottaciute sui veri rapporti fra capitale e lavoro nel capitalismo terminale.

Nel 2011, Apple ha estratto 400 mila dollari di profitto puro da ognuno dei suoi dipendenti, più di Goldman Sach, Exxon o Google. Solo microscopiche briciole di questo titanico profitto sono state restituite ai lavoratori che l’hanno generato. Anzi il lavoro è pagato sempre meno.

Apprendiamo dall’inchiesta del massimo giornale americano quanto costa fabbricare un computer che viene messo sul mercato a 1.500 dollari: 22 dollari a Elk Grove (cittadina della Silicon Valley californiana), ma 6 dollari a Singapore, e 4,85 a Taiwan. Su un prezzo finale, ripeto, di 1.500 dollari, il costo del lavoro sembra risibile comunque. Eppure la differenza basta, secondo il dogma liberista, a giustificare la delocalizzazione.

Ma ciò che allarma il New York Times è la scoperta che, ormai, non sono nemmeno più le paghe basse il vero motivo delle ultime delocalizzazioni. Sono, invece, la rapidità ed alta qualità dei lavoratori cinesi impiegati nel montaggio, la vasta e integrata rete di industrie di sub-fornitura, la sua velocità ed adattamento nel rispondere alle richieste di Apple.

Il giornale cita un esempio che mette il freddo alla schiena: poche settimane prima dal lancio sul mercato dell’iPhone, Steve Jobs si accorge che lo schermo in plastica si riga facilmente, e pretende immediatamente, strepitando, uno schermo in vetro. Vi risparmio i dettagli sulla difficoltà tecnica di tagliare rettangolini di vetro temprato ad angoli smussati, problema che una ditta cinese si offre di risolvere. Si tratta di riprogettare la parte all’ultimo minuto, mettere in piedi una linea di montaggio nuova.

Soluzione: altra telefonata in Cina. A mezzanotte ora locale. Là, racconta il New York Times,

«un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dellazienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezzora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo 10 mila iPhones al giorno».

«L’intera catena di fornitura oggi è in Cina», si esalta un dirigente di Apple: «Hai bisogno di mille guarnizioni in gomma? La fa la ditta a fianco. Vuoi un milione di viti? È la fabbrica nella strada accanto. Vuoi le viti fatte in modo un po’ diverso? Ci vogliono tre ore». E tutto benissimo, con grande qualità e flessibilità, lavorando tanto e con tanti uomini quando c’è bisogno, e poco con pochi uomini quando non occorre.

Conclude un altro dirigente Apple (tutti anonimi, per prudenza, ci vuol niente a farsi licenziare in tronco):

«Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

E questo, finalmente, allarma il grande giornale americano: la improvvisa consapevolezza che la delocalizzazione – sottoprodotto inevitabile della globalizzazione – ha provocato una perdita di competenze, di know-how e di tessuto industriale nella nazione, che sta diventando irreversibile.

Non ci saranno mai più in USA i lavoratori «ideali» per il capitalismo terminale – ossia alloggiati a migliaia nei dormitori aziendali, svegliabili nel cuore della notte per cominciare turni di 12 ore, nutriti con tè e un biscotto – perchè i lavoratori americani, pur disposti a quella nuova vita, non sono più capaci di fare il lavoro.

Ovviamente, il giornale di New York non arriva a dire esplicitamente che quelle capacità dei lavoratori cinesi ed asiatici, e il tessuto di distretti industriali integrati che risponde alle «esigenze della casa», non sono eventi naturali: sono stati «regalati» dall’ex Primo Mondo alla Cina e all’Asia, a forza di globalizzazione. È la conseguenza di aver ammesso la Cina nel «mercato globale» nonostante le sue violazioni delle condizioni dettate dal WTO per gli (altri) attori del mercato globale: libera fluttuazione della moneta nazionale, condizioni «decenti» di lavoro, adesione ai Protocolli di Kyoto sull’inquinamento, assenza di dazi doganali.

