bamboccioni, bamboccioni alla riscossa, Sivio Berlusconi, Barack Obama, più spendi più guadagni

E aridanghete. Per “La Repubblica”, succo e titolo erano che: “Fmi: recessione dura, la ripresa sarà lenta”. Per i baldi colleghi del “Corriere della Sera” uno stravagante e cripitco: “La Cina rallenta: Pil al 6,1%, ma in ripresa”. Mentre per il blog del Financial Times, più semplicemente, il punto della questione erano: i “Preoccupanti paralleli con la Grande depressione”. Un titolo fotocopiato, per così dire, anche dal quotidiano britannico “Telegraph”. Insomma: il tempo – anche per questo nostro (ex) Belpaese – passa. Ma le cose non cambiano. New York Times e Cnn de’ noantri continuano a raccontare la peggior crisi finanziaria dalla seconda guerra mondiale ad oggi, con uno stile tutto loro. Fatto di tanto sano ottimismo Berlusconi’s style. E con poco spazio per le cassandre. Che – per altro, come il mito e la Storia insegnano – purtroppo, spesso, c’azzeccano.

Una regola che purtroppo conosce poche eccezioni. Anche quando – come in questo caso – le cassandre non sono catastrofisti alle vongole, ma si chiamano analisti del Fondo monetario internazionale. Che – per la cronaca e per chi non lo sapesse – è quella (non troppo) simpatica istituzione che ha il compito, tra l’altro, di dare una mano ai Paesi inguaiati economicamente (ottenendo di norma il risultato di inguaiarli ancora di più). Ma andiamo con ordine. E partiamo dai fatti. Ieri il Fondo – che in italiano si abbrevia con tre lettere: Fmi – ha presentato il suo ultimo rapporto sulla finanza mondiale. Zeppo di numeri ben poco confortanti. E che sono finiti regolarmente sulle pagine delle varie Repubblica, Corriere e “La Stampa”. E vabbe’. Quel che però va meno bene è che sempre il Fmi – ma giovedì scorso – abbia tenuto un’altra conferenza stampa. Per alzare il sipario su un altro report. Zeppo di altri dati. E che conteneva le previsioni per l’economia mondiale 2009. E un parallelo inquietante. Con la Grande depressione del 1929.

Va da sè che in un (ex) Belpaese che – da quando la crisi è esplosa con il fallimento della banca americana Lehman Brothers, cioè da sette mesi – fatica a parlare di recessione e soprattutto di licenziamenti, un’analisi così non poteva avere successo. E così è stato. Venerdì scorso: i due quotidiani tricolori più letti – in pieno orgasmo da terremoto – hanno liquidato la faccenda con titoli e contenuti di cui sopra. E senza mai citare l’impronunciabile parola con la “D”, cioè Depressione. Anzi e addirittura: venerdì scorso, nel presentare le previsioni del Fmi, Repubblica esordiva con una frase a tinte pastello e buona per tutte le stagioni: “Ancora luci e ombre sull’ economia”. Più rassicurante di così, si muore.

Peccato che di rassicurante, quel benedetto rapporto di giovedì scorso, contenesse ben poco. Il premio nobel per l’economia Paul Krugman lo ha definito interessante, ma “abbastanza spaventoso”. E il succo, appunto, era – per usare le parole del Fondo monetario internazionale (e come potete leggere sul blog del Financial Times) -  che “l’economia globale sta affrontando la flessione più profonda di tutto il periodo dalla seconda guerra mondiale ad oggi”. Un crollo che – sia per il “comportamento” della Finanza che per gli “effetti” sull’economia reale – presenta, a detta del Fmi, preoccupanti analogie con quello tristemente celebre del 1929.

Un quadro a tinte fosche. Che fa da cornice ai numeri raggelanti presentati sempre dal Fondo monetario internazionale e resi noti dai media tricolori tra ieri e oggi. Numeri che – leggendo le edizioni (on line e non) di Repubblica e Corriere e eccetera – hanno permesso anche noi italiani di scoprire un paio di cosucce.

Primo: il valore dei cosiddetti titoli tossici – cioè della carta straccia made (per lo più) in Usa che sta facendo soffrire le banche di mezzo mondo – potrebbe aggirarsi sui 4.000 miliardi di dollari. Il che non è una cattiva notizia. E’ una pessima notizia. Perchè – o almeno questo è quello che sa chi scrive per averlo letto sulle pagine dell’agenzia di stampa americana Bloomberg – finora banche e istituzioni finanziarie varie hanno ammesso di avere in pancia titoli spazzatura per soli, si fa per dire, 1.000 miliardi di dollari e rotti. Quindi: ci potrebbero essere altri 3.000 miliardi di dollari di cartaccia nascosti chissà dove. E con chissà quali conseguenze. E secondo: i debiti pubblici delle grandi economie occidentali sembrano destinati ad esplodere: quello del nostro (ex) Belpaese dovrebbe arrivare nel 2010 al 121% del prodotto interno lordo (il che significa un più 15% rispetto al 2008); quello tedesco all’87% del Pil (+19 punti percentuali); quello americano al 98% del Pil (+27%); quello giapponese – addirittura – al 227% del Pil (con un secco +30%). Dati che questa mattina sono finiti, nero su bianco, su tutti i quotidiani italiani. Senza che nessuno sentisse l’esigenza di sollevare una domanda tanto semplice quanto banale: chi ci presterà tutti questi soldi?

