dalla collaborazione
di

Marco Pizzuti e Massimo Mazzucco

Uno degli argomenti più dibattuti, all’interno della querelle mondiale sul cristianesimo, è sicuramente quello che riguarda la sindone di Torino.
Il realtà, l’importanza attribuita all’autenticità di quel telo appare esagerata, sia da un fronte che dall’altro.
Da parte dei cristiani, poter dimostrare che quel telo sia autentico (che risalga cioè ai tempi di Pilato) non dimostra comunque che il cadavere avvolto fosse quello di Gesù.
Sul fronte opposto, dimostrare che il telo non risalga a quell’epoca non aiuterebbe in alcun modo coloro che vogliono negare l’esistenza del cristo storico tout court: solo perchè quello NON è il telo che avvolse Gesù, non significa che questi non sia esistito.
Nonostante l’evidente futilità della disputa, orde di appassionati, su un fronte e sull’altro, hanno fatto della verità sulla sindone una specie di test supremo, conclusivo e irrefutabile, dal quale sembra quasi dipendere la legittimità stessa del cristianesimo.
L’ABUSO DEL METODO SCIENTIFICO
La cosa più interessante è che proprio il cristiano, che ripete incessantemente – e correttamente – che la fede sia questione di dogma, e vada quindi accettata al di fuori dell’ambito razionale, stia poi a scervellarsi per trovare il modo di “dimostrare” in maniera scientifica l’autenticità di quel telo.
Ne è un ottimo esempio, fra i tanti reperibili in rete, un articolo pubblicato da un’associazione di medicina alternativa, dal titolo “Uomo della Sindone. Riflessioni sul significato simbolico specifico delle ferite”.
Vale la pena di seguire per intero il ragionamento dell’Autore, perchè è tipico di un abuso del metodo scientifico/razionale da parte di chi lo disdegna, quando rappresenti un ostacolo alle proprie tesi, ma è pronto a farsene scudo …