A queste condizioni, beninteso, solo gli occidentali obbediscono. La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento, alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere nelle multe miliardarie del WTO.

Il gioco è sleale, i dadi sono truccati. Ma metterli in discussione significa evocare una parola demoniaca, censurata, una parola tabù: protezionismo.

Nel 2009, la Francia è stata minacciata di sanzioni dalla Commissaria Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, per aver condizionato il sostegno pubblico alla sua industria automobilistica a un impegno a non-delocalizzare e a proteggere i posti di lavoro interni. Nello stesso tempo, anzi da prima (dal 2000) Pechino ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aerei di medio raggio, obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, dunque ad insegnare là le competenze e creare le strutture che accetta di far sparire da questa parte del mondo; in attesa del momento in cui, inevitabilmente, la Cina avrà imparato a sostituire anche i quartier generali di progettazione. E allora ci sarà uno Steve Jobs clonato con occhi a mandorla. Perchè la perdita di know how non si ferma certo al livello dei tecnici di medio rango.

Ma non si può ripagare la Cina con la sua moneta, mettendo dazi contro le sue merci: è «protezionismo», e la dogmatica economica vigente sostiene che il protezionismo fu la causa della grande depressione 1929-39. Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.

Ma è proprio così?

Recentemente il Mercosur (la sorta di mercato comune che unisce i Paesi sudamericani, compreso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto di comune accordo misure di protezione del suo mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dalla Cina e dagli USA, entrambi accusati di mantenere artificiosamente svalutata la loro moneta. Il Brasile ha imposto diritti di dogana del 30% sulle auto importate dall’estero. Vale la pena di notare che si tratta di Paesi in crescita, nei quali il protezionismo non porta alla rovina, ma al contrario ha provocato alcuni fenomeni di ri-localizzazione. L’Argentina, ponendo dazi sui Blackberry importati, ha «convinto» la ditta produttrice, la multinazionale RIM, a produrre in Argentina i cellulari che vi vende.(Protectionnisme : l’exemple du Mercosur, par Jean-Luc Melenchon)

Un economista francese, Gael Giraud del CNRS (la Francia sembra il solo Paese dove si cerca di opporsi al tabù, portando il protezionismo nella discussione pubblica) (1) ha provato a valutare costi e benefici dell’elevare «una barriera di dazi doganali attorno alla UE», un mercato di 495 milioni di abitanti, il più vasto e (per il momento) ancora il più ricco mercato del mondo. Prima che perda ulteriori competenze e tessuto sociale, Giraud propone di imporre attorno all’Unione barriere doganali penalizzanti beni, servizi e capitali provenienti da Paesi che: a) non rispettino le condizioni di lavoro «dignitose» secondo la definizione di dignità elaborata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (un ente dell’ONU); b) che non rispettino gli accordi di Kyoto sull’inquinamento (che le imprese europee sono obbligate a rispettare dalla Commissione Europea; c) che tollerano o mantengono istituzioni che permettono di eludere la tassazione dovuta altrove, paradisi fiscali e simili, nei termini della «opacità finanziaria» come definita dal Tax Justice Network.

Come si vede, c’è il tentativo di appoggiare i dazi punitivi non già a convenienze d’interessi lobbistici, ma a criteri «oggettivi» definiti da organizzazioni internazionali rispettate.

Nè Giraud pensa alle barriere doganali come ad una comoda protezione dietro alle quali si limiti a vivacchiare un’Europa sempre meno concorrenziale e con industrie obsolete. No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura:

«Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

L’Unione Europea sembra voler promuovere l’economia «verde», la trasformazione in senso ecologista-biologico, più «pulito» e ad «energia rinnovabile» della produzione? E allora faccia sul serio: il clima e l’energia richiedono grandi investimenti infrastrutturali a lungo termine: la diffusione di treni ad alta velocità, la cattura del biossido di carbonio (il famoso gas ad effetto-serra), l’isolamento termico delle abitazioni esistenti per il risparmio energetico… Investimenti da forse 600 miliardi di euro, che non sono possibili sotto la pressione della concorrenza internazionale, che lima i profitti e il surplus. Invece, le tasse estratte coi nuovi diritti doganali fornirebbero i mezzi necessari per finanziare la grande transizione verso l’industria verde e l’agricoltura sostenibile.

