DI

CLAUDIO MOFFA

 

 

 

 

 

 

 

 

Verità vera, quella diffusa dalla stampa israeliana sul Mossad che aiuterebbe Gheddafi, o disinformazione – debunking, nello stile Wikileaks – in un momento in cui Gheddafi è in ripresa e sta riconquistando pezzi importanti di territorio libico e guadagna consensi in alcuni paesi del “Terzo mondo”? Perché questa notizia non è stata pubblicata dai media di Israele prima, nei primi giorni della rivolta, quando Gheddafi sembrava prossimo a essere rovesciato? Non sarebbe stata utile a calmare i bollori bellicisti della Rodham Clinton e di Cameron?
E’ la prima domanda da porsi per capire quel che sta succedendo.
Premetto di assumere come ipotesi di lavoro che tutto è possibile, anche una alleanza contingente fra Mossad e Gheddafi (o forse tra una agenzia mercenaria israeliana e Gheddafi), e inoltre che concordo con chi insiste sulla necessità, rintuzzata la ribellione con interventi militari assai meno drammatici di quello che la solita stampa vuole far credere – non a caso Gheddafi ha invitato l’ONU domenica scorsa, ad indagare sui fatti – di una politica di recupero delle due Libie che sono nei fatti emerse in queste settimane di guerra, a una pacificazione reciproca. Il figlio maggiore del rais, che nei primi giorni della crisi parlò della necessità di una apertura democratica e poi si fece filmare con il mitra su un carro armato, simboleggia bene questa eventuale prospettiva.
Questo detto, credo che bisogna tener presente la complessità generale della situazione. Può sembrare una battuta scontata, ma in realtà penso che esistano due diverse visioni generali dei due campi che si stanno scontrando, non certo da oggi, ma, se non dal ‘48, almeno dal 2001, nei diversi teatri mediorientali: una attenta ai fenomeni di superficie e una più profonda. Sic.
E’ in effetti complesso il quadro delle tendenze e delle forze anti israeliane e antisioniste alla luce della contraddizioni interne tra poteri e organizzazioni laiche (oggi, dopo il rovesciamento di Saddam, fortemente indebolite) e religiose, in ascesa soprattutto dopo le vittorie di Hezbollah in Libano, di Hamas in Palestina e dell’Iran contro le minacce costanti di Israele versus la sua opzione nucleare. Anni fa, quando Ahmadinejad veniva additato da molti come un “integralista” “reazionario” e addirittura uno strumento del sionismo scrissi che in realtà il presidente iraniano era il “nuovo Saddam Hussein” all’orizzonte. Accadde poi non solo che lo scontro tra Israele e Teheran continuò ad acuirsi – costantemente nascosto dalle complementari letture “americaniste” e “antiamericaniste” in Occidente, che occultando sistematicamente le aperte e reiterate minacce antinucleari dei dirigenti israeliani, hanno preteso che il principale nemico dell’Iran sia l’ “imperialismo americano” o la “democrazia americana” – ma anche che il nuovo gruppo dirigente post-khomeinista ripercorresse, beninteso in autonomia e per suo conto, alcune letture del sionismo riscontrabili anche nell’Iraq baathista, che andavano ben al di là della sacrosanta denuncia dell’illegittimità della occupazione della Palestina.
Così a Baghdad, circolava già negli anni Ottanta un libretto di un ex dirigente della Banca nazionale irachena che polemizzando duramente con il plagio israeliano dello shekel come moneta presuntamente inventata in epoca biblica – la moneta in realtà, diceva l’autore, era stata coniata dai re babilonesi – allargava lo sguardo alla questione del presunto primato della civiltà della Bibbia su quella mesopotamica, con richiami all’epopea di Gilgamesh, al codice di Hammurabi, alla leggenda del diluvio universale già presente nei testi cuneiformi della civiltà del Tigri e dell’Eufrate. Tutti fatti storici, peraltro, indubitabili, eppure negati per fare un esempio da un articolo “pro-Bibbia” di Beniamino Placido di una ventina di anni fa (l’articolo riguardava la dialettica fra civiltà biblica e successiva civiltà greco-romana, ma nessun accenno veniva fatto dal critico di Repubblica, appunto, al precedente mesopotamico).
Anche a Teheran – a conferma della gravità autolesionista della guerra irano-irachena degli anni Ottanta – la visione del sionismo è estesa e profonda: a parte le note polemiche sull’ “industria dell’Olocausto”, il convegno sull’hollywoodismo del febbraio scorso ha rappresentato una iniziativa di eccezionale importanza, che dimostra l’alto livello di coscienza del nuovo gruppo dirigente iraniano, di cosa sia effettivamente l’ideologia ufficialmente fondata da Herzl nel 1897. Il cinema è un formidabile strumento di addomesticamento dall’alto delle opinioni pubbliche dell’intero pianeta, un film ben fatto vale mille editoriali e titoli di giornale: le relazioni del seminario hanno affrontato anche specifici prodotti, ad esempio Transformers, un film molto bello per bambini in cui a un certo punto i buoni soldati americani si chiedono chi sta dietro i terribili robots che li minacciano, e uno di loro risponde: l’Iran non può essere, non è in grado, deve essere la Cina. Così ti educo il pupo.