… se crede invece che possa tornargli utile.
L’Autore si dice interessato ad una lettura della sindone in luce del taoismo e della simbologia orientale, ma sembra tradire già in partenza la sua vera finalità, quando dichiara:
Proprio per necessità di coerenza vengono dichiarati in apertura due preconcetti, prefissi di conformità, da cui queste riflessioni nascono “viziate”:
• il primo è che il crocifisso avvolto nel lenzuolo fosse tal Jeshua (Gesù) di Nazareth.
• il secondo è che lo stesso Gesù di Nazareth sia il Cristo Salvatore e che sulla croce sia avvenuto per Lui per un verso il compimento del suo Mandato, per l’altro la vittoria definitiva sul Maligno, il compimento del confronto iniziato fra i due con le tentazioni nel deserto.
A quel punto l’Autore si accorge di aver forse esagerato, e cerca supporto nel “metodo scientifico”:
Primo preconcetto: in effetti non è più solo un preconcetto. Una serie rilievi scientifici ne fa un dato statisticamente certo.
• la fattura del lenzuolo, il cui filato è “ritorto a Z” (in senso orario) anzichè ad S (in senso antiorario) come invece in epoche successive, indica trattarsi di un telo antico perchè composto con tecniche di filatura e tessitura delle quali s’era persa memoria già nel primissimo Medioevo
• la presenza di pollini (vi sono depositati pollini di oltre 30 piante primaverili del Medio Oriente e pollini di flora delle Alpi) e frammenti di fiori primaverili palestinesi (A.Danin, U. Baruch 1999).
• Sono state rilevate le impronte di due diverse monete poste sul viso dell’uomo sindonico, che appartengono al tempo di Ponzio Pilato (una delle due è fatta coniare da lui medesimo), la cui esistenza era ignota fino al secolo scorso (Moroni, Barbesino ,Bettinelli, 2002).
• inoltre, si trovano sul telo tracce di aloe e di mirra nonchè di aragonite (una composizione di carbonato di calcio, ferro e stronzio), una terra presente a Gerusalemme e, in particolare, in una tomba studiata dal Levy-Setti, ricercatore di Chicago che, confrontando con l’aragonite della Sindone, ha concluso che le due terre sono esattamente uguali.
In ogni caso, l’Autore sa bene che tutti questi “argomenti” possono al massimo dimostrare che il telo provenga dalla Palestina di 2.000 anni fa, ma nulla di più, e cerca quindi qualcosa di preciso e incontestabile, che possa chiudere definitivamente la partita a suo favore:
Accurate e pazienti ricerche con l’avanzatissimo microdensitometro dell’Istituto d’Orsay di Parigi, hanno fatto affiorare tracce grafiche, secondo un preciso modulo paleografico, nei pressi del volto. Secondo i paleografi sono caratteri greci. Essi riporterebbero delle scritte sbiadite.  In particolare due, una alla sinistra del volto scritta da lato e l’altra sotto il mento: “NAZARENO” e “IHOY”, Jeshua in ebraico.
Ovvero, l’ “avanzatissimo microdensitometro”, che con “accurate e pazienti ricerche” ci rivelerebbe il nome di Gesù, viene citato come cardine della dimostrazione in corso, mentre l’Autore sceglie di ignorare le arcaiche, imprecise – ed evidentemente “frettolose” – datazioni al radiocarbonio, eseguite una trentina di anni fa, che collocavano invece la sindone intorno al 1340, con un margine di errore di + – 50 anni.
Dicesi “scienza discrezionale”, nella quale è lecito citare le nozioni utili alla tesi, ignorando con grande eleganza tutte le altre.
In realtà, quello della datazione al radiocarbonio costituisce ancora oggi l’ostacolo principale per chi insiste nel sostenere l’autenticità del telo, ma di questo parleremo in seguito. Vediamo prima fino a che punto può spingersi l’abuso del cosiddetto approccio scientifico, quando ritenuto utile alla causa. L’articolo prosegue così:
La probabilità complessiva calcolata che l’impronta cadaverica del lenzuolo sindonico non appartenga all’uomo di cui è narrata la sevizie nei Vangeli, vista la inusualità di alcune sequenze della tortura, è stata calcolata essere 1 su 200 miliardi. Sufficiente a essere certezza in considerazione del fatto che non ci sono stati 200 miliardi di morti per crocifissione.
Sarebbe interessante sapere come si giunga a determinare la cifra di 200 miliardi esatti – non 201, e non 199 – partendo dalla “inusualità di alcune sequenze della tortura”. Notiamo inoltre che, secondo il ragionamento proposto, solo una volta raggiunto il duecentomiliardesimo “morto per crocefissione” potremmo avanzare dubbi sull’autenticità della sindone. Come se le scienze statistiche non permettessero ad un determinato caso di ripetersi prima che tutti gli altri si siano verificati.
Ma non basta:
Da un altro modello probabilistico recente (G. Fanti, E. Marinelli 1998) che tiene conto delle nuove acquisizioni scientifiche risulta che la Sindone è autentica con probabilità del 100% e corrispondente incertezza pari a 10 – 83; Ciò equivale ad affermare che è più probabile fare uscire per 52 volte consecutive uno stesso numero al gioco della roulette piuttosto che affermare che la Sindone non sia autentica. L’alternativa falso medievale ha una probabilità dello 0% e corrispondente incertezza pari a 10 – 183.
Finora, a 183, io avevo solo la pressione sanguigna. Ora ho anche l’incertezza, e la cosa mi preoccupa non poco. (In compenso, prima non sapevo che i “modelli probabilistici” offrissero certezze assolute, ora lo so).
A tanto giunge la disperazione di chi, evidentemente, non si rende conto nè della futilità dell’argomento in sè, nè del ludibrio a cui si espone nel cercare di sdoganarlo a tutti i costi “con metodo scientifico”.