Un’Europa così fortificata e dedita alla propria mutazione interna esporterebbe di meno? Non dimentichiamo che nè l’Inghilterra nella prima rivoluzione industriale, nè gli USA e nemmeno la Germania hanno fatto ricorso alle esportazioni per il loro decollo economico. Il successo della Germania che ha fondato la sua ripresa nell’export, e che è la causa degli squilibri interni alla UE che penalizza i Paesi mediterranei (2), non è sostenibile a lungo termine – e nessuna concorrenza alla Cina può durare.

Il cordone sanitario dei dazi non significa rinunciare alla concorrenza. Al contrario, significa ristabilire condizioni di concorrenza leali all’interno del mercato europeo, in quanto le aziende estere che intendono continuare a profittare del grande mercato europeo dovranno portare almeno parte della produzione in Europa – insomma la protezione porta alla ri-localizzazione – e dovranno produrre nelle stesse condizioni della aziende europee. Naturalmente anche gli Stati europei che finora si sono esentati dalle norme europee dovranno assoggettarsi ad una armonizzazione fiscale per rendere la concorrenza leale: Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda sono oggi dei veri e propri paradisi fiscali che attirano aziende con le basse imposizioni tributarie. Dovranno decidere se restare dentro o fuori.

Il protezionismo abbasserà il costo della vita, attraverso il rincaro dei prodotti importati e gravati da dazi doganali?

Giraud ci ricorda questa semplice verità: i prezzi bassi dei cellulari e computer asiatici sono un’illusione. Ciò che oggi in Europa guadagniamo come consumatori di merci a buon mercato, lo perdiamo come salariati, data la compressione dei salari dovuta alla globalizzazione (le nostre paghe stanno scendendo verso quelle cinesi); senza contare il gravissimo costo, mai conteggiato, della perdita posti di lavoro, di competenze e tessuto industriale irreversibile, che è niente meno che il degrado della civiltà occidentale. Per contro, la protezione doganale renderebbe possibile il recupero dei salari che incide crudelmente in tutta Europa, Germania compresa. Oltretutto, come abbiamo già detto, le imprese estere, per evitare i dazi, non avrebbero che da spostare la produzione per il mercato europeo all’interno del continente europeo: la fuga delle delocalizzazioni potrebbe conoscere un’inversione. Com’è già avvenuto in Argentina per i Blackberry, e in Brasile per lo iPad, che la cinese Foxconn ha accettato di produrre in Brasile.

Bisogna tenere in conto che alle elevazioni di dazi o tariffe europee il resto del mondo, Cina anzitutto, risponderebbe con ritorsioni, con dazi sulle nostre esportazioni. Le imprese esportatrici europee ne soffrirebbero, ci viene detto coi toni più allarmistici. Ma è mai stato fatto il calcolo dei costi-benefici? Giraud è il primo a provarci, buttando giù due cifre: che valgono per la Francia, ma sostanzialmente anche per l’Italia.

Nel 2008, erano 100 mila le imprese francesi che esportavano all’estero: sembrano tante, ma sono una impresa su 20 (le altre 19 lavorano per il mercato nazionale). Per giunta, solo 1.000 (mille) di queste imprese assicurano il 70% della cifra d’affari all’export; sono i grandi gruppi francesi, oppure gruppi stranieri con basi in Francia. La parte delle piccole-medie industrie resta limitata.

