Luci e ombre su Ilaria Capua, la veterinaria che acclama il vaccino come un miracolo

 

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Ilaria Capua – Immagine Adnkronos

 

Ilaria Capua, veterinaria[1] di fama internazionale (classificata dalla rivista Scientific American tra i primi cinquanta ricercatori al mondo e nota per aver isolato il virus H5N1 dell’influenza aviaria) viene spesso intervistata dai grandi media come uno dei massimi punti di riferimento scientifici per l’emergenza sanitaria globale. Il suo entusiasmo per l’arrivo di vaccini, l’ha spinta a dichiarare addirittura che “Siamo alla svolta, vaccino è miracolo”[2] nonostante in realtà si tratti di vaccini sperimentali autorizzati d’urgenza e senza la pubblicazione dei dati grezzi sulla sicurezza (secretati dai produttori), con un’efficacia che secondo l’autorevole British Medical Journal può raggiungere al massimo il 29%[3] e nonostante sia stato accertato che possono diffondere il virus rendendo contagiosi i vaccinati. Il “miracolo” della diminuzione dei positivi infatti sembra più legato alle normali dinamiche stagionali dei coronavirus e al fatto che l’OMS dopo l’inizio delle vaccinazioni di massa ha pubblicato una nota in cui ha consigliato di prestare attenzione al numero di cicli di amplificazione da usare nei tamponi molecolari per evitare troppi falsi positivi[4].

In passato, la veterinaria è stata al centro di un’inchiesta giudiziaria che ha lasciato alcune ombre sui suoi rapporti con l’industria. La Capua, infatti, venne iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati di corruzione, abuso d’ufficio e traffico illecito di virus. L’indagine che coinvolse in tutto 38 persone (tra cui suo marito Richard John William Currie, dipendente di un’azienda farmaceutica, il Direttore generale dell’Istituto zooprofilattico, il Direttore sanitario e alti funzionari del Ministero della Salute) si concluse nel 2016 con l’assoluzione e il proscioglimento degli imputati ma alcune intercettazioni telefoniche e il modo in cui è stato condotto il procedimento giudiziario lasciano quantomeno perplessi. La vicenda ebbe il suo incipit il 18 marzo 2005, quando Robert S. Stiriti, dell’Immigration and Customs Enforcement statunitense, agenzia appartenente all’Homeland Security, informò con una nota protocollata RM 07PQ03PM0001 (EPA) indirizzata al capitano Marco Datti (Comandante del NAS dei Carabinieri di Roma) che dall’attività di indagine svolta sull’azienda Maine Biological Laboratories nell’ambito di un’inchiesta su un contrabbando di virus tra Stati Uniti e Arabia Saudita era emerso che, nell’aprile del 1999, un ceppo del virus dell’influenza aviaria, denominato H9, era stato spedito con corriere DHL a un impiegato della ditta Merial Italia senza le prescritte autorizzazioni. Il destinatario del plico era Paolo Candoli, un manager Merial della divisione veterinaria del colosso farmaceutico Sanofi che, dopo essere stato interrogato dagli americani, aveva patteggiato la propria immunità facendo alcune ammissioni su contrabbando dei virus. I suoi verbali furono trasmessi nella seconda metà del 2005 ai Carabinieri del NAS e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo aprì un fascicolo che, partendo proprio dalla figura di Candoli, gli permise di ottenere l’autorizzazione per delle intercettazioni telefoniche (fascicolo numero 24117/2006).[5] Nel 2007 l’indagine poteva dirsi già conclusa, ma invece di chiedere il rinvio a giudizio Capaldo inspiegabilmente, lasciò il procedimento in stato di “ibernazione”. Nel 2010, dopo tre anni di inerzia assoluta del procuratore aggiunto, il NAS di Roma non avendo più ricevuto alcun aggiornamento riguardo allo stato dell’inchiesta, inviò una richiesta di informazioni a Capaldo, che tuttavia rimase senza risposta.