IL PROBLEMA DEL RADIOCARBONIO

[youtube2]803YWbB_qZI[/youtube2]

Come dicevamo, quello della datazione al radiocarbonio rimane l’ostacolo principale per chi voglia continuare a sostenere l’autenticità della sindone, e su questo fronte, dopo la delusione dei test scientifici, si è tentato letteralmente di tutto:
I più faciloni hanno provato a sostenere che l’esame sia stato erroneamente effettuato “su alcuni rattoppi medievali del telo”, e non sull’originale. Questi scienziati, in altre parole, sono in grado di datare un frammento organico, misurandone il decadimento radioattivo, ma non sanno nemmeno distinguere un “rattoppo medioevale” da un tessuto di 1300 anni più vecchio.

(E soprattutto, una volta accortisi dell’errore, costoro si dimenticano di rifare il test, e dicono semplicemente “va bè, ormai è andata così. Vuol dire che la prossima volta staremo più attenti”).
Ci sono anche, naturalmente, tentativi più cauti ed equilibrati di mettere in dubbio la validità del radiocarbonio, ma la loro improbabilità viene denunciata dalla contorsione stessa del ragionamento a cui debbono affidarsi: l’esempio che segue dovrebbe bastare per tutti.
In un recente documentario della BBC, intitolato “The Turin Shroud”, scopriamo che esistono tracce di una sindone, simile in tutto e per tutto a quella di Torino, già nella chiesa di Costantinopoli nel 1200 (un centinaio di anni prima della fatidica datazione al radiocarbonio, tanto per intenderci).
Le prove che si trattasse dello stesso telo starebbero nel fatto che il telo di Costantinopoli – che compare solo dipinto, nell’iconografia locale, e non nell’originale – presenti alcune pieghe, e alcuni fori, proprio negli stessi punti della sindone.

Va bene, accontentiamoci. Sappiamo che questo non basta a retrodatare la sindone fino al tempo di Gesù, ma è già un buon passo avanti (anzi, indietro).
Ecco che a quel punto salta fuori dal cilindro il cosiddetto “sudario di Oviedo”, …

… un velo mortuario che risale al 6° secolo, e che presenta macchie di sangue “perfettamente sovrapponibili a quelle che compaiono sulla Sindone, in vicinanza del volto”. Al pubblico, in realtà, viene mostrata solo una vaga somiglianza fra due macchie qualunque…

… ma noi continuiamo a fidarci, e “deduciamo” che la sindone di Torino, essendo “perfettamente sovrapponibile” al sudario di Oviedo, debba aver avvolto per forza lo stesso corpo. (E’ noto infatti che i morti, specialmente se crocefissi, non sanguinino mai nello stesso punto).
Ci siamo quasi: la sindone ora ha 1.500 anni, e ne mancano solo 500 all’agognato traguardo.
Scopriamo a questo punto che l’isotopo del carbonio, che nasce negli strati alti dell’atmosfera, prima di venir assorbito dall’anidride carbonica, e trasferirsi definitivamente nelle piante da cui viene prodotto il lino, passa un paio di mesi a bighellonare fra le nuvole come monossido di carbonio.

“Se quindi quel monossido di carbonio – spiega il documentario – si fosse in qualche modo legato al lino della sindone, potrebbe farla apparire più giovane di quello che è. In realtà – precisa il documentario – basterebbe una contaminazione del 2% della superficie del telo per influenzare la datazione del carbonio di ben 1300 anni”.
Ecco fatto: ora la sindone può avere tranquillamente 2000 anni, in barba a qualunque esame scientifico ci si possa inventare. E poi dicono che i miracoli non esistono!
Naturalmente, il documentario si dimentica di citare le conseguenze devastanti che questo ragionamento, se davvero corretto, porterebbe a TUTTE la datazioni al radiocarbonio mai eseguite fino ad ora. Ma questo, per certe persone, non ha la minima importanza: ora sappiamo che la sindone può avere 2000 anni, e che quindi era sicuramente il telo che avvolse il corpo di Cristo.
Ite, Missa est.
Massimo Mazzucco

Marco Pizzuti ha realizzato una scheda sulla sindone che potrebbe apparire, a questo punto, addirittura blasfema: pensate, ha osato anteporre l’analisi dei fatti alle conclusioni, lasciando che fosse il ragionamento stesso a dettarle, invece di forzare il medesimo a favore di una tesi preconcetta.