Non basta: la metà delle piccole-medie imprese esportatrici ha come sbocco Paesi dell’Europa, dunque non sarebbero penalizzate dal cordone sanitario dei dazi doganali. Solo un quarto esportano verso un Paese emergente. Gli introiti prelevati coi dazi potrebbero essere impiegati a sostenere queste piccolo-medie imprese penalizzate dalle ritorsioni commerciali estere. Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di mercati esteri.

Ad essere veramente penalizzato in Europa sarebbe il settore finanziario: come sappiamo, è questo il settore che ha imposto le «politiche» a sè favorevoli, che oggi passano come il Vangelo del buon-governo, e che la Commissione Europea e la BCE applicano con dura diligenza: bassa inflazione (che fa comodo ai creditori finanziari) e abbassamento dei salari reali (la «grande moderazione» applicata da Ciampi su ordini dei superiori incogniti, ed accettata dai sindacati). D’altra parte, la bassa inflazione ha reso socialmente sopportabile la deflazione salariale alle classi lavoratrici (non parlo dei dipendenti pubblici, che in Italia hanno strappato aumenti maggiori dell’inflazione). Però è proprio l’inflazione mantenuta artificialmente bassa dal «rigore» dei banchieri centrali ad aver favorito l’esplosione dei rendimenti finanziari, nonostante una crescita dell’economia reale assai fiacca da vent’anni. Il che significa, per parafrasare Paul Krugman, che il settore finanziario «ha estorto valore anzichè crearlo», il capitale s’è ritagliato la fetta più grande a spese del lavoro… fino a quando l’insufficienza del potere d’acquisto delle famiglie occidentali ha portato al ricorso massiccio al credito al consumo, del resto attivamente offerto dalla finanza speculativa, che a sua volta ha portato al crack del 2007, con le famiglie americane insolventi sui mutui che non potevano permettersi. E adesso, per salvare il sistema parassitario, hanno dimenticato il dogma della «stabilità dei prezzi»: stampano moneta al galoppo, il che presto o tardi riprodurrà inflazione, e forse iper-inflazione.

La barriera doganale consentirebbe un rilassamento della stretta salariale in Europa. Non si deve dimenticare che i Paesi europei hanno conosciuto i loro periodi di crescita, persino di «miracolo economico», in tempi di relativa inflazione. Le rendite finanziarie se ne trovano meccanicamente erose. Non è detto sia un Male Assoluto.

D’altra parte, i Paesi grandi esportatori hanno bisogno di rivalorizzare la domanda interna, anzichè spingere l’export con tutti i mezzi. In Cina, il consumo delle famiglie rappresenta meno del 35% del PIL nazionale; era il 50% nel 1998. La massa salariale cinese è stata nel 2010 pari al 48% del PIL, mentre era il 52% nel 2001. È evidente che i successi che la Cina ha tratto dalla globalizzazione non sono distribuiti ai suoi salariati; e che i cinesi consumano troppo poco.

Prima della apertura ai mercati mondiali, la Cina aveva un’assicurazione sanitaria rudimentale, ma universale; è stata abolita per accrescere il suo «vantaggio competitivo» abbassando ulteriormente il suo costo del lavoro. È a questa logica aberrante che l’erezione di barriere doganali europee farebbe da ostacolo. Non è sano un mondo in cui l’OPEC e la Russia, esportatori di petrolio, realizzano da soli il 50% delle esportazioni mondiali; nel 1998, era il 27%. Anche quei Paesi devono volgersi allo sviluppo del mercato interno.

Con i suoi 450 milioni di abitanti che hanno ancora competenze e solvibilità, l’Europa resta il mercato più vasto e ricco del mondo e potenzialmente con una buona misura di autosufficienza; ha dunque argomenti da far valere a quei Paesi che minacciassero ritorsioni commerciali, onde negoziare le condizioni a cui accetta di acquistare da fuori beni e servizi. Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate. Il che significa che già subiamo «ritorsioni», senza aver nemmeno cominciato a praticare il protezionismo.