Ma soprattutto: questi numeri contraddicono in pieno i “per fortuna il peggio è passato”, che si sono sentiti negli ultimi giorni. E che sono stati pronunciati – quasi all’unisono – dai capi di governo dell’intero Occidente. Dal presidentissimo e americanissimo Barack Obama, all’inglese Gordon Brown, passando per il nostrano Giulio Tremonti (accompagnato, per l’occasione, da una corista di eccezione: la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia). Di qui l’altra domanda fondamentale da porsi. Che non è se Mr. Obama o il siur Tremonti hanno ragione. Ma perchè la politica (e spesso pure i media) si ostinano a vedere il bicchiere mezzo pieno?

Una domanda che – a differenza del mistero sui benefattori che dovrebbero soccorrere le casse sempre più disastrate dell’occidente – potrebbe avere una risposta semplice semplice. Anzi due risposte. Figlie dei circoli viziosi della nostra economia. Primo circolo vizioso: se i cittadini diventano pessimisti (e temono di perdere il posto), non spendono; ma se non spendono, i prezzi scendono; se i prezzi scendono, i profitti calano; se i profitti calano, le aziende licenziano; e licenziati spenderanno ancora meno. E così via. E questo fenomeno si chiama deflazione. Secondo circolo e sempre vizioso: se idem come sopra, i consumi calano, calano pure le tasse incassate sulla merce venduta (Iva e dintorni); ma se calano i soldi di imposte e balzelli vari, si aprono dei buchi neri nei bilanci (già scassati) degli Stati; Stati che avranno meno soldi per aiutare i cittadini (licenziati e non) e le imprese; imprese che licenzieranno ancora di più, pagando anche meno tasse sui profitti e sul lavoro. E anche in questo caso: e così via. Solo che questa si chiama tragedia. Perchè il fallimento di una società – per quanto grossa – è un conto. La bancarotta di un intero Paese è un altro.

L’ipotesi è tutt’altro che peregrina. Tanto è vero che – nei primi due mesi di quest’anno (come potete leggere qui, sulle colonne del “Corriere della Sera”) – a tenere in piedi i conti pubblici del nostro sgangherato Belpaese non sono stati i danari incassati dalle imposte sul reddito. Perchè tanta gente è stata – già – cassintegrata (tra i 250mila e il mezzo milione, sempre secondo il Corriere). O addirittura licenziata. A tenere in piedi la baracca è stata l’Iva, cioè l’imposta sui consumi. Ergo: può essere che da Berlusconi a Barack Obama: l’ottimismo non sia una scelta, ma una necessità. Per convincere la gente a spendere. Salvare la poltrona. E conservare lo status quo. Cioè quel sistema economico – storture, paradossi e circoli viziosi compresi – che li ha portati al potere. Unico neo: quando ci invitano ad essere ottimisti e a spendere (risparmi compresi), ci invitano a scommettere insieme a loro sul fatto che tutto andrà per il meglio. Se andrà bene, bene. Se no e come dicono a Napoli: chi avrà avuto, avrà avuto; e chi avrà dato, avrà dato.

Per finire. Sempre “Repubblica”, proprio oggi e nella sua edizione on line, ci spiega che il “Fondo monetario internazionale prevede (…) una “graduale” ripresa nel 2010″. Ma se avessero letto bene tutte le previsioni del Fmi (come ha fatto il Telegraph), ci avrebbero pure trovato scritto che questa ripresa “dipende, in maniera cruciale, dal fatto che oggi vengano adottate le politiche giuste”.

E voi che dite: la politica dell’ottimismo del Cavaliere&co, vi sembra quella giusta?

P.S. Per la cronaca: noi il termine depressione l’avevamo già sdoganato qui. E a proposito di analogie e per chi non fosse pago, ecco il grafico con quattro grandi crolli di Borsa a confronto: 1929-1932; 1973-1974; 2000-2002; e 2007-2009.

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(via CalculatedRisk, aggiornato al 20 aprile 2009)

Fonte: www.bamboccioni-alla-riscossa.org