La sacra sindone

Scheda storica

Cosa è la sacra sindone
La reliquia cristiana più famosa del mondo è indubbiamente la sacra sindone, custodita nel Duomo di Torino. Il Vaticano non ha mai assunto una posizione ufficiale in proposito, ma secondo i fedeli si tratterebbe del lenzuolo di lino utilizzato per coprire le spoglie mortali del salvatore divino dopo la sua crocefissione. A testimoniare la presunta autenticità della reliquia ci sarebbe l’immagine stessa del Cristo rimasta impressa nel telo.

La sua prima apparizione pubblica
Tutti gli studiosi sono d’accordo nel ritenere documentata a sufficienza la storia della Sindone a partire dalla metà del XIV secolo, data della sua prima apparizione pubblica [1]. Sul suo precedente trascorso, come sull’epoca di origine, non vi è invece accordo tra storici ed esperti.
Di certo sappiamo solo che la sindone, verso la metà del XIV secolo, si trovava in possesso del cavaliere Goffredo di Charny e di sua moglie Giovanna di Vergy. Non è tuttavia noto come i due coniugi l’abbiano ottenuta. Il 20 giugno 1353 Goffredo donò la sindone al capitolo dei canonici della Collegiata di Lirey [2].
La prima ostensione pubblica avvenne nel 1357, un anno dopo la morte di Goffredo.
Nel 1415 Margherita di Charny, discendente di quest’ultimo, si riappropriò del lenzuolo (dando origine ad un lungo contenzioso con i canonici), e lo tenne fino al 1453, anno in cui lo vendette ai duchi di Savoia.
Questi la conservarono a Chambéry, dove nel 1532 la sindone sopravvisse ad un incendio che la danneggiò in diversi punti.
Nel 1578 venne infine trasportata a Torino, dove nel frattempo i Savoia avevano trasferito la loro capitale, per rimanervi quasi ininterrottamente fino ad oggi.
Nel 1898 la sindone venne fotografata per la prima volta, e in tale occasione si scoprì che l’immagine impressa sul lenzuolo presentava le caratteristiche di un negativo fotografico.
Nel 1988 venne eseguita la perizia radiometrica con la tecnica del Carbonio 14 [3] che ha datato la realizzazione del lenzuolo in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Il risultato tuttavia fu contestato da alcuni studiosi cattolici, come Luigi Gonella, che affermarono che gli esami erano stati eseguiti esclusivamente sulle parti del telo che costituivano dei rattoppi medioevali [4].
Le caratteristiche antropometriche
Mediante analisi antropometrica computerizzata è stata verificata la compatibilità anatomica dell’immagine frontale con quella dorsale, nonché la compatibilità delle caratteristiche somatiche dell’uomo della sindone a quelle del ceppo razziale semita.
Secondo le misurazioni antiche, la statura di Gesù che si desume dalla sindone sarebbe di 183 cm. Gli accertamenti moderni tuttavia hanno dato risultati differenti: la maggior parte degli studiosi calcola la statura dell’uomo della sindone tra i 175 e i 185 cm. Altri, come Giulio Ricci, hanno proposto una misura di soli 163 cm, che sarebbe più vicina alla statura media degli abitanti della Palestina del I secolo.
Esame dei pollini
Secondo il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, sul tessuto della Sindone sono presenti pollini di diverse specie vegetali specifiche della Palestina e dell’Asia Minore. Il transito della Sindone per questi paesi concorda con la ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo. Dopo la morte di Frei (1983), il suo lavoro è stato criticato pesantemente da alcuni ricercatori indipendenti che hanno avanzato sospetti di manipolazione dei campioni.
Esame delle polveri
Il pulviscolo trovato sul lenzuolo ha una composizione chimica simile a quella della polvere utilizzata per i teli funerari egiziani, il che suggerisce l’uso di natron, un composto usato per l’inumazione dei cadaveri. Inoltre è stata rilevata aragonite dalla composizione analoga a quella di campioni prelevati a Gerusalemme.
Datazione chimica
Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo la sua stima, la datazione della Sindone sarebbe compresa all’incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C..
La postura
Un’altra caratteristica della sacra sindone che possiamo facilmente constatare riguarda la postura del corpo impressa su si essa. L’impronta dorsale completa infatti è ottenibile solo qualora la salma sia stata posta su una superficie morbida.