Scoppiata la crisi, gli Stati si sono indebitati – precisamente, hanno indebitato i contribuenti – per salvare le banche; le norme della concorrenza del Trattato di Lisbona sono state rovesciate dalle concentrazioni bancarie operate a causa (o col pretesto) della crisi, ancorchè il rischio sistemico connesso a banche troppo grandi per esser lasciate fallire contravvenga platealmente alle regole della concorrenza. Come si vede, la Commissione sa fare eccezione ai suoi sacri principii, quando conviene alla finanza.

È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico. Occorre che si acquisti coscienza della perdita di competenze e reti industriali irreversibile, che è il vero costo della globalizzazione. Bisogna dare la coscienza di massa che il dumping salariale, la «deflazione interna» e l’austerità, non è la sola via che ci resta per risanare l’economia.

Ovviamente, ci si devono aspettare forti e varie opposizioni. L’Inghilterra resterà ostile per tradizione (ha inventato il liberismo mondializzato) e per le sue relazioni transatlantiche (buon pro le faccia). La Germania ha scelto la via delle esportazioni extra-europee come motore principale della sua crescita; dato il suo attuale successo, si sente come il grande beneficiario del libero-scambismo globale. Occorrerà attendere che l’illusorietà di questa soluzione sia manifesta, come inevitabilmente avverrà. L’America che credeva di essere la grande favorita della globalizzazione, sta scoprendo amaramente – come rivela il New York Times – di aver perso la produttività dei suoi lavoratori e la loro alta qualità, a vantaggio dei cinesi che hanno imparato – nelle imprese delocalizzate dall’Occidente – il lavoro di qualità, per giunta più flessibile, più rapido, più integrato in distretti industriali nuovi di zecca, e a basso costo. L’illusione tedesca è, a termine, insostenibile. Le sue classi medie hanno visto calare il loro potere d’acquisto in questi 15 anni, e l’hanno disciplinatamente accettato per conquistare le posizioni di grande esportatore sul mercato globale; ma verrà il giorno in cui scoprirà di non essere competitiva di fronte alle competenze acquisite (anzi, che abbiamo regalato) ai giganti demografici asiatici. Allora si troverà davanti ad una dolorosa revisione di strategia, e di ideologia.

Quando? «Una revisione profonda del concetto stesso di concorrenza», conclude tristemente Giraud, «non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, nè della Organizzazione Mondiale del Commercio».

Maurizio Blondet
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/01/in-favore-del-protezionismo-maurizio-blondet.html
 

1) Per esempio, un saggio dal titolo Inévitable protectionnisme, di Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger e Adrien de Tricornot viene ampiamente discusso su LExpress (Le libre-échange en échecs)
2) Un recentissimo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) accusa i bassi salari tedeschi di essere la causa dello squilibro strutturale della zona euro. «Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrenti, mettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». (Les bas salaires allemands accusés d’être à l’origine de la crise en zone euro).



L’ACTA, l’ennesima legge bavaglio?

gen 31st, 2012 | By admin | Category: News

L’ACTA, Anti-Counterfeiting Trade Agreement (“accordo anti-contraffazione”, noto anche con l’acronimo ACTA) è la proposta di un accordo commerciale plurilaterale dedicato alla protezione della proprietà intellettuale relativamente a beni, merci e servizi materiali e immateriali. Ufficialmente l’accordo ha come obiettivo principale quello di creare degli standard internazionali con cui rendere effettiva la tutela dei diritti di proprietà intellettuale. In altre parole nascerebbe solo per contrastare efficacemente la contraffazione e la pirateria. Negli USA, il presidente Obama ha posto l’ACTA tra le priorità della sicurezza nazionale. Un provvedimento che non ha precedenti storici, è infatti la prima che la protezione delle industrie del cinema e della musica diventa, per gli Stati Uniti una  materia di sicurezza nazionale. Di conseguenza, molte persone in tutto il mondo stanno protestando  poichè temono che questo accordo non porterà solo dei benefici… E’ facile immaginare chi abbia ragione…