Nel frattempo, a marzo del 2012, Giuseppe Pignatone venne nominato nuovo procuratore di Roma, ma il fascicolo che vedeva indagati i massimi vertici della sanità pubblica nazionale restò misteriosamente sullo scaffale della cancelleria di Capaldo.[6] L’avviso di conclusione indagini e le richieste di rinvio a giudizio per gli indagati arrivarono solo a giugno 2014, quando i fatti contestati risalivano ormai a sette anni prima[7]. L’udienza preliminare, nel maggio dell’anno successivo, vide il gup (giudice delle indagini preliminari) di Roma, Michela Francorsi, dichiarare l’incompetenza territoriale di Roma e “spacchettare il processo” in tre tronconi, a Verona, Padova e Pavia. Così facendo, molti reati arrivarono a Pavia già prescritti. Lo stesso accadde a Padova, dove il pubblico ministero chiese l’archiviazione per prescrizione (il gup non si era ancora pronunciato). A Verona, dove la Capua era difesa dall’avvocato Armando De Zuani, il gup Laura Donati pronunciò il non luogo a procedere perché “il fatto non sussiste”, con una sola eccezione per un’accusa di concussione per induzione che tuttavia era già caduta in prescrizione. Il caso quindi, fu chiuso[8] ma Capaldo non era certo nuovo a “perfomance” di questo tipo. A suo carico nel 2015 era già stata aperta un’azione disciplinare da parte del Procuratore Generale della Cassazione Pasquale Ciccolo. L’incolpazione: un figlio assunto alla Terna, società su cui Capaldo aveva indagato e per cui non si era astenuto e aveva anche chiesto l’archiviazione dopo quattro anni di assoluta inerzia investigativa. Un ritardo “senza svolgere qualsivoglia attività d’indagine e cagionando danno ingiusto agli indagati”. Senza dimenticare l’indagine per la scomparsa di Emanuela Orlandi. La richiesta di archiviazione, dopo 32 anni, venne firmata nel 2019 direttamente da Pignatone, successivamente alla richiesta di Capaldo per “la revoca dell’assegnazione del procedimento”.[9]

Dell’inchiesta tutt’altro che trasparente, che metteva in risalto gli affari e i conflitti d’interessi celati dietro le emergenze sanitarie, raccontando con dati di fatto quanto l’aviaria aveva arricchito Big Pharma, è comunque rimasta traccia nelle imbarazzanti trascrizioni delle intercettazioni telefoniche: “Quando uno mi sta sul cazzo deve crepare!”, diceva la veterinaria parlando di una ditta farmaceutica che criticava la sua invenzione, il “Diva”, la prima strategia di vaccinazione contro l’influenza aviaria.

Le conversazioni registrate dai NAS dei Carabinieri hanno svelato, fra i tantissimi episodi, gli interventi di Capua sulla Intervet, filiale italiana di un colosso dei farmaci veterinari. I vertici di Intervet si erano mostrati critici sull’efficacia del suo sistema “Diva”, ma la signora dei virus gli avrebbe fatto sapere che nell’Istituto zooprofilattico di Padova era in corso un esperimento su un vaccino prodotto da Intervet: il marchio dell’azienda però sarebbe stato menzionato nel suo studio solo se i responsabili della casa farmaceutica avessero assecondato le sue richieste, tra le quali quella di rivalutare il test Diva parlandone bene. Ai manager quindi avrebbe fatto arrivare un messaggio molto chiaro attraverso un intermediario: “Lei [Capua, n.d.a.] non è una persona che si compra con quattro lire”.

Il ruolo principale nell’inchiesta lo rivestiva Paolo Candoli, manager della multinazionale Mirial, l’uomo al quale venivano aperte le porte del Ministero della Salute per ottenere le autorizzazioni. Era lui il manager delegato dalla sua ditta a parlare con Ilaria Capua. In particolare quando la Merial era alla ricerca di ceppi virali necessari ad avviare la produzione di vaccini, prima ancora di ricevere l’autorizzazione del ministero. Uno dei colleghi della virologa, Stefano Marangon, anche lui coinvolto nell’inchiesta, avvisò Candoli due mesi prima del varo del programma di vaccinazione. Un modo per avvantaggiarlo sulla concorrenza. “Ho parlato con la Capua, non è escluso che lei ce l’abbia, cioè sai cosa fa quella lì comunque?” disse Candoli a una collega parlando di un ceppo virale. “Sicuramente se lo fa mandare lei e poi ce lo rivende a noi”. Poi aggiunse: “Purtroppo con la Capua… c’è da pensare di seguire… di dar da mangiare alla scimmia”.