Le piante dei piedi ad esempio sono in grado di lasciare una traccia solamente se questi ultimi sprofondano all’interno di un cuscino o di un altro materiale dalle caratteristiche simili.

E se poi con una simulazione solleviamo le spalle di circa 15 cm rispetto al tronco ci accorgiamo che le mani scivolano proprio nella stessa posizione impressa sulla Sindone, ma ciò a patto che anche la parte superiore delle braccia venga sorretta da supporti morbidi.
Inoltre, se il capo dell’uomo della sindone fosse stato poggiato su una superficie rigida e piatta i suoi capelli sarebbero scesi verso il basso, mentre in questo caso li vediamo incorniciare il viso proprio come se fosse adagiato su di un cuscino.
Pertanto, nel caso della sindone di Torino la sola conclusione logica possibile indica che l’immagine che appare su di essa sia stata prodotta da un corpo che era stato coricato su una superficie soffice.
Il mistero irrisolto
Al di là di tutti i dati riportati, che permettono solo delle conclusioni di tipo probabilistico, resta il problema di fondo, posto dalla meccanica stessa che avrebbe portato alla formazione dell’immagine sul telo. Anche ipotizzando che sia un falso medioevale, infatti, nessuno è mai riuscito a spiegare come quell’immagine sarebbe stata impressa sul supporto di lino.
1) L’immagine si presenta come se fosse un negativo fotografico, ed è necessario invertirla a sua volta, al negativo, per vedere le normali fattezze del corpo:

Tuttavia, se si osserva alla luce infrarossa (8-14 micrometri), essa appare come un positivo fotografico, con particolari anatomici non del tutto corrispondenti.

2) L’immagine rivela alcune proprietà tridimensionali, in quanto i chiaroscuri corrispondono alla distanza effettiva fra un lenzuolo e le varie parti di un eventuale cadavere avvolto in esso.
Questa caratteristica di tridimensionalità suggerisce che il meccanismo di formazione dell’immagine abbia agito a distanza, e si sia attenuato in conformità delle leggi fisiche relative al tipo di energia irradiata.
3) La riproduzione è superficiale da due diversi punti di vista:

a) Un filo sindonico è composto di 80-120 fibrille di lino e se prendiamo in esame un singolo filo su cui è impressa l’immagine, solo pochissime delle fibrille più esterne (10-20 al massimo) risultano essere colorate, mentre tutte le rimanenti non lo sono;

b) Considerando una singola fibrilla di immagine, la cellulosa che compone più del 90% del tessuto di lino non è tinta: risulta colorato solo lo strato più superficiale del telo, per uno spessore totale di appena 200-300 nanometri.

4) Il ritratto corporeo frontale è particolarmente superficiale in corrispondenza del volto e delle mani. All’interno del tessuto di lino infatti non risulta impressa alcuna immagine. Le macchie di sangue invece sono impregnate nel tessuto, trapassandolo da parte a parte.
5) L’immagine corporea dorsale è leggermente più profonda, rispetto alla superficie del telo.
6) La figura non è composta da pigmenti pittorici, come acquarello o tempera, nè risulta la presenza dei classici collanti utilizzati normalmente per aggregare il colore al supporto tessile. L’immagine appare invece generata da una reazione chimica, che ha interessato solo il sottile rivestimento superficiale delle fibrille. Nasce a questo punto

L’ipotesi della bruciatura: dovendo escludere il banale falso pittorico, qualcuno ha suggerito che l’immagine sia in realtà una bruciatura, ottenuta appoggiando il telo ad un bassorilievo – riscaldato appositamente – della figura rappresentata.

