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Massimo Mazzucco

Se si vuole toccare con mano la solidità della corazza protettiva che avvolge l’attuale mondo dell’oncologia, basta pensare all’esempio di Lester Grinspoon.
Negli anni ’70 il Dott. Lester Grinspoon, psichiatra al Centro di Malattie Mentali di Boston, provocò un vero e proprio terremoto pubblicando il libro intitolato “Marijuana reconsidered” (“Ripensare la marijuana”), che capovolgeva tutti i canoni fino ad allora ritenuti validi dall’ambiente accademico sulla pianta della cannabis.
Dopo aver fatto un approfondita ricerca sul materiale scientifico disponibile, Grispoon si era accorto che non solo non esisteva la minima prova a favore della presunta “dannosità” della marijuana, ma si rese anche conto che molte delle sue qualità terapeutiche venivano tenute intenzionalmente nascoste al pubblico – e ai medici stessi – per i motivi che soltanto in seguito sarebbero diventati più chiari per tutti.
La sua ricerca lo portò a pubblicare un secondo libro, intitolato “Marijuana, the forbidden plant” (“Marijuana, la pianta proibita”), nel quale Grinspoon elencava minuziosamente tutti gli utilizzi terapeutici della cannabis, introducendo anche la “maggiore apertura mentale”, di cui gode chi ne fa uso in ambito artistico, fra le caratteristiche positive della pianta.
Da allora Grinspoon ha combattuto una onorevolissima battaglia a favore dell’utilizzo della marijuana per uso medico, …
… facendosi spesso portavoce in prima persona del nascente movimento per la sua liberalizzazione a livello federale (stiamo parlando degli Stati Uniti, dove la proibizione sulla mariuana è nata, e da dove vengono impartite le direttive sulle sue limitazioni a cui debbono adeguarsi, bene o male, tutti gli altri paesi del mondo).
La vicenda di Grinspoon è particolarmente significativa perchè lo psichiatra americano è riuscito a fare tutto quello che ha fatto, a favore della marijuana, restando sempre all’interno del sistema accademico, senza mai scontrarsi frontalmente con le autorità mediche nè crearsi inimicizie tali da venire emarginato dalla elite che controlla la potentissima A.M.A. (American Medical Association).
In altre parole, Grinspoon ha saputo costruirsi un tale credibilità, con il suo lavoro scientifico, da potersi permettere di “giocare” con la marijuana alla luce del sole, venendo sempre tollerato benevolmente dall’ambiente accademico.
Ma evidentemente esiste un confine che nemmeno Lester Grinspoon può superare: è quello che porta a mettere in dubbio la validità dell’attuale sistema oncologico mondiale, che continua a ruotare esclusivamente – da più di 50 anni ormai – sulla famosa “triade intoccabile” di chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Ovvero tre metodologie altamente remunerative sul piano economico, per il sistema ospedaliero mondiale, ma decisamente fallimentari su quello terapeutico.
Veniamo così al motivo specifico per questo articolo.
Come molti lettori già sanno, stiamo completando un documentario sulla marijuana che mette in evidenza non soltanto le sue arcinote qualità terapeutiche, ma anche le sue ormai innegabili qualità anticancro. (Dico “stiamo” perchè si tratta di un progetto multiplo, nel quale ho collaborato con un altro regista e ricercatore di Los Angeles, dando vita a due versioni diverse dello stesso film: il suo, per gli USA, sarà dedicato esclusivamente agli aspetti medico-scientifici della cannabis utilizzata contro il cancro, mentre il mio, destinato primariamente all’Italia, comprenderà anche tutti gli aspetti storici, politici ed economici relativi alla storia della marijuana, che in Italia sono meno conosciuti).
La prima versione del film (quella breve) è finalmente pronta, e dai primi riscontri avuti dall’ambiente medico sembra che sia assolutamente solida ed interessante. (Ne abbiamo parlato altrove – vedi link in coda – ma la stupefacente connessione fra cannabinoidi ed endocannabinoidi, scoperta di recente, ha aperto letteralmente una nuova dimensione sull’uso anticancro della marijuana). Naturalmente, abbiamo pensato di mandarne anche una copia in anteprima a Grinspoon, sperando che volesse scrivere un commento positivo, che aiutasse in qualche modo a promuovere il film.
La sua risposta è arrivata immediata e puntuale. Per motivi di privacy non posso riportarla integralmente, ma ne riassumo il senso generale.
In pratica, Grinspoon ha vistosamente ignorato tutta la documentazione presentata nel film, comprese le testimonianze di molti suoi colleghi, sostenendo in modo gelido e distaccato che non esistono prove scientifiche che la marijuana curi il cancro, e suggerendo anzi di mettere un avviso in tal senso all’inizio del film stesso, per non illudere inutilmente i malati. Fine.
Tale è stata la nostra sorpresa, che per un istante il mio amico ed io ci siamo chiesti se per caso non avessimo scritto alla persona sbagliata. Ma non si trattava di un caso di omonimia, era semplicemente un caso di “marijuana reconsidered”. Due volte, che è sempre meglio di una.

NOTA: Aggiungo, per correttezza, che il film non dimostra nulla di conclusivo rispetto al potere anti-cancro della cannabis, e che nessuno si aspettava che Grinspoon – come chiunque altro – si strappasse i capelli dopo averlo visto. Ma il film documenta i risultati raggiunti nella ricerca sull’uso anti-cancro della cannabis – che Grinspoon dovrebbe ben conoscere – e li corrobora con un numero sufficiente di testimonianze, da parte di altri medici, da costituire se non altro un valido punto di partenza per una aperta discussione sull’utilità dei cannabinoidi nella lotta contro i tumori. Lotta che, evidentemente, non tutti hanno voglia vincere. (M.M.)
VEDI ANCHE: "La marijuana uccide il cancro", con alcuni estratti del film.

 

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