di

Simone Santini 

Cheney Dick

Il 14 febbraio del 2005, il miliardario ed ex primo ministro libanese Rafic Hariri veniva ucciso a Beirut da una autobomba ad altissimo potenziale e con sofisticate componenti elettroniche in grado di eludere le contromisure anti-attentato di cui era dotata la scorta di Hariri. Apparve subito chiaro che dietro l’atto terroristico doveva nascondersi l’attività dei servizi segreti di qualche paese, unici in grado di concepire e portare a termine un complotto con quel grado di difficoltà e raffinatezza.
Il dito fu puntato contro la Siria che occupava militarmente il Paese dei Cedri e sotto il cui protettorato vigeva una fragile tregua tra le varie fazioni che hanno insanguinato il martoriato paese negli ultimi decenni. L’Onu decideva l’istituzione di un Tribunale speciale per il Libano col compito prioritario di appurare le responsabilità dell’omicidio Hariri. Il primo responsabile della commissione d’inchiesta del Tribunale, il tedesco Detlev Mehlis, sostenne di avere prove e testimonianze del coinvolgimento della Siria nell’attentato ed ordinava nell’agosto del 2005 l’arresto dei vertici delle forze armate libanesi, compromesse con Damasco.
Sotto la spinta della comunità internazionale occidentale e dei partiti libanesi anti-siriani (di cui Hariri era uno dei massimi esponenti) la Siria, benché reclamasse la propria totale estraneità, decise di ritirare le sue truppe. Da quel momento il Libano ha rischiato più volte di sprofondare nel caos della guerra civile, ed Hezbollah, partito sciita e filo-iraniano che governa de facto la parte meridionale, ha affrontato e respinto l’invasione di Israele nell’estate del 2006.
Fin da subito molti analisti rilevarono che Damasco non avrebbe avuto nessun vantaggio strategico dall’omicidio di Hariri, e che, al contrario, ne aveva subito le maggiori conseguenze. L’impianto accusatorio di Mehlis non resse alle successive verifiche. Le prove si rivelarono infatti inconsistenti ed alcuni testimoni chiave risultarono del tutto inattendibili. Lo scorso 29 aprile il colpo di scena.
Il giudice Daniel Bellemare del Tribunale dell’Onu, che aveva nel frattempo sostituito Detlev Mehlis, ha chiesto la scarcerazione dei generali libanesi arrestati nel 2005 e finora incarcerati senza alcuna garanzia di difesa e contro cui le accuse erano ormai decadute.
Mustafa Hamdane, ex capo della guardia presidenziale, Jamil Sayed, direttore generale della sicurezza, Ali Haji, capo delle forze di sicurezza interna, e Raymond Azar, capo dei servizi segreti militari, sono stati rimessi in libertà. Con questo atto il Tribunale ha di fatto chiuso la pista siriana per l’omicidio Hariri.
A chi attribuire, dunque, le responsabilità dell’attentato?
Alcune rivelazioni giornalistiche aprono nuovi scenari. Recentemente il decano del giornalismo d’inchiesta americano, Seymour Hersh, ha denunciato l’esistenza di un gruppo operativo attivo durante l’Amministrazione Bush e sotto il controllo diretto del vice-presidente Dick Cheney, del consigliere del presidente Karl Rove, e del responsabile per la sicurezza nazionale Eliott Abrams. Tale gruppo, composto da reparti di elite per le operazioni speciali sotto copertura, sarebbe stato utilizzato come un autentico "squadrone della morte" per l’eliminazione di personalità politiche scomode in varie parti del mondo. Le rivelazioni di Hersh hanno spinto il deputato democratico e già candidato alla presidenza, Dennis Kuchinich, a chiedere al Congresso americano l’apertura di una inchiesta.
Sulla base di tali rivelazioni, un altro giornalista investigativo, Wayne Madsen, noto per i suoi agganci nei servizi informativi americani, durante una intervista al canale televisivo Russia Today ha rivelato di aver raccolto presso numerose fonti la conferma dell’esistenza della struttura segreta e dei suoi collegamenti con una analoga struttura israeliana. Secondo Madsen la squadra controllata da Cheney sarebbe implicata nell’omicidio Hariri e, anzi, l’ordine sarebbe partito proprio dal vice-presidente.
In passato altri autorevoli giornalisti avevano parlato dell’esistenza di una tale struttura. Bob Wodward (noto per aver scoperto lo scandalo Watergate) ne aveva scritto sul Washington Post fin dal 2002, mentre più recentemente il New York Times ha riportato la notizia dell’esistenza di un "Comando congiunto di operazioni speciali" privo del controllo del ministero della Difesa, dei vertici delle Forze armate, e senza supervisione del Congresso, ma che faceva capo direttamente a Cheney.
Secondo Hersh nulla di nuovo sotto il sole. Negli anni ’80, con l’Amministrazione Reagan-Bush, Cheney (allora funzionario della Sicurezza Nazionale) ed Eliott Abrams (quando era responsabile del Dipartimento di Stato per l’America Latina) avevano già lavorato insieme nell’organizzazione Iran-Contras-connection e nella creazione degli "squadroni della morte" attivi in America centrale con compiti anti-insurrezionali.

Fonte: www.clarissa.it