Il fatto però che la “colorazione” (l’immagine) compaia solo sulla primissima superficie del telo, ma non in profondità, sembra escludere l’ipotesi della bruciatura, che comporterebbe invece un’alterazione istantanea di tutta la sua sezione. (Per “scottarlo” solamente in superficie, senza intaccare le fibre sottostanti, occorrerebbero tecniche molto più raffinate di quelle disponibili a quel tempo).

7) La figura non può essersi formata per contatto diretto con il cadavere, in quanto compare anche nelle zone del telo dove non vi è stata aderenza con il corpo.
Vi è inoltre, in proposito, un serio problema di tipo prospettico: l’immagine presenta caratteristiche di tipo tridimensionale (i chioaroscuri), ma risulta “disegnata” su un piano bidimensionale, come se si trattasse di una fotografia.
In altre parole, si tratta di un’immagine bidimensionale che contiene al suo interno informazioni tridimensionali.
Se adagiamo un telo di lino bianco su un corpo fisico rivestito di colorante, per poi distenderlo su un piano orizzontale (“aprirlo”), non potremo più riconoscere le fattezze del soggetto originario.

In quel caso avremmo un’impronta prospetticamente deformata, se non irriconoscibile del tutto, a causa dell’alterazione delle proporzioni risultante dalla distensione del telo.
Sulla sindone appare invece un’immagine perfettamente proporzionata, che non può esservi stata impressa dal contatto diretto con il corpo fisico sottostante.
CONCLUSIONE
Tutto questo sembra lasciare aperte due ipotesi soltanto: o l’immagine riprodotta dalla sindone è frutto di un evento miracoloso, non spiegabile scientificamente, che trova fondamento solo all’interno del dogma religioso, oppure si tratta di un falso realizzato con l’aiuto di qualche tecnica chimico-fotografica a noi rimasta sconosciuta.
Il maggiore indiziato, come geniale artefice dell’opera, è senza dubbio Leonardo Da Vinci (1452-1519), ma in tal caso non potrebbe trattarsi del telo esposto già nel 1357, bensì di un falso successivo.
Marco Pizzuti

NOTE:
1) Wikipedia
2) Giulio Ricci, L’uomo della Sindone è Gesù, 1989, p. 22.
3) P.E. Damon et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, Nature 337, 611-615, 1989.
4) Joseph G. Marino, M. Sue Benford, Evidence for the skewing of the C-14 dating of the Shroud of Turin due to repairs, Sindone 2000, Orvieto Worldwide Congress 2000.
5) Wikipedia
6) Citaz. degli atti presentati nel convegno di Lorenzago del 19 luglio 2007: “LA SINDONE: VANGELO SCIENTIFICO DA RIVALUTARE.


SINDONE: La prima fotografia della storia umana?

In realtà, l’ipotesi che vi sia il genio di Leonardo dietro al mistero della sindone è tutt’altro che gratuita.
E’ vero infatti che la comparsa ufficiale della sindone (1357) escluderebbe l’ipotesi che Leonardo, nato un centinaio di anni dopo, ne sia stato l’autore. Ma sappiamo anche che la sindone presentata nel 1357 fece storcere il naso a molte persone, prelati compresi, poichè sembra fosse solo l’ennesimo tentativo maldestro di far passare per sudario di Cristo un banalissimo lino dipinto in malo modo.
Di “croste” di quel tipo ne circolavano già in abbondanza, …

