di Pino Cabras – da «Megachip»

Quando una nazione impegna se stessa in una missione con risorse immense, questa missione determinerà una parte significativa della sua identità nel tempo a venire. Il modo di agire delle istituzioni ne è influenzato. La massiccia semina statunitense in Iraq non fa eccezione. È stata una semina di vento che raccoglie ora la grande tempesta.

A lungo, temo.

Parti dell’economia sviluppano nuovi usi.

Non si tratta solo banalmente dei cannoni che non lasciano dollari al burro. È che cambiano gli interessi organizzati, gli strumenti d’intervento, i metodi. L’economia USA è stata “iraqizzata”.

Come negli interventi a Baghdad, anche su Wall Street il Congresso è all’oscuro di quanti soldi si spendano realmente, e in quali direzioni. Il senatore repubblicano Jim Inhofe si lamenta delle elargizioni di denaro – di fatto occulte – da parte del Segretario del Tesoro, Henry Paulson: «Potrebbe aver dato ai suoi amici. O a chiunque altro. Che ne sappiamo? Non c’è modo di saperlo».

Sulla stessa lunghezza d’onda è Bloomberg News, quando denuncia che la Federal Reserve non ha adempiuto ai requisiti di trasparenza richiesti dal Congresso. Bloomberg rivela nel frattempo la destinazione di montagne di denaro che si inerpicano sopra quota duemila miliardi di dollari. Su una scala più grande, è lo stesso meccanismo visto all’opera per “ricostruire” l’Iraq con miliardi di dollari difficilmente rintracciabili. Naomi Klein fa notare un fatto clamoroso: la stessa persona inizialmente scelta nella funzione di chief investment officer per il programma di megasalvataggio delle banche, Reuben Jeffery III,

«era in carica quale direttore esecutivo della famigerata Autorità Provvisoria della Coalizione capeggiata da Paul Bremer, agli esordi della guerra irachena.
Una parte del suo lavoro consisteva nell’assumere personale civile che lo rendeva parte integrante della macchina partitica che ha infarcito la Zona Verde di Giovani Repubblicani, banchieri d’investimento e stagisti di Dick Cheney. Le competenze non erano in cima alle preoccupazioni, laggiù, poiché la principale funzione dello staff era quella di elargire mucchi di denaro dei contribuenti a dei contractor privati, che poi erano quelli che di fatto gestivano l’occupazione [dell’Iraq]. È stato questo inarrestabile nastro trasportatore di denaro a far guadagnare alla Zona Verde quella reputazione, secondo le parole di uno dei funzionari dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, di “zona di libera truffa”. Durante le audizioni al Senato lo scorso anno, quando [al capo in pectore del programma di salvataggio]» fu chiesto cosa avesse imparato dalla sua esperienza all’Autorità della Coalizione, rispose che riteneva che i
contratti avrebbero dovuto essere distribuiti con più “velocità e flessibilità”: ha citato ancora la stessa filosofia una volta assunto il compito di dare regole agli operatori di Wall Street.»

Anche nelle parole di Imhofe si coglie la forza del parallelismo tra il bailout e la guerra in Iraq: «L’ho imparato da molto tempo. Quando arrivano a dire che una cosa dev’essere fatta, che deve esserlo immediatamente, e che non si può fare altrimenti, dovete sedervi per fare un profondo respiro, e nove volte su dieci non stanno dicendo la verità», ha detto Imhofe. «Il Congresso ha abdicato alla sua responsabilità costituzionale nel firmare un assegno davvero in bianco a beneficio del Segretario del Tesoro», ha aggiunto.

«E questa è una di quelle nove volte».

In effetti lo scenario apocalittico usato in Iraq, le armi di distruzione di massa, fu un’ottima arma di “distrazione” di massa, in grado di far digerire al Congresso le leggi anticostituzionali, e ai contribuenti la sottrazione di risorse enormi dalle loro tasche. Un bell’assegno in bianco, come oggi. Dopo arrivano parziali ripensamenti, correzioni, negoziazioni parlamentari per le riconferme dei provvedimenti, e così via. Ma si tratta di atti che non emendano più di tanto il cuore delle trasformazioni che intanto si sono affermate. La “iraqizzazione” procede spedita.

Lo Stato, a lungo denunciato come “il problema”, diventa la grande vacca da mungere per chi ha le aderenze giuste.