di

Marco Pizzuti

Nell’attuale narrazione occidentale, la guerra in Ucraina viene spesso ridotta a un assioma infantile e semplicistico: «La Russia ha invaso l’Ucraina, dunque è l’unica responsabile».

Tale slogan, ripetuto con sicurezza dogmatica, ignora trent’anni di dinamiche geopolitiche, accordi traditi e operazioni d’ingegneria politica condotte da Washington nello spazio post-sovietico. Uno storico minimamente attrezzato non può che constatare invece come la crisi ucraina sia esito di un processo lungo, pianificato e coerente con l’antica dottrina statunitense di contenimento e accerchiamento della Russia. Dopo il collasso dell’URSS, l’Occidente aveva assicurato verbalmente ma ripetutamente, come documentano le note diplomatiche e il famoso «not one inch eastward» attribuito a James Baker, che la NATO non si sarebbe mai estesa a oriente.

Quel vincolo, pur non formalizzato in un trattato, costituiva l’intero presupposto della trattativa con la Russia eltsiniana. Eppure, nel trentennio successivo, la NATO ha incorporato uno dopo l’altro quasi tutti gli ex satelliti di Mosca, attuando un’espansione che, in qualsiasi altro contesto geopolitico, sarebbe stata definita per ciò che è: un processo di avanzamento militare verso i confini di una potenza rivale. La retorica democratica è stata solo la foglia di fico di un imperativo strategico: impedire alla Russia di riemergere come attore autonomo nello spazio eurasiatico.

La fine degli anni Novanta offre un esempio cristallino del metodo statunitense: utilizzare conflitti locali per ridisegnare intere aree geostrategiche. La Jugoslavia, mosaico instabile di etnie e religioni, divenne terreno perfetto. Washington e la NATO alimentarono le spinte ultranazionaliste e individuarono nella Serbia di Milosevic il nemico da abbattere, accusandola, spesso con prove contestate o costruite ad arte, di atrocità sistematiche.

L’intervento militare del 1999 avvenne senza alcuna autorizzazione ONU, in violazione flagrante del diritto internazionale. Si trattò, a tutti gli effetti, del primo grande precedente di guerra atlantica preventiva, condotta per imporre un nuovo assetto regionale sotto supervisione statunitense. La Russia, all’epoca debole e commissariata dal FMI, non poté far altro che assistere al ridimensionamento del proprio storico alleato balcanico.

Il secondo, decisivo capitolo dell’espansione americana si apre nel 2014. Ciò che la stampa occidentale definisce “Rivoluzione di Maidan” fu, di fatto, un colpo di Stato confezionato e sostenuto da Washington, come attestano le telefonate diplomatiche trapelate, i finanziamenti noti a ONG e partiti filo-occidentali e la presenza diretta di funzionari statunitensi nelle piazze.

Il nuovo governo post-Maidan vide la nomina immediata di tre ministri stranieri naturalizzati sul momento per legittimarne l’incarico scelti con diretto intervento americano:


  • Natalie Jaresko, statunitense, imposta come Ministro delle Finanze;

  • Aivaras Abromavicius, lituano, nominato Ministro dell’Economia e del Commercio;

  • Alexander Kvitashvili, georgiano, insediato come Ministro della Salute.

Nessuno dei tre possedeva la cittadinanza ucraina al momento della loro selezione da parte degli emissari occidentali. L’Ucraina diveniva così, sotto ogni punto di vista istituzionale, un protettorato politico-finanziario degli Stati Uniti. Consolidato il nuovo regime, iniziò la fase più taciuta della cronologia ucraina: il conflitto nel Donbass, dove l’esercito di Kiev, sostenuto logisticamente dall’Occidente, avviò operazioni contro la popolazione russofona.

I report ONU registrarono oltre 10.000 vittime civili, ma la comunità internazionale ignorò sistematicamente gli appelli russi. La strategia statunitense era chiara: mantenere un fronte di attrito permanente ai confini della Russia, logorandone la sfera d’influenza. Le repubbliche separatiste, dopo otto anni di bombardamenti, indissero referendum e chiesero formalmente l’aiuto di Mosca. Soltanto allora la Russia, dopo una lunga resistenza diplomatica e più di venti richieste ufficiali all’ONU rimaste lettera morta, intervenne militarmente. Mettere sullo stesso piano l’intervento russo del 2022 e le guerre statunitensi in Serbia o in Iraq significa violare il metodo stesso della storia. Gli Stati Uniti hanno praticato per decenni una politica di espansione militare e di cambio di regime, giustificata da pretesti puntualmente rivelatisi infondati, dalle inesistenti “armi di distruzione di massa” irachene alle accuse manipolate contro la Serbia. La Russia ha reagito, giusto o sbagliato che sia, a un processo di accerchiamento che avrebbe provocato identica risposta in qualunque grande potenza, Stati Uniti in primis. In sintesi, i fatti mostrano una verità semplice eppure indicibile nel discorso mediatico occidentale: la guerra in Ucraina non è l’inizio, ma la conseguenza diretta della geopolitica statunitense degli ultimi trent’anni perché il vero aggressore non è a Mosca ma a Washington.

Carta di Laura Canali – Limes