Personalmente ho parlato di Indiana Jones¸di Evita, del Codice da Vinci e di Lutero, esempi dell’aggressività a tutto pianeta delle identità collettive e individuali “altre”, che l’hollywoodismo appunto esprime (vedi la breve scheda allegata in questa finestra). E’ Teheran dunque a rilanciare nel concreto una problematica che ha fatto parte in passato almeno, forse ne fa ancora parte ma credo in modo assolutamente marginale, di un pezzo almeno della cultura cinematografica critica occidentale. Ma anche la Libia – per terminare con un esempio che calza con la questione in oggetto, e che potrà sembrare irriverente ad alcuni – mi pare abbia dato segnali importanti dal punto di vista della comprensione del fenomeno sionista: così la polemica di Gheddafi nel 2009 contro il ruolo di Israele nelle tragiche guerre africane, e la denuncia di parzialità della Corte Penale Internazionale non sono faccende da poco, e anzi riguardano la politica di egemonia prosionista dentro le istituzioni internazionali, che è fenomeno peraltro molto vecchio (vedi l’allegato in questa finestra).
Ed ecco dunque la visione in superficie di molto “antisionismo” nostrano. Quello che vede del sionismo solo l’occupazione della Palestina, e non la sua presenza in tanti paesi cruciali per gli equilibri internazionali, proprio come sta accadendo oggi: invece, non solo il sionismo conosce divisioni interne (ad esempio Soros che da una parte finanzia la guerriglia del Kosovo, dall’altra critica il peso eccessivo della lobby negli USA; o la lobby USA che periodicamente si distanzia dal sionismo territoriale di Israele), ma soprattutto è un fenomeno sociale e culturale “totale” che si riverbera nella cultura, nelle istituzioni, nel mondo politico, nei mass media, nella finanza di tantissimi paesi, soprattutto, ma non solo, in Europa e negli Stati Uniti e connesse “diaspore”.
E allora guardiamo le cose come stanno: veramente la rivolta libica è invisa a Israele? E come si concilia questa eventualità con la politica del tanto peggio tanto meglio che sempre Israele ha applicato nelle regioni islamiche, e con il suo sostegno aperto, plateale, straprovato a tanti estremismi islamici attivi contro gli Stati costituiti e sovrani?
Non solo la stranezza di Al Qaeda (un terrorismo stragista che mai ha compiuto un attentato contro Israele, ed è sempre stato funzionale all’oltranzismo occidentale), ma anche il sostegno di Tel Aviv ai kosovari e ai bosniaci contro la Jugoslavia di Milosevic, ai ceceni contro la Russia di Putin – il leader più inviso alla cosiddetta “intellighenzia” ebraica o pro ebraica euroamericana, tipo Bernard Heny Levy – ai curdi e allo stesso Bin Laden alle origini (almeno) dell’avventura qaedista?
E arrivando al Darfur: come si concilia la convergenza di intenti tra Gheddafi e Israele, con le posizioni assunte dalla Libia sempre in difesa del Sudan di Al-Bashir e della sua sovranità contro la propaganda sionista sul presunto genocidio del Darfur, e l’appoggio di Tel Aviv alle bande secessioniste islamiche darfuriane? Come si concilia con il tentativo di incriminazione-lampo di Ghedafi da parte della Corte Penale Internazionale, un organismo in mano a una magistratura che sempre, dal 2002 ad oggi, ha sostenuto nei fatti gli amici di Israele, dal tutsi Kagame al caso Hariri in Libano?
L’antisionismo “politically correct” semplicemente non considera queste cose, perché non ne parla mai, le censura e si autocensura per non essere sotto tiro e non essere accusato di “antisemitismo” e “complottismo”. Così il risultato è che una ben possibile operazione di debunking venga assunta come verità, contro le posizioni acclarate di tutti gli amici di Israele in Occidente: Clinton e Cameron, Sarkozy e il suo entourage ebraico-sionista – tutti pro no fly zone in Libia, rimasti scottati dall’assenza di questo provvedimento nella risoluzione 1970 – fino alle dialettiche interne italiane, dove la stessa richiesta comincia a far purtroppo capolino.
Guardate la stampa italiana: è Repubblica il quotidiano antigheddafiano per eccellenza, che gonfia le cifre e parla da tre settimane di massacri indicibili, non altre testate, neppure quelle pro governative dove – non solo per spazio dedicato, ma anche per commenti – affiora una posizione ben più cauta e equilibrata. Forse Repubblica è un quotidiano antisraeliano? Forse se Israele fosse veramente pro Gheddafi non muoverebbe le proprie corazzate mediatiche, in Italia tutta la catena De Benedetti, all’estero El Pais, il New York Times, il Financial Times e via scorrendo? Ma di nuovo, il nostrano antisionismo “politically correct” non vuole vedere le cose, non vuole vedere la sostanza della politica estera italiana, oggi a rischio fortissimo proprio nello scacchiere libico, e la sostanza anche di certa politica interna, e di certe scadenze cruciali che investono la questione della presenza sionista in importantissime istituzioni italiane. Non mi va, volutamente, di dire di più in queste ore assolutamente cruciali per la nostra Repubblica aggredita da due decenni da poteri eversivi minacciosi. Ma questa storia del sostegno del Mossad a Gheddafi va verificata prima di essere assunta come verità e avallata urbi et orbi: anche se domani il debunking dovesse continuare con un articolo in prima pagina del Times di Londra.
E anche se risultasse alla fine confermata fattualmente, la presunta alleanza Libia-Israele va colta nel suo effettivo spessore: una convergenza strategica o un colpo di testa del "beduino" Gheddafi che si aggrappa a tutto per sopravvivere, e lo stesso fa Israele, con alle spalle anni di sconfitte dal Libano alla Georgia al Darfur alla Palestina? Ovvero e più prosaicamente: una prova del sostegno di Tel Aviv a Gheddafi, o un evento che riguarda essenzialmente una agenzia di reclutamento che opera nel mercato delle guerre, e che si autonomizza dalle stesse logiche strategiche del paese in cui è nata e ha la sua sede centrale? Interrogativi chiave, che attendono ancora una risposta.

Fonte: comedonchisciotte.org

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