… mentre la sindone che oggi è conservata a Torino, assolutamente credibile, tornò in scena proprio nel periodo in cui Leonardo viveva gli anni di maggiore fulgore della propria carriera.
Vi sono inoltre stretti legami fra Leonardo, i Savoia e il papa stesso: Giuliano de’ Medici, per cui Leonardo lavorava, era sposato con Filiberta di Savoia, ed era anche il fratello di Papa Leone X.
Nulla di più probabile, quindi, che il Papa gli abbia commissionato il lavoro, e che Leonardo abbia accettato la sfida, apparentemente impossibile, di realizzare finalmente un “sudario di Cristo” che non venisse deriso dal popolo nell’arco di 24 ore dalla sua presentazione.
LA TECNICA
Ma soprattutto, vi sono diverse indicazioni di tipo tecnico a suggerire che Leonardo abbia realizzato il telo misterioso.
Per prima cosa, esisteva già a quel tempo, nel castello di Fontanellato, una primitiva “camera obscura”, ovvero una stanza nella quale l’unica luce disponibile passava attraverso un foro nella parete, dove era stata collocata una rudimentale lente di ingrandimento.

In questo modo si potevano vedere, riflesse sulla parete opposta, le immagini capovolte di quanto accadeva all’esterno di quel muro.

Leonardo, nel frattempo, aveva già mostrato un preciso interesse per le leggi ottiche in generale, ed per il meccanismo di proiezione che sta alla base della camera obscura in particolare.

Se quindi Leonardo avesse messo a punto un processo chimico in grado di fissare in qualche modo la luce su un supporto tessile, come ad esempio il lino, sarebbe stato perfettamente in grado di realizzare il misterioso telo che ancora oggi affascina gli studiosi di mezzo mondo.
Nicholas Alan, uno studioso sud-africano della sindone, ha provato a realizzare qualcosa di simile, utilizzando solo le tecniche e i materiali conosciuti al tempo di Leonardo. Piazzando una figura umana di fronte ad una “camera obscura” (sotto, al centro), e collocando al suo interno un drappo di lino, ricoperto di particolari sostanze vegetali, a mo’ di lastra fotografica …

… ha ottenuto un risultato molto simile a quello che vediamo ancora oggi sulla sindone di Torino.

Fino ad oggi questa sembra l’unica spiegazione plausibile – senza ricorrere al sovrannaturale, ovviamente – che sia in grado di accomodare tutti i dati disponibili che formano il cosiddetto mistero della sindone:
– le caratteristiche di negativo
– la tridimensionalità dell’immagine
– la superficialità dell’impressione
– la mancanza di collanti, pigmenti, o altri composti di genere pittorico
Se questa fosse la soluzione dell’enigma, non solo avremmo di fronte la prima fotografia scattata nella storia dell’umanità, ma quasi sicuramente avremmo anche un soggetto eccezionale che compare al suo interno: Leonardo medesimo.
E’ noto infatti come il maestro toscano amasse comparire, nelle proprie opere, celato sotto forme diverse, ed in questo caso la somiglianza fra il volto di Leonardo e quella dell’uomo della sindone sarebbe troppo forte per non pensare che sia stato lui stesso, per la prima volta nella storia, a voler essere immortalato in un’immagine di tipo fotografico.

Massimo Mazzucco

Segue un interessante video di History Channel

Immagine anteprima YouTube

L’ipotesi templare


Nel 1855, tra la melma del fiume Senna venne ritrovato un medaglione commemorativo della prima ostensione del 1357 che porta impressi su di esso gli stemmi del casato di Goffredo e di sua moglie Giovanna di Virgy. Il reperto che secondo alcune analisi effettuate sembrerebbe essere autentico mostra anche l’immagine di una sindone molto simile a quella di Torino. Ma se anche ritenissimo tale medaglione come la prova che la sindone di Cluny corrispondeva perfettamente a quella oggi esposta a Torino (un fatto in realtà tutto da dimostrare), potremmo escludere semplicemente che si tratta di un falso di Leonardo senza poter confutare tutte le altre considerazioni tecnico-scientifiche che ne escludono l’autenticità. In questo ultimo caso infatti, dovremmo semplicemente spostare la nostra attenzione da Leonardo Da VInci all’ordine dei cavalieri templari, una confraternita che per un certo periodo storico divenne custode di molte reliquie cristiane.


Marco Pizzuti