Il manager della Merial si rivolse alla virologa anche su indicazione di Marangon, perché lei era la responsabile del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria e quindi era nella possibilità di sapere con certezza con quale ceppo virale sarebbe stato preparato il nuovo vaccino. Nello stesso tempo era una delle poche persone che in ambito internazionale aveva la possibilità di farsi inviare, in breve tempo, un ceppo virale da altri istituti “senza la prescritta autorizzazione ministeriale”. Ilaria Capua parlò con un manager della Intervet e affermò che “le era venuto in mente un modo per far salvare la faccia a quelli della Intervet, in modo tale da prenderli ‘per le palle’”. A tal proposito disse al manager di riferire ai propri capi “che a breve, a Cambridge, sarebbe stato presentato uno studio dove lei aveva generato un H7-N5 e che l’H-N5 era la neuroamminidasi più rara in assoluto. Quelli della Intervet potevano così salvarsi la faccia dichiarando che erano interessati al virus per fare il vaccino, in modo tale da poter iniziare nuovamente a trattare sul test Diva, per il quale loro (Capua, Marangon, Cattoli) stavano per chiudere con la Merial e la Fort Dodge, nonché con il governo olandese”. Poi proseguì affermando che “in virtù di ciò lei inserirà il nome del vaccino della Intervet sullo studio delle anatre”. Per gli investigatori quindi, Capua avrebbe utilizzato “lo studio da lei effettuato per indurre la ditta Intervet ad ammorbidire la propria posizione critica nei confronti del test Diva. In caso positivo, quale controparte, avrebbe pubblicato sul proprio studio il nome del vaccino della ditta Intervet”.

Quando i NAS arrivarono nell’istituto per sequestrare un vaccino che non avrebbe avuto le carte in regola per entrare in commercio e venne coinvolta la Capua, lei iniziò a preoccuparsi dell’indagine. Il padre, stimato avvocato di Roma, le raccomandò espressamente di non fare riferimento alcuno al contratto stipulato con la Merial per lo sfruttamento del brevetto Diva. Ilaria Capua sostenne che “la vicenda dell’influenza aviaria era una storia molto complicata e, anche se era stata intercettata, le carte avrebbero dimostrato che venne fatto tutto alla luce del sole”. Da una delle registrazioni però emerse uno spaccato degli interessi in ballo. Parlando alla madre della proposta di lavoro ricevuta da una fondazione della Florida, osservò che “sarebbe un problema, perché la fondazione non ha finalità commerciali” mentre, al contrario, in quel periodo lei aveva una parte attiva e “una buona attività commerciale per la vendita dei reagenti diagnostici che le consentivano di guadagnare in un anno ben settecentomila euro”. Per gli investigatori quest’affermazione faceva riferimento ai ricavi che Capua, insieme a Marangon e Giovanni Cattoli, stava ottenendo dalla vendita del test Diva, per il quale era stato stipulato un contratto con le ditte Merial, Fort Dodge, e Paesi stranieri.[10] Poi, come già visto, il processo si concluse invece con una sentenza di assoluzione per Ilaria Capua che ha lasciato l’amaro in bocca in chi ravvisa dubbi sul corretto andamento dell’inchiesta e del dibattimento. 


[1] https://www.anmvioggi.it/rubriche/attualita/70164-ilaria-capua-io-sono-orgogliosamente-veterinario.html

[2] https://www.adnkronos.com/covid-ilaria-capua-siamo-alla-svolta-vaccino-e-miracolo_2CY8pp5WXjpSfFNwntDv6M

[3] Peter Doshi: Pfizer and Moderna’s “95% effective” vaccines—we need more details and the raw data, BMJ, 4 gennaio 2021 – https://blogs.bmj.com/bmj/2021/01/04/peter-doshi-pfizer-and-modernas-95-effective-vaccines-we-need-more-details-and-the-raw-data/

[4] WHO Information Notice for IVD Users 2020/05, 20 gennaio 2020 – https://www.who.int/news/item/20-01-2021-who-information-notice-for-ivd-users-2020-05

[5] Carlo Bonini, “La virologa Capua e l’inchiesta rimasta nel cassetto per 7 anni”, La Repubblica, 8 luglio 2016.

[6] “Le mirabolanti avventure del pm Capaldo”, Il Dubbio (testata giornalistica online), 8 luglio 2020.

[7] https://www.repubblica.it/cronaca/2016/07/08/news/ilaria_capua_inchiesta-143653102/

[8] Carlo Bonini, “La virologa Capua e l’inchiesta rimasta nel cassetto per 7 anni”, La Repubblica, 8 luglio 2016.

[9] “Le mirabolanti avventure del pm Capaldo”, Il Dubbio (testata giornalistica online), 8 luglio 2020.

[10] Lirio Abbate, “Traffico dei virus, Capua prosciolta. Ma le intercettazioni svelano il grande business”, L’Espresso, 5 luglio 2016.