«Sono i vaccini a produrre le varianti più pericolose»

L’allarmismo sulle nuove varianti viene distribuito a piene mani dai media e dai politici per indurre alla vaccinazione di massa, ma uno studio della rivista Cell propone l’ipotesi che siano invece proprio i vaccini mRNA a provocare nuove varianti che si differenziano – e sono più pericolose – di quelle naturali. Da qui la necessità di sempre nuovi aggiornamenti, la ventilata necessità della terza dose e poi di dosi annuali.

Giorno dopo giorno l’allarmismo rispetto alla pandemia sta crescendo. La strategia è sempre la stessa, da più di un anno: quando i casi, i ricoveri, i decessi diminuiscono, si rilancia il tema delle varianti, di nuovi “nemici” che arrivano, ondata dopo ondata, sempre più minacciosi e pericolosi. Rispetto alla variante Delta, sempre presentata come “nuova” ma che in realtà non lo è più da un pezzo, superata da nuove mutazioni, ci sono due narrazioni esattamente contrapposte. 

Di fronte all’aumento dei numeri, il Governo e il CTS hanno una sola risposta: aumentare il numero dei vaccinati, procedere con rastrellamenti e controlli per scovare chi ancora – soprattutto tra gli over 60 – non si è sottoposto alla vaccinazione. È la narrazione che potremmo definire extra vaccinum nulla salus.

Dall’altra parte invece c’è chi sostiene che sono proprio i vaccini a causare una selezione di nuovi ceppi virali. Una tesi che ovviamente il pensiero dominante respinge. Ma ci sono delle prove scientifiche a sostegno di questa tesi? Ci sono eccome. Su Cell del 29 aprile scorso è uscito un articolo molto interessante. Cell è una rivista di scienze della vita per la pubblicazione di articoli scientifici a revisione paritaria, nata nel 1974 dallo scienziato Benjamin Lewin.

Già il titolo non lascia spazio a dubbi: Molteplici varianti di SC2 sfuggono alla neutralizzazione da parte dell’immunità umorale indotta dal vaccino“. Nell’articolo si scrive tra l’altro che «la sorveglianza in corso ha rivelato l’emergere di varianti che ospitano mutazioni nella spike, il principale obiettivo degli anticorpi neutralizzanti». Per comprendere l’impatto di queste varianti, è stata valutata la capacità di neutralizzazione di  individui che hanno ricevuto una o due dosi di vaccini mRNA273 contro ben 10 ceppi di SARS-CoV-2 circolanti a livello globale. La metà erano altamente resistenti alla neutralizzazione. Ciò significa che un numero relativamente piccolo di mutazioni può mediare una potente fuga dalle risposte vaccinali. Sebbene l’impatto clinico della resistenza alla neutralizzazione rimanga incerto, questi risultati evidenziano il potenziale per le varianti di sfuggire alla neutralizzazione dell’immunità umorale.

A questo punto si fa strada l’ipotesi che possa essere  il vaccino a indurre una selezione di mutanti più contagiosi e più pericolosi.

Dobbiamo tener conto che i virus a RNA, a singolo filamento come questi, non solo formano rapidamente mutanti, soprattutto nella parte della Spike ché quella è immunogenica, riuscendo così a sfuggire rapidamente a quello che è l’attacco del sistema immunitario. C’è, infatti, un RNA polimerasi RNA dipendente che introduce molti errori nella sua replicazione, formando, quindi, molto rapidamente mutanti con mutazioni che sono presenti in tutti i virus del nuovo mutante.

Quando si vaccina si producono degli anticorpi specifici per l’antigene vaccinale ma questi anticorpi prodotti attraverso il vaccino non sono in grado di legarsi a tutti i mutanti minori, quindi i mutanti minori che sfuggono dal legame con l’anticorpo vaccinale sono propriamente quelli che si replicano e determinano la resistenza perché godono di un vantaggio selettivo. Essi vengono quindi selezionati proprio dalla vaccinazione.

Più vacciniamo la popolazione, più rapidamente creiamo vaccino-resistenza. Si tratta inoltre di varianti “artificiali”, ben diverse da quelle che si sviluppano in modo naturale. Le varianti naturali sono meno aggressive e pericolose, contagiano ma non fanno ammalare, consentendo, in altre parole, l’endemizzazione ossia la fine della fase acuta dell’epidemia. Il virus, che è un parassita, muta opportunamente adattandosi all’ospite (suo habitat naturale) con cui convive senza più danneggiarlo. Non così nel caso in cui le varianti virali siano state selezionate per vaccino-resistenza.

La prova di questo, la vera e propria “pistola fumante”, potrebbe essere data dal sequenziamento di queste varianti, come ha recentemente dichiarato la dottoressa Loretta Bolgan. Si potrebbero distinguere le varianti naturali da quelle indotte da vaccino, attraverso lo studio della Spike.
Stanno uscendo i primi studi che dimostrano che, utilizzando tecniche di spettrometria di massa (Proteomica), è possibile discriminare la spike da vaccino da quella naturale.

Questi risultati suggeriscono che i vaccini mRNA potrebbero dover essere aggiornati periodicamente per evitare una potenziale perdita di efficacia clinica. Di qui la ventilata necessità di una terza dose, che prelude poi ad infinite dosi, ogni anno. Ma vaccini che forniscono una protezione insufficiente verso l’infezione non sono in grado di impedire la trasmissione del virus, con conseguente irraggiungibilità dell’agognata immunità di gregge. L’emergere anzi di questi nuovi ceppi varianti minaccia di vanificare quanto finora compiuto con le cure nell’arrestare la diffusione del Covid.

 

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